Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 30 settembre 2010

FEDERICA GALETTO





Collage Digitale di Federica Nightingale ©





Forse è perchè tu hai così tanto freddo
Forse è perchè le tue braccia
ancora pendono
sul mio capo tiepido e pesante
Questa non è una curva
Questo non è un anello
Forse questo è il tuo tocco
che mi fa respirare così profondamente
nell'età oscura del riposo


May be because you are so cold
May be because your arms still hang
on my warm, heavy head
This is not a curve
This is not a ring
May be this is your touch
that makes me breath so deeply
in the dark age of the rest


Federica Galetto ©

BEATRIX POTTER








martedì 28 settembre 2010

JOHN BARNIE - LA FORESTA SOTTO IL MARE








Collana Goldfinch - poesia gallese contemporanea
JOHN BARNIE, La foresta sotto il mare
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-34-1
pp. 126, € 12,00
http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=45






Artista camaleontico, con uno spiccato interesse per la fotografia e le arti visive, John Barnie è poeta, narratore, saggista e ha suonato la chitarra in numerose band di blues & poetry. Kolibris ha già pubblicato la sua raccolta poetica Tumulto in cielo, il romanzo in versi Ghiaccio, e sta preparando la pubblicazione dell’antologia di poesie scelte Gigli di mare. E presenta ora La sua più recente raccolta La foresta sotto il mare. Già soltanto i titoli di queste opere sintetizzano il movimento della poesia di John Barnie, il suo ampio, ambizioso raggio d’azione: dal cielo in tumulto, in cui attraverso una serie di incidenti, spesso minimi, reali o immaginari, storici o biblici, il poeta ritraccia l’intero percorso del genere umano, con tutte le ansie e le contraddizioni, le energie e le pulsioni che ne hanno determinano l’evoluzione, o involuzione; al ghiaccio che ricopre la Terra in un ipotetico futuro non lontano, seguito allo scioglimento dei ghiacci determinato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte dell’essere umano, condannato a vivere sotto terra, in tribù ridotte a lottare le une contro le altre in virtù di una stentata sopravvivenza. Nella Foresta sotto il mare John Barnie è di nuovo sulle tracce delle radici dell’umano, e Dio, assente in Ghiaccio, “Vecchio Burlone” pavido in Trouble in Heaven, torna, altrettanto improbabile ed evanescente, a osservare in disparte, nascosto o soltanto vagamente immaginato in lieve speranza. E il poeta continua la sua ricerca, stavolta armato di lente d’ingrandimento, tra le meraviglie in sordina del mondo naturale, tra le laboriose vite degli insetti e il travaglio dell’umano che barcolla tra le miserie del quotidiano e la minaccia della morte, tra la ben misera vittoria della sopraffazione sulla natura e le sue creature più indifese e l’inerme abbandono al proprio auto inflitto destino. Il poeta segue le tracce della vita, accoglie il rimbalzo dello sguardo sullo specchio fragile di una bellezza sempre minacciata. Coglie ciò che dell’integrità dell’origine riaffiora, come quei resti di radici e di tronchi, quegli anelli di corteccia testimoni di un mondo concentrico e complementare che altrove ancora respira: la foresta sotto il mare. La natura sommersa, assieme all’ipotesi di una città che in essa viveva e prosperava, svanita, così come gli abitanti di Banda in Ghiaccio. Alla poesia Barnie sembra perciò chiedere molto, ovvero di colmare come può il vuoto, la separazione tra l’uomo e sé stesso, tra l’uomo e la propria origine, (s)radicata in ciò che resta di un territorio vergine, sussurrata dal calice schiuso dei fiori, allusa nel ronzìo sommesso degli insetti, sfiorata nel canto fluttuante degli uccelli, che paiono sempre farsi tramite tra l’uomo e il proprio remoto desiderio d’infinito, tra la gravità dell’essere e l’ansia mai sopita del volo. L’immersione nel piccolo, nel minuscolo, nel nascosto è dunque riavvicinamento al buio dell’origine, è svanimento dell’umano in funzione di una nuova nascita, è riappropriazione e radicamento nella terra, sia essa cosparsa d’erba alta o di fango, sia essa trampolino di fuga o banchina d’approdo. È il corpo che “si sveglia” e invita il cervello: “Facciamoci un drink, mio tormentato amico.”

Chiara De Luca




No Going Back


There’s the statue to the Dignity of Man
toppled over and a hand pointing up through
brambles, and the rotting watchtower with its tannoy’d
voice singing, I did it my way; toadstools

push their heads through needles on the forest floor
like folk tales jumped out of the books;
so there was something to it, though we’ll never find
the witch and the gingerbread house now.


Senza ritorno


C’è una statua alla Dignità dell’Uomo
rovesciata la cui mano indica in alto tra i
rovi, e la torre di guardia in rovina con la voce dell’auto-
parlante che canta, Feci a modo mio; funghi velenosi

spingono le teste tra gli aghi sul fondo della foresta come
racconti popolari saltati fuori dai libri;
così c’era qualcosa che portava lì, anche se non troveremo
mai la strega e la casa di pan di zenzero ora.



Spider Crabs


If I can climb
over the backs of my brothers and sisters
to the hands manhandling this cage

I’ll tear them to red confetti
for a blood wedding;

pity is a word thrown overboard by Noah;
It tasted good,

said the lips of the shark.


Granchi ragno


Se riuscirò ad arrampicarmi
al di sopra delle spalle di fratelli e sorelle
fino alle mani che manipolano questa gabbia

le strapperò facendone confetti rossi
per un matrimonio di sangue;

pietà è una parola che fu
gettata in mare da Noè;
era buona,

dissero le labbra dello squalo.

giovedì 23 settembre 2010

V.S GAUDIO





Anke Merzbach






da: Le Tavole d’amore di Rorschach
La Stimmung con Antonio Spagnuolo
per la sua 79a rivoluzione solare[1]


▪[Per i quadarari nel gergo ammašcânte, il solleone, il 21 luglio, è ‘u justrusu vrušènte. C’è qualche motivo solare se “vrùa”, il “grano”, il “frumento” o “contenuto del campo”,sia in qualche modo la radice di “vrušènte”, “che brucia”; “vrišowu” non può che essere “oro”.Per questo “justra”, che è archetipo sostantivo di “justrusu”, “giorno”, è “lira”, “soldo”. C’è una verità archetipica:”vr”, da cui “vrnoti” e anche “vrj”, in sanscrito, è lo schema verbale di “circondare”, “scegliere”, “selezionare”, “amare”. ‘Ndu justrusu vrušènte, allumarunu ‘a muccusa: Antonio Spagnuolo, V.S.Gaudio, Ernest Hemingway, e rupu: Beppe Grillo, Bruno Ganz, Robin Williams e Charlotte Gainsbourg.]▪


Forse scivola ancora il numero
ma nelle Tavole di Rorschach
non ci sono sere per tendere varianti
né una falda del cigno o l’Angelus
civettuolo della sera, in questo nostro mese
nell’unghia l’estate dobbiamo spostare
per tirar fuori ferite indifferenti
o tornare agli anni della luna
con un taglio in fondo alla stanza
a trafugare la riga del nome

ci fosse stata nella I tavola
una bocca di coccodrillo con il suo occhio
che è un colpo di scena o quantomeno ha in sé
l’essenza solare dell’acacia
per lasciar passare D , Dd come risposta
di dettaglio raro, là dove c’erano glicini
o soltanto orme, scansioni, segni
che restano sospesi nel quaderno di un’ora

e nella VI tavola, oh , là c’è
una farfalla che tra D e F
va a finire che per quella piccolissima sporgenza
una testa di serpente venga ad annunciare
la calma dell’insonnia, i travasi dell’orizzonte
o anche i bottoni del meriggio
ma allora sono zampe di un animale che corre,
forse pure una testa di lumaca ancor meglio che l’altra
è gioia costringere i sogni a farsi
nube corrosiva o farfalla controluce
se è vero che vibrano segreti
che cos’è allora che si fa avido come un ragno
se non quello che nella IX tavola
tra cascata e sole, un cannone e una tartaruga
e qualche inganno, l’enigma da schermo in monocordio
l’eco variopinta per la lingua
sai cosa c’è dentro il lampo di luglio
la carne, la ventura, i clamori
un ditirambo stanco di cantare
una melodia impaziente
alfabeti con cui declinare lo spazio delle ginocchia
beccare le cosce intanto che l’altalena
o la malinconia all’improvviso sussurra
un poema impunito che non piega
l’ombra delle sue lunghe gambe, non è
ancora quello il ritmo, né impaziente né attardato
c’è sempre qualcosa del tipo M più intensivo
che estensivo con questa affettività così culturale
e un po’ depressiva questa malinconia climaterica
le mille intemperie della mente
gli intermezzi delle memorie dov’è che forse scivola
ancora il numero fino a scomporre
quasi ad ottunderlo il passato più recente
negli anni della luna, c’è davvero l’Angelus civettuolo
della sera a luglio sullo sfondo il candore delle cosce,
i castighi, i silenzi, le lenti ormai ingiallite
con cui scrutiamo archetipi sostantivi
e con un sussulto lo schema verbale come i suoi fianchi
ribalta la gabbia ove più nulla ha suoni o soffi senza velo

in fondo alla stanza tra l’altalena
che è la scrittura improvvisa del pendolo
l’estate ha ritmi di schiena e di polvere,
tra danza e tenerezze compiante
luglio, lo sai, affonda nella rete del mattino
ferite brevettate, profumi a nodi, prima di
moltiplicare la luce che già a trenta gradi
dall’alba ha la fretta del respiro per la declinazione
sempre alta che simula la solitudine che due ore
innanzi è istantanea e immobile come il silenzio
è questo il momento in cui l’esistenza scivola
fra cancelli domestici, tentiamo indifferenze
per capire il respiro di tante notti inquiete
quando la piega dell’ombra che ha le sue lunghe
gambe ha l’inquietudine di un nome
troppe volte reciso
a luglio in questo cielo che rimane sempre
all’alba puoi scomporre la nostalgia dei gabbiani,
le trasparenze dell’orizzonte, saccheggiare
con un taglio i sintémi del tuo oggetto a
perché è allora che il fotogramma si fa immobile
mentre precipiti a riempire
il mondo che sparisce,
non è, vedi, la III tavola in cui
l’inverno segna passi e sorrisi
e accumula presagi nelle impronte
per spiegare nei versi gli intermezzi della storia

ci fossero state più forma (F) che M motus
un motus partis parvae (Mp) e non un motus rei(Mr)
a luglio la forma color (FC)
e allora la I tavola è una farfalla,
la II due orsi che ballano,
la III due uomini che ballano,
la IV un pipistrello
e la V proprio ancora come una farfalla
in modo che tutto sia Ban (Banale)
e tutto A, risposte a contenuto animale,
tanto che così fatto il test
te ne saresti davvero andato a trafiggere
nel cielo alcuni azzurri pastello
anche se quel ragno della III tavola
segna passi e sorrisi dell’inverno
che è speculare a luglio, come se fosse
una sua latitudine dell’emisfero meridionale
l’Angelus civettuolo della sera
sullo sfondo il candore delle cosce
i castighi, i silenzi, le lenti ormai ingiallite

(…)

sarà per questo che potrebbe essere il reattivo con figure
di nuvole di Stern[2]dentro il lampo della rivoluzione solare
a penetrare, a graffiare la carne, la ventura, i clamori,
leggera flessibilità tra forma e reale,
di qua il disegno più intuitivo
di là quello più enumerativo in sillabe qualsiasi
lasciando il tempo aggrovigliato
da un angolo di periferia
faremo le due catene sagittali sinistre,
nel reattivo miocinetico di Mira y Lopez[3]
tanto che centreremo un’egocipeta sull’eclittica
come se fosse in pieno inverno in reversione,
ogni nostro zig zag corrisponderà alla torsione
assiale dell’orizzonte, laggiù a sceverare le sue deviazioni
assiali da giuntura a giuntura nel profondo
fino a che dopo la pioggia che adesso arriva
spesso a luglio disegno sul confine della scogliera
seminuda la sua toppa a scacchiera
selvaggia spegne il coltello delle tue,
delle nostre parole
V.S. Gaudio -
[Delta del Saraceno, 19-20 luglio 2010]
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[1]I testi di Antonio Spagnuolo soggetti alla Stimmung sono: Tavole di Rorschach, Portofranco 1997 e Dieci poesie d’amore, Altri Termini 1987.
[2]Cfr. W. Stern, Cloud pictures: a new method for testing imagination, “Charact. and Person.” n.6, 1937. Si tratta del metodo costitutivo delle nuvole di Stern, che critica il Rorschach perché utilizza macchie a contorno troppo ben definito e figure simmetriche.
[3]Il metodo miocinetico di Mira y Lopez(cfr. E. Mira, Myokinetic psychodiagnosis, “Proc. Roy. Soc. Med.”n.33, 1940) è stato oggetto di molti lavori in America del sud in cui è molto utilizzato.




V.S. Gaudio ©

martedì 21 settembre 2010

lunedì 20 settembre 2010

JOHN KEATS






Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eaves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease;
For Summer has o’erbrimm’d their clammy cells.

Stagione di nebbie e di matura fecondità,
amica fidata del cuore del maturante sole;
che cospiri con lui per caricare e benedire
di frutti le viti che intorno alle grondaie corrono;
per piegare sotto le mele i muschiosi alberi della capanna,
e colmare tutti i frutti di maturità fino al torsolo,
per gonfiare la zucca, e arrotondare i gusci delle nocciuole
con un dolce nòcciolo; per dare vita ad altri
e ancora altri, più tardivi fiori per le api,
finché esse possano pensare che i giorni tiepidi non finiranno mai,
perché l' Estate ha colmato fino all’orlo le loro ricche celle

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drowsed with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twinèd flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings, hours by hours.

Chi non t’ ha veduto spesso fra la tua abbondanza?
Talvolta chiunque va fuori in cerca può trovar
te a sedere senza pensieri su d’ un’ aia,
i tuoi capelli mollemente sollevati dal soffio del vento;
o su un solco mietuto, mezzo addormentato,
assopito dai fumi dei papaveri, mentre il tuo falcetto
risparmia il prossimo mannello, e tutti i suoi fiori intrecciati
e talvolta come uno spigolatore tu tieni
fermo il tuo capo carico attraversando un ruscello;
o presso un torchio da sidro, con sguardo paziente,
tu osservi gli ultimi trasudamenti per ore ed ore.


Where are the songs of Spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too,—
While barrèd clouds bloom the soft-dying day
And touch the stubble-plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river-sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The redbreast whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.

Dove sono i canti della Primavera? Sì, dove sono?
Non pensare ad essi; tu possiedi la tua musica,
mentre nuvole a banchi fioriscono il giorno che lento muore,
e fanno i piani di stoppie di una rosea tinta;
allora in lamentoso coro i moscerini gemono
tra i salici del fiume, portati in alto
o affondano, come il lieve vento vive o muore;
e adulti agnelli belano a lungo di là della collina;
siepi di grilli cantano; ed ora con voce sommessa
il pettirosso canta dal recinto d’un giardino;
e le rondini si raccolgono trillando nei cieli.


John Keats

Traduzione di Federica Galetto ©

venerdì 17 settembre 2010

PREMIO LORENZO MONTANO 24esima EDIZ.- PAOLA CASULLI





Annie Louisa Swinnerton



Premio di Poesia Lorenzo Montano
V e n t i q u a t t r e s i m a E d i z i o n e

XXIV Edizione (2010) - Esiti del premio Una poesia inedita

La Giuria del Premio ha deciso altresì di menzionare alcuni autori, per le opere particolarmente interessanti che hanno presentato:
Giovanni Ariola, In città; Giuseppe Barreca, La carovana delle malinconie; Marco Bellini, Nella fodera dello schermo; Dario Benzi, L’apparire; Davide Antonino Burgio, Per un attimo; Stefano Cappelletti, Allogeno al vento; Maria Grazia Carraroli, Pelle di luna; Paola Casulli, Ciò che non resta; Luigi Emanuele D’Isernia, Sciamani; Valeria Ferraro, Codice; Renata Morresi, Monologo della tavola; Eugenio Nastasi, Mercoledì delle ceneri; Luisa Pianzola, Coltivazione del deserto; Margherita Rimi, Questa doveva essere la casa; Chiara Rolandi, Come le cose si lascino premere; Clara Serra, La nebbia si stacca sfrangiandosi; Liliana Tedeschi Libera, La perfezione inusitata del silenzio; Simone Turco, Lento eone; Giuseppe Vetromile, Obbligo di catene a bordo; Giovanna Vizzari, Questo amarvi infaticabilmente, alla rinfusa; Liliana Zinetti, Risuonino i rami, le gaure.






Ciò che non resta - METAMORFOSI DI UN ALBRATOS –

Non escludo di essere morto.
Benché ci sia terra nelle fessure dei miei tasti
suono ancora musica
tento di soverchiare il fetore del pensiero.
Scavo e ammasso pietre.
Per chi, per cosa? Non ho memoria
Si dissolvono nel cavo della mano,
corrose lentamente dal mare,
queste rughe camuse.

Avanzo
sulla rena
A fatica i lombi inseguono l’onda
La battigia è muscolo più forte
ad accogliere il flutto
Ostentare la forza è gridare nudi,
agli albatri, folli di salde ragioni, ammaliati superstiti,
di non porsi sulla tolda
ad attendere l’incombente mortalità.

Sotto la pelle s’agita la luce
Rigenerata anima o Fenice
Non hai peso che di uomo libero
Non hai sangue che l’oceano invidi
Sudario che foglia non ricopra
Rotea di nudità sfera, di carne rendici
A redimerci dalla grazia
Che ci incide al vangelo che tace.

Corpi sospesi
S’incrociano spettri di nudità smarriti
Sotto i piedi un’improvvisa calma
squarcia l’aria fredda
Non c’è nessuno ad accogliere
il tutt’ Uno
Nessun guardiano giunge da riva
a trasportare il nostro goffo ventre gravido
di umori e vermi
sulle spiagge
affollate di maree.

Nuvoloso giunge solo il Dolore
Acqueo, colui che con mani sicure
raccoglie i morti artritici
all’imbocco del sonno.
Burrasca improvvisa di crimini e condanne
tregua e opaco groviglio di perdoni
attraversa la vallata
dove anche i lupi attendono
e gli aironi si asciugano dalle piume
la gratitudine dei grandi laghi
e persino i dodici siedono tranquilli:
uccidono lo stupore
che tremolava sotto la lama, dopo che da pescatori
divennero martiri.


Paola Casulli ©

sabato 11 settembre 2010

DOPO MEZZANOTTE - AFTER MIDNIGHT

 





collage digitale di Federica Nightingale
Posted by Picasa

giovedì 9 settembre 2010

SEBASTIANO A. PATANE'






F.C. Cowper





Com’è fatta una poetessa…


Com’è fatta una poetessa? Con tutti quegli occhi
che non si vedono, quei cuori nascosti dietro le parole
ed una reflex per cellula sempre in posizione…

E’ sostanza rarefatta sui gradini della sera
e compensa l’umano nei primitivi suoni

Senza riparo lungo la bufera, quindi,
una poetessa è sola!
"come le pizie cumane
io canto il dolore di tutti" (Alda Merini)

ed io che parlo con te, quindi, sono solo anch’io…
e poeta…!
e noi, noi…
quale sostanza ci avvinghia, dunque?
Di che amore è fatto il disprezzo d’ogni libertà
schiavi come siamo di noi, di te e di me
che da fuori della porta ci bussiamo inuditi?

*

Alabastro e rame?
No, carne sopravvissuta alla stanchezza senza più
coltelli a punta dura che aprono parole e sottoparole
fino all’estinzione.
Muro di sensi e filtro d’armonie come abete sulla neve
e cielo nel tramonto. Passa dietro al costone e guarda giù
dove la somma è soltanto un piccolo
frammento di poesia, e canta senza voce né spartito

l’inquietudine…

*

(Sarà un altro scampolo di cielo, di quell’
azzurro che non c‘è? oppure una collina con
testa di capra e di leone? )

Il ricordo, il ricordo spegne e accende ogni sospiro
la caldera della mente zolfo e rosa
rigida zampogna di luminosi suoni e flaccido tamburo

Abisso e cuore, embrione statico, salta la sponda
dell’ultima parola ferma nella congiunzione…
si muove labirinto, si muove…

*

Richiama i canti col muovere le dita
la poetessa, vive gli emisferi nei bicchieri
di rosso in equilibrio col pulsare della sete
e la donna? spesso, dimentica di esserlo
tra gli intonaci spagnoli del suo andirivieni

Non cerca meraviglie o argenti ma arcani
seppur minori, nel groviglio di parole
tra lucine di microonde e risciacqui ammorbidenti…

Com’è fatta una poetessa?








Carne mia


Guardi. Io ti guardo che t’avvampi
seno di terra e acqua. Vaso

Sotto la gonna i sensi radunati

Preso d’assalto afferro il tono, a mez-
zocielo quasi volessi disgregare
le misure e il fondo

Dimmi. Ti dico t’amo giglio e carne
mia








# 2 del ricordo

Acerba mela la tua bocca fino a tarda sera.

Sulla rotta delle cicogne i tetti del riposo
e sentivamo il polso della terra respirare ancora
dopo il lungo abbraccio e giorni e giorni
a cercare nel frastuono di una lacrima
dove scartato il profano rimaneva amore
preso nella rete dei soliti gesti. Gradino
di sole appena sciolto nella calce
delle strade di campagna
fra l’obliquo segno delle spine
ed il rosso rotto delle arance,
fra una gobba e l’altra dell’ultima passione,
in un sospiro perso tra i ciuffi delle canne.

Adesso il treno passa e fa rumore



Sebastiano A. Patanè ©




Biografia:

Nota

Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”
Presente in diverse riviste ed antologie del periodo, abbandonò la scrittura e cominciò a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più.

martedì 7 settembre 2010

SCHUMANN - EICHENDORFF LIEBERKREIS OP 39 - "MONDNACHT"





Rober Schumann
Liederkreis op 39
Tenor - Werner Güra
Piano - Jan Schultsz


Josef von Eichendorff
Mondnacht

Es war, als hätt' der Himmel
Die Erde still geküsst,
Dass sie im Blütenschimmer
Von ihm nun träumen müsst.

Die Luft ging durch die Felder,
Die Ähren wogten sacht,
Es rauschten leis' die Wälder,
So sternklar war die Nacht.

Und meine Seele spannte
Weit ihre Flügel aus,
Flog durch die stillen Lande,
Als flöge sie nach Haus.


Moon-Night
It was as if the sky
Had quietly kissed the earth,
So that in a shower of blossoms
She must only dream of him.

The breeze wafted through the fields,
The ears of corn waved gently,
The forests rustled faintly,
So sparkling clear was the night.

And my soul stretched
its wings out far,
Flew through the still lands,
as if it were flying home.



Notte di luna

Era come se il cielo
Avesse baciato silenziosamente la terra,
così che in una cascata di fiori
dovesse solamente sognar di lui.
L’aria incedeva attraverso i campi,
Le spighe di granturco ondeggiavano dolcemente,
Le foreste vagamente frusciavano,
così chiara e brillante era la notte.
E l’anima mia allungava
Le sue ali lontano,
volava attraverso terre silenti,
come stesse volando verso casa.



Traduzione di Federica Galetto

lunedì 6 settembre 2010

LUIGI DIEGO ELENA






Anke Merzbach



Solo per il solo


In basso questa scala ad imbuto connette ogni passaggio varco
gonfia di consumati sassi e gramigna solo per il solo muro di vento.
Cieco ed acuto il sordo al suo bastone lega il fido cane randagio
l’uno guarda l’altro tra le mani in pace senza essere padrone osservato.
Scorrere di ritorni con le orme corrimano un irreprensibile pappagallo
di risapute cose sempre nuove come la fine del cielo ad interrogare il silenzio.
Chi si sporge nei bisbigli molti ne emana a persiane chiuse non agli occhi
né alle unghie prue nei salotti d’angolo sazio gatto effusioni al riparo.
Un gomitolo di specchi molti passaggi e la notte di gesso accanto.
Che si guardano.


Luigi Diego Elena ©

domenica 5 settembre 2010

ARSENIJ TARKOVSKIJ





Giovanni Boldini







L'uomo ha un corpo solo,
solo come la solitudine.
L'anima è stanca
di questo involucro senza connessure,
fatto d'orecchi e d'occhi,
quattro soldi di grandezza
e di pelle, cicatrice su cicatrice,
tirata sulle ossa.
Dalla cornea vola dunque via
nel pozzo spalancato del cielo,
sulla ruota di ghiaccio,
sulle ali d'un uccello,
e sente dalle inferriate
della sua vivente prigione
il sussurrare dei boschi e dei campi,
il rombo dei sette mari.
Senza corpo l'anima si vergogna,
come un corpo svestito.
Né pensieri né azione né progetti né scritti,
un enigma senza soluzione.
Chi ritorna sui suoi passi
dopo aver ballato sul palco
dove nessuno ballò?
E sogno io un'anima diversa,
in una nuova veste,
che arde passando dal timore alla speranza
come fiamma che s'alimenta nell'alcool,
priva d'ombra,
che vaghi per la terra
lasciando a suo ricordo, sul tavolo,
un lillà.
Corri, bambino,
non piangere sulla misera Euridice.
Con la tua piccola asta,
per le vie del mondo,
sospingi ancora il tuo cerchio di rame.
Anche se udibile
solo per un piccolo quarto,
in risposta ad ogni tuo passo,
allegra ed asciutta,
la Terra ti mormora nelle orecchie.

Arsenij Tarkovskij

sabato 4 settembre 2010

LETICIA AUSTRIA






Edmund Tarbell







Leticia Austria, ex suora cattolica, scrive versi delicatissimi. Un soffio di rara eleganza e bellezza pervade i suoi testi. Appassionata di lingua e cultura italiana, molti i riferimenti nella sua Poesia rivolti alla nostra terra. E' una poetessa fuori dalle righe contemporanee, una gemma da portare sul cuore.

F. Galetto






PASSEGGIATA (I)


Walk with me.
The path beckons, winking in the dawn-light,
And the pines' drowsy whisperings call us
To quiet joy. The sun through the branches
Welcomes our like hearts with perceptive arms
Limpid with the memory of darkness.
Now is our moment of peace. We are led
On this narrow way through familiar lands
Defined in my mind; for I have mapped out
All my memories in these woods and fields;
Each blade and limb and stone has its country,
And all sing to me of God's sure blessing.
Could He begrudge me your dear company,
Poignant and wistful as the rain lily
I pressed among words of silent longing?
You are here, beloved, bright in my heart,
Mine alone for this all-too-fleeting joy,
This, my moment of highest fulfillment:
My spirit and yours, walking together
Hand in hand.



Cammina con me.
Il sentiero accenna, ammiccando nella luce dell’alba,
E il sussurrare sonnolento dei pini ci chiama
Ad acquietare la gioia. Il sole fra i rami
Accoglie i nostri cuori con braccia perspicaci
Limpido con la memoria del buio.
Ora è il nostro momento di pace. Siamo condotti
Su questa stretta via attraverso terre familiari
Definite nella mia mente; perché ho mappato
Tutti i miei ricordi in questi boschi e campi;
Ogni filo d’erba e ramo e pietra ha la sua patria,
E tutto canta a me della certa benedizione di Dio.
Potrebbe Lui invidiarmi la tua cara compagnia,
commovente e malinconica come il giglio selvatico
da me pressato fra le parole di desiderio silente?
Tu sei qui, adorato, radioso nel mio cuore,
il mio solo per tutta questa troppo fuggevole gioia,
Questo, il mio momento di maggiore appagamento:
Il mio spirito ed il tuo, a camminare insieme
Mano nella mano.






PASSEGGIATA (II)
I wonder how the wind feels where you are,
How slowly move the clouds over the trees;
If raindrops have the same pattered footstep
That spots the path winding before me here.
What are the boughs that nod above your head?
Do they smell of past suns cleansed by heaven?
Do they weep slow tears on your opened palm,
Mourning your solitude, though you may not?
Listen to the wind; it perhaps can tell
What I cannot. See how loath are the clouds
To leave your presence; they know my longing.
Let the raindrops lead you to where I am,
Walking lonely among these weeping pines,
Wondering if you wonder as I do. 






Mi domando come il vento avverta dove tu sei,
come lentamente muova le nubi sugli alberi;
Se le gocce di pioggia hanno lo stesso picchiettio del passo
Che macchia il sentiero tortuoso che qui mi precede.
Cosa sono i ramoscelli che fanno un cenno sul tuo capo?
Profumano di passati soli ripuliti dal paradiso?
Piangono lente lacrime sul tuo palmo aperto,
portando il lutto per la tua solitudine, benché tu non possa?
Ascolta il vento; esso può dire forse
Cosa io non posso. Vedi quanto restie sono le nubi
A lasciare la tua presenza; esse conoscono il mio desiderio.
Lascia che le gocce di pioggia ti conducano dove io sono,
camminando solitaria fra questi pini lamentosi,
domandandomi se anche tu come me ti domandi.



Leticia Austria ©

Traduzione di Federica Galetto




Biografia:
Leticia Austria vive a San Antonio, Texas.
Dopo aver lavorato per 25 anni come insegnante d'opera, 15 dei quali al Huston Grand Opera, Leticia segue la vocazione ad una vita contemplativa e vive felicemente per due anni e quattro mesi in un Monastero Cattolico. Lo abbandona nel 2006 con dispiacere, lasciando il velo, per vivere con i genitori, aiutando sua madre a prendersi cura del padre. Riscoperta la passione dell'infanzia per la Poesia inizia nuovamente a scrivere e alcuni suoi testi vengono pubblicati su alcune riviste letterarie americane.
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