Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 26 novembre 2009

UMBERTO ECO









PERCHE' AMO LA NEBBIA CHE CI PROTEGGE DAL MONDO


Fonte: Repubblica — 25 novembre 2009 pagina 159 sezione: PRIMA PAGINA


Bisogna pagare tutti i debiti, almeno per quello che mi riguarda. Che io avessi non dico interessi per la nebbia ma un culto della nebbia era segno del destino, essendo nato ad Alessandria, città al cui paragone Londra è un' isola dei mari del sud. Mi è capitato pertanto di scrivere ogni tanto della nebbia (a iniziare da una orribile poesia scritta all' età di sedici anni) e, non appena ho iniziato a scrivere romanzi, un po' di nebbia ne ho messa ogni volta che ho potuto. Molta ne avevo messa in Baudolino ed è dopo la pubblicazione di questo romanzo che il mio editore tedesco, Michael Krüger, che tra l' altro è anche fine poeta, mi ha scritto chiedendomi un libro sulla nebbia. Si sa come sono certi inviti: anche a rifiutarli, poi ti rimane un verme nel cervello e ci pensi di notte. Così, quasi per gioco, mi sono messo a sfogliare tra i miei scaffali i libri in cui ricordavo apparisse la nebbia (cosa viene in mente di primo acchito? la nebbia agli irti colli, è ovvio) e infine, vivendo in epoca di Internet, mi sono messo a navigare cercando tutte quelle parole, in tutte le lingue, che Remo Ceserani elenca a inizio del suo saggio. Ero riuscito a mettere insieme qualcosa come cento pagine di testi, alcuni ovvi, altri più improbabili come il Fumifugium di John Evelyn, 1661, che in effetti più che sulla nebbia era sullo smog che già iniziava a impestare Londra a quei tempi - ma in fondo sull' argomento sarebbe poi stato più convincente Dickens. Non ricordo se per influenza di quel materiale o per semplice coincidenza, in quel periodo mi era venuto in mente di scrivere La misteriosa fiamma della regina Loana, un brano del quale i co-curatori di questa antologia hanno avuto la cortesia di includere tra i vari testi proposti. Siccome era un libro che rievocava una infanzia piemontese, la nebbia non poteva non entrarci, e ci è entrata tutta, nel senso che ho saccheggiato la mia antologia, permettendo al protagonista smemorato di ritrovare appunto una raccolta del genere che egli aveva messo nel computer, così che egli potesse fantasmare della nebbia in lunghi brani in corsivo (tanto per mettere in chiaro che non erano miei bensì citazioni)... Ma insomma, non sono qui a parlare del mio romanzo. Il fatto è che a quel punto avendo sfruttato l' antologia per quanto potevo, non vedevo più alcuna ragione di dedicarvi altro tempo quando (altra mirabile coincidenza) ho scoperto che Remo Ceserani stava scrivendo la voce "nebbia" per il Dizionario dei Temi Letterari. Ho visto dai suoi riferimenti che lui aveva individuato testimonianze che a me erano sfuggite, e di lì è nata l' idea di proporgli questa antologia. Che poi, tranne quelle cento pagine raccolte da me, moltissime delle quali Ceserani aveva già trovato per conto proprio, l' antologia nel suo complesso sia opera di Ceserani e Ghelli, lo concedo con ric o n o s c e n t e e c c i t a z i o n e . Quanta bella nebbia! Credo si possano amare i mari del sud anche essendo nati in paesi freddi e brumosi, e forse proprio per reazione all' ambiente natale: Stevenson era nato a Edinburgo, Gauguin a Parigi, e via dicendo. Ma non si può amare la nebbia se non si è nati nella nebbia. Certo, si potrebbe percorrere tutta questa antologia e scovare qualche poeta della nebbia che a prima vista non dovrebbe essere nato nella nebbia, per esempio D' Annunzio, che riesce con pari abilità a descriverci ne Il fuoco le glorie di una Venezia incandescente di tramonti epifanici e nel Notturno i misteri di una Venezia brumosa; ma a Venezia il poeta c' era pur stato, aveva cantato «il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia», e consultando Internet si possono trovare avvisi di bei banchi di nebbia sulla Roma-Teramo o sulla Torano-Pescara. Chi è nato nella nebbia conosce l' espressione spaurita e incredula di chi, cresciuto nei paesi dove fioriscono i limoni, ti sente dire che tu ami la nebbia, non solo gli irti collie lo sfumare grigiastro delle colline lontane ma persino - Dio ci perdoni - la nebbia sull' autostrada, nella quale noi, uomini della nebbia, si guida confidenti, alla velocità giusta, senza farci atterrire dalle ombre vaghe e giganti che sembrano sorgere all' improvviso là dove pochi istanti prima c' era una linea bianca. Sono nato, l' ho detto, in una città nebbiosa. Credo che se lo raccontassi oggi ai suoi giovanissimi abitanti non capirebbero che cosa dico. La luce uccide la nebbia, e ve ne accorgete sulle autostrade dove, appena si arriva in vicinanza di un autogrill con benzinaio, e gli ampi spiazzi antistanti sono illuminati, la nebbia non c' è più. Segno che, a spendere un po' più di soldi per l' illuminazione delle autostrade, non ci sarebbero più morti per nebbia non lo dico per noi che con quella faccia un po' così solo di rado abbiamo visto Genova, e per il resto ci siamo mossi tra le risaie del vercellese e le vigne langhigiane, ma per i poveri siciliani, napoletani, e persino laziali, che ne muoiono ogni anno, senza capire della nebbia la mutae algida bellezza. La luce uccide la nebbia e nelle città, dove rimangono ormai le vetrine illuminate anche di notte, e i lampioni sfolgorano, la nebbia si ritrae pudica. Percorro nostalgico Milano per ritrovare le nebbie non dico di Sereni ma dei gialli di De Angelis (vedi L' albergo delle tre rose: «Pioveva a fili lunghi, che al riverbero dei fanali parevan d' argento. La nebbia diffusa, fumosa, penetrava coi suoi aghi nel volto. Sui marciapiedi scorreva ondeggiando la infinita teoria degli ombrelli». Ahimé, il calore innaturale che uccide la nebbia è quello che scioglie anche i ghiacciai, e la terra morirà non solo per eccesso di calore ma anche per carenza di nebbia. L' avrete voluto voi, maledetti nemici delle brume. Speriamo ora nella crisi economica. Ma torniamo alla mia città. Non solo è (era) nebbiosa ma è fatta di grandi spazi vuoti e sonnolenti, insopportabili nel gran sole meridiano d' agosto, quando tutti si rintanano terrorizzati da quel vuoto arroventato. Però di colpo, in certe serate autunnali o invernali, quando la città è (era) sommersa dalla nebbia, i vuoti scompaiono, e dal grigiore lattiginoso, alla luce dei fanali, spigoli, angoli, subite facciate, scorci bui emergono dal nulla, in un gioco nuovo di forme appena accennate. E la mia città diventa "bella" (o almeno conturbante quanto la Fosca del nostro concittadino Tarchetti). Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine. Nella nebbia si cammina piano, bisogna conoscere i tracciati per non perdersi, ma si arriva sempre e lo stesso da qualche parte. La nebbia è buona e ripaga fedelmente chi la conoscee la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall' alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d' intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all' improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla. Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l' oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre. Nella nebbia sei al riparo del mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito. Per fortuna dalle mie parti quando non c' è nebbia, specie di primo mattino, "scarnebbia". Una specie di rugiada nebulosa che, anziché illuminare i prati, si leva a confondere cielo e terra, inumidendovi leggermente il viso. A differenza della nebbia, la visibilità è eccessiva, ma il paesaggio rimane sufficientemente monocromo, tutto si distribuisce su delicate sfumature di grigio e non offende l' occhio. Occorre (occorreva) andare fuori città e per strade provinciali, meglio per sentieri lungo un canale rettilineo, in bicicletta, senza sciarpa, con un giornale infilato sotto la giacca, a proteggere il petto. Ma divago. Non in tutti luoghi scarnebbia e questa antologia è dedicata a quelli in cui, per fortuna, nebulat. La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell' utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica. Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo. E siccome la nascita è l' inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimé virtuale) che alla morte forse non perverrai. Basterebbe fermarsi lì. Ma proprio perché non sai dove sei, nella nebbia tendi a muoverti per uscirne (che è stolida follia e folle stolidità). Chi ha ventura di starci, vuole venirne fuori. Per questo tutti gli uomini sono mortali.


UMBERTO ECO

mercoledì 25 novembre 2009

LUCIANNA ARGENTINO


Balthus












IL TALENTO DI PERSEFONE




Sconfiggi la mia incredulità di radice
ferita dalla terra – negata è l’acqua
alla mia sete, reciso ogni mio passo.
Scongiurami il tuo sguardo sasso
seppure più non lapida quel che qui
è condanna ma altrove è canto.
Allevami in una fede nuova
variante alle certezze
ora che più mi rassicura il dubbio.
***





Radunati attorno al mio respiro
fatti specchio ai demoni che lo abitano
ch’io sappia da che guarire
e impari il nome del mio male
lontano dal tuo corpo sagrato
del divino in me. Affidami il tuo dire
traverso – frangiflutti che sparpaglia l’onda
del mio sentire. Accordami la parola
che sola salva dal sospetto che impuri
siano i desideri di Dio se noi
ne siamo l’oggetto.
***





Conservami il luogo in cui mi hai attesa,
dammi l’odore della mia assenza
il sapore della tua impazienza…
Offrimi la misura della distanza e poi
colmala di diuturna presenza…
Cheta la fede indietreggiata
al tuo sguardo di chiesa sconsacrata
fanne scandalo alla mia cieca virtù.
***





Assolvimi da questa biografia infedele
disincarnami da questo dolore, ridammi l’attitudine
alla costanza soffiata via come polvere dalle mani.
Non ho rigori e riposo dove l’ombra
morde la luce ovvia della verità
affinché tu, esercito e confine,
lasci ch’io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno.
***





Serviti della mia obbedienza
dalle un volto nuovo
convincimi che non c’è altro
che è tutto qui ciò cui abbiamo rinunciato.
Confondi le linee della mia mano,
rimuovi ogni traccia di destino
ma non correggermi se sbaglio
perché nessuna verità potrà smentire
il mio errore.
***





Assicurami il talento di Persefone
tu, mia ragione scoscesa a picco
sull’ubiquità di cui mi fai capace.
Muta in furtiva voce
la vertigine di essere riva al tuo destino
perché non si sconsacri il cuore
nel presagio della carestia
e sia divino questo nostro umano
tentare l’invisibile.
***





Comunicati in me
che io ti sia particola di grazia
e poi amami come un dubbio
e come un dubbio arrivami
attraverso distanze ribelli
alla mia paziente fede. Sii per me stanza
convalescenza e quell’eterno
che diserto seguendo te.



























Da "Diario inverso" (Manni 2006)










Chi può dirmi chi sono,
se lui non mi è più specchio?
Se di coraggio perso è il suo guardarmi
e di ritorni severi e di ritardi,
se nel suo sguardo disfatti vedo il tempo e me
me ridisegnata senza braccia.





Io sono il bianco e lui è il nero
e da bianco mi avvicinai al suo nero
perché si stemperasse un poco,
perché sfumasse in una chiarità devota...
Ma il suo nero ha la qualità del bianco:
riflette la luce e se ne difende
murando vivo il sole – e il mio bianco è
come il nero: assorbe la luce e se ne nutre.















Lucianna Argentino ©















Biografia:







Lucianna Argentino è nata a Roma nel 1962. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di letture pubbliche, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Fa parte della redazione del blog letterario collettivo "viadellebelledonne". E’ coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci, segnalato al premio Montale nel 1995. “Mutamento” (Fermenti Editrice, collana “Il tempo ansante” diretta da Plinio Perilli, 1999), con la prefazione di Mariella Bettarini, “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia (Premio Donna Poesia 2006). “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi. Nell'ottobre del 2009 con la Lietocolle ha pubblicato una plaquette, “Favola”, con disegni di Marco Sebastiani. Con Pagina-Zero ha realizzato un e-book tratto dalla raccolta inedita "Le stanze inquiete".





giovedì 19 novembre 2009

SEBASTIANO ADERNO' VINCITORE PREMIO "OSSI DI SEPPIA"

Foto di Marco Bolognesi ©













Sebastiano Adernò è stato dichiarato vincitore assoluto del Premio di Poesia "Ossi di seppia" organizzato a Taggia vicino a Sanremo. Fra i giurati Davide Rondoni. Un'antologia con più testi dei primi quattro classificati verrà realizzata e distribuita in più di 500 biblioteche nazionali. In omaggio a Sebastiano, al quale faccio i migliori auguri per il suo futuro letterario e non, vi propongo alcuni suoi testi. Incisivi, come è la sua penna.


















[INVETTIVA CONTRO COLORO]






non sei soluzione ma principio diluito,


annacquato equinozio non sostenibile


almeno per quest'anno


che la rimessa degli sguardi scucitisi


trova lungo il perimetro della casa circondariale


proprio lì, nel carcere stazione di ricchezza minerale


umano fossile e naturale antitesi di quell'albero


e dei suoi modi di avere spalle


per ogni ramo come volontà unica


conficcata alla nuca,


e giù per la schiena a difendere vene e sistemi


vasi linfatici dove ogni foglia s'assume a variabile


d'infinite geometrie,


e s'intinge di verde,


nuovo contro la tua ossidata geografia


di pensiero da starnuto, da prigioniero,


da polvere rimasta chiusa nei tuoi concetti


e accumulata nel tuo ergastolo scontato


in quell'unico spiraglio di pregiudizio


da cui scruti il mondo












[MALO DESTINO]






sei contorno


cosa di poco conto


che s'accompagna al cavallo lento


stanco delle insegne


che arrivò tardi alla battaglia,


quel giorno quando l'indovino


tracciò sulla sabbia


un sistema di tendini


maledicendo due volte


che per l'infiammazione dei tuoi figli


non sarebbe bastata l'incubatrice


e la loro fame avrebbe trovato


sempre capezzoli asciutti

e la notte seguente non fu meglio


ma pur sempre a favore di un'incisione


sulla ghiandola del sogno,


sette millimetri bastarono


per contrarre il futuro e la sua smorfia


per vedere le brigate di dio sull'attenti


su una lingua muscolare


e i distratti al macello


appesi per le narici


alla puzza del dissenso

ti fu chiaro allora


che per dispetti della mente


la vita si sarebbe sfilata


dal midollo anello dopo anello


succhiata fine dalle labbra


giù fino al mento unto













[CADUCITA']






quel dirsi che non trattiene,


né promette


è un disastro avvolto nel panno

e sembra già cosa


così abbondante


avere ancora voce


per stirare tutti


i perfetti angoli di un saluto

così di quei no a non permettere


punirne la mano colpevole,


la scogliera dei denti,


la collezione di cristalli


dalla certa instabilità prospettica,


miraggio:come dentro un sapore


incedere di gusto


in quel tuo nome


che è un passo di tango

ma anche questa notte


si trattiene sulla fronte


è mappa del rimpianto


e le cose non rispondono


sono rotte, distratte


e confabulano sul filare


accusandoci di appassire








Sebastiano Adernò ©

venerdì 13 novembre 2009

PASQUALE VITAGLIANO

Balthus - The patience

*Nota di lettura*



Qui ci si perde in atmosfere dismesse e sottotono. Le intemperie dell’esistenza traspaiono solo, non diventano mai davvero protagoniste delle vicende umane e i toni si inseguono in un alternarsi di bianchi e neri in rivalsa l’uno sull’altro; cominciano, per poi terminare alla luce del riscatto emotivo.
I termini usati nelle poesie di Pasquale Vitagliano riportano ad una semplicità essenziale eppure colma di eventi sotterranei, leit motiv di un crogiolo d’attenzioni a minimi sussulti di banale o vuoti temporanei.
Non ci sono ampi margini di respiro nelle idee macerate in queste parole; lo stile asciutto e scarno esalta la vera origine del pensiero riportandone fedelmente ogni variazione, rendendo possibile al lettore l’avvicinarsi ad esse a diversi livelli di approfondimento personale.
La rappresentazione della realtà è una linea guida verso cui l’autore è rivolto, ma è nello stesso tempo una forma asettica per dire o non dire, constatare o disprezzare, amare o fallire. Un approccio semplice, preludio di una lettura più complessa, che non tradisce nè nei suoi strati più superficiali né in quelli al di sotto della scorza.





Federica Nightingale










Il cibo senza nome



Questa casa non ha odore,
non dico il sugo, la frittura,
il calore, che sarebbe kitch;
dico che non si sentono passi
dietro i tavoli, sulle tovaglie,
sopra i divani, fuori delle stanze.
Non posso dire la differenza, come
gli inglesi, tra casa e casa, perché
camere e cucina non siano solo mattoni,
intonaco e cellofan, ma anche terra,
ventre e fame che si sazia alla fine
della vita sui muri fino ad annerirli
e a farli puzzare delle nostre giornate.
E invece questa casa è una rimessa,
i cartoni, le scatole di cibo senza nome
al posto dei libri sugli scaffali dismessi,
le foto senza alcun luogo, i quadri senza
soggetto, la polvere che ti mangia tutto.
Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.







Il disprezzo





Non è affatto calmo questo caos,
rifluisce alla sua natura di intemperie,
di disordine che non si lascia a freno,
che si porta come calce nei palmi.
Non è cinematograficamente corretta
questa inconsolabile lotta contro il petto,
senza alcun motivo musicale, amputata
di ogni colonna sonora che ti batteva
nella testa, ed ora sprofonda sorda nel ricordo.
L’ hai presa da dietro la voglia di farla finita,
un’eclissi carnale che ti spegne come la terra
messa a tappeto da un siderale sole notturno
che rimbomba come uno sparo in una camera chiusa.





A biliardo




Ho giocato con te
come su un panno verde,
fino a strapparlo
con la stecca
che colpiva la palla rossa
numero tre
che non andava in buca,
ma balzava di sponda
in sponda come
una frusta nera
che batte pazza la terra.








Pasquale Vitagliano ©







Biografia:




Pasquale Vitagliano (Lecce 1965) vive e lavora a Terlizzi (BA). Gior­nalista ed editor per riviste locali e nazionali. Già presente in diverse Antologie di LietoColle, ha scritto per Lapoesiaelospirito, Italialibri, Na­zione Indiana. Ha scritto "Amnesie amniotiche", LietoColle Libri, Collana “Erato”, 2009.

martedì 10 novembre 2009

SYLVIA PLATH

Waterhouse - Ophelia



I'M VERTICAL



I’m vertical
But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them--
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.








SONO VERTICALE



Sono verticale
Ma vorrei piuttosto essere orizzontale.
Non sono un albero con le radici nella terra
A succhiare minerali e amore materno
Così che ogni Marzo che viene io possa luccicare in una foglia,
e nemmeno sono la bellezza di un’aiuola del giardino
ad attrarre la meraviglia d’essere dipinta in modo spettacolare,
inconsapevole che dovrò presto perdere i petali.

Paragonato a me, un albero è immortale
E la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e io è la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra che voglio

Stanotte, nell’infinitesimale luce delle stelle,
gli alberi e i fiori hanno sparso il loro fresco profumo.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro pare accorgersene.
Talvolta penso che mentre dormo
forse rassomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Mi riesce più naturale stare sdraiata.
Così il cielo ed io siamo in conversazione aperta,
e sarò utile quando rimarrò stesa per sempre:
allora forse gli alberi mi toccheranno per una volta,
e i fiori avranno tempo per me.



Sylvia Plath ©


Traduzione di Federica Nightingale ©

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

giovedì 5 novembre 2009

MIRELLA CRAPANZANO

Foto di Federica Nightingale ©






Decodifiche


decodificami l’inverso
posso sgretolare il fondo
di un cielo in una tazza - capire
il segno che tramuta le fughe in vento
i numeri di varchi aperti
alle risposte - le percezioni
senza sesso e lingue
lasciate al sole a disseccare
angoli di pietra le braccia aperte
esposte alle allegorie del tempo
- i ritorni degli insetti -
e il sentire retroverso al gusto
ai nodi che il mare ostina a sigillare
non ho riparo nei crocicchi
mi riconsegna ad acque e legature
la certezza del dubbio rivelato
dentro ascensioni
e la sutura al corpo di un’assenza


***


Apocalipta


una lettura - la visione di viscere - e
poco rimane delle nostre storie esplose
scorie sotto la costa - corpi
di parvenza sacra - insoluti al cielo
inesplicabili
muti motori
ai passaggi di comete
si sciolgono chiese come buchi
erode il centro -lo sgomento -
si presenta al nulla
nero
impeccabile
refrattario alle spirali
sarà questo il nostro patto di polsi
dal caos alle lenzuola
- ricontare ad una ad una
tracce di vita - ricaderci tra le braccia
lanciare la semenza in alto
spaventare i corvi




***


Anamnesi


- a volte in simulazione di fragilità
il corpo all’angolo oscilla pendolo tra la veggenza e il disarmo -
ciò che avviene ai confini
ama il rosso cangiante delle vette
e l’inchiostro del sangue alle guerre
la camicia imbrattata e la distanza
da un qualsiasi cielo alla tua retina
le bocche spalancate - i morti camminano su acque -
le memorie per strade i fiori di grecale
da nord est - le scacchiere scarlatte
su possibili futuri - in pilastri
sotto ponti e sorrisi di venere
ciò che avviene ai confini
è un prodigio affisso su architravi
immune alle asole di storia ai suoni ruscelli
al taglio di luce scisso tra ore e secoli
come corni squillanti al ritorno dei bambini
- invisibili al nero - a ricomporre il verbo




***


Ophelia


alle porte rincasava anonima
straniata ai volti - a simmetrie lontane
dai suoi polsi lei - collinare
al dispiegarsi delle ombre - muoveva
appena i fuochi con i fianchi
gli occhi dilatati all’erta
dai soliti stereotipi - i diluvi universali
l’invasione di formiche su piazze
contaminate dai rumori - sotto ai letti
a un centimetro di pelle dagli umani
rincasati - loro sì ai riti quotidiani
- folle - dicevano
una luna nera
l’epidermide abbassata al battere di segni
come un soffio dalla fine - indolente
al doppio andare della morte
dolce l’afonia dell’acqua al suo richiamo mugolare
quando attraversava la materia - senza ali
negli ignoti
insonne
alle simulazioni del proscenio
al salto
Sottovento
ti rimango estrema
ultima svolta sulla mano
una parabola di silenzio
la nostalgia
fuori da ogni sguardo
la luce s’approssima
a una rincorsa contro il tempo
uno spiraglio che mi spoglia
della forma del buio
una - O - perfetta
sulle labbra
una scorciatoia all’alba
e io lì stesa tra le tue dita
in breve
riconto cartilagini e ossa
sottovento
Di passaggio
le scorciatoie assottigliano
mentre do in affido le ragioni
si spellano facciate - nottetempo -
segrete al compimento
lì ritrovo l’odore dell’estate
che declina il viola ai nodi
delle barche e muove
il legno nell’esilio delle anse
ai seni colmi di campane
dove sotto sfinisce
il mare
sequenze del come
all’amo espia la bocca
un’altra sponda del vorrei
che incespica le braccia - si conclude
vaga - richiamo muto
a destinazioni passeggere








Mirella Crapanzano ©








Biografia:






Mirella Crapanzano è nata ad Agrigento nel 1959. Ha studiato Letteratura e Filosofia, ma la sua curiosità e la ricerca di stimoli nuovi l’hanno portata a conoscere una realtà nuova che si chiama Damanhur, un’eco-società basata su valori etici e spirituali, situata nella zona del Canavese, in provincia di Torino, dove attualmente vive.Appassionata d’arte, pittura, musica e poesia, è titolare d’una azienda di tessuti in seta e complementi d'arredo che dipinge a mano, utilizzando antiche tecniche. Si occupa di allestimenti scenografici e collabora con Teatrolila della rete internazionale di donne nel teatro The Magdalena Project.

lunedì 2 novembre 2009

NEL PENSARTI OLTRE I NAVIGLI (ad Alda Merini)

Foto di Klaus Wickrath ©






Nel pensarti oltre i Navigli


vedrei speso quel giorno


a incorniciare sgomento


nelle parole di arranco precluso


alle folle




Nel pensarti vedrei


le dolenti mosse allo specchio


con l’amore a traboccare via


giù per le strade




E ti ricordo nei ritratti


che mai si videro


ma sentendosi alti gridarono


alle generazioni di ogni parte




Vieni vicino


e parlami senza i denti stretti


una volta e poi ancora




Nei frangenti ricostruiti


delle tribolazioni famose








Federica Nightingale ©

ADDIO AD ALDA MERINI


Foto di Giuliano Grittini ©




Morta a Milano Alda Merini ieri 1 novembre 2009

Era considerata una delle principali poetesse del Novecento. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie Française.





Cara Federica



Cara Federica dirò come soffro

perchè ci è dato tanto soffrire,

perchè vediamo tagliare dalla terra

le nostre spighe migliori

anche io ero una spiga che cresceva nei campi,

credi Federica

i poeti non sono seminati da alcuno

li porta il vento della primavera.

Oggi per la mia donna è un giorno di libertà

ma per noi prigionieri dell'arte

è un altro giorno di prigionia.

Non sono felice della mia morte

carissima Federica

eppure me ne dovrò andare

dopo aver perso la fede

che era nei cuori dei miei amici.




Veleggio come un'ombra



Veleggio come un'ombra

nel sonno del giorno

e senza sapere mi riconosco

come tanti schierata su un altare

per essere mangiata da chissà chi.

Io penso che l'inferno sia illuminato

di queste stesse strane lampadine.

Vogliono cibarsi della mia pena

perché la loro forse

non s'addormenta mai.


La Poesia


Sono molto irrequieta

quando mi legano

allo spazio
Alda Merini ©
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