Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

mercoledì 31 marzo 2010

ANTONIO SPAGNUOLO - MISURE DEL TIMORE




LaRecherche pubblica l'e-book di Antonio Spagnuolo "Misure del timore". Vi introduco alla lettura di questa raccolta di poesie splendida attraverso la prefazione di Mario Pomilio. L'e-book è scaricabile gratuitamente qui:

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=40




Ha scritto una volta Antonio Spagnuolo che “la poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia”. Ma una così esplicita professione di fede psicoanalitica non si limita affatto al regime della poetica. Essa comporta da parte di Spagnuolo una vera e propria assunzione di contenuti e mitemi anch’essi di origine psicoanalitica: o a dirlo più chiaramente, entrano massicciamente nei suoi versi, fino a diventarne radice e sostanza, il ben noto binomio di eros e thanatos l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via di una estrema semplificazione con un’intensità quasi aggressiva e sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento: lo spasimo che si aggrappa all’eros in nome della vita, lo sgomento di chi da esso regredisce...
Il simbolo che prende e attanaglia l’esserci per l’esistenza è quindi l’eternità stessa del linguaggio come veicolo di persuasione. In effetti rare volte la non significanza ed impronunziabilità del vivere e la correlativa angoscia hanno trovato pronunzia più radicale, oltre tutto o soprattutto perché non schermati dall’espressività – e dall’ordine formale che ne consegue –, e piuttosto proposti attraverso i procedimenti preformali, precipitati verbali la cui natura presemantica e la cui irriducibilità a una sintassi sembrano essere lì a significare il brutale disaggregarsi della materia, il decomporsi nei suoi elementi primari di ciò che per convenzione chiamiamo vita, la “verità” dell’esistere resa nuda e gelida e scheletrica, priva com’è dei veli che vi stendono sopra le capacità organizzatrici e le difese della coscienza. In fondo la parte data all’inconscio presso Spagnuolo non altro è se non la consapevolezza delle infinite buie gallerie soggiacenti al di là del piano ostensibile del nostro ego, e del tremore, e del ribrezzo non reprimibile – perché non esprimibile, e dunque non razionabile – che ci coglie a penetrarvi…
Lo spazio che si apre alla mente sarà ancora quello dove giocano a rincorrersi le capacità delle parole a farsi metafore, ma a un livello più profondo, queste stesse metafore sedimentano fino a mutarsi in colorazioni, in miti troppo personali, che altri ha deciso di chiamare incubi. Giacché è infatti una delle sorti del conoscere il subconscio quella che vuole che le stesse illusioni diventino, quando non vissute, un fantasma aleggiante in una parte del corpo tanto profonda da essere immateriale.

Mario Pomilio




Antonio Spagnuolo: "Misure del timore" e-book - LaRecherche -
http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=40

mercoledì 24 marzo 2010

MARIA GRAZIA GALATA'









Crystallized reviews
To the forming gorge
Speed up
Iper-boundlessing
Convulsive cyanotics
Iper-boundlessing
In order to
Neither found
Because
De centra lization
And if
Centralization
Invades
Calculation Calculation


Maria Grazia Galatà ©

Traduzione di Federica Nightingale ©

martedì 23 marzo 2010

ROSSELLA TEMPESTA








Evidente che il cielo tende a primavera.

Nonostante il suono di liuto

arrochito che ha il vento


pur essendo lattescenza di nubi

il confine dell’ombra terrosa

del nostro vulcano.


Il cielo sopra di noi

è già dentro a una nuova stagione

e non nasconde sia quella del tripudio,

tinto com’è di azzurro intenso

negli squarci sgomberati dal maltempo.


Cosa sia il tempo, chiedo,

cosa noi siamo, noi così piccoli, ignari,

chi conosca il nostro segreto


chi rida di noi



*


Seconda lettera


Poi non posso del tutto rassegnarmi,

avrò per sempre un' altra vita

e Tu, lontanissimo e presente,

in ogni volto ferirai fino all'ultimo


Ho un cuore che non si calma

che di amore non è mai sazio

E di te, ovunque, in chiunque Tu sia



*


Ma un sogno non risponde.

Per sentire la vita

ho da camminare scalza,

espiare dalle fessure il vento


che trascina mulinelli di foglie

alla tua porta.


Dalle finestre grandi è il teatro delle mille cose,

via Roma sotto un fiume di latta rovente,

San Martino roccaforte d’aria sopra un cavernoso niente


Il cerchio del golfo sembra il tuo sconforto

che con gi occhi che hai non sai più

capire l’incanto


E questa casa è la tua gabbia buia

-madre mia-

che ti chiudi nelle celle del rancore.


Madre mia amatissima che non so più chiamare



(Materdei)



*


Di certe donne in metropolitana

- nitore, disciplina, capelli bene in ordine,

forme appena accennate, occhiali a volte,

tinte neutre, abiti poco appariscenti sempre-



di certe donne

-mai una passione stravolgente, mai sbagliata

la misura, la scelta, il modo di stare al mondo-


Io non così, io di me rinnego tutto

e tutto ancora.



*


La depressione esiste.

Anzi è un verme velocissimo che va mangiando l’anima

e impasta lo sgomento e una preghiera,

lo spalancare gli occhi per chiedere alle cose di chiamare.

La macula bianca insiste, si spande

scolora ciecamente, non risponde.


Poi la mattina prende aria.

Una signora fa colazione nel giardino

i turisti scendono alla spiaggia dalle pensioni,

un altro in bicicletta ti sorpassa.

E tutto questo arriva, ti arriva nuovamente, avviene.


Telefona un amico, ti chiede se dormivi,

diresti sì, un sonno duro uno svenire.

Rispondi invece che il lavoro, il caldo…


E speri, oh speri forte

che ritorni il tuo tempo, che smetta la minaccia buia

di strepitare

“aspetto…”

sulla tua testa gialla.


Sembra malata qui l’estate

( o è la tua vista glauca )

sembra in un fuoco bianco, e ferma l’aria

si fa goccia la mattina e la sera, su tutte le cose e sulla fronte.


Il mare maleodora dalle ferite,

che sono le fogne, le bocche delle vongole a marcire.



*


Ti stringo sempre ricordando il tempo

che tu potevi mai più ritornare.



Non per soffrire, no

né per offrire altari al dolore

perché so vivere benissimo anche senza.


Ti stringo a me per gratitudine e passione,

passione al tuo sorriso, ai tuoi occhi lunghi,

venerazione alla tua pelle

di giglio delicatamente profumato.


E perché sei tornato.



*

Presta lo sguardo all'ombra,

non lasciare che passi questo tempo.


Divengo già sabbia che perdi dalle mani chiuse,

e sono quella che non hai più guardata

mentre guidavi stanco, tra i neon violazzurri.


E' questo- credi - il nostro tempo

e doveva trovarci adesso

ognuno alla sua vita, vacanti come canne al vento

vibranti una nenia che ci abitua al niente.


E' questo ritornare a vivere, ascoltare l'eco di ogni passo,

berne il suono.


Costruire un tempio



Rossella Tempesta ©




Biografia:

Rossella Tempesta è nata a Napoli. Vissuta a Terlizzi, Milano, Cattolica e Rimini attualmente risiede fra Napoli e Formia. Si occupa di Poesia e Cultura anche promuovendone la divulgazione con eventi e iniziative corali. Suoi testi e interventi appaiono sulle riviste «La Mosca di Milano», «Graphie», «ClanDestino», «AttraVerso», «Poesia», «Poeti e Poesia». Per la sua poesia ha ricevuto i premi “Dario Bellezza”, “Salvatore Quasimodo”, “Miramare Poesia”, “Hostaria dal Terzo”, “Sandro Penna”. Fra le sue opere i volumi Alla tua porta prefazione di Davide Rondoni (Walter Raffaelli, Rimini 2000) e Passaggi di Amore prefazione di Elio Pecora (Edizioni della Meridiana, Firenze 2007),L'IMPAZIENTE,Boopen Led, Napoli, 2009
Il suo sito: http://www.rossellatempesta.com/

domenica 21 marzo 2010

BENVENUTA PRIMAVERA



A. Renoir






Già sulle rive del fiume ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra fredda l'acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera.

Salvatore Quasimodo

giovedì 18 marzo 2010

HANS ULRICH TREICHEL






Albrecht Durer




Da: “Tarantella. Gedichte”


In den Bruchwiesen

Wege im Abendlicht,
die summenden Pumpen des Klärwerks,
Butterblumen am betonierten Ufer des kleinen Kanals,
verwachsene Weiden, wie mit dem Zirkel gezogen
der westfälische Horizont.

Hier gingen wir,
in der Tasche Tabakkrümel, die rostigen
Nägel, die Buckower Elegien aus der Leihbücherei,
hier gingen wir, vom Hammerschlag
der großen Städte träumend.



Nei campi paludosi

Sentieri nel crepuscolo,
le pompe ronzanti dei depuratori,
ranuncoli sulla sponda asfaltata del piccolo canale,
salici ricurvi, come dettato da un compasso
l’orizzonte vestfalico.

Qui venivamo,
nelle tasche briciole di tabacco, le unghie
rugginose, le Elegie di Buckower prese in prestito
qui venivamo, i colpi d’incudine
delle grandi città sognando.


DA: “Liebe Not. Gedichte”


Die Väter

Zuerst gehen die Väter
und lassen uns den Geruch ihrer
ledernen Schweißbänder, die gelben Häute
der Prothesen, große Siegelringe
an gedunkelten Händen.

Zuerst gehen die Väter
aus ihrem gewalttätigen Leben,
aus ihren jagenden Geschäften,
und lassen uns die steifen Hemden
und die Salzränder über
dem Herzen.





I padri

Dapprima vanno i padri
e ci lasciano l’odore dei loro
incerati di cuoio, le pelli giallastre
delle protesi, grandi anelli con sigillo
sulle mani imbrunite.

Dapprima vanno i padri
dalle loro vite brutali,
dai loro affari avidi,
e ci lasciano camicie inamidate
ed orli salini
sul cuore.

Als wär es mein Leben

Schreibe nachts keine Briefe,
bei keinem Licht, in kein Land.
Und der rasende Fahrstuhl erschreckt
mich nicht mehr, seit der Schlaf
mich ans Fallen gewöhnt.

Im Abendlicht leuchtet von nun an
auf alle Zeiten mein gelber Balkon.
Salzige Wiesen, zerstochene Hügel,
ihr erschreckt mich nicht mehr.

Als wär es mein Leben,
schließ ich die Fenster, esse
Brot, spare Strom.





Come se fosse la mia vita

Di notte non scrivo lettere,
qualunque sia la luce, ovunque io sia.
E non mi spaventa più l’ascensore
vertiginoso, da quando il sonno
mi abituò alla caduta.

Nella luce dell’ora tarda ancora brilla
per sempre il mio balcone ambrato.
Campi salmastri, tumuli bucherellati
non mi spaventate più.

Come se fosse la mia vita,
chiudo le finestre, vivo di
pane, risparmio energia.



Letzte Rettung

So weit, so gut.
Nun ist sie da, die große Flut,
in der wir einsam stehn und schrein:
auch diese Welt muß untergehen.

Nicht heute, aber bald.
Ein schwacher Trost, daß du mir
in die Achseln hauchst: Was uns nicht
umbringt, macht uns kalt.





Ultima salvezza

Fin qui, tutto bene
Ma ora è qui, il grande diluvio,
in cui soli siamo e gridiamo:
anche questo mondo deve affondare.

Non oggi, ma presto.
Una magra consolazione che tu mi
soffi nelle ascelle: quel che non ci
uccide, ci raggela.





DA: “Seit Tagen kein Wunder. Gedichte”


Drei Lieder über den Schnee


I

Schnee, den ich loben will,
der die Bäume in weiße Wolken
verwandelt, den du sammelst
wie Silber auf deine Schultern,
der die Spuren vor unseren Türen
verwischt, Schnee, der sich
opfert für dich und für mich.


II

Es ist ein Schnee gefallen
Geliebter dein Mund ist so kalt
Wenn wir beieinanderliegen
Ich weiß: wir vergehen bald

Geliebter dein Bett ist aus Eisen
Der Himmel so hoch und so leer
Es ist ein Schnee gefallen:
Ich wünsche es fiele noch mehr


III

Als die Erde verlassen war
von unseren Schritten und nur
noch Schnee fiel auf Schnee
als die Erde verlassen war
von unseren Worten und nur noch
Wind ging mit Wind als die
Erde verlassen war von unseren
Wünschen fiel auch kein Schnee
mehr ging auch kein Wind



Tre canti alla neve


I

Neve che io lodare voglio,
che gli alberi trasforma in
bianche nubi che tu raccogli
come argento sulle spalle,
che le orme dalle nostre soglie
cancella, neve che si
sacrifica per te e per me.


II

E’ caduta una distesa di neve
Amore, che bocca gelida!
Quando giacciamo insieme
Lo so: presto periamo

Amore, il tuo letto è di ferro
Il cielo così alto e spoglio
E’ caduta una distesa di neve
Ed io tanta ancora ne voglio


III

Quando la terra fu abbandonata
dai nostri passi e solo
neve cadeva su neve
quando la terra fu abbandonata
dalle nostre parole e solo più
il vento accompagnava il vento quando la
terra fu abbandonata dai nostri
desideri non cadeva più
neve non si udiva il vento



Traduzione di Roberta Mentigazzi ©

lunedì 15 marzo 2010

LOREDANA SEMANTICA








Tutto è luce bianca


Tutto è luce bianca

dalle sclere i bulbi gli occhi

lucenti le pupille

fiotti dalle palpebre

le ciglia.

Tutto è benedetto

nel silenzio esatto

dei miei sguardi è

come pianto come foglie

come aghi nella carne

come

un brivido di schianto

il tetano che avanza.


Ombre ho nel sangue


Ombre ho nel sangue

che accerchiano le valvole

onde emettono vampire

che lontane poi vicine

aggrediscono l’orecchio

sorde e vaghe come suoni

fischi assurdi come treni

in continuo labirinto

gallerie nel mio cervello

verso il centro dell’interno

per la corta giugulare poi

sprofondano nel cuore

topi in tana corde lise

trucioli di ferro da piallare

segatura del pensiero

sbriciolato tra le spire.

Cenere d’ebano nel mare.



In ogni luogo il vento


In ogni luogo il vento

arrivava col silenzio

al suo passaggio come luci

si spegnevano le voci

quasi le assorbisse dentro

ad una ad una costruendo

un’enorme scatola di vuoto.



E noi scrivevamo poesie


E noi scrivevamo poesie

mentre la morte passava col mitra

di striscio addossando la canna

la pistola alla nuca e sparando.


Sparava la mano al bersaglio

il braccio levato a centrare

il collo l’inumano il torace.


La fuga ha la calma del lupo

un lavoro da killer ben fatto

la camicia supina nel bianco

sulla strada un fantoccio di stracci.



Loredana Semantica ©


Biografia:

Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, laureata in legge. Vive e lavora a Siracusa come funzionario pubblico. E’ sposata con un medico. Ha due figli. Proviene dall’esperienza di partecipazione a gruppi poetici ed associazioni culturali nel web. Pubblica sul blog http://semantica.splinder.it

mercoledì 10 marzo 2010

VIVIANA SCARINCI


















Veglia di compleanno

le gambe allungate hanno sterrato
la strada che culmina il sogno in un nome
cinque anni e l’aurora tace ancora
in una notte infinita il responso
l’urto che confonde la distesa stellata
nella veglia più lunga

sei figlia di questa mia morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
mio coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio del seme che io sono


*


la lingua, una preghiera
messa a macerare nella saliva
e i capelli, la doma
le spalle, due colline serali
i seni, l’estuario che punta il mare
le dita, la mia statura spezzata
il mio ventre graffiato
i fianchi, la discesa al picco
le gambe, lo zodiaco
della mia intemperanza
e una piccola Circe nel cuore
che mangia il suo crogiuolo
e cresce insaputa
perché neanche Ermes
sa tutte le erbe

*

la pelle non custodia, destino
altra qualità disaffine, soppiatta
interferenza di casi, concisa
in un nonnulla di quella grana
che può non parlare sfibrata
coprirsi e ricoprirsi di un migliaio
di storie feticcio



Viviana Scarinci ©


http://vivianascarinci.wordpress.com/

lunedì 8 marzo 2010

8 MARZO - FESTA DELLA DONNA - una poesia di Gioconda Belli

Redon - Beatrice
Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la tristezza inspiegabile,
la noia o l’ansia sfrenata di rassettare questa o quella stanza,
di cucire,andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti in cui si annida una donna
che avrebbe voluto essere uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi splendenti
stelle nove…e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e mi fanno desiderare di gonfiarmi come un pallone
per contenere il Mondo, la Natura, per assorbire tutto
e stare ovunque, vivendo mille e una vita differente…
Ma devo ricordarmi che sono qui e che Continuerò ad anelare,
ad afferrare frammenti di chiarore,a cucirmi un vestito di sole,
di luna,il vestito verde color del tempo con il quale ho sognato
di vivere un giorno su Venere.
Gioconda Belli


giovedì 4 marzo 2010

UNA POESIA DI CARL SANDBURG

Edward Burne Jones











At A Window






Give me hunger,
O you gods that sit and give
The world its orders.
Give me hunger, pain and want,
Shut me out with shame and failure
From your doors of gold and fame,
Give me your shabbiest, weariest hunger!
But leave me a little love,
A voice to speak to me in the day end,
A hand to touch me in the dark room
Breaking the long loneliness.
In the dusk of day-shapes
Blurring the sunset,
One little wandering, western star
Thrust out from the changing shores of shadow.
Let me go to the window,
Watch there the day-shapes of dusk
And wait and know the coming
Of a little love.



Carl Sandburg







Alla finestra




Datemi fame,
o voi déi che sedete e date
ordini al mondo.
Datemi fame, dolore e mancanza,
chiudetemi fuori dalle vostre porte
d’oro e fama
con vergogna e fallimento,
datemi la vostra più meschina, sfinita fame!

Ma lasciatemi un po’ d’amore,
una voce che mi parli sul finire del giorno,
una mano che mi tocchi nella stanza buia
a spezzare la lunga solitudine.
Nel crepuscolo dello spettro del giorno
che offusca il tramonto,
una piccola errante stella d’occidente
che mi spinga fuori dalle mutanti rive dell’ombra.
Lasciatemi andare alla finestra,
e là guardare le figure del giorno all’imbrunire,
e aspettare, sapendo dell’arrivo di un po’ d’amore.




Traduzione di Federica Nightingale

lunedì 1 marzo 2010

RITA PACILIO

Immagine di Maria Grazia Luffarelli






Tratte da ‘Tra sbarre di tulipani’ – Lietocolle



Mi vergogno del mio cantuccio
dove consumo
una quiete servile.
Sull’anima tesso caverne di tele.
Instancabile.
Tacendo l’erba
verde che mi tocca le mani.



mani gridano l’estate.
Tra le more e i rovi.
Nuda fingo il respiro.
Ancora mi salverai?



Nella tua bocca sono contadina.
Pianto i ciclamini per l’inverno.
E dei colori
dipingo gli occhi grigi.



Le sbarre sono dentro di me.
Se non ti permetterò di uscire
quante volte ti spingerai
contro le mie viscere?



Non denuncerò di me l’assedio
e il rapimento.
Sulla mia carne intreccerò l’amore.
Perdonerò anche Dio
perché tu non pianga.



Ha gli occhi di cristallo
la mia bambola.
Inclina il capo tra le mani rosa
e nei capelli un nastro
si nasconde.
Sposta il vestito e i pizzi.
Toccami le vene calde.
Profondamente.
Dove di sera a volte ti riposi.



Muovono l’aria volatili impazziti.
Senza cantare
emettono suoni che mi evitano.
E nell’esilio rimane la mia bocca.
Fammi due carezze
dietro le sbarre.
Dammi la lunghezza
della tua carne
perché la mia tana
non è marcia.



Atterra un po’
di quel giorno
in cui il mio buio
sospirava ancora.
Portami al cimitero
con i tulipani
e le ginestre
fiorite al freddo.
Come quando ridevano
le nostre rughe amanti
della morte dell’altro.
Riposami ora la quiete
e nel silenzio di tutto
parlami di niente.



Rita Pacilio ©





Biografia


Pacilio Rita è nata a Benevento, Sociologa, oggi si occupa di Orientamento e Formazione nell’ambito dello Sviluppo delle Politiche del Lavoro e nelle progettualità della Casa Circondariale di Benevento, di Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, di Prevenzione delle dipendenze, di poesia e di musica jazz.
Scrittrice e poetessa fin dalla più tenera età ha pubblicato per la collana Il Minotauro (Edizioni Scientifiche Italiane) il suo primo volume di poesie “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; stampato nel luglio 2003 vince il Primo Premio sezione “libro edito al Concorso Nazionale “Calicantus” I Edizione indetto da “ Il Gazzettino del Tirreno” (ME anno 2005)”.
Alcune poesie edite e molte inedite sono state declamate durante serate di degustazione letteraria da attori d’eccezione come Enzo Garinei nell’anno 2004 e nello stesso anno alcune filastrocche sono state rappresentate a teatro.
Molte poesie hanno partecipato a concorsi nazionali ricevendo la segnalazione della critica e la pubblicazione in Antologie nazionali.
L’Editore Nicola Calabria (Patti, ME) il 15 settembre 2005 pubblica la Silloge Sacra “Tu che mi nutri di Amore Immenso” e il volume di poesie dal titolo “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare”.
Per i tipi editoriali di Lietocolle, “ Libriccini da collezione” collana Erato l’Editore Michelangelo Camilliti pubblica a maggio 2006 “Ciliegio Forestiero” e a giugno 2008 nella collana Aretusa “Tra sbarre di tulipani, quinto volume di poesie dell’autrice.

Nell’agosto 2006 l’autrice presenta il progetto “Parole e musica” - Jazz in versi” - Quando la parola incontra la musica – Poesia e musica jazz: contaminazioni.
Si tratta di una proposta progettuale ideata e curata dalla Pacilio che sceglie per alcune sue liriche la musica di Claudio Fasoli, noto compositore, arrangiatore, sassofonista di fama internazionale e il pianoforte di Massimo Colombo.
Gli accompagnamenti jazzistici, l’utilizzo delle improvvisazioni degli strumenti e l’educazione al suono tecnico, colto e raffinato creano la giusta atmosfera per parlare attraverso la poesia un linguaggio universale: l’emozione.
La scelta del repertorio è legata alla voglia di proiettare con immediatezza il senso profondo dell’esperienza umana e musicale della tradizione ormai consolidata del jazz moderno. C’è la sottile ricerca della poesia jazzistica capace di conciliare con arcana naturalezza swing e colloquialità di fraseggio, immaginazione musicale e intimità comunicativa. Carisma.
Ha collaborato con Pietro Condorelli, Luca Aquino, Gianluca Grasso, Gianluigi Goglia, Claudio Fasoli, Massimo Colombo, Antonello Rapuano, Giovanni Francesca, Stefano Capobianco, Corrado Aloise.
Ha seguito lezioni con Rossella Mollo, Paola Arnesano, Carlo Lomanto e masterclass con Jay Clayton, Eva Simontacchi G. Mena. Ha partecipato a manifestazioni di settore come “Sannio Fest”, “Ceppaloni jazz e blues”, “Quattro notti e più…di luna piena” “Artisticamente parlando”, Festival jazz ‘Special event’ al Doria a Milano, “Festival jazz di Torre Gaia”, ‘Ore di jazz’ al Club jazz Charleston ad Avellino, Estate a Roma 2009: “Roman’s lungo il Tevere”, Festival jazz Padova. Semifinalista Kantafestival 2009.
Rita Pacilio
Web site:

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