HERTA MUELLER - PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2009

EMILY DICKINSON

THE STORM - a poem by Katherine Mansfield

ALEXANDRA PETROVA E ALESSANDRO ASSIRI - GALETER - MONTICHIARI

TIZIANA CERA ROSCO

CLAUDIA RUGGERI letta da Irene Leo

Questa poetessa leccese straordinaria, morta suicida a soli 29 anni, è un esempio eclatante di quanto le voci poetiche italiane siano forti, potenti, senza vincoli di spazio e tempo. La propongo in video-poesia con la promessa di pubblicarla qui al più presto, proponendo altri testi che ci ha lasciato.E ce ne ha lasciati pochi, ma incisivi e sorprendenti.

giovedì 19 novembre 2009

SEBASTIANO ADERNO' VINCITORE PREMIO "OSSI DI SEPPIA"

Foto di Marco Boldrini ©






Sebastiano Adernò è stato dichiarato vincitore assoluto del Premio di Poesia "Ossi di seppia" organizzato a Taggia vicino a Sanremo. Fra i giurati Davide Rondoni. Un'antologia con più testi dei primi quattro classificati verrà realizzata e distribuita in più di 500 biblioteche nazionali. In omaggio a Sebastiano, al quale faccio i migliori auguri per il suo futuro letterario e non, vi propongo alcuni suoi testi. Incisivi, come è la sua penna.









[INVETTIVA CONTRO COLORO]



non sei soluzione ma principio diluito,

annacquato equinozio non sostenibile

almeno per quest'anno

che la rimessa degli sguardi scucitisi

trova lungo il perimetro della casa circondariale

proprio lì, nel carcere stazione di ricchezza minerale

umano fossile e naturale antitesi di quell'albero

e dei suoi modi di avere spalle

per ogni ramo come volontà unica

conficcata alla nuca,

e giù per la schiena a difendere vene e sistemi

vasi linfatici dove ogni foglia s'assume a variabile

d'infinite geometrie,

e s'intinge di verde,

nuovo contro la tua ossidata geografia

di pensiero da starnuto, da prigioniero,

da polvere rimasta chiusa nei tuoi concetti

e accumulata nel tuo ergastolo scontato

in quell'unico spiraglio di pregiudizio

da cui scruti il mondo






[MALO DESTINO]



sei contorno

cosa di poco conto

che s'accompagna al cavallo lento

stanco delle insegne

che arrivò tardi alla battaglia,

quel giorno quando l'indovino

tracciò sulla sabbia

un sistema di tendini

maledicendo due volte

che per l'infiammazione dei tuoi figli

non sarebbe bastata l'incubatrice

e la loro fame avrebbe trovato

sempre capezzoli asciutti
e la notte seguente non fu meglio

ma pur sempre a favore di un'incisione

sulla ghiandola del sogno,

sette millimetri bastarono

per contrarre il futuro e la sua smorfia

per vedere le brigate di dio sull'attenti

su una lingua muscolare

e i distratti al macello

appesi per le narici

alla puzza del dissenso
ti fu chiaro allora

che per dispetti della mente

la vita si sarebbe sfilata

dal midollo anello dopo anello

succhiata fine dalle labbra

giù fino al mento unto






[CADUCITA']



quel dirsi che non trattiene,

né promette

è un disastro avvolto nel panno
e sembra già cosa

così abbondante

avere ancora voce

per stirare tutti

i perfetti angoli di un saluto
così di quei no a non permettere

punirne la mano colpevole,

la scogliera dei denti,

la collezione di cristalli

dalla certa instabilità prospettica,

miraggio:come dentro un sapore

incedere di gusto

in quel tuo nome

che è un passo di tango
ma anche questa notte

si trattiene sulla fronte

è mappa del rimpianto

e le cose non rispondono

sono rotte, distratte

e confabulano sul filare

accusandoci di appassire




Sebastiano Adernò ©

lunedì 16 novembre 2009

HO STRETTO I CORDONI DI UNA BORSA LISA

Ho stretto i cordoni di una borsa lisa
Le rimagliature
scopo terapeutico
dell’ossatura incrinata
allargano il dolore

Per te che rifiuto non senti

un morso al primo destino esaurito
sanguina

Ritrai gli artigli dall’ottica desolata

poi mento e ti cerco
nel dissentire

Mi è estranea questa paura di
abbraccio
e tanto mi rende esausta
Anche se covo l’istinto
del cervo nel tornare a volare

Fra i ceppi


Federica Nightingale ©

video

venerdì 13 novembre 2009

PASQUALE VITAGLIANO

Balthus - The patience

*Nota di lettura*



Qui ci si perde in atmosfere dismesse e sottotono. Le intemperie dell’esistenza traspaiono solo, non diventano mai davvero protagoniste delle vicende umane e i toni si inseguono in un alternarsi di bianchi e neri in rivalsa l’uno sull’altro; cominciano, per poi terminare alla luce del riscatto emotivo.
I termini usati nelle poesie di Pasquale Vitagliano riportano ad una semplicità essenziale eppure colma di eventi sotterranei, leit motiv di un crogiolo d’attenzioni a minimi sussulti di banale o vuoti temporanei.
Non ci sono ampi margini di respiro nelle idee macerate in queste parole; lo stile asciutto e scarno esalta la vera origine del pensiero riportandone fedelmente ogni variazione, rendendo possibile al lettore l’avvicinarsi ad esse a diversi livelli di approfondimento personale.
La rappresentazione della realtà è una linea guida verso cui l’autore è rivolto, ma è nello stesso tempo una forma asettica per dire o non dire, constatare o disprezzare, amare o fallire. Un approccio semplice, preludio di una lettura più complessa, che non tradisce nè nei suoi strati più superficiali né in quelli al di sotto della scorza.





Federica Nightingale










Il cibo senza nome



Questa casa non ha odore,
non dico il sugo, la frittura,
il calore, che sarebbe kitch;
dico che non si sentono passi
dietro i tavoli, sulle tovaglie,
sopra i divani, fuori delle stanze.
Non posso dire la differenza, come
gli inglesi, tra casa e casa, perché
camere e cucina non siano solo mattoni,
intonaco e cellofan, ma anche terra,
ventre e fame che si sazia alla fine
della vita sui muri fino ad annerirli
e a farli puzzare delle nostre giornate.
E invece questa casa è una rimessa,
i cartoni, le scatole di cibo senza nome
al posto dei libri sugli scaffali dismessi,
le foto senza alcun luogo, i quadri senza
soggetto, la polvere che ti mangia tutto.
Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.







Il disprezzo





Non è affatto calmo questo caos,
rifluisce alla sua natura di intemperie,
di disordine che non si lascia a freno,
che si porta come calce nei palmi.
Non è cinematograficamente corretta
questa inconsolabile lotta contro il petto,
senza alcun motivo musicale, amputata
di ogni colonna sonora che ti batteva
nella testa, ed ora sprofonda sorda nel ricordo.
L’ hai presa da dietro la voglia di farla finita,
un’eclissi carnale che ti spegne come la terra
messa a tappeto da un siderale sole notturno
che rimbomba come uno sparo in una camera chiusa.





A biliardo




Ho giocato con te
come su un panno verde,
fino a strapparlo
con la stecca
che colpiva la palla rossa
numero tre
che non andava in buca,
ma balzava di sponda
in sponda come
una frusta nera
che batte pazza la terra.








Pasquale Vitagliano ©







Biografia:




Pasquale Vitagliano (Lecce 1965) vive e lavora a Terlizzi (BA). Gior­nalista ed editor per riviste locali e nazionali. Già presente in diverse Antologie di LietoColle, ha scritto per Lapoesiaelospirito, Italialibri, Na­zione Indiana. Ha scritto "Amnesie amniotiche", LietoColle Libri, Collana “Erato”, 2009.

martedì 10 novembre 2009

SYLVIA PLATH

Waterhouse - Ophelia



I'M VERTICAL



I’m vertical
But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them--
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.








SONO VERTICALE



Sono verticale
Ma vorrei piuttosto essere orizzontale.
Non sono un albero con le radici nella terra
A succhiare minerali e amore materno
Così che ogni Marzo che viene io possa luccicare in una foglia,
e nemmeno sono la bellezza di un’aiuola del giardino
ad attrarre la meraviglia d’essere dipinta in modo spettacolare,
inconsapevole che dovrò presto perdere i petali.

Paragonato a me, un albero è immortale
E la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e io è la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra che voglio

Stanotte, nell’infinitesimale luce delle stelle,
gli alberi e i fiori hanno sparso il loro fresco profumo.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro pare accorgersene.
Talvolta penso che mentre dormo
forse rassomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Mi riesce più naturale stare sdraiata.
Così il cielo ed io siamo in conversazione aperta,
e sarò utile quando rimarrò stesa per sempre:
allora forse gli alberi mi toccheranno per una volta,
e i fiori avranno tempo per me.



Sylvia Plath ©


Traduzione di Federica Nightingale ©

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

giovedì 5 novembre 2009

MIRELLA CRAPANZANO

Foto di Federica Nightingale ©






Decodifiche


decodificami l’inverso
posso sgretolare il fondo
di un cielo in una tazza - capire
il segno che tramuta le fughe in vento
i numeri di varchi aperti
alle risposte - le percezioni
senza sesso e lingue
lasciate al sole a disseccare
angoli di pietra le braccia aperte
esposte alle allegorie del tempo
- i ritorni degli insetti -
e il sentire retroverso al gusto
ai nodi che il mare ostina a sigillare
non ho riparo nei crocicchi
mi riconsegna ad acque e legature
la certezza del dubbio rivelato
dentro ascensioni
e la sutura al corpo di un’assenza


***


Apocalipta


una lettura - la visione di viscere - e
poco rimane delle nostre storie esplose
scorie sotto la costa - corpi
di parvenza sacra - insoluti al cielo
inesplicabili
muti motori
ai passaggi di comete
si sciolgono chiese come buchi
erode il centro -lo sgomento -
si presenta al nulla
nero
impeccabile
refrattario alle spirali
sarà questo il nostro patto di polsi
dal caos alle lenzuola
- ricontare ad una ad una
tracce di vita - ricaderci tra le braccia
lanciare la semenza in alto
spaventare i corvi




***


Anamnesi


- a volte in simulazione di fragilità
il corpo all’angolo oscilla pendolo tra la veggenza e il disarmo -
ciò che avviene ai confini
ama il rosso cangiante delle vette
e l’inchiostro del sangue alle guerre
la camicia imbrattata e la distanza
da un qualsiasi cielo alla tua retina
le bocche spalancate - i morti camminano su acque -
le memorie per strade i fiori di grecale
da nord est - le scacchiere scarlatte
su possibili futuri - in pilastri
sotto ponti e sorrisi di venere
ciò che avviene ai confini
è un prodigio affisso su architravi
immune alle asole di storia ai suoni ruscelli
al taglio di luce scisso tra ore e secoli
come corni squillanti al ritorno dei bambini
- invisibili al nero - a ricomporre il verbo




***


Ophelia


alle porte rincasava anonima
straniata ai volti - a simmetrie lontane
dai suoi polsi lei - collinare
al dispiegarsi delle ombre - muoveva
appena i fuochi con i fianchi
gli occhi dilatati all’erta
dai soliti stereotipi - i diluvi universali
l’invasione di formiche su piazze
contaminate dai rumori - sotto ai letti
a un centimetro di pelle dagli umani
rincasati - loro sì ai riti quotidiani
- folle - dicevano
una luna nera
l’epidermide abbassata al battere di segni
come un soffio dalla fine - indolente
al doppio andare della morte
dolce l’afonia dell’acqua al suo richiamo mugolare
quando attraversava la materia - senza ali
negli ignoti
insonne
alle simulazioni del proscenio
al salto
Sottovento
ti rimango estrema
ultima svolta sulla mano
una parabola di silenzio
la nostalgia
fuori da ogni sguardo
la luce s’approssima
a una rincorsa contro il tempo
uno spiraglio che mi spoglia
della forma del buio
una - O - perfetta
sulle labbra
una scorciatoia all’alba
e io lì stesa tra le tue dita
in breve
riconto cartilagini e ossa
sottovento
Di passaggio
le scorciatoie assottigliano
mentre do in affido le ragioni
si spellano facciate - nottetempo -
segrete al compimento
lì ritrovo l’odore dell’estate
che declina il viola ai nodi
delle barche e muove
il legno nell’esilio delle anse
ai seni colmi di campane
dove sotto sfinisce
il mare
sequenze del come
all’amo espia la bocca
un’altra sponda del vorrei
che incespica le braccia - si conclude
vaga - richiamo muto
a destinazioni passeggere








Mirella Crapanzano ©








Biografia:






Mirella Crapanzano è nata ad Agrigento nel 1959. Ha studiato Letteratura e Filosofia, ma la sua curiosità e la ricerca di stimoli nuovi l’hanno portata a conoscere una realtà nuova che si chiama Damanhur, un’eco-società basata su valori etici e spirituali, situata nella zona del Canavese, in provincia di Torino, dove attualmente vive.Appassionata d’arte, pittura, musica e poesia, è titolare d’una azienda di tessuti in seta e complementi d'arredo che dipinge a mano, utilizzando antiche tecniche. Si occupa di allestimenti scenografici e collabora con Teatrolila della rete internazionale di donne nel teatro The Magdalena Project.

lunedì 2 novembre 2009

NEL PENSARTI OLTRE I NAVIGLI (ad Alda Merini)

Foto di Klaus Wickrath ©






Nel pensarti oltre i Navigli


vedrei speso quel giorno


a incorniciare sgomento


nelle parole di arranco precluso


alle folle




Nel pensarti vedrei


le dolenti mosse allo specchio


con l’amore a traboccare via


giù per le strade




E ti ricordo nei ritratti


che mai si videro


ma sentendosi alti gridarono


alle generazioni di ogni parte




Vieni vicino


e parlami senza i denti stretti


una volta e poi ancora




Nei frangenti ricostruiti


delle tribolazioni famose








Federica Nightingale ©