Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 24 febbraio 2011

V.S. GAUDIO - IL NOME DELLA QUADRUPLICE MANDRAGORA











Un poemetto di V.S. Gaudio, un viaggio surreale che spazia in territori infiniti, riferimenti vasti, a volte familiari, altre volte sconosciuti. Un viaggio onirico, un sogno, un pensiero, un filo tirato sulla Storia e sul Tempo, passato, presente, futuro. Una magia di immagini che si rincorrono creando una trama affascinante e fitta in cui perdersi può esser dolce o spaventoso.Un'affabulazione di grande respiro alla ricerca della Quadruplice Mandragora. In calce al testo le Note. Il testo è già apparso su Il Cobold, dove potrete reperire altri scritti di Gaudio.Non bisogna aver fretta, prendetevi il vostro tempo. Per voi V.S. Gaudio, nel suo stile migliore.


Nightingale











§



se la terra è una sfera,dove fuggire

perché finalmente non si debba più guatare

con orrore in una faccia d’uomo?

se fosse davvero una sfera, servendoci ad esempio

della formula H=a. tg alfa calcoleremmo l’altezza

di un monte secondo una misura sempre in difetto,

poiché la base di esso verrebbe a trovarsi sempre

più sotto

e alla sera sebbene l’acqua fosse dolce

pur ottundendo il filo dei denti

e per designare il sole qui si dica “Ugrnja”

grandi stelle baluginano fuligginose





dietro, una folata di vento

davanti, nessuna pista perché ogni

traccia è stata cancellata

tra le più desolate pietraie e i deserti

che varco instancabile con questo mantello fulvo

perché nessuno mi scorga nel mare di sabbia





fin lì io voglio che sia un disco e come tale

infinito fratello di sangue, stelo d’erba, ti amo

il tuo splendore d’acqua si effonde sopra il mio cielo

come una coppa di rugiada, una madre cui io protendo

le mani e ti accarezzo, dolce e greve, e ancora e sempre,

sempre ancora, come la donna che amo

questa coppa del cielo azzurra che spande la sua luce

dorata sul mio volto e non ho difesa e non lotto





il vento che già giunge altero e se ne va tiepido

e la giovane donna nel sole del mattino che volge la schiena

all’osservatore alla pinacoteca di Alessandria

sta la nuvola bassa e mi guarda si fa da presso il ruscello

azzurro e argento, il meriggio se ne va

il crepuscolo se ne va, la sera se ne va

piena di fuochi e canto con voce che da stagni

si fa acqua che balena azzurra

sposa del vento nella notte è la mia sposa

selvaggia, che un tempo rideva con più grazia

e come ruote che guadano torrenti in mezzo

ad acque bianche ricordo le sue natiche

mentre io seguito il mio cammino





l’ultimo segno di riferimento una piccola lastra di pietra

sopra un dorso di roccia piatto, sulla destra

dopo 50000 passi e una breve discussione sullo

scarto di errore, con una variazione di 1,12 stadi

se l’umanità riuscisse quanto prima ad annientarsi

prima che si metta a volare per appiccare più agevolmente

il fuoco dentro le città e lanciare veleno nei pozzi

durante la notte e prima che la scrittura fissi

per segni opere di poesia perenni e inutili e romanzi

di basso conio e libelli per attizzare l’odio tra

prestidigitatori truffaldini e pugilatori, tagliaborse,

ruffiani, ciarlatani e puttane

che nel migliore dei casi si tratta di poveri deficienti,

zerbinotti vanesi e tromboni privi di cervello

e ognuno è soddisfatto di sé, si atteggia a massima dignità

si inchina con cortesia, gonfia grossolanamente le

guance, gesticola, guata allocchito, schiamazza, strilla

hanno un sacco di termini questi coglioni,

esperti della vita che conoscono un numero sufficiente

di furfanterie spicciole, e caratteri in sé conclusi

che hanno finalmente disintegrato qualsiasi ideale,

maniere disinvolte, sfacciate troie e già da un pezzo

mature per la forca e il bordello

per non parlare di chi sono i grandi, politici e

oratori, principi e condottieri, che vanno strozzati

senza indugio, prima che trovino il tempo e l’occasione

di farsi il nome di Napoleone a spese di Joubert

e la notte quando il vento si fa più forte e la sabbia

diventa sempre più fina

i libri, un coltello, un pezzo di pane e l’anfora, appesa alla fune

presso che piena, l’arco e tre frecce per stare fermi nel medesimo

posto foss’anche il quattordicesimo giorno e a occidente

si levi una nuvola di polvere, leggera e dorata o una pesante

coltre di sabbia e veloci sono i loro cammelli cursori





abbiamo fatto una divertente gara di tiro con l’arco

nel pomeriggio con Masbut che conficcò nella sabbia un palo

e pose sulla cima una tazza di legno scuro

anche a 60 passi la centrarono soltanto 2 dei 4 tiratori

tra cui Geena Davis[1], inoltre io per il mio arco elastico

e in perfette condizioni a 100 passi la colpii in pieno

con la prima freccia, a 150 passi troppo lontano

forse, se non ci fosse stato il vento qualche probabilità

restava ancora solo Geena Davis urtò la tazza

con la terza freccia facendola cadere a terra

e alzò una mano nel vento, poi incoccò una freccia

scura dall’affilata punta d’argento, tese l’arco

e saettò il dardo in maniera tale che il nobile metallo

fendette come una folgore la cavità crepata

e afferrò la mia mano e disse parole gentili:

era molto lieta che arcieri di così rara valentia

percorressero il mare di sabbia, mentre i suoi compagni

avevano spostato in silenzio una tenda nera, e lei

mi domandò dentro che cosa facevamo in quel luogo

e piuttosto cosa contenesse l’Anfora d’oro, lo spirito della

quadruplice Mandragora?





e da quella volta passai ogni sera per strade e vicoli

e vidi le luci abbaglianti delle vetrine e le bettole

del vizio e della delinquenza, mille facce, diecimila facce,

centomila in questo posto in cui era sempre

autunno e le donne erano magre, i grassi bottegai

spiavano curiosi tra scaffali bisunti,

fuoco venne, morbo e guerra, e venne il dio della febbre,

con la faccia volpina,

il mazzo di frecce rosse sul petto

Weilaghiri, la città infernale





mentre la nave salpava prendendo il largo con

il vento in favore e sarebbe stata incenerita da una

pioggia di fuoco e per la prima volta avvertii la sete

si fece avanti un giovane marinaio e Jeri Ryan[2]

e prendemmo in gran fretta la via del ritorno

quando a filo dell’orizzonte ecco il sole del deserto

remoto da me, che ero balzato in piedi di scatto

in che punto incontrai Geena Davis e le raccontai delle nuvole d’ebano,

orlate d’argento, i vicoli oscuri della città, la tenda

tutta foderata di un rosso tenue, con ricchi motivi

di pampini, ricamati in oro, il principe che vede la piatta

soffice bolla di fumo sospesa sopra la città, grigia come piuma,

con venature rosse e nere





allora il nemico invase il paese,

10000 barbuti cavalieri irrompono a briglia sciolta con i

mantelli al vento, la luna si levò in volo nel velluto della notte

sospesa a metà della parete rossa di sinistra tenerezza

Geena Davis era andata verso sud-est e io stavo dentro

una pietra azzurra , tanto astrale era la notte,

vedevo ancora le sue vesti orlate dall’aurora

e il suo deretano a fare ombra sul grado 25

del cosmogramma di Ebertin attraverso lo spiazzo luminoso, vuoto

l’alba se ne va,

il meriggio se ne va,

il crepuscolo se ne va,

la sera se ne va, piena di fuochi

camminando tutta la notte

ogni cosa è nettamente brunastra e d’oro

e i neri vicoli incantati

il cammino percorso risulta maggiore

se procedo verso sud è oltremodo evidente dalle

impronte chiaramente riconoscibili

il piede di un uomo che calzava una scarpa stretta

dalla suola a belle squame e quella successiva era

l’impronta di un poderoso artiglio d’uccello

come se fosse Durka Tiskj che passa al Meridiano 117°50’ W[3]

a 10 passi dalla parete rocciosa così l’Agatodemone

tra piede e artiglio allargò le braccia: “ohò” mi fece

danzando sulla trave nella luce dorata di un

crepuscolo che se ne va,

di una sera che se ne va,

di una notte che se ne va,

e come una lucerna di rame

la luna sospesa dietro a me sulle rocce, lì, sull’orlo

del dirupo, un volto di pietra voglio scrivere in

fretta tanto che gridai “quanto dista ancora dal

Meridiano la città di Anaheim?” e il demone rispose

nel vento “Più in là, quanto basta per il mezzopunto

tra il Sole e la Luna, sino ai confini del mondo,

dove non esiste l’uomo” e si sparse maggiormente

sopra la nera balaustra sull’anatema che in un sussurro

azzannò il tempo e tutta l’umana razzaccia maledetta

come se lo strepito di ali di questo passaggio al

Meridiano una torre di sabbia facesse levare e un

cerchio vuoto cancellasse la traccia del tempo

nel meriggio che se ne va l’uccello vola a grande

altezza fino al crepuscolo che se ne va durante

la misurazione dei gradi,l’ultimo punto della Sfera

e dell’anno dove brilla la stessa Venere di Geena Davis

fino alla sera piena di fuochi dove si è ancora in vita

tuffandoci dentro la pietra cava del grembo di una madre

che delimita l’orizzonte, la sua traccia d’ombra in linea retta

con una lieve deviazione verso occidente, sul vasto altopiano

deserto col suo monotono grido nella fissità lunare

in vista della città di Weilaghiri che luminosa e unita si stende

davanti a chi la madre gli è stata rubata una volta

aperta la cancellata d’argento della porta e quando

quasi in punta di piedi per le belle strade larghe

si era inoltrata Durka Tiskj nei cortili vuoti

percorsi dal vento quasi maschera di cristallo

il suo volto è azzurro nella notte del ghiaccio

con gemiti che dalla vetta inaccessibile al margine estremo

sulla crepa successiva del tempo che correva sottile

come un capello di donna verso la sera quando è

il cuore che sbatacchia cavo e allentato e lei è

altissima sulla trave tanto da toccare il cielo,

la parete che pencola sul poeta che indietreggia attonito

tanto che si ritrova di fronte alla casa della sua

fanciullezza, sulle rive dell’Istro ora che vive tra

due errori cardinali, come se il tempo fosse una

superficie e non una linea e di giorno

la mente come un barcaiolo in un fiume

scendesse durante la notte e si aggirasse a suo talento

per tutto il campo del flusso temporale

con la sabbia del deserto durante marce sempre più

lunghe qua giù nel Sud dove abitano genti dal piede

di capra e più in alto ancora, altre, che dormono

per 6 lune e nessun uomo sa quale aspetto abbiano

questi luoghi dove sto già da un’ora seduto qua su





e tutto è in questo dettato

sull’orlo del cratere una scarpa d’argento traforata

quest’immagine che sembra originare un programma

e il programma un testo e il testo una pratica

tanto che il fantasma annuncia il ricordo che prende

all’infinito la realtà aperta dei testi

la Tavola numerica, il Viaggio sotterraneo, il Triste cavaliere,

l’Isola rocciosa, e l’antologia con lo Spirito delle acque, lo Spauracchio,

l’Anfora d’oro, l’Agatodemone e

La quadruplice mandragora




“dovrebbe essere qui”

su questa trave Durka che è inaccessibile talora

addirittura in questa vertigine in cui arrampicandoci

per lo stretto canalone la cui profondità misurava

l’ombra dello gnomone che per essere attraversato

ci vorrà un’ora anche in silenzio come è giusto che sia

nella macchina della lussuria così ben oliata che

solo a tratti zufola qualche gemito al fondo della

pagina in maniera del tutto inattesa un’amplia valle

delicata e maestosa nella calcinante calma meridiana

in cui Durka scopre la bellezza del suo nome naturale

e la rettitudine del suo soprannome

che non so se si può leggere secondo un principio di delicatezza

che come dice Barthes per Sade non è un prodotto di classe o

un attributo di civiltà[4], è una potenza di analisi e di godimento,

una mutuazione inaudita che sovverte il senso stesso del gaudir

se c’è un giallo spento che seppur di seta è pesante coltre

di sabbia nella luminosità della sera che turbina radente

il plenilunio al Meridiano di Weilaghiri





“isola sull’orizzonte, uccello di carne, ti amo

il tuo splendore di muso e caviglia si effonde sopra di me

balza in mezzo al cielo questa linea di rugiada

io protendo le mani e ti accarezzo

un passo molto vicino all’occhio tanto che

dolce e greve la carezza di questa piegatura

che è un sentiero tracciato all’ombra un po’ sopra

il tramonto dove lungo il dorso della mano ad altezza

d’occhio sull’orizzonte c’è la groppa che semplicemente

vibra e dove non ho difesa e non lotto a 16 gradi

dopo che avendo tagliato il sole e la luce si è allontanata

tra polvere e nuvole bianche, il vento che giunge altero

e se ne va tiepido e il ruscello si fa da presso,

azzurro e lucente come se ci fosse tra vento e

natiche all’interno dell’arco solare che senza rumore

balza e mi guarda

il meriggio se ne va,

il crepuscolo se ne va,

la sera è piena di fuochi e spuntano bianche stelle

non c’è scalpitìo, né richiamo o grida in platea

o sulla strada prima di afferrare gambe e braccia,

piedi e culo, muso e dorso fino alla bisettrice

dello gnomone acqua che stagni balena azzurra in

questo golfo in cui tutto si richiude

polvere e sole, lacca di garanza cremisi e bianco

anche se per essere così verticale il buco

ha il colore rosso uccello che va fino in fondo

alla luce che sta venendo mentre io seguito il mio cammino

lanciando richiami alla sposa del vento, la mia

sposa selvaggia che ha la morsa di Grhya[5] quel che va

preso al volo e che chiama, invoca, e che

qui è come se fosse il sole di Ugrnja

questo Heimlich del volo terrestre

che solleva e tira su, nell’ora del cuore freddo del mare

facendosi spaccata al Medio Cielo

all’alba se ne va, al meriggio se ne va,

al crepuscolo se ne va, nella sera piena di fuochi

in questa Stimmung della madre che ha questo vento

troppo largo che accarezza il ventre e sudore e muso

tra aria e acqua tenera di legno discende con strepito d’ali

verticalità assoluta rubata diffrazione del silenzio

e del fondo-pagina che rovescia la robustezza del nome[6]

che è come l’anfora appesa alla fune che sciaguatta presso che piena

e l’Agatodemone che viaggia sotterraneo o vola come fa Durka

e porta una scarpa d’argento traforata, dalla punta ricurva

quando attraversa la città e non è a piedi nudi

che leva il suo grido nella fissità lunare

dei solstizi 10 gradi dopo il plenilunio che a questa latitudine

fanno più di 50000 passi con una variazione di 1,12 stadi”




V.S. Gaudio



Note:

[1] Per l’abilità di Geena Davis, l’attrice protagonista di “Thelma & Louise”, nel tiro con l’arco vedi la nota 1 in: L’assassinio del Poetosofo conferenzierie al Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino, in: Anonimo del Gaud, L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti, © 1999-2002.

[2] Jeri Ryan(22-2-1968, h 5’8”) è l’attrice, tedesca come Schmidt, che interpreta “Seven of Nine” nella serie televisiva “Star Trek-Voyager”.

[3] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim,Il passaggio di Durka Tiskj al Meridiano 117°50’ W, © 2005.

[4] Cfr. Roland Barthes, Sade II, in: R.B., Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi,Torino 1977: Il principio di delicatezza:pag. 157.

[5] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim, cit.

[6] Che è questo segno “proprio quello della donna, perché essa vi fa valere il suo essere fondandolo fuori dalla legge, che la contiene sempre, per effetto delle origini, in posizione di significante ovvero di feticcio”. E “bisogna che in questo segno ci sia un noli me tangere ben singolare perché, simile alla torpedine socratica, il suo possesso paralizzi il suo uomo al punto di farlo cadere in ciò che in lui si tradisce senza equivoco come inazione” e occorre che la lettera, del nome, “sia stata dotata della proprietà della nullibiété”: se a lei basta mantenersi immobile alla sua ombra, l’uomo,rapito questo segno, nefasto e maledetto, nella verticalità del significante o del feticcio, materializza l’istanza della morte ?(Cfr. Jacques Lacan,Il seminario su La lettera rubata, trad.it. in : J.L., La cosa freudiana, Einaudi, Torino 1972: pagg.31-40).

giovedì 17 febbraio 2011

MARINA PIZZI





Collage di Federica Nightingale



Nel leggere Marina Pizzi si scende sempre più giù,si sprofonda in un territorio basso e melmoso in cui pare ogni speranza abbia lasciato il posto ad un'orma profonda, laddove solo due dita di terra raccolgono un grido. E' palpabile il senso di morte apparente o realmente accaduta per un attimo o in una estensione ingigantita dell' essere. L'esperienza sensoriale che si attraversa in questi versi racconta il male di vivere delle persone comuni, attratte le une alle altre da un senso di sgomento e perdita di direzione, un vuoto di memoria o una accidentale disgrazia che incombe. Ma poi:

un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no


"dalla mattina alla sera voglio il giglio di poter volare", esprime un unico desiderio di gioia, alto, appagante, completo e perfetto. La sindrome di un rifiuto della vita (marchiata da una "genia del no") e una contemporanea gloria di essa, raffigurano un imponente traguardo raggiunto a tentoni, con fatica senza eguali. E' uno sforzo, una corsa con pesi alle caviglie la poesia della Pizzi. Niente lascia pensare ai gigli delicati in cui sogna un riscatto, eppure, nei tratti di buia malinconia si intravedono i petali bianchi del grande salto verso una luce possibile. Ciò che rende umani i suoi versi, nel rovesciarsi totale dell'animo, nei suoi abissi, sondati con la forza della ricerca di un segno che resti, e sopravviva.


Federica Galetto













un giorno finisce il tragico s’inerpica
nella palude sciatta del mio corpo.
in realtà il tempo è un forsennato addio
una credenza con le formiche e le briciole
di quando c’era la spesa di una vita.
oggi mi appoggio all’eremo del buio
alla marina sirena delle regie del sale
perché la pendola è ferma da un mare d’anni
la noia piena di salute senza resistenze.
si stenta invece verso la fenice d’alba
questo abituro che assassina il futuro
dentro le scosse di singhiozzi e ceppi.
la terra è chiusa da sicari sicuri
nessuna pietà ospita la lena
di captare oasi la merenda infante.
così clemente è l’ora di guardarti
dentro la darsena della luna piena
alambicco di cristallo il tuo respiro.
piango assai quando qualunque impegno
mi precipita nel legno della cassa
appena morta forse. se ieri volli la regia del sasso
oggi il canestro è il desiderio più lungo.




§



adesso vorrei piangere un pochino
sulle assurdità che scrivo per liberare
la panchina che mi aspetta vecchia.
stralunare l’ulivo in una reggia
il cipresso in una lancia di voto
per raggiungere la gerarchia del cielo.
è invece limpido solo il sudario
per le strofe che piangono poema
dentro le giare dell’eclisse.
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.




§



cuore di fuga raggio di malessere
questa bravata d’ansia che rincorre
le cicatrici ataviche del giusto.
in palio al gerundio di resistenza
sta la parata d’ascia che vuole uccidere
financo le gestanze del deserto.
attrice di vendetta la cometa
simula dio con la vestale accanto
così per murare l’ossatura
della finestra fiduciosa amante.
in rotta con le genie delle bellezze
si rompe il sangue che fraziona guerra
la zona sempre apolide del senso.
sì ho voglia di pulire il cielo
dalla vaghezza tragica del verbo
nella giunzione con l’altare fatuo.




§


il museo del giorno comune
quando dal fatuo del rimedio
si pinza la foto ad asciugare
a ricordo d’eccezione
svaghi mistici il sollecito dell’abaco.



§



in vaghe acque trascino ciò che avvisto
la nomenclatura delle stelle blasfeme
queste cicale orride ripetenti
con le rovine dense di fanghiglia.
io genero la viltà che mi troneggia
da dietro lo zuccherino del sonnifero
che mi dà la cheta del risparmio di luce.
martirio di conchiglie il brecciolino
quando si gioca a divorare l’antro
con risultati blasfemi financo i miti.
l’arringa della voce è dar di frottole
sotto ponti che non reggono le volte
né le cautele che si dicono bambinaie



Marina Pizzi
da "Soqquadri del pane vieto"


Biografia:

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.
Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008), “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010);
***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web:
"La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”, “Il cantiere delle parvenze”; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"];
***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. *****
[Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio, Michele Marinelli, Emilia De Simoni, Linh Dinh, Laura Modigliani, Bianca Madeccia, Eugenio Rebecchi, Anila Resuli, Luca Rossato, Roberto Bertoni, Maeba Sciutti, Luigi Metropoli, Francesca Matteoni, Salvo Capestro, Fernanda Ferraresso, Flavio Almerighi, Dino Ignani, Gianluca Gigliozzi, Natàlia Castaldi, Stefano Guglielmin].
***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del litblog collettivo "La poesia e lo spirito", collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. *****
Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.
Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia:


http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte
http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi
http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero

giovedì 10 febbraio 2011

FIORELLA D'ERRICO





Katia Chausheva




*


Se non dormi, scrivi.
O prega: il corpo si piega nello stesso modo.
Ti alzi, lasci il letto - riprendi i nodi che trascini
normalmente al ventre.
Hai paura. Anche stanotte.











*


Mi riconosco un fondo
dopo aver navigato lungo acque di calma
e di tempeste, ora che disegno a terra
l'ombra di quattro fuochi.
Ogni decade un anello di fiamma
- la mia indole, la mia solitudine poi
il vento a spegnere
quindi un termine scuro
dentro il sogno.
Avere troppi anni
per capire che nulla si chiede
che nessun viso nascerà dal ventre
freddo di qualsiasi notte tu preghi.
S'alza uno strano silenzio, uno sciacquìo
intorno al saluto di chi parte
e chi il buio inghiotte.



*



Sono colpi forti di caduta
come fa il vento: un addio che non è stato detto
sulle labbra si è spento prima d'esser nato.
La solitudine è sotto, in agguato, non dispensa cicatrici ai tagli
e nulla sa sul potere delle carezze. Scivolano
come ombre screpolate alle pareti.
Ascolto sola i fruscii delle presenze andate. La tua mi resta
scolpita al ventre echeggia nelle vaste sere
dove mi aggiro con le poche scritture del mio strano sonno.




*



Il muro oltre la porta - la porta in sè
(persino il modo in cui saluto
quando entro, e il buio risponde al saluto) tutto è cambiato.
E' tanto o poco ciò che basta all'amore
per auscultarci il ventre, lasciare impronte sui cuscini?
Se pure non ci fossi mai stato, io ti ho:
nella forma del fianco.




*



C'erano labbra su quelle scale,
gli angoli avevano il volto di chi va via
o torna.
Non è mia l'ombra
che inghiotte pareti impastate con le voci
delle nostre carni.
Guarda: scava l'incavo
e mi culla pensare a te come il buio
nella caverna accesa.
Amore
il ventre mi chiudi a ricordo del tuo odore.




*



Forse sono state foglie rosse d'autunno i sogni.
Nascevano piano - dalla schiena ai piedi cadevano poi
senza un fiato, e la mano gentile a conservarne il tratto
due piccoli gambi in un cilindro d'acqua
prima che si perda
Questa mia incostante speranza
riaffiora come il verde del ramo strappato al ventre
per amore, sempre.




Fiorella D'Errico




Biografia:


Fiorella D'Errico vive e lavora a Roma. Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta "Lettere dal ventre", inedita. Suoi testi
appaiono su alcuni blog letterari: La stanza di Nightingale, Via delle Belle Donne, Blanc de ta nuque, Rosso Venexiano,
Versinvena.
Il blog personale di Fiorella è all'indirizzo http://fiorelladerrico.wordpress.com

venerdì 4 febbraio 2011

ELSE LASKER SCHUELER








http://www.poesia.it/servizi/LASKER_SCHULER.pdf



L’ultima stella

Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria,
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.




Der letzte Stern

Mein silbernes Blicken rieselt durch die Leere,
Nie ahnte ich, daß das Leben hohl sei.
Auf meinem leichtesten Strahl
Gleite ich wie über Gewebe von Luft
Die Zeit rundauf, kugelab,
Unermüdlicher tanzte nie der Tanz.
Schlangenkühl schnellt der Atem der Winde,
Säulen aus blassen Ringen sich auf
Und zerfallen wieder.
Was soll das klanglose Luftgelüste,
Dieses Schwanken unter mir,
Wenn ich über die Lende der Zeit mich drehe.
Eine sanfte Farbe ist mein Bewegen
Und doch küßte nie das frische Auftagen,
Nicht das jubelnde Blühen eines Morgen mich.
Es naht der siebente Tag –
Und noch ist das Ende nicht erschaffen.
Tropfen an Tropfen erlöschen
Und reiben sich wieder,
In den Tiefen taumeln die Wasser
Und drängen hin und stürzen erdenab.
Wilde, schimmernde Rauscharme
Schäumen auf und verlieren sich,
Und wie alles drängt und sich engt
Ins letzte Bewegen.
Kürzer atmet die Zeit
Im Schoß der Zeitlosen.
Hohle Lüfte schleichen
Und erreichen das Ende nicht,
Und ein Punkt wird mein Tanz
In der Blindnis.










O Dio

Dovunque solo più breve sonno
Nell’uomo, nel verde, nel calice del convolvolo.
Ognuno fa ritorno nel suo morto cuore.
– Vorrei che il mondo fosse ancora un bambino –
E a me sapesse raccontare dal primo respiro.
Prima era una grande devozione per il cielo,
Le stelle si mettevano a leggere la Bibbia.
Potessi una volta prendere la mano di Dio
O vedere la luna al suo dito.
O Dio, Dio, come ti sono lontana io!




O Gott

Überall nur kurzer Schlaf
Im Mensch, im Grün, im Kelch der Winde.
Jeder kehrt in sein totes Herz heim.
– Ich wollt die Welt wär noch ein Kind –
Und wüßte mir vom ersten Atem zu erzählen.
Früher war eine große Frömmigkeit am Himmel,
Gaben sich die Sterne die Bibel zu lesen.
Könnte ich einmal Gottes Hand fassen
Oder den Mond an seinem Finger sehn.
O Gott, o Gott, wie weit bin ich von dir!




Sono triste

I tuoi baci fanno buio, sulla mia bocca.
Io non ti sono più cara.

E come giungesti –!
Azzurro di paradiso;

Alla tua più dolce fonte
Il mio cuore faceva il giocoliere.

Ora lo voglio truccare
Come le puttane il rosa
Appassito dei fianchi di rosso.

I nostri occhi sono socchiusi,
Come un cielo morente –

La luna è invecchiata.
La notte non si sveglia più.

Tu non ti ricordi di me.
Dove me ne andrò con questo cuore?




Ich bin traurig

Deine Küsse dunkeln, auf meinem Mund.
Du hast mich nicht mehr lieb.

Und wie du kamst –!
Blau vor Paradies;

Um deinen süßesten Brunnen
Gaukelte mein Herz.

Nun will ich es schminken,
Wie die Freudenmädchen
Die welke Rose ihrer Lende röten.

Unsere Augen sind halb geschlossen,
Wie sterbende Himmel –

Alt ist der Mond geworden.
Die Nacht wird nicht mehr wach.

Du erinnerst dich meiner kaum.
Wo soll ich mit meinem Herzen hin?













Il mio popolo

La roccia è fradicia
Da cui sgorgo
E i miei inni innalzo a Dio…
All’improvviso cado a precipizio dal corso
E fluisco in me
Lontano, sola sopra lamentosa pietra
Verso il mare.

Mi sono scorsa
Dal mosto-fermentato
Del mio sangue.
E ancora, ancora l’eco
In me,
Quando orribile verso oriente
La roccia d’ossa fradice,
Il mio popolo,
Grida a Dio.




Mein Volk

Der Fels wird morsch,
Dem ich entspringe
Und meine Gotteslieder singe…
Jäh stürz ich vom Weg
Und riesele ganz in mir
Fernab, allein über Klagegestein
Dem Meer zu.

Hab mich so abgeströmt
Von meines Blutes
Mostvergorenheit.
Und immer, immer noch der Widerhall
In mir,
Wenn schauerlich gen Ost
Das morsche Felsgebein,
Mein Volk,
Zu Gott schreit.




Il mio piano azzurro

A casa ho un piano azzurro,
Ma note non conosco.

Sta all’ombra della porta della cantina
Da quando il mondo è perduto.

Lo suonano quattro mani di stelle
– La Donnaluna cantava nella barca –
Ora danzano i ratti nel cigolio.

Rotta è la tastiera…
Io piango l’azzurra morta.

Ah, caro angelo, aprimi
– Il pane amaro ho mangiato –
Nonostante il divieto
A me viva la porta del cielo.





Mein blaues Klavier

Ich habe zu Hause ein blaues Klavier
Und kenne doch keine Note.

Es steht im Dunkel der Kellertür,
Seitdem die Welt verrohte.

Es spielen Sternenhände vier
– Die Mondfrau sang im Boote –
Nun tanzen die Ratten im Geklirr.

Zerbrochen ist die Klaviatür
Ich beweine die blaue Tote.

Ach liebe Engel öffnet mir
– Ich aß vom bitteren Brote –
Mir lebend schon die Himmelstür –
Auch wider dem Verbote.
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