Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

venerdì 23 settembre 2011

A spasso con Proust








Era abbastanza costante
L’andare e venire del ritmo
Costretto nell’immobile rigidità
del presente

[ un’ora non è soltanto un’ora,
è un vaso colmo di profumi,
di suoni, di propositi e di climi]

Secca vena rimarginata di fresco
I passi deserti delle cose e delle idee
alle tempie battevano
Così avveniva nel dimostrarsi meno duro al sentire
che l’amo d’una rimembranza sfiorisse dopo il profumo

(Un tovagliolo inamidato che)

[aveva precisamente la stessa inamidata rigidezza dell’asciugamano
con il quale aveva tanto stentato ad asciugarsi davanti alla finestra,
il giorno del mio arrivo a Balbec]

Rendeva possibile un corso di mite significanza
E gioie insperate all’aprirsi d’un suono
Davanti nulla spiegava l’evento
Si svolgeva contratto e poi assolto dal buio
Nella mente uno spiraglio di luce sognava
tornando alle posate e ai piatti tintinnanti
Rumori decisi a intrufolarsi fra silenzi
senza ricordi

[il passato è nascosto al di fuori del suo dominio e della sua portata,
in qualche oggetto materiale che noi non sospettiamo]

La bellezza di esser stati e di aver toccato e posseduto
L’ematoma sciolto del tempo ora sui selciati
Le paure dei giochi e una bambola rotta
Un melo fiorito nella campagna distratta
Batte forte il lampo contro vetri appannati
Si raggiunge la cosa nella sua concretezza
Dimenticata non più
Adesso che balla il minuscolo lembo di stoffa
alla gonna di mia madre

[Dipende dal caso che noi incontriamo questo oggetto
prima di morire
oppure non lo incontriamo]


Federica Galetto
(pubblicata su La Recherche)

domenica 18 settembre 2011

MAGNITUDO - Videopoesia di Federica Galetto






Magnitudo


E’ il bisogno, d’individuare l’inganno
Del bordo della brocca
sbucciato
rimpolpare la materia
Rigirare
i catini di zinco e lucidarli
come le messi in giugno
lasciarli ondeggiare
per vedere
quante spighe e barlumi
s’innescano
in esplosioni d’atomi intatti
E’ la spanna che trascende l’intelletto
a interagire con fiati di cesello
sui sentieri
palesati dopo un temporale
dalle nubi stratiformi
e prensili
del colmo di tuono a imbuto
riciclato nel vento
in turbinii di magnitudo altissima
così come si spezza il collo un passero
nel rincorrere un ramo
Trascendere le passatoie invisibili
inavvicinabili
dei destini e delle tratte
impervie al tatto e alla vista
Credere che le primavere sbocceranno
negli oceani portando fiori
e alghe di profumi nuovi
sull’onda del deserto
Prendere un piccolo stelo
depositato al margine
ricostruirlo preciso
in decadenza annullarsi
per non scalfirlo
Perché se scivolare si deve
sul gambo robusto di sforzo
appoggiarsi senza traumi
Perché mi si impasta la lingua
di suoni cattivi
come semi di reseda e arsenico nero
a credere alle pareti di fuliggine nel vestibolo
che screpolate parlano ancora
e ancora
e ancora

Magnitudo



Federica Galetto

domenica 11 settembre 2011

MARIA GRAZIA LENISA





Digital Collage di Federica Nightingale





Benritrovati. Riapro La Stanza dopo i mesi estivi presentando queste poesie di Maria Grazia Lenisa. Leggerle e soffermarsi su questi testi è già un commento al lavoro di questa donna che ci ha lasciato molteplici opere di grande valore. Sono versi di delicata bellezza e profonda intensità legate a temi diversi che rispondono a domande e sollecitazioni comuni all'Uomo; del Tempo che scorre inesorabile, dell'Amore e della Morte, uno sguardo emozionato dedicato alla Vergine Maria che racchiude una disarmante infinita dolcezza. Poesie dense e alte che corrono in sintonia con le stagioni della vita attraversandone luci ed ombre in un percorso circolare in cui riconoscersi.

Federica Galetto




Da “Il tempo muore con noi”

Udine, 13 febbraio 1955

IL TEMPO MUORE CON NOI


Sogno l’ebrezza di un vivere senza tempo:


l’anno che s’aggiunge all’anno

mi rende intensamente vecchia,

d’una vecchiezza che non ha rughe,

liscia come buccia di mela

ma l’anima, invisibile,

porta invisibili solchi.

Gli anni… Nessuno s’accorge che passano,

quando il sangue si carica di brividi,

se uno sguardo attraversa la carne innocente.

Poi un bacio vi lascia il segno

E l’ora acquista un tacito sapore angoscioso.

Il tempo che nell’infanzia muoveva

Lento come morbida onda di lago

S’incarna nell’uomo e corre col ritmo veloce

Del sangue, - e lo sentiamo per ogni vena.


Sì, il tempo muore con noi.





Da “L’ilarità di Apollo” (1979)


UN POSTO PER L’AMORE


ad Arnoldo Foà, suo interprete


Non c’è più al mondo un posto per l’amore

ma buchi enormi, grandi topi grigi, topi

sul letto, topi sul guanciale. E Lei

col corpo nudo da tremare… Ecco che viene

Il piffero stregato dal suono atroce,

i topi si rintanano (sento il tuo corpo amico

così caldo e lo squittire dei rimorsi

è vano). Crollano muri e dentro è processione

di scarafaggi odiosi della luce

(vecchio decano delle fogne, giudice

eccolo pronto a morderci l’orecchio).

Spandi il veleno tutt’intorno al letto,

tieni lontano dal suo corpo dolce

l’immonda bestia senza pelo.

Vedi, nel buio risplende il mio seno,

già mi ha morso i capezzoli, ho terrore

che in ventre attecchi lo spregiato seme.

Dappertutto c’è polvere, la tela del ragno

impenetrabile ci segue. Trova nel mondo

un posto per l’amore, non in archivi

tra le belle storie. Poi scrivi un canto

dove sono bruna con vivi, caldi riccioli

d’estate, trattieni il tempo che sopra

ci sputa. Forse c’è un posto, la speranza

ammicca fuori dal buio per un’ora, un giorno.

Già l’inverno trascorre con la vita.






Da “Incendio e fuga” (febbraio 2000)

AVE MARIA

alla Madre di frate Mike Peirano


Ave, Maria nella spuma del mare che inghirlanda

le nubi,

tra gli uccelli nel preludio che annuncia

il temporale, nel ridere, nel piangere, danzare.

Ave, Maria

che gioia te laudare, sentirti ovunque

bellezza si eterna (le palme in alto ad indicare

il cielo, le palme a terra ad ascoltare i passi

del Figlio-amante che cavalca il tempo).


Ave, Maria

nell’attesa di amare con le piume dell’angelo

a contare (“M’ama, non m’ama…”), Dio che sta

a guardare e ride l’aria, l’angelo s’impenna.

Ave, Maria

nel sogno d’esser madre a guardare

in cortile gli animali, a gridare felice: “E’ vita, è vita…”,

battendo i piedi sulle pietre sonanti.

Ave, Maria

ch’è madre, madre, madre e tutto La ricorda

ciò che nasce: i teneri animali e la terra e non c’è Dio

che non si senta Madre nell’atto di creare.


“O Figlio – chiede docile Maria – Dio nel mio

ventre e nel ventre di Dio non sono forse figlia?”


Maria che invecchia con il suo dolore, l’angelo

ha spine al posto delle piume… Maria - fachira sul letto

di chiodi sogna fluttuante d’avere una nube sotto

i piccoli piedi ed il serpente s’accascia calmo, svuotato

dal male.

Ave, Maria

trionfante sull’altare, unica chiave

d’accesso a tuo Figlio, mostraci il Figlio! Impara a camminare,

a braccia aperte e tiene l’equilibrio.

E’ già ragazzo, s’arrampica

agli alberi, è svelto e forte. Ne gode la Madre. Si è fatto uomo

tutto s’offre al mondo e non c’è madre a poterlo fermare.


La Madre ha il grembo vuoto del sepolcro, bocca d’attesa

per quell’altro nascere.



Maria Grazia Lenisa



Biografia:


Maria Grazia Lenisa è nata a Udine nel 1935, trasferitasi a Terni, vi ha passato gran parte della sua esistenza. Inizialmente ha aderito alla corrente antiermetica del Realismo Lirico. Le sue produzioni di poesia, hanno attirato l’attenzione di valenti critici quali A. Capasso, F. Flora, F. Palazzi, F. Pedrina ed E. Allodoli. Del 1955 è l’edizione de Il tempo muore con noi, successivamente seguita da libri come L’uccello nell’inverno e il brindisino I credenti. Gli anni settanta l’hanno condotta ad una revisione delle precedenti posizioni di poetica, sono nate così Terra violata e pura ed Erotica, libri che portano la Lenisa ad una svolta nel modo di intendere il ruolo della donna, in particolare, l’eros femminile, troppe volte misconosciuto, dalla società e dalla tradizione sessista. Del pari rivoluzionaria è l’opera successiva, L’ilarità di Apollo, caratterizzata da una ironia, disarmante e libera, su temi erotici ( non limitatamente sessuali) e più ampiamente di costume. Vi si adotta il verso fintamente narrativo ed è abbandonato il realismo lirico della giovinezza, per costituire una poetica metarealistica, incentrata sull’invenzione di un mondo, metaforico e pieno di stupore, regno della Poesia, liberata dalla servitù della vita.

Per la sua nuova impostazione, si sono rivelati determinanti il carteggio e l’amicizia con il critico-poeta G. Barberi Squarotti, prefatore di molte sue opere. La sua produzione è stata feconda, e consta di oltre venti libri. Molti sono antologizzati in Verso Bisanzio, ne ricordiamo, a titolo di esempio alcuni: La ragazza di Arthur ed altre poesie, L’acquario ardente, Laude dell’ identificazione con Maria, L’ agguato immortale, L’amoroso gaudio, Le Bonheur, La predilezione, L’ombelico d’oro, Incendio e fuga, La rosa indigesta., Amorose strategie e l’ultimo, ancora inedito, Il Canzoniere Unico.

Impegnata nella stesura di numerosi saggi di critica letteraria, Maria Grazia Lenisa si è dedicata a scrittori come: A. Capasso, G. Barberi Squarotti, A. Zanzotto, G. Ruggero, S. Spartà, V. Rossi, G. Mascioni, A. Coppola, M. Luzi, F. Delfi, A. Bonanno, A. Manuali e C. Calabrò. Ha pure incoraggiato molti giovani e seguito gli appassionati. Numerosi premi e riconoscimenti le sono stati attribuiti. E’ da segnalare, inoltre, un suo saggio di estetica comprensiva a carattere fenomenologico che riconsidera, sotto un’ottica polivalente, il ruolo dell’ispirazione, accedendo a contributi estetici diversi e innovativi. Il saggio in questione, elaborato insieme alla figlia e coautrice Francesca Alunni, ha come titolo: La dinamica del comprendere.

C’è poi la curiosità del romanzo, ancora inedito, La mela di coccio, unico esperimento per l’autrice. Nel novembre del 2003 è stata insignita del "Diploma honoris causa" dall'Istituto di Cultura Superiore del Mediterraneo di Palermo e Monreale. Ha curato, dalla fine degli anni ’80, la collana del Capricorno per la Casa Editrice Bastogi, svolgendovi un’intensa attività di consulenza e studio. La sua figura poetica è inserita nella Storia della Civiltà Letteraria. (UTET). Il 28 aprile 2009 è deceduta dopo una lunga malattia.
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