Traducendo Einsamkeit

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SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

lunedì 11 gennaio 2016

Il pettirosso


Un ramo oscillava nel vuoto tra la finestra e l’aria di vetro. In giardino le matasse di neve si rincorrevano in tondo, coprendo le aiuole, i vasi, il prato. Silenzio. Un passero cantava, un altro beccava il mangime dalla mangiatoia colma di fiocchi d’avena, uvette, frutta fresca, noci, arachidi e nocciole, semi di girasole e mais. Quanta crudeltà nelle ombre dell’inverno parevano lamentare gli uccelli; eppure, ricamando eleganti percorsi aerei, giungevano fin sul mio davanzale come signorine pronte a rifarsi il belletto, così trepidanti e gioiosi, spinti dalla vitalità contagiosa che il freddo dona, ammiccando al mio essere imperfetto dietro il vetro. Di certo non conoscevano i miei pensieri, anche se talvolta pareva il contrario, e se io annuivo allora muovevano il capino verso destra; se invece scuotevo la testa iniziavano a ruotarlo prima a destra e poi a sinistra, puntando gli occhietti rotondi verso di me. Molte volte un pettirosso (sarà stato sempre lo stesso? A me pareva di si ma non ne ero sicura) dal petto rosso e gonfio si intrufolava nella calca della mangiatoia a caccia di semi di girasole di cui era visibilmente ghiotto. Un giorno si fermò sul davanzale e, fissandomi con insistenza, immobile come una statua di sale, mi indusse la tentazione di aprire la finestra per prenderlo fra le mani. Non mi era consentito aprire la finestra, dunque le tentazioni erano due; dalla prima, se avessi ceduto, avrei guadagnato un rimprovero, dalla seconda un ulteriore rimprovero e una punizione che sarebbe durata un lungo periodo di tempo (calcolando il tempo residuo non avrei penato troppo, riflettei). Mi passai la mano sulla testa e sentendo sulle dita il loro pizzicore pensai che i capelli mi stavano ricrescendo. Questo fatto mi diede una sorta di gioia solida e duratura, un soffio di caldo tepore che mi pervase benevolmente e mi convinse. Credetti addirittura di essere felice. Aprii la finestra lentamente, certa fino all’ultimo che l’uccellino sarebbe volato via spaventato; ma quando i vetri ormai spalancati iniziarono a riflettere la neve del giardino e i rami spogli dell’albero, il pettirosso non si mosse e si lasciò prendere. Una volta nella mia mano adagiò la testolina sul mio pollice, tutto tremante. Richiusi la finestra e andai a letto mentre l’infermiera appoggiata allo stipite della porta della mia stanza, le braccia conserte, sorrideva guardandomi. E non mi fu dato alcun rimprovero. Meno male, dissi io fra me e me. In quel freddo giorno di gennaio, il pettirosso rimase accanto a me. E quando io lasciai il corpo anch’esso volò via, aprendomi la strada. Attraversò il vetro e io con lui, seguendolo in cielo.

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