Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

lunedì 27 luglio 2009

UMBERTO PIERSANTI

John Ottis Adams - In Poppyland, 1901










Al sole di gennaio



Al sole di gennaio cresce la margherita

a branchi fitti al sole di gennaio

mai così intenso,

il fiore più tenace e non lo piega il gelo

o la brina che fa bianchi i campi nel dicembre,

anche la neve folta non lo schianta,

la margherita attende tra i suoi petali lunghi

rinserrata

il più pallido raggio

che appena increspi quella gelida coltre

che l’avvolge,

non ti sorprenda allora il prato verde

se di bianco avvampa,

ma ti sgomenta il fiore piccolino,

quella punta d’azzurro lieve come il nome

che al ricordo invita, solo a marzo vien fuori,

tra l’erbe chiare, e la malva poi,

anche più tarda,

splende tra foglie secche e le cartacce

assurda nel gennaio malato e assurdo


strana stagione, anche tu Jacopo a vent’anni

pieghi sull’altalena le lunghe braccia,

gli occhi tuoi mansueti che non sanno

il tempo che trascorre, giorni e dolori

no, non è primavera e non è inverno

questo limbo tiepido e fumoso

senza il gelo che stronca erbe e fiori,

senza che dal buio fondo tornino fuori

ancora balbettavi appena “mamma”

quando viene la nube, enorme e scura,

e infradicia le rose e le insalate,

il piombo dentro i ceppi e nelle vene,

quella lunga estate che mai finiva,

il cielo quasi bianco e plasticato

le nevi d’una volta alle Cesane

ed io che ci sprofondo verso il fosso

e mi trascino avanti con le mani

poi, un brano di terra, di muschio e d’erba,

e c’era un favagello, giallo e ostinato,

stava lì luminoso sopra quel bianco.


Da “L’albero delle nebbie”, Einaudi, 2008








Mi commuove il ragazzo immortale



Mi commuove il ragazzo immortale

alla luce chiara di gennaio

ha il cammino lieve di un dio

e una femmina tenera sulla spalla.
L'ho sentito parlare con voce forte

ai ragazzi splendenti con le giubbe

e i pastrani;

si scuote ora nei capelli lunghi

e nel sorriso gli si allaccia la campagna

per lo stradino.
Anche tu sei entrato di soppiatto

insieme agli altri, con parole

ed atti già nella storia, come l'ultimo gioco.
Ma ti è ignara la meta

e il tempo che ti sovrasta.


Da “Il tempo differente”, Edizioni Salvatore Sciascia, 1974




Nel dopostoria di questi anni


è la cicoria azzurra come l'aria

quando l'agosto trasmuta

nel settembre sul parabrezza

prima della pioggia

i passeri levatisi dai rovi di polvere

ingrigiti i cirri oscuri a stormi

e brevi voli seguitarono
ci fu un tempo gentile

al Catria salivamo per i daini

in un decennio mitico e lontano

ricordo ch'era attorno al '68

ancora era d'amore la tempesta di volti chiari

in sogno ed in rivolta
dentro quel sogno forse sono nati

mimavano la morte con le dita anche a Bologna

dietro i funerali agli assassini neri

somiglianti
noi che sognammo un mondo più gentile

persi com'eravamo nella lotta

è tornata a morire la pietà
lo dissi forte
il groppo della gola rise tirato,

aveva il volto assurdo

i picchiatelli sono punk nostrani
che vestono di stracci e collanine
però firmati Fiorucci o da Garcia
parlano solo in risi e gridolini

abbozzano parole sui vestiti
anche allora settembre ritornava

la guazza sui cornioli alle cesane

stesi sull'erba cantavamo contessa

l'amore lo facevamo dentro il fieno
aspettando l'alba del Grand Anno

quello che iniziava la nuov'era
l'Ardizio chiaro stampato sulla rada

l'estate che moriva come sempre

per gli ultimi bagnanti sulle spiagge

per noi settembre non era che il preludio

come il chiaro pacato innanzi il giorno
più tardi con il rosso delle macchie

quello violastro del pruno nei fossi

lo scotano che sopra ogni altro avvampa

mi staccai dai compagni dalle case deserte

prese poi dagli studenti con le rame di quercia

sopra i coppi il sambuco che sbatte contro il vento

in due scappavamo alla storia

e volevamo tornare ad essere soli

l'uomo-la donna nel verde giardino
con te estranea al tempo che rammento

ripasso la vicenda

schianto gli arbusti della macchia

guardo nel dopostoria di questi anni

il frutto lungo dello spino bianco.


Da “Nascere nel ‘40”, Shakespeare Company, 1981


Umberto Piersanti ©
Biografia:


Umberto Piersanti è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città insegna Sociologia della Letteratura.
Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta- Roma, 1974), L'urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel '40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002), L'albero delle nebbie (Einaudi, Torino, 2008) che ha vinto i seguenti premi: Premio Pavese Città di Chieri, Premio San Pellegrino, Premio Giovanni Pascoli, Premio Tronto, Premio Mario Luzi, Premio Alfonso Gatto, Premio Città di Marineo. Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l'antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo.
Umberto Piersanti è anche autore di tre romanzi, L'uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L'estate dell'altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001) e Olimpo (Avagliano, 2006), di due opere di critica - L'ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d'ombra (Cappelli, Bologna, 1989). Umberto Piersanti è anche autore di tre romanzi, L'uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L'estate dell'altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001) e Olimpo (Avagliano, 2006), di due opere di critica - L'ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d'ombra (Cappelli, Bologna, 1989).

venerdì 24 luglio 2009

MARIANGELA GUALTIERI

Mariangela Gualtieri - Foto dal web












Stavo su costoni di mondi slegata da

tutte le radici solo fatta di un ridere largo

tutta larga io stessa e un niente popolava

di sopra e di sotto un niente di dentro

vagante acqueo con movimento di sbando

ma poi l'occhio è nato facendo colori

coi nomi e tutta luce tutta luce quando

ho toccato la sua natura calda e bagnata

e ho rotto le acque di sotto nel grande schianto

schizzavo su un tavolo di pietra

sotto pareti con file di piastrelle e

odore di una vecchia che tirando tirando aiutava.

Mamma, ti ho fatta di colpo e grande

fra le sponde di legno e lo specchio somigliante

e piena di latte fatta parlante

e pettinata e ho fatto anche me con piccoli pugni

il dormire il crescere e tutte le parole.

(Mariangela Gualtieri, Fuoco centrale e altre poesie per il teatro,Einaudi 2003)



*



Se la parola amore è uno straccio lurido,

se non ho altra lingua per dire cosa

amo, se l'anima adesso è un ingombro

e il ciclo un posto come un altro se dormiamo

e dormiamo

se il mio canto è schiacciato nel cantone

se il mio canto o il tuo, se il mio canto


se tutte le parole dei savi sono troppo

lente per questa corsa sui cocci, se anche

le bestie in quel loro morire bastonate

neppure si rivelano

se c'è una tosse se c'è una

tosse che incrosta il cielo

e poi lo sputa


se abbiamo nemici dentro le teste

e macchinette rotte


se la mano è scontrosa alla mano

scontrosa rompe l'onda e il ramo

rompe l'ala e il becco


se abbiamo salmi stonati

se le macerie sulle facce stanche

fanno il peso di tutta la storia


se poi nessuno viene

nessuno s'alza dal fradicio delle tombe

a consegnarci un grappolo, una tazza

un giuramento alla luce

se se se


se c'è una sete che ci ammala

se c'è un sorso per chi ha sete

se davvero davvero muove il sole

se muove il sole e l'altre stelle

se la sua gran potenza, sua gran potenza d'antico Amor,

se il nostro cuore è immenso

se il nostro cuore talvolta è immenso,

se le stelle nascono, se è vero che nascono anche adesso,

se siamo polverine allo sbaraglio, catenelle smagliate,


benedico ogni centimetro d'Amore

ogni minima scheggia d'Amore

ogni venatura o mulinello d'Amore

ogni tavolo e letto d'Amore


l'Amore benedico che d'ognuno di noi alla catena

fa carne che risplende

Amore che sei il mio destino

insegnami che tutto fallirà

se non mi inchino alla tua benedizione.

(Mariangela Gualtieri, Fuoco centrale e altre poesie per il teatro,Einaudi 2003)


*



Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,
io sono sempre cinque minuti fa,
il mio dire è fallimentare,
io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo e non lo so dire
io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,
io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,
io non ho parole pregnanti, io non ho parole
cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti,
io non ho abbastanza parole, le parole mi si
consumano, io non ho parole che svelino, io non ho
parole che puliscano, io non ho parole che riposino,
io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza
parole, mai abbastanza parole
ho solo parole correnti, ho solo parole di serie,
ho solo parole fallimentari,ho solo parole deludenti,
ho solo parole che mi deludono,
le mie parole mi deludono, sempre mi deludono,
sempre mi deludono, sempre mi mancano

io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire, io
appartengo e non lo so dire, non lo so dire,
io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire.


(Mariangela Gualtieri, da Seconda parte, in Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, Einaudi 2003)



Biografia:




Mariangela Gualtieri è nata a Cesena. Ha lavorato e lavora per il teatro. Vent’anni fa ha fondato con Cesare Ronconi il "Teatro della Valdoca", nel quale è impegnata come drammaturga e interprete. Alla sua prima raccolta di versi Antenata (Crocetti, 1992) sono seguite Fuoco Centrale e altre poesie per il teatro e Donna che non impara (Galleria Emilio Mazzoli, Modena). Ha curato la drammaturgia di Imparare è anche bruciare, opera nata dalla Scuola Europea dell'Attore diretta dal Teatro Valdoca. Nel maggio 2005 è stata protagonista, con il Teatro Valdoca, del programma di Radio Tre Rai Rumori fuori scena, a cura di Laura Palmieri, con la collaborazione di Natascia Di Baldi. Attualmente il Teatro Valdoca porta in scena lo spettacolo in tre atti Passaggio con fratello rotto, scritto dall'autrice. In preparazione, sempre per Einaudi, la raccolta dei versi inediti.

lunedì 20 luglio 2009

ANILA RESULI

Frank Von Stuck - Innocence













Dalla raccolta : Ombra silente





compreso il bacio, come intercapedine
studiata per reggere un muro, nel fiato,
così brevemente e largamente distante
da te, ché io non ebbi altro pianto, altra
casa dove far sorgere il dubbio d’esserti
anima – antitesi del corpo che brucia
e freme;
così è questo nostro pensiero
che vorticoso ci appartiene, come un
ombelico che trascina in cerchio le cose
nel nostro addome colmo di ciò che è
noi, semplicemente.


*


vedi come chiama, come traspare la lingua
alla bocca – la distanza delle nostre parole
mi sorveglia nei sogni, il buio di tutti i nervi
appartenenti al pianto. è come fossi un carillon
stroncato dalla pioggia, così interna agli ingranaggi
che appuntano la calma. più non suona.
e tu, più non guardi l’andirivieni della polvere
che sbianca continuamente il volto alle cose.


*


così com’è, su un foglio la sera, avvolgo
l’idea di te, sorpresa da tutte le cose
che mi sorvegliano come non fossi sola
dentro queste ombre. richiami l’odore
della pioggia che perpetuamente ti schiuma
nell’anima – la goccia appena scivola,
ed il vetro appena sfuma: non sei tu l’amore;
le cose ti abbandonano come ombra secca
ai piedi di un fiume, strappandosi vorticosamente
in lontananza.


*


qui stanno appuntiti i chiodi, pronti a definire
tutta una parete con le nostri parti affini –
così sono i nostri corpi appesi ai muri,
concavi perché l’anima distaccata osserva
la propria idea dell’essere ombra –
non vedi come spiaccio pure a me,
nella crocifissione del corpo che sembra mutato
senza l’anima – le cose s’ assomigliano tutte –
e mi vedo ora come trascino i piedi
come piccole statue infrangibili
per correre altrove.


*


le nostre cose parlano –
la casa, la sveglia, la luce che sfoca
sulle mensole tutte in fila a reggere zampe
e specchi – ascoltassi appena,
sapresti certo, sapresti dove muta il mio pensiero
prima del risveglio; prima che divenga
nuovamente sera.


*


la sorpresa sta nel coricarsi con la schiena
piatta sui gradini di casa, aspettandoti
– ad ogni piega
il pensiero distoglie l’esserti amante
con tutte le cose mutevoli addosso.



Anila Resuli ©





Biografia:



Anila Resuli nata in Albania nel 1981, trasferitasi in Italia nel ‘97, scrive poesie fin dai tempi dell’infanzia. Attualmente vive con il marito in provincia di Milano, dove continua gli studi di Mediazione Linguistica e Culturale, dedicandosi alla lingua cinese e alla lingua giapponese.
In ambito poetico collabora con Roberto Ceccarini sul progetto lettura di Oboe Sommerso leggendo diversi testi poetici di autori contemporanei editi e non; con Antonio Diavoli per una possibile raccolta a quattro mani e altro in ambito di audiopoesia; con Stefano Guglielmin sul sito Blanc de ta nuque per la rubrica e le traduzioni di poesia albanese contemporanea.
È citata da Maurizio Cucchi sulla rivista “Specchio” inserto de La stampa ed è presente con una ampia selezione di poesie sulla rivista Le voci della Luna marzo 2007 e una ampia selezione appare nell’antologia Nella borsa del viandante (con nota critica di Chiara De Luca, Fara Editore, 2009).
Nel 2009 fonda la casa editrice Clepsydra (e-book di poesia e fotografia, senza scopo di lucro).

venerdì 17 luglio 2009

ANTONELLA ANEDDA

Collage di Nina Farana ©









da "Notti di pace occidentale"


XIV

Benedetta tu a distanza
la più innocente tra le cose lontane
nicchia di tavolo e mela
una sfera un piano e contro l'alta fiamma del fuoco
le due forme congiunte a scavare il nitore di un vano.
Nulla in realtà ci chiama
eppure ci accostiamo agli oggetti
quasi fossero gli echi di una voce
l'annuncio indifeso di altre vite.
L'acqua nera, la sagoma del cane contro il molo.
Nessuno può dirli ricordi e fischiare davvero come allora
ma noi vediamo le tre stanze, lo scatto
di chi ancora viveva
e a un tratto gli armadi ci rimandano
un fuoco errante la stella incerta di un viso.
Nulla è compiuto nulla è ancora profondo.
C'è solo il tonfo di una calce improvvisa
e queste grida tra felci che sferzano le schiene
grida che non capiamo come accade nel buio agli inseguiti.
Alberi, corpi, folate contro i muri.
Basta un gesto: il rovescio di un gomito che spegne una candela.
Di colpo diventiamo ciò che aveva tremato.





*



da "Residenze invernali "


III


Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l'ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare


TRADUZIONE di Jamie McKendrick
In "Modern Poetry in Translation n° 15" Contemporary Italian poets
Edited by Luca Guerneri
Introduction by Roberto Galaverni
From "Residenze invernali"

III


Before supper, before the lamps warm the beds and the tree’ foliage absorbs the dark and the night’s abandoned. In the curtailed space of dusk whole season pass by unrecognized. Then the sky’s freighted with clouds and air-currents drum at brambles and stumps. A storm shadow beast against the window panes. Waters drenches the shrubs and the animals stagger over wet leaves. Pine shadows fall on the paving stones; the water’s frozen –forest water. Time stays, disperses. Suddenly in the sollemn quiet of the avenues, in the hollow fountains, in the pavilions lit up all night, the hospital has the blaze of a St Petersburg winter residence.



There’ll be a worse nightmare
half-closed between the day’s leaves
which will slam no door and the nails
hammered home when life began
will hardly bend.
There’ll be an assassin stretched out in the gallery,
his face between the sheets, the weapon at one side
Slowly the kitchen will open itself up
without the crash of broken glass
in the silence of a winter afernoon.
There’ill be no bile or bitterness, just
- for one moment- the crockery
will loom with a marine splendour.
Then will be the time to draw near, pheraps to climb up
there where the future narrows
to a shelf packet with jars,
to the cramped flight of the goose
with the melancholy of a night-time skater
who knows how in the moment
the body aligns itself with the ice
so as to turn away
and go.



*



Da "Notti di pace occidentale"

(Traduzione di A. Crowe Serrano e Riccardo Duranti)




I


Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa



I


I see from the darkness
as from the most brightly lit balcony.
The body is a hatchet: it falls on the light
pushing it in silence
to the most naked path - to the blackness
of a time that is making
in the space my feet have trampled
an extremely slow promised
land.





III

Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non é tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l'angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un'altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.




III



To find the reason in a verb
because it really isn't time yet
and we don't know whether to come running or to flee.
You fall like a December evening
over the boxes lifted on the wedge of removal
you give form to the darkness
as food flares out on the wall.
These are the nights of western peace
in their rays the anguish of biographies flies
the dark grapes of portraits, the scrolls of names.
Another stillness defends us from the side
like a sea weight in jute
folded over time, with desperation.





Biografia:



Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è nata a Roma dove vive, seppur dividendosi fra Lazio e Sardegna. Ha collaborato per varie riviste e giornali come Il Manifesto, Linea d’ombra, Nuovi Argomenti. Ha pubblicato il libro di versi "Residenze invernali"(Crocetti, Milano 1992, premio Sinisgalli opera prima, Premio Diego Valeri, Tratti poetry prize); il libro di saggi "Cosa sono gli anni" (Fazi, 1997), il libro di traduzioni e poesie "Nomi distanti" (Empiria, Roma 1998, con una nota di Franco Loi). Nel settembre 1999 è uscito il volume di poesie "Notti di pace occidentale", per la casa editrice Donzelli di Roma. Edito da Feltrinelli un libro di saggi dal titolo "La luce delle cose"(2000). E’ presente in antologie italiane e straniere.

giovedì 16 luglio 2009

LE NOTE DENTRO IL FONDO









































....C'erano le tortore appese all'aria del mattino, lungo i bordi i prati sfilavano via veloci. In un certo qual modo mi domandai perchè non riuscivo a smettere di chiacchierare con i pensieri notturni; erano ancora bianchi i suoni del corpo, immersi nel tendersi della luce che s'invaghiva di calura. I presupposti erano così ardenti da farmi pensare che solo un viaggio avrebbe potuto cambiare le cose. Ma i viaggi non erano la mia tazza di the e neppure le cose tanto lontane avevano potere su di me che prediligevo quiete ore ad osservare gli alberi e le parole, senza preoccuparmi di valigie e voli da prendere. C'era un antro delizioso fatto di mattoni e vetrate incorniciate da ferro turchese oltre le strade curve della collina. Restai a guardare.

*

There were some turtledoves hanging on the morning’s air, the meadows passed quickly along the borders. In a certain way I asked myself why I couldn’t quit to chat with the thoughts of darkness; the sounds of the body were still white, immersed in the tension of a falling in love with the heat’s light. Presuppositions were so hot to make me think that only a journey could change that status. But trips were not my cup of tea and nor the far things had power on me who preferred quiet hours spent to observe trees and words, without worrying about suitcases and flights to take. There was a lovely court made of bricks and glasses framed by a turquoise iron behind the curved roads of the hill. I stood staring.



Foto, testo e traduzione di Federica Nightingale ©

mercoledì 15 luglio 2009

ALEXANDRA PETROVA



Dipinto di Jane Corsellis






Persona cara, non conosco la tua lingua.

Una mela cade oltre le nuvole.Aspettiamo la pioggia.

Ormai per l’ennesima notte ci accompagniamo l’un l’altro.

Non ci amiamo fino a morirne, ma fino

al lavaggio delle strade,

fino al sole rivolto di profilo verso il Sud.
C’è sempre più spazio tra queste pareti; ecco che di nuovo

l’ultimo ripiano della libreria oggi si è reso trasparente,

ma il nostro legame è tanto oscuro e infido quanto

l’ortografia dello jat*;

tu hai detto una parola, io non l’ho capita, anche se

probabilmente è quella giusta.
Le tende sono strappate, le porte spalancate, una mano

è trattenuta appena nella stretta – macché…

Anche tu sei farina degli eventi, che di colpo si è sollevata;

una corrente, e nessuno che ci metta una toppa.

*jat: lettera dell’antico alfabeto slavo ecclesiastico

Da “POESIA”(dicembre 2002)


*




Ai non addetti




Andarsene da sé, nel deserto postprandiale di luglio, in giro per una città del sud, calpestando foglie e fiori sfioriti fruscianti, pennacchi marroni caduti, stami e pistilli usati. Il ricordo di un'unione trascorsa, che va in polvere. Molli gondoni accanto alle macchine, in un parcheggio abbandonato.Scivolare via da sé, in giro per le strade notturne dell’urbe, in un’estate appena cominciata e già soffocante, lungo i tunnel creati dai pini, nel verde nero delle nuvole
inchiodate sul cobalto del cielo. Estraniarsi lentamente da sé, come da qualcosa di avvenuto e definito; da sé, dalcentro, trasferendosi al confine.

La città alle quattro di mattina. Un negro impallidito. Dall’oscurità, lungo la brusca virata di un’automobile, sotto la luce abbagliante dei lampioni, gambe nude e muscolose in bilico sui tacchi.Travestiti sorridenti, colti di sorpresa, a piccoli branchi spediscono baci nell’aria.
Quando non ami nessuno, sembra strano che tu possa aver amato qualcuno prima. Non ti ricordi più com’è stato, anche se è successo poco tempo fa. L’amore gira attorno a quello stesso centro con cui ti fondi; dopo, ti ritrovi nel mondo come in una località sconosciuta, in una periferia invasa dall’erba.

Uno di loro giace sulla schiena nella via sorda, cerca invano di aggrapparsi al corpo della macchina, si rialza a fatica dall’asfalto. Sotto la luce dei fari un volto tutto insanguinato, capelli lunghi, seno superbo, tra le gambe glabre e scomposte il membro, color mattone. Un povero centauro, che tenta di compensare l’assenza di una chiarezza centripeta con la sua tragica audacia, che è la parodia di qualunque chiarezza. Dio sa che noi fabbrichiamo noi stessi in
una periferia inaccessibile all’occhio e che solo i lebbrosi e gli spavaldi sanno ammetterlo. Benché il mondo sia andato in frantumi da tempo, benché tutti sappiano tutto da tempo, tuttora in alcune città del sud ti chiedono se hai il fidanzato e se nel corso di qualche festa conversi a lungo con qualcuno che non è lui, cominciano tutti a sentirsi in imbarazzo, lo stesso “fidanzato” torna a casa sconcertato e la gente del posto ti guarda con un malcelato sorriso.

La mia città del sud, dove sono capitata qualche anno fa, possedeva una lunga storia. Già dal nome però appariva lampante la sua incongruenza con se stessa. Che rapporto aveva con quel glorioso passato? Col centro del mondo — concetto elaborato da lei stessa per la prima volta, trasformando l’universo abitato in provincia e irradiandosi in tutte le direzioni ?
Una volta era piena di giardini e di orti e anche adesso, ogni tanto, ricorda la campagna. Solo in tempi assai recenti il sindaco ha vietato di tenervi animali da cortile e uccelli, nonostante, come un tempo, raccogliessero la messe degli alberi da frutto e talvolta, alle quattro del mattino, un forsennato gallo di contrabbando emettesse il suo chicchirichì.
Il popolo che l’abitava tendeva al meticciato. La sua lingua era rozza e oscura. I suoi costumi, in gran parte, selvaggi. Il suo carattere, all’apparenza bonario, si rivelava sospettoso e chiuso.

Conquistarsi la sua fiducia pareva difficile, se non addirittura impossibile, soprattutto se non possedevi quell’arte della raccomandazione, dell’appartenenza e dell’entratura qui virtuosisticamente coltivata. Questo popolo era dotato di funzioni sessuali e digerenti assai sviluppate, soprattutto quest’ultimo aspetto era accompagnato da autentico entusiasmo e aveva un significato pressoché pannazionale.
Il primo invece era condizionato da secoli di cattolica ipocrisia. Qui la vita extrafamiliare era fondata sulla gerarchia sociale, su una lotta segreta condotta attraverso una sottile malevolenza, mai espressa direttamente, a dire il vero.

Sarebbe stato impossibile stupire i Mani con checchessia; anche se all’improvviso il Papa si fosse convertito alla religione musulmana, oppure se due elefanti, l’uno in groppa all’altro, fossero passati in volo sulla città, loro avrebbero sentenziato: già visto. I loro concetti di buon gusto, cattivo gusto, irriconoscenza, infantilismo sociale coincidevano stranamente con i nostri concetti di falsità, insincerità, ruffianeria, tradimento. I Mani sono dei finissimi psicologi, quasi a livello animale, sensuale; perciò i Rani, con la loro impetuosa semplicità, ci cascano e si lasciano abbindolare più facilmente degli altri.

Non esistono caratteri più opposti di quelli dei Rani e dei Mani. Tra loro non ci sono quasi punti di contatto (a parte i luoghi comuni e, lo ammetto, il sistema burocratico complicatissimo). Il significato della famiglia in questa città è inviolabile. Ogni anno, il ventiquattro di dicembre, loro si riuniscono e stanno a tavola fino al mattino, una portata dietro l’altra, ciascuno nella sua sconfinata famiglia, teneri coniugi traditori, nonne, bisnonne e perfino bisnonni, perché, a
differenza dei Rani, i Mani sono vitali e imperituri. In generale, la mia prima impressione fu che, nonostante i principî rivoluzionari del passato, si trattasse di una società inerte e soffocante, intenta a rincorrere la propria coda. Però, per la sua bellezza e irripetibilità, questa città non teme rivali al mondo. E così, perdendomi di vista sempre più, ho finito per amare anche i Mani. Il mio sguardo rettilineo non prendeva in considerazione tortuosità e caverne; eppure proprio in esse, talvolta, nasce la vita. Il loro cinismo ha resecato i cocuzzoli della mia magniloquenza — buona, in fin dei conti, neanche a condire l’insalata.

Il tramonto si stava diffondendo nel cielo e, in effetti, solo la sovrabbondanza d’acqua della mia città natale doveva impedire alle lacrime di scendere. Perché proprio in quel momento vidi come una pioggia improvvisa, facendo straripare
le vasche delle fontane, scorresse dalle vele tese degli ombrelli. Mentre ero impegnata a asciugarmi le guance, arrivò il mio quarantesimo compleanno. Possibile che un giorno avessi potuto dubitare di un simile avvenimento?
Ovviamente, come tutti i bambini, Al si sentiva stabilmente al centro dell’universo. Un centro dove, fra l’altro, udiva più spesso la parola “pigrizia” che il verbo “stabilirsi”, ossia un posto dove tutti sono svogliati, pigri, prigionieri. Il centro che aveva trovato spazio in Al era tuttavia alquanto misterioso: un centro segreto. Pareva che tutti si fossero messi d’accordo appositamente per far finta di niente, per non rivelare dove si trovasse esattamente. La madre era distratta, come estranea; il padre, da una parte, era gonfio di vento (proprio dalla parte delle sue ali ricurve, appena abbozzate...), dall’altra colmo di un pathos edificante che richiedeva, di tanto in tanto, di essere applicato.

La nonna...Beh, meglio lasciar perdere. Ma, visto che ormai ci siamo, è evidente che la nonna era una strega. E sebbene la chiamassero teneramente nonnina (o, meglio, sebbene lei stessa avesse deciso che dovevano chiamarla così), questo nomignolo contribuiva soltanto a smascherare ancor più la sua carne forestiera che, talvolta, luceva di una lontana, palustre azzurrità. Un’azzurrità al neon. Così luceva anche Košej l’Immortale, che appariva in un cerchio roteante in fondo al corridoio, dalla camera dei bambini al gabinetto, di corsa, no, anzi, lentamente, ansimando in
silenzio, con pause che duravano milioni di anni. (La solitudine che Al provava nel corridoio è paragonabile solo al tunnel che le sarebbe toccato percorrere al momento della morte. Ma di questo, forse, parleremo in seguito). Con la nonnina invece era in corso una guerra di nervi ai massimi livelli. Ad esempio: non accettare da lei caramelle, peggio, sputare la carne della minestra (non masticata fino in fondo, perché filamentosa) nel gabinetto, attendere nascosta
sotto il tavolo la sua apparizione e agitare su di lei la falda grigia di una bacchetta, nella quale abitava uno spirito. A questo spirito sovraintendeva la sorella, che spingeva Al a forza nella stanza buia e evocava lo spirito, agitando bruscamente la bacchetta. Ma una volta la bacchetta (dimenticata dalla sorella) come il bastone di Aronne, fu portata fuori dal suo angolo per scacciare, in un sacro soffio, il male dalla nonna, che si era appostata. Bisognava agitare su di
lei la bacchetta animata dallo spirito, spezzare i suoi incantesimi e salvare mamma e papà. Accadde proprio nella sua stanza. Ella si contrasse e cominciò a sibilare, ora avanzando, ora retrocedendo... ma l’accordo era di tacere e di non raccontare di questo a nessuno, altrimenti tutti gli esorcismi sarebbero stati inutili. Guardarla soltanto, immobile, con occhi blu blu blu. Non sono stata io, l’ha fatto un’altra bambina, Olja.

Beh, allora puniremo Olja, dov’è dov’è questa Olja, carognetta — domandarono i miei genitori. Sì, da qualche parte esisteva quest’Olja insolente, con la schiena dritta e le gambe magre di ballerina. Si comportava male, ma riusciva sempre a sottrarsi alle punizioni. Tuttavia, il corso degli eventi instaurava qualche forma di rapporto tra Al e Olja.
Quando Olja giocava i suoi brutti tiri, anche a Al rimordeva la coscienza. Forse Olja esisteva in un mondo al di là dello specchio, dall’altra parte, sul ciglio di una strada che rasentava, sia pur incidentalmente, la sfera di Al, oppure da qualche altra parte ancora. Ma era chiaro che se Olja esisteva, Al non era più soltanto Al, ma era anche Olja, seppur con i difetti causati da una fiacca tensione esistenziale. Il fatto che il centro nel quale si trovava Al a volte potesse rispecchiarsi, cambiava molte cose. Se una parte qualsiasi di Al (sia pure un riflesso) si trovava all’esterno, ne
conseguiva che Al non era più il centro. Le cose non erano uguali a se stesse. Ovviamente, non nello stesso senso di quando lei e la sorellina vestivano il gatto Dymša con gli abiti della bambola Katjuša; con la cuffietta, tutto baffuto, lui s’infuriava, ma poi veniva domato.

Nel caso del gatto Katjuša, tutto sommato era evidente che si trattava di una mascherata; Olja invece rimaneva sempre Olja, come una grandezza costante. Il centro che dà un’occhiata alla periferia cessa di essere centro, viene contaminato dall’ambiente circostante, come un fiore. Tuttavia, senza di lei esso è impensabile. Così, rifluendo l’uno nell’altra, essi si scambiano la loro massa, come una stella gigante con una nana. Nel mondo delle banali opposizioni binarie, volente o nolente, finisci col pensare al centro. Per il nostro piatto modo di pensare, la cosa più semplice ovviamente era immaginare questo centro inesistente come la metà del segmento tra due punti. Ma il segmento è un raggio e il centro il suo semiraggio. La periferia tende al centro, la forza di quest’attrazione la rende così incandescente che il calore l’aiuta a spostarsi verso il centro, inondandolo come lava. La periferia è l’ultimo margine, un precipizio, sabbie mobili.
Solo nel punto più estremo e desolato, sull’orlo dell’abisso, può nascere un nuovo, autentico centro. Nel caso delle città è possibile, ovviamente, una traslazione a latere della posizione geografica, ma nulla più. Mosca, tutto sommato, è la terza Roma, provincia di Bisanzio che, a sua volta, è provincia di Roma, provincia della civiltà etrusca.

Con la nonna invece tutto accadde così. Lei si lamentò che Al avesse agitato la bacchetta su di lei; lei (la nonna) era a malapena riuscita a schivare il colpo! La nipotina aveva alzato la mano sulla sua vecchia nonna — dichiarò la nonninanonnetta. La nipotina terribile si era rivoltata contro la sua nonnarella. Ecco che cosa le insegnavano! I genitori si consultarono brevemente e iniziarono a dare la caccia a Olja. La cercarono. Non troppo a lungo. E, come al solito, non la trovarono da nessuna parte. E poi successe una cosa terribile. La mamma si sdraiò sull’ottomana, il papà prese Al per il braccio e la mise col volto alla parete. Alle spalle di Al qualcosa scricchiolò, poi tintinnò e poi arrivò come una specie di dolore. Ossia, avrebbe dovuto essere dolore, ma Al non lo sentiva. Al, cioè io, ormai, si voltò indietro, verso la mamma che guardava dalla sua loggia la platea della stanza. La mamma contemplava tranquillamente come la cinghia danzantesollevasse folate di vento e come i nastri azzurri da lei legati ancora ieri fluttuassero dalle treccine arruffate.C’era
naturalmente qualcosa di ignominoso in quello stare in piedi col volto rivolto al muro. Il centro che si trovava in Al, cioè in me, come una luce disinnescata, si rattrappì per un istante. Sulla carta da parati crescevano fiorellini gialli e azzurri.

Io entrai in questo campo in fiore e ricordai come una volta mi avessero dato una mela. Stavo seduta su un cassettone di legno rosso in una stanza enorme, loro mi diedero una mela perché non piangessi, perché quando gli adulti gridavano o si picchiavano dopo volevano tranquilizzarmi. Mi vestivano come un orsetto e io avevo sempre caldo, forse per questo adesso ho sempre freddo.
Stavo seduta impellicciata molto in alto o, almeno, così mi pareva allora. La mela era così grande, pesante e sfericamente perfetta che mi si mozzò il fiato. Avevo capito che lo spazio è poroso, che è pieno di porte e di tasche.
Ora, finalmente, la sparizione di alcune cose si spiegava. A volte, una palla, una perlina, una parola rotolava via e non tornava mai più. Adesso, camminando nel campo in fiore, pensai che anche le persone non possono essere perenni.

“Quando muori, io sputerò sulla tua tomba e ci ballerò sopra”, disse una volta la nonnina a mia mamma. Immaginai una nonna nana danzante, che ballava sfrenata sul umido dentro cui mia madre giaceva, senza poter uscire di lì. La mamma diceva che la nonna, in realtà, era sua mamma. Mi dispiaceva che le fosse andata così male. La mia mamma era molto meglio: almeno era bella, non aveva il volto così allungato come NanoNaso e non mi voleva seppellire nella terra e saltarci sopra, perché non ne potessi uscire. Alla sola idea iniziai a soffocare. Presi a inghiottire l’aria. Il campo in fiore cominciò a ondeggiare e io caddi di piatto.

Ogni domenica io e mio padre andiamo a fare una passeggiata. Al in compagnia di un uomo lunghiiiiissimo va a fare una passeggiata. Di solito, passano sotto l’arco con l’enorme orologio. Passare oltre quell’orologio è piuttosto imbarazzante, perché esso sembra sapere (o controllare) qualcosa, e quando Al percorre quel tratto, di solito, china la testa. Poi escono sulla piazza
enorme, al centro della quale si eleva una colonna rosabordeaux. Ovviamente, si tratta della colonna più alta del mondo e, come tutto ciò che è grande, mette i brividi, soprattutto quando s’ingigantisce e s’incurva, mano a mano che tu t’avvicini, cosicché a volte tocca girarsi, per non correre pericoli. Sul suo piedistallo hanno luogo i giochi di Al. Girare intorno alla colonna molte volte in un senso e poi nell’altro, correre intorno alla colonna in un senso e poi nell’altro,
camminare senza calpestare le crepe nell’asfalto, camminare, mettendo il piede ogni due crepe, stare seduta sul piedistallo. Dall’angolo a sud, dall’angolo a nord, dall’angolo a est, dall’angolo a ovest. Dal primo si vede una casa a quattro piani con piccole finestrelle in basso e, dietro di lei, il fiume, la Mojka. Dal secondo un’altra casa grandegrande e un passaggio che non porta da nessuna parte, dal terzo (da dove abitualmente spira il vento) si vede un giardino sconfinato e un palazzo color rossomarrone che chiamano semplicemente d’Inverno, perché là si trova il giardino pubblico invernale dove Al, d’inverno, passeggia di solito con i bambini dell’asilo. E appena un po' più in là scorre la Neva. Dal quarto angolo si vede una casa gialla semicircolare con un doppio arco gigante. Sull’arco ci sono dei cavalli al galoppo, sei folli cavalli; ai lati dei forzuti con delle lance e al centro un omino alato su un cocchio. Se si passa sotto l’arco, la casa sembra vicina. Di solito accanto al palazzo d’Inverno, in autunno e in primavera, ci sono delle impalcature di ferro con le quali costruiscono a lungo una tribuna che arriva all’ultimo piano del palazzo. Sulla piazza marciano in su e in giù soldati e la voce al megafono grida:

“Asssinistra!” “Adddestra!” Poi, dopo un po', sulla tribuna che hanno costruito, coperta di rossa, si arrampicano dei vecchietti e tutta la piazza si riempie di persone che sfilano a passo di marcia (come Al durante le lezioni di ballo all’asilo) e gridano “Urrà”, in risposta alla voce metallica e assordante degli vecchietti asserragliati lassù. La voce grida:
“Viva l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche” e altre cose ancora, che cominciano sempre con “Viva”. I grassi vecchietti agitano la mano dall’alto, la gente trascina in spalla bandiere e manifesti e si gonfia tutta orgogliosa, passando oltre i vecchietti. A parte i ritratti di questi vecchietti, sulla piazza sono esposti dappertutto quelli di un altro tizio ancora. I ritratti di un uomogigante. Quando passi sotto di lui, in spalla a papà, sembra che ti voglia schiacciare con la suola sollevata della scarpa. Di solito sbuca fuori in berretto grigio, con la barba e un nastrino rosso sul petto.
Spesso la gente porta anche lui sui suoi manifesti. Qualcuno mi ha detto che è il mio nonno, sento di essere cattiva, ma non mi piace e quando arriva sulla mia piazza, ho paura di lui.





Alexandra Petrova / trad.Valentina Parisi & Ph.Pogam
(Sud, rivista europea, 4/5 - 2005)


Biografia:


Alexandra Petrova nasce a Leningrado nel 1964. Ha vissuto a lungo in Israele e risiede in Italia dal 1999. Oltre a varie collaborazioni con riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1994 la raccolta poetica “Linia Otriva”(Punto di distacco)e nel 2000 il libro di prose e poesie “Vib na dijitelstvo”(Vedute sull’esistenza). Nel 2003 pubblica l’operetta filosofica “I pastori di Dolly”. La sua ultima raccolta di poesie “Altri fuochi”, è stata pubblicata da Crocetti nel 2005.

lunedì 13 luglio 2009

DAVID BLAINE

Foto di Federica Nightingale







All the sounds have stopped



All the Sounds Have Stopped
A cypher wind lilts through branches
and the leaves whisper sotto voce’,
but the wailing has stopped.
I haven’t seen another face in days
but a steady, distant rumble
keeps me company. Even after
the wailing has stopped.
Nothing stirs.
I watch life leave,
apples spilling like drops,
red on the wooden floor,
‘til all the sounds have stopped.










Tutti i suoni sono cessati
(Traduzione di Federica Nightingale)




Tutti suoni sono cessati
Un vento azzerato canta melodioso
fra i rami
E le foglie sussurrano “sotto voce”*,
ma il lamento s’è fermato.
Non vedo un altro volto da giorni
Ma un costante, lontano rumoreggiare
mi tiene compagnia. Persino dopo
che il lamento s’è fermato.
Niente si muove.
Guardo il commiato della vita,
mele rovesciarsi come gocce,
rosse sul pavimento di legno,
fino a che tutti i suoni sono cessati.






*in italiano nel testo originale










The Beginning and the End




If you went back to someplace like the beginning
you might find something like the word.
Not the actual word, but a sprout,
a sound that sounded like a word.

If you went back to someplace like the beginning
you might discover the first idea
and there would be an inspired tone associated,
a texture of consonant and vowel
used to convey from lip to ear.

If you went back to someplace like the beginning
you might learn of the way sound grew
from noise to noun
and eventually, to verb. The thing, then the action
and the story they told together.

If you went, you might stand there,
mute as the mud at your feet,
marveling at the efforts,
the countless repetitions of utterance,
the rise and fall of voices
stressing and un-stressing their songs
of almost meaning.

And since that beginning
while the words themselves have grown greater
than those who merely speak them,
as the words have continued to evolve, light-like,
what have we done with them?

Is this remarkable present day brighter
or darker for our writings
our speech, or our song?

For tomorrow, we won’t leave anything
but our bones
and our words, strewn out behind them
like ashes.







Il Principio e la Fine
(Traduzione di Federica Nightingale)





Se tornassi indietro in qualche luogo come il principio
Potresti trovare qualcosa come la parola.
Non l’attuale parola,ma un germoglio,
un suono che suonasse come una parola.

Se tornassi indietro in qualche luogo come il principio
Potresti scoprire l’idea prima
E ci sarebbe un tono ispirato associato,
una struttura di consonanti e vocali
usata per trasmettere dal labbro all’orecchio.

Se tornassi indietro in qualche luogo come il principio
Potresti imparare il modo in cui il suono è cresciuto
Dal rumore al nome
E alla fine, al verbo. La cosa, poi l’azione
e la storia che hanno raccontato insieme.

Se tu andassi, potresti restare là,
muto come il fango ai tuoi piedi,
a meravigliarti degli sforzi,
le innumerevoli ripetizioni di pronuncia,
il crescere e il decrescere delle voci
nell’accentuarsi e non delle loro canzoni
dall’approssimativo significato.

E da quel principio
Mentre le parole in sé sono cresciute più grandi
Di coloro che meramente le pronunciano,
poiché le parole hanno continuato ad evolversi, come la luce,
cosa ne abbiamo fatto noi?

E’ questo giorno presente e degno di nota
Più luminoso o più buio per la nostra scrittura
Il nostro linguaggio, o la nostra canzone?

Al domani, non lasceremo nulla
Se non le nostre ossa
E le nostre parole, sparse dietro di esse
Come ceneri.








The Routine

Lather, Rinse…

Instructions for living
on the back of a bottle.

Plodding through the days,
head awash in the wounds
of mindless tedium.

Lying on a bed
each night,
like wilted flowers
waiting for rain

to rinse this death away
to make some room for life.

Repeat.







Routine
(Traduzione di Federica Nightingale)



Insaponare, risciacquare…
Istruzioni di vita
Sul retro di una bottiglia.

Camminare a fatica fra i giorni,
la testa a galla nelle ferite
del tedio noncurante.

Stendersi sul letto
Ogni notte,
come fiori appassiti
in attesa di pioggia

per risciacquare via questa morte
per far spazio alla vita.

Ripetere.




David Blaine ©









Biografia:



“Sono lo scrittore, non il mago. Lui è l’illusionista e io sono l’allusionista”
La poesia, la prosa, le recensioni, i saggi e le interviste di David Blaine sono stati pubblicati su molti periodici, on line e su carta stampata. Vive e lavora nel Michigan (USA)
I suoi siti:

sabato 11 luglio 2009

ELENA BONO

Foto di Federica Nightingale







DALLA BETULLA SI EFFONDE

Dalla betulla si effonde oscurità nel cielo e sulla terra.
Forse la sera vi è rimasta tutto il giorno nascosta
per sfuggire alla luce
aprendo gli occhi, invano, a vedere se stessa,
spaurita e percossa da un rombo sconosciuto:
la voce del fiume o il vento tra le montagne o il suo cuore.
Ma a poco a poco ciò che si ignora non fa più male;
così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare.
Il tempo che lacerava il suo cuore è ora un immobile
sogno ed ha un attimo solo.





FENICOTTERI


Viene la sera e accende, quasi richiamo, i suoi fuochi
su tutte le vette dei monti:
fiammeggiano,
a picco su nere valli,
castelli di corallo.
Giù, nelle valli nere stagni invisibili mandano
gelidi lampi d’argento,
splendono qua e là luci vive:
i fenicotteri bianchi.
Bevono lungamente le gelide acque,
lungamente si chiamano,
o chiama forse ognuno la sua eco,
e l’ascolta stupito,
guardano altri
quel magico cerchio di fuochi
sulle montagne.
Ma il loro non è che un passare:
né alla roccia mai apparterranno,
né alla palude,
né a cosa alcuna di terra.
Attendono solo la notte
e i grandi cieli pieni di vento,
sognano il volo soltanto
altissimo quieto
e il lento migrare con gli astri
in sciami lucenti






I GALLI NOTTURNI


Mezzanotte. I galli
si chiamano
rispondono
distanti.
Ed ora il mare si solleva
come un grande sospiro,
verso il cielo,
ora le stelle altissime
nel loro giro
stanno immote
e fatali,
sospeso è il sonno dei dormienti
ed i morenti trascolorano
in attesa.
D’ogni lontananza i galli
chiamano
e nessuno risponde.
Fortezza inespugnabile serrata
tace la notte;
dai bastioni si innalza
il grido delle scolte
e misterioso appare
quanto il silenzio,
e pauroso.
Quasi che il tempo stesso gridi l’ora
e si spaventi del suo grido;
il tempo insonne
pallido solitario
sugli spalti
a contemplare
come si smorzi il grande
sospirare dei mari,
lente declinino le stelle
e vastamente intorno
fluisca il sonno sulle cose
quale fiumana tacita
che tutto travolga
e tutto riconduca alla sua foce


Elena Bono ©


Poesie tratte da “I galli notturni” -Ed.Garzanti 1952



Biografia:


Elena Bono, scrittrice, poetessa, traduttrice, nasce a Sonnino nel 1921 ma trascorre gran parte della vita in Liguria, a Chiavari, dove vive tutt’ora.
Ritenuta dalla critica fra le maggiori scrittrici del secondo dopoguerra, ha tradotto opere letterarie dal greco e dal latino. Oltre a comporre poesie è autrice di romanzi e opere per il teatro.

Tra i suoi principali lavori figurano:

I galli notturni liriche; 1952 Garzanti
Ippolito dramma; 1954 Garzanti
Morte di Adamo racconti; 1956 Garzanti
Alzati Orfeo liriche; 1958 Garzanti
La testa del Profeta - La grande e la piccola morte drammi; 1965 Garzanti
Cuore senza fine ; 1975 Paravia
Invito a palazzo liriche; 1982 EmmeE
Piccola Italia ; 1981 EmmeE
Come un fiume come un sogno ; 1985 EmmeE
Raccolta d'autunno[1]

Nel maggio 2007 è apparso per i tipi dell’Editore Le Mani (Recco, GE) un volume, Poesie-Opera omnia, di ben 488 pagine, che raccoglie l’intera produzione poetica di Elena Bono, compresi numerosi inediti.

venerdì 10 luglio 2009

KRISTIN FOUQUET

Wine after Midnight - K. Fouquet ©











Sorrow - K. Fouquet ©

















One Shoe - K. Fouquet ©











Morales Tomb - K. Fouquet ©












Magnolia - K. Fouquet ©




















Jennifer - K. Fouquet ©






















Hearst Castle - K. Fouquet ©
























Beauty - K. Fouquet




Biografia:


Kristin Fouquet è un'artista che si occupa di fotografia e short fiction. Vive e lavora a New Orleans.
Il suo sito personale è:






































































































































































giovedì 9 luglio 2009

JOHN BERNAL

William Bourguereau




Dream garden meditation


Shadow’d
‘neath cypress and willows,
hedges align
the surrounding garden.
a gently clouded
charcoal grey
looms Lovecraftian
in the view
of a dreamlit window ~
fringed by vines,
entwined
with red blooms fluorescent,
phosphorescent
in the accentuation
of the deep
forest green.
In the majestic eve
of love,
the overwhelming
sundering realities
now become
twilit in reminiscence.


Meditazione del giardino sognante
(Traduzione di Federica Nightingale)

Ombre sotto cipressi e salici
Siepi ad allineare
il giardino circostante
Un lieve grigio antracite screziato
si prefigura Lovecraftiano
nella veduta
d’ una finestra sognante
orlata da viti,
intrecciata con rosse fioriture
fluorescenti,
fosforescenti
nell’accento
del verde fitto della foresta
Nella maestosa sera
d’amore,
scisse realtà sommerse
diventano ora fioca luce
nella reminiscenza




The kissing

You will not want this
once you have known me.
there is a darkness
to this soul,
beyond comprehension
it is liken’d to a fallen saint,
whose icon of embodiment
is regraven,
removing the expression
the divine wonderment ~
replacing it
with a gargoyle’s fawning
over an embraced carcass.




Il Bacio
(Traduzione di Federica Nightingale)


Non lo vorrai
una volta che mi avrai conosciuto.
C’è oscurità
su quest’anima,
oltre ogni comprensione
E’ come un santo caduto,
la cui icona incarnata
venisse risepolta,
rimuovendo l’espressione,
il divino stupore,
sostituendola con
un doccione adorante
sull’abbraccio d’una
carcassa





Perceived


The way I perceive you:
starry diadems
with every inflection
of your form,
with every intonation
of your soft ‘ispered voice;
songs of beauty,
of solemn repose,
tender moonlit snows
embracing desire
in the sanctity of love;
a cello’s moaning bliss
conducted
by the undulation
of your existence.



John Bernal ©




Percepita
(Traduzione di Federica Nightingale)

Come ti percepisco:
Diademi stellati
con ogni inflessione
della tua forma,
con ogni intonazione
della tua soffice, sussurrata voce;
canzoni di bellezza,
di solenne riposo,
tenere nevi illuminate di luna
abbracciando il desiderio
in santità d’amore;
un beato lamento di violoncello
guidato
dall’ondulazione della tua
esistenza.

mercoledì 8 luglio 2009

"ASSORTA LA CORDA VIRA" - RACCOLTA DI POESIE DI FEDERICA NIGHTINGALE



Potrete acquistare a questo link di Lulu una mia raccolta di Poesie


martedì 7 luglio 2009

IRAN: POESIA PER NEDA SU SITO ESULI



Foto dal web


(ANSA) - ROMA, 28 GIU - Una poesia dedicata a Neda la ragazza 26enne uccisa negli scontri a Teheran, e' stata pubblicata sul sito degli esuli iraniani 'iranian.com'. La poesia, dal titolo 'Stay Neda'(Resta Neda), e' firmata da un'anonima Mandana ed e' stata tradotta in inglese dal persiano. E' dedicata a Neda Salehi Agha Soltan (1982-2009). Sullo stesso sito c'e' anche un'altra poesia, 'Dark Mythic Flames of History' (Le scure fiamme mitiche della Storia), tradotta in inglese, dedicata alla rivolta in corso.


Wait Neda
By Mahnaz Badihian

Our green whisper
In your young body falls sleep
But our resonance will increase
And multiply in number day by day
Wait Neda
Soon from inside of all this dark, gloomy fog
Sun will rise
To warm up your cold body
Wait Neda
With your eyes open on the battlefield
Looking for us, for help
We did hear you, wait for us…


Aspetta Neda
(traduzione di Federica Nightingale)

Dorme il nostro verde sussurro
nel tuo giovane corpo
Ma la nostra risonanza aumenterà
e si moltiplicherà in numero, giorno per giorno

Aspetta Neda
presto da dentro tutta questa buia, triste nebbia
sorgerà il sole
a riscaldare il tuo freddo corpo

Aspetta Neda
con i tuoi occhi aperti sul campo di battaglia
In cerca di noi, per aiutarti
Ti abbiamo sentita, aspettaci

lunedì 6 luglio 2009

NATALIA BONDARENKO

Foto di Federica Nightingale ©







Giornate strane:
qualsiasi sentimento è inutile.
Anche l’odio ride fra i denti,
sfidando l’amore. Mi porgo risposte
prima di fare domande: è futile
il crepacuore che supera i limiti
di velocità degli ultimi eventi.
Giornate strane:
la pioggia senza neanche una goccia
mi bagna il viso: il sole gelido
si scontra con gli occhiali neri.
Netta sensazione di essere tutto
senza avere niente, per, poi,
all'improvviso sentirsi nessuno
vicino a te.



*



Oggi il mio lillà si è preso spavento
ed è fiorito finalmente, distraendomi
dalla mia malinconia quotidiana. Così,
offuscandomi la visualità del domani
con tutta la sua gioia troppo rosea, cedo
alla sua primaverile esplosione,
illudendomi. E' durata
poco, la distrazione. Spezzo il ramo
e lo metto nel vaso. Ora,
sono come prima.




*




Sto aspettando il diluvio promesso.
Mi vesto al proposito. L’impermeabile
è troppo largo. Non è mio. È tuo. Ride
lo specchio, non trovando alcuno senso.
Sento di fuoriuscire dalle tue misure:
di essere stranamente piccola, emarginabile,
già da subito. La pagliacciata per addolcire
il tuo non essere presente inizia dall’uscio.
La tua finisce con i buoni propositi.




*




Il mare
raccoglie anche relitti,
pezzi di legno, le fibre,
cose abbandonate, i delitti
dell'incoscienza:
gli fa ballare tanghi d'apnea
sotto il sole, sotto
la sua sfrontatezza, sbavando;
li abbraccia
– piccole schegge della mente,
li consuma, buongustaio...
il mare
li fa morire lentamente.



Natalia Bondarenko ©



Biografia:


Natalia Bondarenko nasce a Kiev (Ucraina) da una famiglia di artisti.
Laureata presso l'Accademia della Musica di Minsk (Bielorussia). Ha lavorato presso la Filarmonica Statale della Bielorussia come cantante lirica. Nel 1990 si trasferisce in Italia e dal 1992 lavora come interprete di lingua russa (negli ultimi anni anche di lingua ucraina).
Scrive da sempre nella sua lingua madre, in particolare ha scritto sceneggiature per spettacoli universitari, poesie e racconti. Direttamente in lingua italiana scrive solo da pochi anni.
Attualmente vive e lavora a Campoformido (Friuli).

Per contatti: bondarenko61@gmail.com
Pubblicazioni in italiano:
Giulio Perrone Editore (Roma) – Antologia - “La notte”. 2008 ISBN
Giulio Perrone Editore (Roma) – Dal manoscritto al libro. 2008 ISBN
Antologia - D’AMORE - editore Lulu.com - 2008 ISBN
Vincitrice del concorso di poesia – casa editrice Cinque marzo - 2008
Rivista Internazionale di Poesia “PIGRECO” – n°1 - aprile 2009
Giulio Perrone Editore (Roma) – antologia concorso Logos – 2009 ISBN
PENSARE AD ARTE – racconto “Lettera mai spedita” – in italiano e in friulano, maggio, 2009
INUTILE – opuscolo letterario n°23 – giugno 2009.

domenica 5 luglio 2009

ALESSANDRO ASSIRI

Christine Newsome - Collage ©










Chissà se in questo magari c'ero quasi, incuriosirsi a spanne, procedere per marzo, orientarsi a pomeriggi e braccia verso l'alto, come domande per i mesi ad occhi chiusi, stracolmi di imprecisi per questa o un'altra quiete dove si rimane chiusi con 3 sogni di ritardo tutto quello che si inventa in millimetri di terra resta in fogli di arroganza e noi umidi in qualche modo, angoli acuti di un soggiorno con la pelle ad andar via come vuoti di aggettivi del dirsi troppo corti, ad ogni invece adesso dove manca chi l'ha scritto ma si torna insieme a casa, una gamba dopo l'altra.



*



In ogni addio si parla basso
stanchi di succedere
si assomiglia alla vita
suono in apparenza
apertura di fiato


Alessandro Assiri ©


Biografia:

Prestato alla vita dal 1962. In bilico tra la cultura del nulla e il nulla della cultura. Trasferisce nella parola il segno di un disagio evidenziando le contraddizioni di una generazione che troppi treni ha perduto per un pelo. (da Morgana e le nuvole)
Scrive sul blog http://lettereanessuno.splinder.com/

venerdì 3 luglio 2009

GIORGIO VIGOLO (1894-1983)



Renato Guttuso - Tetti di Roma





IL SILENZIO



Sopra l'immenso muro di granito

non puoi graffire il minimo segno,

così sul blocco della solitudine

è vano sogno incidere parole.


E come nell'immensa arida rupe

l'acqua è dimenticata nel profondo,

così dal masso del lungo dolore

indurito da anni nel silenzio


nessun miracolo desta una fonte.

Tutti i monti stanno sopra il mio petto

e sul mio cuore il peso dell'offesa;


l'iniquità che patì la mia vita

come mostruoso incubo mi schiaccia,

mi respinge nel cuore le parole.


da Canto del destino







MURO DEI SECOLI


Ripeti al vento le tue parole, spargi

il tuo fuoco solitario al cupo

muro dei secoli. Un bosco

dentro vi mormora fitto; le cime

auguste, le chiome addolorate senti

stormire dietro alla muraglia; e il passo

lieve d'un'acqua scivola di sasso

in sasso e consuma in giro

dolce il serrato maleficio; rode

e spetra, filtra in musiche cantate

dentro nel cuore, giunge

ai segreti più riposti, vince

la morte e rompe,


rompe d'un tratto illuminata e sciolta

di fra i massi divelti, apre il suo lampo

dall'alta porta e giù ricade in arco

fluido e la fontana grande ai voti

propizia, alle preghiere, ai pianti.

Esaudita modula l'antica

pena ai sussurri delle cime.


da Linea della vita







LE COSE CADUTE


Dove la città si sbriciola

nei minimi quartieri dei poveri

e straducce sassose

dirupano tra muri di lazzaretti,

laggiù è il vallone dei mattatoi

arrossato d'urla di buoi morenti

nel tanfo dei gazometri.


Avido sole brucia

sul calvo argine i mucchi

di masserizie, il cranio

d'un cavallo, la paglia

infetta dei giacigli;

ed è questo il più tetro

cimitero della città,

così aperto all'ardente

luce e dissacrato

senza pietà di piante che rimboschi

il disperato campo

delle cose cadute.


Ma donde sorgon queste grandi mura

ratte alle nubi? E gli olmi

lungo la strada di turchina selce

dove ci condurranno?


da Linea della vita



Poesie scelte, (a cura di Marco Ariani), Oscar Mondadori 1976



Biografia:


Giorgio Vigolo nasce nel 1894 a Roma dove muore nel 1983. Poeta, critico musicale e traduttore, era nato e aveva trascorso la giovinezza in lungotevere dei Mellini, a Roma, passando piu' tardi in un appartamento del quartiere delle Vittorie. Diceva :"Questa nostra citta' l' ho conosciuta pietra per pietra, ancora bambino, facendo lunghe passeggiate. D' estate poi la esploravo anche dal Tevere, dove facevo lunghissimi bagni, lasciandomi portare dalla corrente: mi tuffavo a ponte Mollo, uscivo dall' acqua a ponte Cavour".

Collaboratore di varie riviste, quali ” Lirica“, “La Voce“, “L’italia letteraria“, “Circoli“, “Letteratura“, sul “Mondo” tenne una rubrica di critica musicale; come musicologo fu anche collaboratore della Rai. Curò la prima edizione critica de I sonetti di G.G. Belli (2 voll., Formiggini, Roma, 1930-31), cui premise un ampio saggio, e fu traduttore di Hoffmann e di Hoderlin. Dopo le prose liriche de La città dell’anima (Studio editoriale romano, Roma, 1923), Canto fermo (Formiggini, Roma,1931 con una sezione di poesie), Il silenzio creato (Quaderni di Novissima, Roma, 1934), proseguì con le raccolte Conclave dei sogni (ibid.,1935), di aperta polemica con l’ermetismo, Linea della vita (Mondadori, Milano, 1949), Canto del destino (Neri Pozza, Venezia,1959), La luce ricorda (Mondadori, Milano, 1967), premio Viareggio; raccoglie gran parte delle poesie precedenti più una sezione di inediti, I fantasmi di pietra (ibid., 1977), La fame degli occhi (Florida, Roma, 1982). E’ autore inoltre dei racconti in Le notti romane (Bompiani, Milano, 1960; premio Bagutta), dei romanzi La Virgilia (Editoriale Nuova, Milano,1982), e La vita del beato Pirolèo (ibid., 1983), entrambi composti negli anni ‘20 ed editi da P.Cimatti, oltre a prose narrative raccolte in Spettro solare (Bompiani, Milano, 1973) e in Il Cannocchiale metafisico (Edd. della Cometa, Roma, 1982). Mille e una sera all’opera e al concerto (Sansoni, Firenze, 1971) comprende una scelta degli scritti musicali.











mercoledì 1 luglio 2009

MAEBA SCIUTTI

Foto di Marco Meda ©







Non ti addito la colpa nel collo precipitato

né nelle ciliegie deposte come sassi sulla gola:

quando la carne é gravida di pioggia

e tu una composizione di braccia

come rami verticali allo sterrato,

hai la coerenza di un quadro che resta

appeso all'ultima via di fuga:


Fitta figlia di un dialogo per voce sola,

preghiera in bianco e nero dove l'esito è di gesso

e non respira per il superbo, altero precipitato

- millefiori -

affittacamere di specchi in rimando del tuo profilo,

eco per soli acuti.


Non ti perdono

il ritorno ai pergolati di pelle, esiliata sofferente

che corre in sola ipotesi

di voci simili alla sua.








"Coltivare tutto questo grande dolore

a furia di pensarlo mi è cresciuto dentro

un male. Mi vuole mangiare"


Si baciavano i giovani amanti nell'estasi leggera si schiusero

a posare la nebbia sugli occhi degli orfani

pietosi reduci dai divini passati non hanno nome più

neanche un altare lenisce un così grande sconforto

preme sul giorno che si affloscia come un

palloncino ucciso dal senzadio, senzagiorno, senzasogno.

Potevano pregare i bambini di essere cullati

da tuttabende sul troppo reale - tanto troppo

reale è camminare cercando siringhe da iniettare

anche un po' di fuga mi accarezza, altrove qualcuno

mi aspetta con una carezza, ha sopra il mio nome.

Altrove mi dissero del sole e un'ampiezza di rose

vibra colore agli occhi tutti lo possono vedere:

il bacio sulla guancia, il gesto primo era pieno

di vita tanto che il ricordo pigola piano la

sera anche abbassa le ciglia al sorriso.

Prima.

Piano sarà notare il sole sul pallore è un mulinello

l'artista: una piccola felce infittita nel mistero del bosco

c'è una casa.

Almeno nostro è il forse, mio amore.







Mi odio i mattini di nervi scoperti

urla sotterrate come incubi risvegli

quando mi poso nella stanza ubriaca di presenti


(Visioni si mordono le mani

visi grigi che giocarono il sangue

ti lasciano lo sguardo fisso

puntato alle tempie:

a mitraglia si uccide

l'ardore spento del come ci pensavamo

ora già vecchi, immobili, mestruati dall'inverno

incandescente.


Raccogliamo lacrime).


Le mie mani votive sono aironi di carta, scivolano le superfici dell'ieri indulgente. Accoltellato ritorna nell'agonia dove il pensarsi fu superbia, per noi, che siamo rondini d'acqua; la caduta fra le nubi e la terra.


(2008)



Maeba Sciutti ©



Biografia:



Maeba Sciutti è nata nel 1977 a Rimini. Nel 2006 fonda i gruppi di poesia e arti contemporanee http://thecatswillknow.splinder.com/ e http://thecatswillknowgallery.splinder.com/. Attualmente si occupa della selezione poetica per la rivista “Historica&Progetto Babele” con lo scopo di ricercare voci formalmente interessanti e rappresentative dell’espressionismo contemporaneo.
Sue poesie sono comparse in diverse riviste fra cui “Π- trimestrale di conversazioni poetiche”.
Ha pubblicato “Flaming June - donne oltre la tela” (ARPANet, 2008) e le raccolte poetiche “Cristalli di fiato” (Liberodiscrivere, 2007) e “Lingue di piume” (ARPANet, 2007).
Sul web si può trovare l'ebook “Il ventre infertile” (Clepsydra Edition,2009).










CARLO ODISIO

Foto di Federica Nightingale ©





DANZAVA L’AURORA


Valle di quaglie Sonora
Le chiocciole d’alba
In acqua di rugiada.
Mattino inzuppato di notturno.
Mattinali sentieri umani
tra passeri di campo e ortolani,
strillozzi, saltimpali
e usignoli.
Danzava l’aurora,
aurora rosata, aureolata,
alba iridata
in ciel di cristallo






PIOGGIA

Terra d’acqua piovana.
Un tremulo di foglie
di pioppo.
Scia di vento
E grigio di nuvole.




SERA

Un suonar di raganelle
per strade del vento.
Così quest’ora lontana
dalla folla
su vie di preghiera.
Gruccioni in cielo passeggeri
presso un tramontare nel silenzio.
Nei prati fiori incollati,
colchici, calici viola,
torna qualcosa nelle vallate:
un manto regale.
Poi l’arco del giorno si chiude.
Passato, presente, futuro.
Su terra dei mondi scomparsi
salgono ricordi
e stanche orazioni d’imbrunire.





ANTENATI

Ripide e asmatiche
strade inasprite dei campi.
Tregua di ombre
fra due continui sentieri
nel sole di fuoco.
Cammini d’amore
con alberi di fede.
Arnesi vincastri fedeli
e caparbi pensieri
compagni.




CANTO D’USIGNOLO

Sovrano regnava
lo spirito di canto d’usignolo.
Lirico mondo levato e posato
su rami, su erba
e su foglie d’alloro.
Vita sui colli,
su vie dei borghi
e giù per le valli, sui monti:
Acque
su vasta mia terra
di erba e fumo e sabbia
e pianto di fuochi.

Carlo Odisio ©

Biografia:

Carlo Odisio nasce a Gabiano (Al) nel 1929, da famiglia gabianese da generazioni.
Autodidatta, compose le prime poesie a vent’anni.
Numerose sono le segnalazioni ricevute nei vari concorsi letterari nazionali.
Si esprime in campo letterario e musicale.
Attualmente, in pensione, gestisce la biblioteca civica di Gabiano.
Di profonda fede cattolica ha composto una raccolta di inni e lodi religiose.
Scrive un diario costantemente ogni giorno da circa cinquant’anni.
Per informazioni o contatti con l’autore scrivete a federicanightingale@gmail.com
Indicando nell’oggetto “Carlo Odisio”.
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