Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

mercoledì 30 dicembre 2009

FELICE ANNO NUOVO 2010



LIEVE OFFERTA


Vorrei che la mia anima ti fosse leggera
come le estreme foglie dei pioppi,
che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati di nebbia -
Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato d’esili ombre -
fino a una valle d’erboso silenzio,al lago -
ove tinnisce per un fiato d’aria il canneto
e le libellule si trastullano con l’acqua non profonda -
Vorrei che la mia anima ti fosse leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,bianco -
sulle oscure voragini della terra.


Antonia Pozzi

5 dicembre 1934





BRUGHIERA

I

Accoccolato tra le pervinche
sfuggi la furia ansante dei cavalli
e l'urlo dei cani al sole.
Tu sei come il ramarro verde e azzurro
che del proprio rumore si spaura
e hai cari questi ciliegi appena in fiore,
quasi senz'ombra.
Tenui profili di colline alle tue ciglia:
e all'orecchio così curvo sull'erica riarsa
a quando a quando il rombo dei puledri
lanciati per la piana.

II

Con le farfalle raso terra
esitavi al fiorire della ginestra:
e ad un tratto enormi ali ti dà
quest'ombra trasvolante in rombo.
Ora ridi,acciaio splendido,all'ombroso
imbizzarrirsi dei cavalli, al pavido
balzare delle lepri fra i narcisi.

III

Indugiano carezze non date
fra le dita dei peschi e gli sguardi d'amore
che mai non avemmo s'appendono alle glicini sui ponti -
Ma il fiume è densa furia d'acque senza creste,
nel grembo porta profondi visi di montagne:
e all'immenso svolto dei boschi trova lieve il vento,
tocca le fresche nuvole d'aprile.


Antonia Pozzi

28 aprile 1937

mercoledì 23 dicembre 2009

BUON NATALE A TUTTI


lunedì 21 dicembre 2009

MAEBA SCIUTTI






Nō (Biblioteca Clandestina Errabonda - collana Samiszdat)






Alcune pagine in anteprima qui:
Il libro può essere ordinato qui:

INVERNO 2009/2010


Wilson Patten




SI INAUGURA OGGI LA STAGIONE POETICA E LETTERARIA INVERNALE
DELLA STANZA


§


§


§







venerdì 18 dicembre 2009

ANNE SEXTON











SNOW



Snow,blessed snow,
comes out of the sky like bleached flies.
The ground is no longer naked.
The ground has on its clothes.
The trees poke out of sheets
and each branch wears the sock of God.


There is hope.
There is hope everywhere.

I bite it.

Someone once said:
Don’t bite till you know if it’s bread or stone.
What I bit is all bread,
rising, yeasty as a cloud.



There is hope.
There is hope everywhere.
Today God gives milk
and I have the pail.




~Anne Sexton







NEVE






Neve,neve benedetta,
esce dal cielo come mosche sbiancate.
Il suolo non è più nudo.
Il suolo indossa i suoi abiti.
Gli alberi si spingono fuori dalle lenzuola
E ogni ramo veste la calza di Dio.

C’è speranza.
C’è speranza ovunque.
La mordo.
Qualcuno una volta disse:
Non mordete fino a che non
siete certi che sia pane e non pietra.
Ciò che io mordo è tutto pane,
che cresce, lievitato come una nuvola.


C’è speranza.
C’è speranza ovunque.
Oggi Dio dona latte
ed io ho il secchio.




Traduzione di Federica Nightingale

mercoledì 16 dicembre 2009

GORAN SONNEVI











Liriche svedesi a ritmo di Jazz
Dal «Corriere della Sera» , 06/02/2007

Recensione di Sebastiano Grasso



La morte non c’è,

c’è come vita estrema,

al compimento dell’esistenza,

quando il lampo di luce arriva, e tutto cede
penetrami, o musica, estrema vita, morte,

polverizzata

in tutte le infinitesimali

diramazioni del corpo,

al medesimo tempo!



Goran Sonnevi





La poesia di Goran Sonnevi




Bruno Argenziano fa parte di quella colonia italiana di Stoccolma (Amelia Adamo, Francesco Saverio Alonzo, Marina Botta, Erika Halvarsson, Vincenzo Lanza, Giacomo Oreglia, Angelo Tajani, Ferruccio Rossetti, tanto per fare qualche nome) che fa di tutto per diffondere la cultura italiana in Svezia e, viceversa, quella svedese in Italia. Per una trentina d’anni ha insegnato Letteratura italiana all’università di Stoccolma; fra i libri da lui curati, il Teatro da camera di August Strindberg, in collaborazione con Luciano Codignola.Ecco, si devono proprio a lui queste Variazioni mozartiane ed altre poesie di Göran Sonnevi (Lund, 1939), antologia di uno dei più interessanti poeti svedesi contemporanei (Edizioni Pagliai Polistampa), al quale, due anni fa è stato assegnato il premio Svenka Akademiens Nordiska alla carriera, considerato il «piccolo Nobel» svedese.La poesia di Sonnevi abbraccia tutta la sua esistenza. Comincia col fulmine che incendia la sua casa quando ha nove anni. Lo choc lo rende muto per un paio di giorni. Quando riprenderà a parlare, la balbuzie non lo abbandonerà più. Tranne, incredibilmente, quando il poeta legge i suoi versi in pubblico.Nel ’61, a 22 anni, Sonnevi pubblica il primo libro, Irrealizzato: versi «razionali», in cui, osserva Argenziano, entrano anche «i nuovi orientamenti filosofico-linguistici». Sonnevi è un lirico, come lo sono, proprio «per indole», i poeti nordici. Ma egli si rende subito conto che il nuovo linguaggio, per arricchirsi, deve confrontarsi con la realtà continuamente modificata, e, quindi, anche con la politica.Marxista convinto (un Marx scoperto attraverso Karl Popper), sulla rivista dell’editore Bonniers scende in campo contro la guerra americana in Vietnam («I morti sono cifre che riposano, vorticano / come cristalli, nel vento dei campi. Si calcola / che sinora siano morti 2 milioni in Vietnam. / Qui quasi nessuno muore / se non per ragioni personali. Oggi come oggi / l’economia svedese non ne uccide / tanti, per lo meno / non qui in Svezia. Nessuno / fa la guerra al nostro Paese a difesa / dei propri interessi. Nessuno / ci brucia col napalm / a nome di feudali libertà [...] Ancora altri morti, altre giustificazioni / finchè tutto si ricopre di neve / in quella notte che definitivamente / muta la sua luce fuori dalle finestre»).I suoi versi provocano un intenso dibattito politico-letterario per cui, nel decennio ’65-’75, diventa il poeta della sinistra svedese.«È un fiume di poesia che scorre tranquillo nell’alveo delle problematiche esistenziali ma che a volte straripa quando la veemenza dell’impegno politico prende il sopravvento sull’abituale giudizio etico-sociale — precisa Argenziano —. Veemenza che scema sempre più quando la militanza di chiara ascendenza marxista subisce il contraccolpo del fallimento della politica comunista. Le nefandezze da essa perpetrate non possono non scuotere e offendere l’onestà intellettuale del poeta».Così, sconvolto dai crimini dei regimi comunisti europei e asiatici, e deluso, Sonnevi torna all’«incanto dell’amore» e alla «fascinazione della natura».Autore di una ventina di libri, tradotto in quindici lingue (fra cui il cinese e il turco) il poeta svedese vive a Jäfälla, in una delle tante villette sorte alla periferia di Stoccolma. Sonnevi assomiglia un pò al russo Evtusvenko: viso quasi infantile, statura minuta. Agilissimo, quando cammina sembra che saltelli. Esperto e amante di blues e jazz, ricrea, anche nella scansione dei suoi versi, lo stesso ritmo musicale, sincopato («Il mare / Gli occhi del mare / che osservano / te! / me! Attraverso gli strati / d’acqua / Una sera / sulla riva divenne / tutta l’acqua / trasparente / mi parve / di vedere più in basso di dove / la luce può arrivare, giù / attraverso gli strati / d’acqua / Cosa vidi? / Non lo so? / Vidi la mia / vista, più chiara / più trasparente, / più cieca degli / occhi / dei morti / io vidi»)«La scrittura è partitura. Göran Sonnevi e la musica», ha notato Jan Olov Ullén. Poesia erotica e poesia bucolica. Distese, entrambe, sul pentagramma. «Il verso arriva ad una paradossale altezza di fragilità e di forza, mai più vicina al suo collasso, al suo dubbio, con parole che non poggiano per terra, ma stanno per aria e riposano», ha spiegato Marie Silkeberg.Il Sonnevi poeta d’amore — «Quando ti toccai / con le mie dita di notte / ti sciogliesti anche tu / ed io ti avevo / come acqua / tra le mie dita». Ed ancora: «Il tuo corpo sa leggermente di sale [...]/ Vedo anche le cupe ansie del tuo corpo / Ti amo anche nel buio / dell’invecchiamento / Io ti sfioro velocemente con le dita / tu ti muovi su di me con la bocca» — va in parallelo con le variazioni mozartiane. Che, appunto, danno il titolo a questa antologia.



Göran Sonnevi "Variazioni mozartiane e altre poesie" a cura di Bruno Argenziano.

© Mauro Pagliai 2006,cm 12x17, pp. 208, br., € 12,00

domenica 13 dicembre 2009

ALESSANDRO BARICCO

Vermeer - Donna che scrive (particolare)







Alessandro Baricco "Tutto diventa memoria" da Oceano mare





Mio amato amore di mille anni fa, la bambina che ti ha dato questa lettera si chiama Dira. Le ho detto di fartela leggere, appena arrivato alla locanda, prima di lasciarti salire da me. Fino all'ultima riga. Non cercare di mentirle. Con quella bambina non si può mentire. Siediti, allora. E ascoltami Non so come hai fatto a trovarmi. Questo é un posto che quasi non esiste. E se chiedi della locanda Almayer, la gente ti guarda sorpresa, e non sa. Se mio marito cercava un angolo di mondo irraggiungibile, per la mia guarigione, l'ha trovato. Dio sa come hai fatto a trovarlo anche tu. Ho ricevuto le tue lettere, e non é stato facile leggerle. Si riaprono con dolore le ferite del ricordo. Se io avessi continuato, qui, a desiderarti e ad aspettarti quelle lettere sarebbero state abbagliante felicità. Ma questo é un posto strano. La realtà sfuma e tutto diventa memoria. Perfino tu, a poco a poco, hai cessato di essere un desiderio e sei diventato un ricordo. Mi sono arrivate le tue lettere come messaggi sopravvissuti a un mondo che non esiste più. Io ti ho amato, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non é abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E' scoppiata tutto d'un colpo. C'erano cocci ovunque, e tagliavano come lame. Poi sono arrivata qui. E questo non é facile da spiegare. Mio marito pensava fosse un posto dove guarire. Ma guarire é una parola troppo piccola per ciò che succede qui. é semplice. Questo é un posto dove prendi commiato da te stesso. Quello che sei ti scivola addosso, a poco a poco. E te lo lasci dietro, passo dopo passo, su questa riva che non conosce tempo e vive un solo giorno, sempre quello. Il presente sparisce e tu diventi memoria. Sgusci via da tutto, paure, sentimenti, desideri: li custodisci, come abiti smessi, nell'armadio di una sconosciuta saggezza, e di un'insperata pace. Riesci a capirmi? Riesci a capire come tutto questo sia bello? Credimi, non é un modo, solo più lieve, di morire. Non mi sono mai sentita più viva di adesso. Ma é diverso. Quel che io sono, é ormai successo: e qui, e ora, vive in me come un passo in un'orma, come un suono in un'eco, e come un enigma nella sua risposta. Non muore, questo no. Scivola dall'altra parte della vita. Con una leggerezza che sembra una danza. E' un modo di perdere tutto, per tutto trovare. Se riesci a capire tutto questo, mi crederai quando ti dico che mi é impossibile pensare al futuro. Il futuro é un'idea che si é staccata da me. Non é importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Ne parli così spesso, nelle tue lettere. Io faccio fatica a ricordarmi cosa vuol dire. Futuro. Il mio, é già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull'altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell'istante, e basta. Io non ti seguirò, Non mi ricostruirò nessuna vita, perché ho appena imparato ad esser la dimora di quella che é stata la mia. E mi piace. Non voglio altro. Le capisco, le tue isole lontane, e capisco i tuoi sogni, i tuoi progetti. Ma non esiste più una strada che mi potrebbe portare laggiù. E non potrai inventarla tu, per me, su una terra che non c'é. Perdonami, mio amato amore, ma non sarà mio, il tuo futuro. C'é un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. E' un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: "Scrivetegli". Lui dice che scrivere a qualcuno é l'unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l'ho messo in questa lettera. Lui dice, l'uomo col nome buffo, che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un'ora o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai fra le braccia e mi bacerai. Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E' un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell'altra. Niente potrà rubarmi il ricordo di quando, con tutta me stessa, ero la tua Ann.
Alessandro Baricco

giovedì 10 dicembre 2009

ELSPETH MARY CAROLINE FISTOURI

Elspeth Mary Caroline Fistouri è un'artista di origine inglese che vive in Grecia ormai da molti anni. Ritrattista, vive e lavora ad Atene.
























































































Elspeth Mary Caroline Fistouri ©





















SUBHANKAR DAS

Foto di Gabriel Tibaldi ©








PLEASURE




Who wants to recover

As if to get back to the normal state

The sharpness of the smoke that burns the eyes will abate

Will the heart call all the birds and talk

Deliver a great speech about the usefulness of a heavy wing

All the muscles of the leg will one day know

all the artistry of a failed flight

As the white of the teeth becomes familiar with the

free and easy parched-peas like this

Ages passed on account of prestige and

position or weight and importance just like a dog

As the fear and the whiteleciousness pry at every step they

cannot get familiar

or knowing everything to enjoy defeat they munch on time

This very pleasure he also knew halogen lights lie like the moonlight

The accounts of the day are drying up

and we have decorated all sides with wings



Subhankar Das ©







PIACERE





Chi vuole guarire
Come a tornare allo stato normale
L’asprezza del fumo che brucia gli occhi si calmerà
Richiamerà il cuore tutti gli uccelli a parlare
Consegnando un grande discorso sull’inutilità di un’ala greve
Tutti i muscoli della gamba un giorno sapranno
della maestria di un volo fallito
Come il divenire intimo del bianco dei denti
con questi piselli riarsi
Gli anni passati per merito o prestigio
posizione o peso e importanza alla stregua di un cane
Mentre il timore e il delizioso biancore indiscreti ad ogni passo
non possono diventare intimi
o conoscere ogni cosa per godere della sconfitta rosicata sul tempo
Questo grande piacere conosceva anch’egli
Luci alogene mentono come il chiaro di luna
I conteggi del giorno si stanno a seccare
e noi ne abbiamo decorato ogni lato
con ali



Traduzione di Federica Nightingale

Testo originale scritto in Bangla




Biografia:



Subhankar Das è poeta e scrittore indiano. E' editor del blog

martedì 8 dicembre 2009

GOD REST YE MARRY GENTLEMAN


Carl Larsson









L'autore di questo canto di Natale, tradizionale inglese, è sconosciuto, pubblicato nel 1823, riprende una melodia ben più antica, basata sicuramente su un'aria celtica.
Si pensa che fosse un richiamo cantato nelle festività natalizie dai guardiani alle porte della città ed in inglese antico ha il significato di augurio agli uomini valorosi di non farsi traviare.
E' questa la canzone cui allude nel titolo il Canto di Natale (A Christmas Carol) di C. Dickens.






GOD REST YE MARRY GENTLEMAN




Testo e musica tradizionali
(Inghilterra, XVIII secolo)






God rest ye merry, gentlemen,

Let nothing you dismay

Remember Christ our Saviour

Was born on Christmas Day

To save us all from Satan's power

When we were gone astray.

O tidings of comfort and joy, comfort and joy;

O tidings of comfort and joy!
From God our Heavenly Father

A blessed angel came

And unto certain shepherds

Brought tidings of the same

How in that Bethlehem was born

The son of God by name
"Fear not," then said the angel

"Let nothing you affright

This day is born a saviour

Of a pure virgin bright

To free all those who trust in him

From Satan's pow'r and might"

The shepherds at those tidings

Rejoiced much in mind,

And left their flocks a-feeding

In tempest, storm and wind

And went to Bethlehem straightaway

This blessed babe to find

But when to Bethlehem they came

Whereat this infant lay

They found him in a manger

Where oxen feed on hay

His mother Mary kneeling

Unto the Lord did pray

Now to the Lord sing praises

All you within this place

And with true love and brotherhood

Each other now embrace

This holy tide of Christmas

All others doth deface








DIO TI DONI UN SERENO RIPOSO, GENTILUOMO

Dio ti doni un sereno riposo, gentiluomo

Non lasciare che nulla ti costerni

Ricorda Cristo nostro Salvatore

Nato il giorno di Natale

Per salvare noi tutti dal potere di Satana

Quando eravamo fuorviati.

O, novella di conforto e gioia,

Conforto e gioia;

O, novella di conforto e gioia!

Da Dio nostro Padre Celeste

Un angelo benedetto venne

E ad alcuni pastori

Portò novella simile

Di come in questa Betlemme fosse nato

Colui che è chiamato figlio di Dio

"Non temete" disse poi l'angelo

"Non lasciate che nulla vi spaventi

In questo giorno è nato un salvatore

Di puro virginale splendore

Per liberare tutti coloro che credono in lui

Dal potere e dalla forza di Satana"

I pastori a questa novella

Si rallegrarono molto nei loro pensieri

E lasciarono le loro greggi al pascolo

In tempeste, bufere e vento

E andarono dritti a Betlemme

Per trovare questo bambino benedetto

Ma quando giunsero a Betlemme

Dove giaceva questo infante

Lo trovarono in una mangiatoia

Dove i buoi si nutrivano di fieno

Sua madre Maria inginocchiata

Stava pregando il Signore

Ora cantate lodi al Signore

Voi tutti in questo luogo

E in vero amore e fratellanza

Abbracciatevi ora gli uni agli altri

Questo santo periodo del Natale

Fa sfigurare tutti gli altri






(Trad. Federica Nightingale)


domenica 6 dicembre 2009

VIAGGIO INDOTTO - LE NOTE DENTRO IL FONDO







Talvolta le cose accadono perchè ci sono indotte, perchè dovremmo farle da soli e non le facciamo,spauriti e senza coraggio le evitiamo;ma un bel giorno si ripresentano già fatte,impacchettate con nastri e carta dorata a lenire un vuoto che appare meno profondo di ciò che abbiamo perso. Da lì ci si incammina verso nuove esperienze e nuovi tratti da percorrere. Quando si aprono gli occhi, la mattina, si vorrebbero richiudere per non vedere le nuove forme della nostra esistenza, si pensa ad essere ancora come ieri sperando non sia vero che l'anima è volata altrove. L'altrove racchiude un vasto massiccio d'ombra da valicare, le ore dentro alla gola non si spengono mai e si sente freddo alle ossa. Mutazioni si avvicendano nel vortice che ci strema. Si prosegue fino a rendersi invisibili, ci si assottiglia lungo le pareti e strisciando ci si allontana da noi,dal vento che ha cambiato rotta e spinge contro. Una volta,due,tre,quattro....poi tutto improvvisamente si placa e il cuore fa male e si sente un brusco assestarsi del sè. Trasformarsi per diventare esseri consapevoli non è un facile viaggio e non è tortura fine a sè stessa, al fondo di strade conosciute esistono diramazioni che portano ad ampi viali alberati schermati da avvallamenti erbosi e boschi di ginestrone,con quelle infiorescenze giallo limone e spine aguzze come coltelli. C'è da camminare e farsi spazio, fra i rovi e gli spaccati d'orizzonte. Scelte fatte ci conducono dove vogliamo giungere, ma senza fretta indicano la strada; speranza dice che vuole vedere il sole e l'occhio perde la sua nuvola, fra rami alti volano i sogni, impigliati si raddrizzano e rompono le linee dell'immobilità. Certo si giunge all'altrove, con i capelli lunghi e le mani a tagli. Il futuro sfugge, resta la perseveranza dei gesti ad innalzare il cuore verso il cielo.



Federica Nightingale

martedì 1 dicembre 2009

STEFANO COLLETTI

foto di Federica Nightingale








MAGNOLIA


Oltre il ruscello,

Ad una croce di sentieri, uno fuma,

Le mani in tasca, ripensa.

Un'idea di patria - gli uccelli la sfiorano solo, i piccoli

Cuori mitragliano altrove - la trovo

Qui, in una belle époque di nebbia.


Giorni in cui di tutto si può fare senza,

Li noti dal guscio (è morto qualcuno

Cui davi un tu

Vagabondo): un pomeriggio

La finestra non si apre più, ci si siede,

I muri laccati di spavento, si sfogliano lame,

Si sceglie la più femminile

Per farne un tormento, un guanto di legno

attorno all'acciaio.


Poi è sempre notte.

L'oro non fonde, il sangue non coagula,

Romba il mare in cui

Nessuna nave ha salvato le sue anfore;

Tutti siamo semenza, il sogno

Da galeotto di un giardino sopra la torre.


Le magnolie rabbuiano l'aria

Per molte ore come totem scomparsi e riapparsi.

Sono bastioni e fondamenta, palchi

Di corna alzati sul cranio di un'aiuola.

Lungo il cammino le ritrovo

Ovunque, crescono alte,

Mescolano all'aria la notte.


****



SOGNI CHE NON SEMBRANO



Il cielo che avresti dipinto sopra didascalie

nordiche, nomi pagani - castelli rovinati

da chissà quale banda lurida, chissà quando.

Tutto vero. Alberi coperti di rime, cose sospese.

Vento, poi - salmastro,

muso di cinghiale, il circuito dei pensieri

chiuso da un bracciale, come una finestra

da una cornice. Prima assai della luce,

del viaggiare veloce, ecco dove

mi sono svegliato - dicendomi: "Non sono più

pesante. Non ho più la mia età".

Posso fare tutto. Daccapo.

Ma molto di ciò che vedevo stava come prima,

flesso attorno ai raggi di un pomeriggio

senza crepuscolo. Proiettili attorno al mio nome,

posta senza un mittente,

credo un ingombro logico, quindi.


Al risveglio in questo presente ho atteso

un segno.Cigni in decollo, magari. Ma anche la luce

crescente, finalmente. Te lo volevo regalare

quel sogno, perchè capissi - vedessi sotto

che sole, sotto che polvere allevo ore.


****



L'INVISIBILE


Mezz'ora di luce leviga il crepuscolo vicino,

dove i gatti hanno covato il pomeriggio

dentro uno sbadiglio.


Quale fratellanza mi cerca

da quei fil d'erba cresciuti su tegole decrepite,

sopra un'ortaglia, dietro la chiesa?

Quattrocento anni d'intemperie,

rondini, foglie scosse, il grande

tonfo sommerso delle campane,

l'incenso in fuga per i vetri crepati, malattie

e mani antiche,

forse cinque o sei sguardi d'amore.



Stefano Colletti ©


Poesia tratte dalla raccolta "L'erbario di marmo" - edito da Firenze Libri (2009)





Biografia:


Stefano Colletti è nato e vive a Mantova. Insegna Filosofia e Storia. Con la raccolta di poesie "L'erbario di marmo" ha vinto il Premio Letterario - Editoriale L'Autore nel 2009.

giovedì 26 novembre 2009

UMBERTO ECO









PERCHE' AMO LA NEBBIA CHE CI PROTEGGE DAL MONDO


Fonte: Repubblica — 25 novembre 2009 pagina 159 sezione: PRIMA PAGINA


Bisogna pagare tutti i debiti, almeno per quello che mi riguarda. Che io avessi non dico interessi per la nebbia ma un culto della nebbia era segno del destino, essendo nato ad Alessandria, città al cui paragone Londra è un' isola dei mari del sud. Mi è capitato pertanto di scrivere ogni tanto della nebbia (a iniziare da una orribile poesia scritta all' età di sedici anni) e, non appena ho iniziato a scrivere romanzi, un po' di nebbia ne ho messa ogni volta che ho potuto. Molta ne avevo messa in Baudolino ed è dopo la pubblicazione di questo romanzo che il mio editore tedesco, Michael Krüger, che tra l' altro è anche fine poeta, mi ha scritto chiedendomi un libro sulla nebbia. Si sa come sono certi inviti: anche a rifiutarli, poi ti rimane un verme nel cervello e ci pensi di notte. Così, quasi per gioco, mi sono messo a sfogliare tra i miei scaffali i libri in cui ricordavo apparisse la nebbia (cosa viene in mente di primo acchito? la nebbia agli irti colli, è ovvio) e infine, vivendo in epoca di Internet, mi sono messo a navigare cercando tutte quelle parole, in tutte le lingue, che Remo Ceserani elenca a inizio del suo saggio. Ero riuscito a mettere insieme qualcosa come cento pagine di testi, alcuni ovvi, altri più improbabili come il Fumifugium di John Evelyn, 1661, che in effetti più che sulla nebbia era sullo smog che già iniziava a impestare Londra a quei tempi - ma in fondo sull' argomento sarebbe poi stato più convincente Dickens. Non ricordo se per influenza di quel materiale o per semplice coincidenza, in quel periodo mi era venuto in mente di scrivere La misteriosa fiamma della regina Loana, un brano del quale i co-curatori di questa antologia hanno avuto la cortesia di includere tra i vari testi proposti. Siccome era un libro che rievocava una infanzia piemontese, la nebbia non poteva non entrarci, e ci è entrata tutta, nel senso che ho saccheggiato la mia antologia, permettendo al protagonista smemorato di ritrovare appunto una raccolta del genere che egli aveva messo nel computer, così che egli potesse fantasmare della nebbia in lunghi brani in corsivo (tanto per mettere in chiaro che non erano miei bensì citazioni)... Ma insomma, non sono qui a parlare del mio romanzo. Il fatto è che a quel punto avendo sfruttato l' antologia per quanto potevo, non vedevo più alcuna ragione di dedicarvi altro tempo quando (altra mirabile coincidenza) ho scoperto che Remo Ceserani stava scrivendo la voce "nebbia" per il Dizionario dei Temi Letterari. Ho visto dai suoi riferimenti che lui aveva individuato testimonianze che a me erano sfuggite, e di lì è nata l' idea di proporgli questa antologia. Che poi, tranne quelle cento pagine raccolte da me, moltissime delle quali Ceserani aveva già trovato per conto proprio, l' antologia nel suo complesso sia opera di Ceserani e Ghelli, lo concedo con ric o n o s c e n t e e c c i t a z i o n e . Quanta bella nebbia! Credo si possano amare i mari del sud anche essendo nati in paesi freddi e brumosi, e forse proprio per reazione all' ambiente natale: Stevenson era nato a Edinburgo, Gauguin a Parigi, e via dicendo. Ma non si può amare la nebbia se non si è nati nella nebbia. Certo, si potrebbe percorrere tutta questa antologia e scovare qualche poeta della nebbia che a prima vista non dovrebbe essere nato nella nebbia, per esempio D' Annunzio, che riesce con pari abilità a descriverci ne Il fuoco le glorie di una Venezia incandescente di tramonti epifanici e nel Notturno i misteri di una Venezia brumosa; ma a Venezia il poeta c' era pur stato, aveva cantato «il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia», e consultando Internet si possono trovare avvisi di bei banchi di nebbia sulla Roma-Teramo o sulla Torano-Pescara. Chi è nato nella nebbia conosce l' espressione spaurita e incredula di chi, cresciuto nei paesi dove fioriscono i limoni, ti sente dire che tu ami la nebbia, non solo gli irti collie lo sfumare grigiastro delle colline lontane ma persino - Dio ci perdoni - la nebbia sull' autostrada, nella quale noi, uomini della nebbia, si guida confidenti, alla velocità giusta, senza farci atterrire dalle ombre vaghe e giganti che sembrano sorgere all' improvviso là dove pochi istanti prima c' era una linea bianca. Sono nato, l' ho detto, in una città nebbiosa. Credo che se lo raccontassi oggi ai suoi giovanissimi abitanti non capirebbero che cosa dico. La luce uccide la nebbia, e ve ne accorgete sulle autostrade dove, appena si arriva in vicinanza di un autogrill con benzinaio, e gli ampi spiazzi antistanti sono illuminati, la nebbia non c' è più. Segno che, a spendere un po' più di soldi per l' illuminazione delle autostrade, non ci sarebbero più morti per nebbia non lo dico per noi che con quella faccia un po' così solo di rado abbiamo visto Genova, e per il resto ci siamo mossi tra le risaie del vercellese e le vigne langhigiane, ma per i poveri siciliani, napoletani, e persino laziali, che ne muoiono ogni anno, senza capire della nebbia la mutae algida bellezza. La luce uccide la nebbia e nelle città, dove rimangono ormai le vetrine illuminate anche di notte, e i lampioni sfolgorano, la nebbia si ritrae pudica. Percorro nostalgico Milano per ritrovare le nebbie non dico di Sereni ma dei gialli di De Angelis (vedi L' albergo delle tre rose: «Pioveva a fili lunghi, che al riverbero dei fanali parevan d' argento. La nebbia diffusa, fumosa, penetrava coi suoi aghi nel volto. Sui marciapiedi scorreva ondeggiando la infinita teoria degli ombrelli». Ahimé, il calore innaturale che uccide la nebbia è quello che scioglie anche i ghiacciai, e la terra morirà non solo per eccesso di calore ma anche per carenza di nebbia. L' avrete voluto voi, maledetti nemici delle brume. Speriamo ora nella crisi economica. Ma torniamo alla mia città. Non solo è (era) nebbiosa ma è fatta di grandi spazi vuoti e sonnolenti, insopportabili nel gran sole meridiano d' agosto, quando tutti si rintanano terrorizzati da quel vuoto arroventato. Però di colpo, in certe serate autunnali o invernali, quando la città è (era) sommersa dalla nebbia, i vuoti scompaiono, e dal grigiore lattiginoso, alla luce dei fanali, spigoli, angoli, subite facciate, scorci bui emergono dal nulla, in un gioco nuovo di forme appena accennate. E la mia città diventa "bella" (o almeno conturbante quanto la Fosca del nostro concittadino Tarchetti). Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine. Nella nebbia si cammina piano, bisogna conoscere i tracciati per non perdersi, ma si arriva sempre e lo stesso da qualche parte. La nebbia è buona e ripaga fedelmente chi la conoscee la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall' alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d' intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all' improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla. Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l' oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre. Nella nebbia sei al riparo del mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito. Per fortuna dalle mie parti quando non c' è nebbia, specie di primo mattino, "scarnebbia". Una specie di rugiada nebulosa che, anziché illuminare i prati, si leva a confondere cielo e terra, inumidendovi leggermente il viso. A differenza della nebbia, la visibilità è eccessiva, ma il paesaggio rimane sufficientemente monocromo, tutto si distribuisce su delicate sfumature di grigio e non offende l' occhio. Occorre (occorreva) andare fuori città e per strade provinciali, meglio per sentieri lungo un canale rettilineo, in bicicletta, senza sciarpa, con un giornale infilato sotto la giacca, a proteggere il petto. Ma divago. Non in tutti luoghi scarnebbia e questa antologia è dedicata a quelli in cui, per fortuna, nebulat. La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell' utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica. Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo. E siccome la nascita è l' inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimé virtuale) che alla morte forse non perverrai. Basterebbe fermarsi lì. Ma proprio perché non sai dove sei, nella nebbia tendi a muoverti per uscirne (che è stolida follia e folle stolidità). Chi ha ventura di starci, vuole venirne fuori. Per questo tutti gli uomini sono mortali.


UMBERTO ECO

mercoledì 25 novembre 2009

LUCIANNA ARGENTINO


Balthus












IL TALENTO DI PERSEFONE




Sconfiggi la mia incredulità di radice
ferita dalla terra – negata è l’acqua
alla mia sete, reciso ogni mio passo.
Scongiurami il tuo sguardo sasso
seppure più non lapida quel che qui
è condanna ma altrove è canto.
Allevami in una fede nuova
variante alle certezze
ora che più mi rassicura il dubbio.
***





Radunati attorno al mio respiro
fatti specchio ai demoni che lo abitano
ch’io sappia da che guarire
e impari il nome del mio male
lontano dal tuo corpo sagrato
del divino in me. Affidami il tuo dire
traverso – frangiflutti che sparpaglia l’onda
del mio sentire. Accordami la parola
che sola salva dal sospetto che impuri
siano i desideri di Dio se noi
ne siamo l’oggetto.
***





Conservami il luogo in cui mi hai attesa,
dammi l’odore della mia assenza
il sapore della tua impazienza…
Offrimi la misura della distanza e poi
colmala di diuturna presenza…
Cheta la fede indietreggiata
al tuo sguardo di chiesa sconsacrata
fanne scandalo alla mia cieca virtù.
***





Assolvimi da questa biografia infedele
disincarnami da questo dolore, ridammi l’attitudine
alla costanza soffiata via come polvere dalle mani.
Non ho rigori e riposo dove l’ombra
morde la luce ovvia della verità
affinché tu, esercito e confine,
lasci ch’io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno.
***





Serviti della mia obbedienza
dalle un volto nuovo
convincimi che non c’è altro
che è tutto qui ciò cui abbiamo rinunciato.
Confondi le linee della mia mano,
rimuovi ogni traccia di destino
ma non correggermi se sbaglio
perché nessuna verità potrà smentire
il mio errore.
***





Assicurami il talento di Persefone
tu, mia ragione scoscesa a picco
sull’ubiquità di cui mi fai capace.
Muta in furtiva voce
la vertigine di essere riva al tuo destino
perché non si sconsacri il cuore
nel presagio della carestia
e sia divino questo nostro umano
tentare l’invisibile.
***





Comunicati in me
che io ti sia particola di grazia
e poi amami come un dubbio
e come un dubbio arrivami
attraverso distanze ribelli
alla mia paziente fede. Sii per me stanza
convalescenza e quell’eterno
che diserto seguendo te.



























Da "Diario inverso" (Manni 2006)










Chi può dirmi chi sono,
se lui non mi è più specchio?
Se di coraggio perso è il suo guardarmi
e di ritorni severi e di ritardi,
se nel suo sguardo disfatti vedo il tempo e me
me ridisegnata senza braccia.





Io sono il bianco e lui è il nero
e da bianco mi avvicinai al suo nero
perché si stemperasse un poco,
perché sfumasse in una chiarità devota...
Ma il suo nero ha la qualità del bianco:
riflette la luce e se ne difende
murando vivo il sole – e il mio bianco è
come il nero: assorbe la luce e se ne nutre.















Lucianna Argentino ©















Biografia:







Lucianna Argentino è nata a Roma nel 1962. Dai primi anni novanta il suo amore per la poesia l’ha portata a occuparsene attivamente come organizzatrice di rassegne, di letture pubbliche, di presentazioni di libri e con collaborazioni a diverse riviste del settore. Fa parte della redazione del blog letterario collettivo "viadellebelledonne". E’ coautrice con Vincenzo Morra del libro “Alessio Niceforo, il poeta della bontà” (Viemme, 1990). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci, segnalato al premio Montale nel 1995. “Mutamento” (Fermenti Editrice, collana “Il tempo ansante” diretta da Plinio Perilli, 1999), con la prefazione di Mariella Bettarini, “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia (Premio Donna Poesia 2006). “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi. Nell'ottobre del 2009 con la Lietocolle ha pubblicato una plaquette, “Favola”, con disegni di Marco Sebastiani. Con Pagina-Zero ha realizzato un e-book tratto dalla raccolta inedita "Le stanze inquiete".





giovedì 19 novembre 2009

SEBASTIANO ADERNO' VINCITORE PREMIO "OSSI DI SEPPIA"

Foto di Marco Bolognesi ©













Sebastiano Adernò è stato dichiarato vincitore assoluto del Premio di Poesia "Ossi di seppia" organizzato a Taggia vicino a Sanremo. Fra i giurati Davide Rondoni. Un'antologia con più testi dei primi quattro classificati verrà realizzata e distribuita in più di 500 biblioteche nazionali. In omaggio a Sebastiano, al quale faccio i migliori auguri per il suo futuro letterario e non, vi propongo alcuni suoi testi. Incisivi, come è la sua penna.


















[INVETTIVA CONTRO COLORO]






non sei soluzione ma principio diluito,


annacquato equinozio non sostenibile


almeno per quest'anno


che la rimessa degli sguardi scucitisi


trova lungo il perimetro della casa circondariale


proprio lì, nel carcere stazione di ricchezza minerale


umano fossile e naturale antitesi di quell'albero


e dei suoi modi di avere spalle


per ogni ramo come volontà unica


conficcata alla nuca,


e giù per la schiena a difendere vene e sistemi


vasi linfatici dove ogni foglia s'assume a variabile


d'infinite geometrie,


e s'intinge di verde,


nuovo contro la tua ossidata geografia


di pensiero da starnuto, da prigioniero,


da polvere rimasta chiusa nei tuoi concetti


e accumulata nel tuo ergastolo scontato


in quell'unico spiraglio di pregiudizio


da cui scruti il mondo












[MALO DESTINO]






sei contorno


cosa di poco conto


che s'accompagna al cavallo lento


stanco delle insegne


che arrivò tardi alla battaglia,


quel giorno quando l'indovino


tracciò sulla sabbia


un sistema di tendini


maledicendo due volte


che per l'infiammazione dei tuoi figli


non sarebbe bastata l'incubatrice


e la loro fame avrebbe trovato


sempre capezzoli asciutti

e la notte seguente non fu meglio


ma pur sempre a favore di un'incisione


sulla ghiandola del sogno,


sette millimetri bastarono


per contrarre il futuro e la sua smorfia


per vedere le brigate di dio sull'attenti


su una lingua muscolare


e i distratti al macello


appesi per le narici


alla puzza del dissenso

ti fu chiaro allora


che per dispetti della mente


la vita si sarebbe sfilata


dal midollo anello dopo anello


succhiata fine dalle labbra


giù fino al mento unto













[CADUCITA']






quel dirsi che non trattiene,


né promette


è un disastro avvolto nel panno

e sembra già cosa


così abbondante


avere ancora voce


per stirare tutti


i perfetti angoli di un saluto

così di quei no a non permettere


punirne la mano colpevole,


la scogliera dei denti,


la collezione di cristalli


dalla certa instabilità prospettica,


miraggio:come dentro un sapore


incedere di gusto


in quel tuo nome


che è un passo di tango

ma anche questa notte


si trattiene sulla fronte


è mappa del rimpianto


e le cose non rispondono


sono rotte, distratte


e confabulano sul filare


accusandoci di appassire








Sebastiano Adernò ©

venerdì 13 novembre 2009

PASQUALE VITAGLIANO

Balthus - The patience

*Nota di lettura*



Qui ci si perde in atmosfere dismesse e sottotono. Le intemperie dell’esistenza traspaiono solo, non diventano mai davvero protagoniste delle vicende umane e i toni si inseguono in un alternarsi di bianchi e neri in rivalsa l’uno sull’altro; cominciano, per poi terminare alla luce del riscatto emotivo.
I termini usati nelle poesie di Pasquale Vitagliano riportano ad una semplicità essenziale eppure colma di eventi sotterranei, leit motiv di un crogiolo d’attenzioni a minimi sussulti di banale o vuoti temporanei.
Non ci sono ampi margini di respiro nelle idee macerate in queste parole; lo stile asciutto e scarno esalta la vera origine del pensiero riportandone fedelmente ogni variazione, rendendo possibile al lettore l’avvicinarsi ad esse a diversi livelli di approfondimento personale.
La rappresentazione della realtà è una linea guida verso cui l’autore è rivolto, ma è nello stesso tempo una forma asettica per dire o non dire, constatare o disprezzare, amare o fallire. Un approccio semplice, preludio di una lettura più complessa, che non tradisce nè nei suoi strati più superficiali né in quelli al di sotto della scorza.





Federica Nightingale










Il cibo senza nome



Questa casa non ha odore,
non dico il sugo, la frittura,
il calore, che sarebbe kitch;
dico che non si sentono passi
dietro i tavoli, sulle tovaglie,
sopra i divani, fuori delle stanze.
Non posso dire la differenza, come
gli inglesi, tra casa e casa, perché
camere e cucina non siano solo mattoni,
intonaco e cellofan, ma anche terra,
ventre e fame che si sazia alla fine
della vita sui muri fino ad annerirli
e a farli puzzare delle nostre giornate.
E invece questa casa è una rimessa,
i cartoni, le scatole di cibo senza nome
al posto dei libri sugli scaffali dismessi,
le foto senza alcun luogo, i quadri senza
soggetto, la polvere che ti mangia tutto.
Mi resta il bagno, utile e integro come una cesta.







Il disprezzo





Non è affatto calmo questo caos,
rifluisce alla sua natura di intemperie,
di disordine che non si lascia a freno,
che si porta come calce nei palmi.
Non è cinematograficamente corretta
questa inconsolabile lotta contro il petto,
senza alcun motivo musicale, amputata
di ogni colonna sonora che ti batteva
nella testa, ed ora sprofonda sorda nel ricordo.
L’ hai presa da dietro la voglia di farla finita,
un’eclissi carnale che ti spegne come la terra
messa a tappeto da un siderale sole notturno
che rimbomba come uno sparo in una camera chiusa.





A biliardo




Ho giocato con te
come su un panno verde,
fino a strapparlo
con la stecca
che colpiva la palla rossa
numero tre
che non andava in buca,
ma balzava di sponda
in sponda come
una frusta nera
che batte pazza la terra.








Pasquale Vitagliano ©







Biografia:




Pasquale Vitagliano (Lecce 1965) vive e lavora a Terlizzi (BA). Gior­nalista ed editor per riviste locali e nazionali. Già presente in diverse Antologie di LietoColle, ha scritto per Lapoesiaelospirito, Italialibri, Na­zione Indiana. Ha scritto "Amnesie amniotiche", LietoColle Libri, Collana “Erato”, 2009.

martedì 10 novembre 2009

SYLVIA PLATH

Waterhouse - Ophelia



I'M VERTICAL



I’m vertical
But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them--
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.








SONO VERTICALE



Sono verticale
Ma vorrei piuttosto essere orizzontale.
Non sono un albero con le radici nella terra
A succhiare minerali e amore materno
Così che ogni Marzo che viene io possa luccicare in una foglia,
e nemmeno sono la bellezza di un’aiuola del giardino
ad attrarre la meraviglia d’essere dipinta in modo spettacolare,
inconsapevole che dovrò presto perdere i petali.

Paragonato a me, un albero è immortale
E la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e io è la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra che voglio

Stanotte, nell’infinitesimale luce delle stelle,
gli alberi e i fiori hanno sparso il loro fresco profumo.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro pare accorgersene.
Talvolta penso che mentre dormo
forse rassomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Mi riesce più naturale stare sdraiata.
Così il cielo ed io siamo in conversazione aperta,
e sarò utile quando rimarrò stesa per sempre:
allora forse gli alberi mi toccheranno per una volta,
e i fiori avranno tempo per me.



Sylvia Plath ©


Traduzione di Federica Nightingale ©

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

giovedì 5 novembre 2009

MIRELLA CRAPANZANO

Foto di Federica Nightingale ©






Decodifiche


decodificami l’inverso
posso sgretolare il fondo
di un cielo in una tazza - capire
il segno che tramuta le fughe in vento
i numeri di varchi aperti
alle risposte - le percezioni
senza sesso e lingue
lasciate al sole a disseccare
angoli di pietra le braccia aperte
esposte alle allegorie del tempo
- i ritorni degli insetti -
e il sentire retroverso al gusto
ai nodi che il mare ostina a sigillare
non ho riparo nei crocicchi
mi riconsegna ad acque e legature
la certezza del dubbio rivelato
dentro ascensioni
e la sutura al corpo di un’assenza


***


Apocalipta


una lettura - la visione di viscere - e
poco rimane delle nostre storie esplose
scorie sotto la costa - corpi
di parvenza sacra - insoluti al cielo
inesplicabili
muti motori
ai passaggi di comete
si sciolgono chiese come buchi
erode il centro -lo sgomento -
si presenta al nulla
nero
impeccabile
refrattario alle spirali
sarà questo il nostro patto di polsi
dal caos alle lenzuola
- ricontare ad una ad una
tracce di vita - ricaderci tra le braccia
lanciare la semenza in alto
spaventare i corvi




***


Anamnesi


- a volte in simulazione di fragilità
il corpo all’angolo oscilla pendolo tra la veggenza e il disarmo -
ciò che avviene ai confini
ama il rosso cangiante delle vette
e l’inchiostro del sangue alle guerre
la camicia imbrattata e la distanza
da un qualsiasi cielo alla tua retina
le bocche spalancate - i morti camminano su acque -
le memorie per strade i fiori di grecale
da nord est - le scacchiere scarlatte
su possibili futuri - in pilastri
sotto ponti e sorrisi di venere
ciò che avviene ai confini
è un prodigio affisso su architravi
immune alle asole di storia ai suoni ruscelli
al taglio di luce scisso tra ore e secoli
come corni squillanti al ritorno dei bambini
- invisibili al nero - a ricomporre il verbo




***


Ophelia


alle porte rincasava anonima
straniata ai volti - a simmetrie lontane
dai suoi polsi lei - collinare
al dispiegarsi delle ombre - muoveva
appena i fuochi con i fianchi
gli occhi dilatati all’erta
dai soliti stereotipi - i diluvi universali
l’invasione di formiche su piazze
contaminate dai rumori - sotto ai letti
a un centimetro di pelle dagli umani
rincasati - loro sì ai riti quotidiani
- folle - dicevano
una luna nera
l’epidermide abbassata al battere di segni
come un soffio dalla fine - indolente
al doppio andare della morte
dolce l’afonia dell’acqua al suo richiamo mugolare
quando attraversava la materia - senza ali
negli ignoti
insonne
alle simulazioni del proscenio
al salto
Sottovento
ti rimango estrema
ultima svolta sulla mano
una parabola di silenzio
la nostalgia
fuori da ogni sguardo
la luce s’approssima
a una rincorsa contro il tempo
uno spiraglio che mi spoglia
della forma del buio
una - O - perfetta
sulle labbra
una scorciatoia all’alba
e io lì stesa tra le tue dita
in breve
riconto cartilagini e ossa
sottovento
Di passaggio
le scorciatoie assottigliano
mentre do in affido le ragioni
si spellano facciate - nottetempo -
segrete al compimento
lì ritrovo l’odore dell’estate
che declina il viola ai nodi
delle barche e muove
il legno nell’esilio delle anse
ai seni colmi di campane
dove sotto sfinisce
il mare
sequenze del come
all’amo espia la bocca
un’altra sponda del vorrei
che incespica le braccia - si conclude
vaga - richiamo muto
a destinazioni passeggere








Mirella Crapanzano ©








Biografia:






Mirella Crapanzano è nata ad Agrigento nel 1959. Ha studiato Letteratura e Filosofia, ma la sua curiosità e la ricerca di stimoli nuovi l’hanno portata a conoscere una realtà nuova che si chiama Damanhur, un’eco-società basata su valori etici e spirituali, situata nella zona del Canavese, in provincia di Torino, dove attualmente vive.Appassionata d’arte, pittura, musica e poesia, è titolare d’una azienda di tessuti in seta e complementi d'arredo che dipinge a mano, utilizzando antiche tecniche. Si occupa di allestimenti scenografici e collabora con Teatrolila della rete internazionale di donne nel teatro The Magdalena Project.

lunedì 2 novembre 2009

NEL PENSARTI OLTRE I NAVIGLI (ad Alda Merini)

Foto di Klaus Wickrath ©






Nel pensarti oltre i Navigli


vedrei speso quel giorno


a incorniciare sgomento


nelle parole di arranco precluso


alle folle




Nel pensarti vedrei


le dolenti mosse allo specchio


con l’amore a traboccare via


giù per le strade




E ti ricordo nei ritratti


che mai si videro


ma sentendosi alti gridarono


alle generazioni di ogni parte




Vieni vicino


e parlami senza i denti stretti


una volta e poi ancora




Nei frangenti ricostruiti


delle tribolazioni famose








Federica Nightingale ©

ADDIO AD ALDA MERINI


Foto di Giuliano Grittini ©




Morta a Milano Alda Merini ieri 1 novembre 2009

Era considerata una delle principali poetesse del Novecento. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie Française.





Cara Federica



Cara Federica dirò come soffro

perchè ci è dato tanto soffrire,

perchè vediamo tagliare dalla terra

le nostre spighe migliori

anche io ero una spiga che cresceva nei campi,

credi Federica

i poeti non sono seminati da alcuno

li porta il vento della primavera.

Oggi per la mia donna è un giorno di libertà

ma per noi prigionieri dell'arte

è un altro giorno di prigionia.

Non sono felice della mia morte

carissima Federica

eppure me ne dovrò andare

dopo aver perso la fede

che era nei cuori dei miei amici.




Veleggio come un'ombra



Veleggio come un'ombra

nel sonno del giorno

e senza sapere mi riconosco

come tanti schierata su un altare

per essere mangiata da chissà chi.

Io penso che l'inferno sia illuminato

di queste stesse strane lampadine.

Vogliono cibarsi della mia pena

perché la loro forse

non s'addormenta mai.


La Poesia


Sono molto irrequieta

quando mi legano

allo spazio
Alda Merini ©

mercoledì 28 ottobre 2009

HENRY AJUMEZE OBI

Foto Travel Picture Nigeria ©








HENRY AJUMEZE OBI
Poesie tratte dal libro “Dimple in the sand”
Hybun Publications International – 2009









In the beginning, was Anioma

The sun spreads its rays
Over this land
The streaks lead my footsteps in the evening
And I run naked in Isu, barefoot, to every hut
Where footpaths snake debris of thatch-roof
Cascaded by fury of the harmattan
The labyrinth reins my soul to the moon of every song
I wait for the moon, sitting on threshold of the evening…
Suddenly in the rain, strutting about
My ass glistering with pelts of waters, harsh like sands in a cyclone
I hold on to this distant memory of waters and wind
This is Anioma, where waters flap ways in a handshake of ripples
Between the Niger and Oboshi
The deep dark silence of Okpachi
Waters circle us like a halo of frontiers
The heartbeat of Anioma is the breath of an elephant
I hold on to the distant memory of this earth, this Anioma



In principio, era Anioma




Il sole stende i suoi raggi
su questa terra
Striature conducono i miei passi nella sera
e io corro nudo nell’Isu, a piedi scalzi,
verso ogni capanna dove sentieri serpeggiano fra
macerie di tetti di paglia
devastati dalla furia dell’harmattan
Il labirinto trattiene la mia anima
alla luna di ogni canzone
Aspetto la luna, seduto sulla soglia della sera
All’improvviso nella pioggia, camminando sostenuto
Il fondoschiena luccicante di scrosci d’acqua,
violenti come sabbie di un ciclone,
mi aggrappo a questo lontano ricordo di acqua e vento
Questo è Anioma,dove le acque s’agitano
come gorgoglii in una stretta di mano
Tra il Niger e l’Oboshi
Il profondo oscuro silenzio di Okpachi
Acque girano intorno a noi come un’aureola di frontiere
Il battito del cuore di Anioma è il respiro di un elefante
Mi aggrappo al lontano ricordo di questa terra, questo Anioma







Night opens my mind

Night opens my mind
like a window
hinged on broken frames
And these hues
of memories clatter past
like a storm
that slits the mind
I walked into her room
Nondescript, littered with
relics of yesterday
askew with utensils of laughter
I walked through
the uncultured raffia
of wigs lying on the rug,
bottles of perfume
comb
unbound handouts
ear-rings
broken strings of waist beads
I flipped through the pictures
And beheld, again
the smiles that stretch
across her face
to the brink of eternity
tableaux of myriad silhouettes
on the pages
the album opens
like a cascade of jeans
And veils of pink
Songs come at me
with gusts full of dreams
And the past stands
in the ante-chamber of my hearts
threatening,
like the volcano, avalanche of katrina
erupting, detonating the shock
that exploded my soul
that Wednesday night
I stand livid
in the crossroad
of metaphors; I become one
with grief...






La notte apre la mia mente



La notte apre la mia mente
come una finestra
su un telaio rotto
E queste tinte
del ricordo fanno baccano, di corsa
come un temporale
che squarcia la mente
Sono entrato nella sua stanza
Ordinaria, costipata di reliquie di ieri
di sghimbescio con arnesi di risate
Ho camminato attraverso
l’incolta raffia
di parrucche adagiate sul tappeto
bottiglie di profumo
pettine
cose sparse
orecchini
lacci rotti di perline da legare in vita
Ho sfogliato le fotografie
e ho visto ancora
i sorrisi tirati attraversarle il volto
verso un lembo di eternità
quadro vivente di miriadi di silhouettes
sulle pagine
che l’album apre
come una cascata di jeans
e veli di rosa
Canzoni vengono a me
come raffiche colme di sogni
E il passato sta
minaccioso
nell’anticamera del mio cuore
come il vulcano,la valanga eruttante
di katrina,
detonatore della scossa
che aveva esploso la mia anima
quel mercoledì notte
Rimango livido
all’incrocio di metafore;
ero diventato portatore
di pena….




Ajumeze Henry Obi ©

Traduzione di Federica Nightingale ©






Biografia:

Nato in Nigeria, Ajumeze Henry si laurea in Arte e Teatro presso l'Università di Calabar. Le sue poesie sono state pubblicate in For Ken, For Nigeria, un'antologia di scrittura contemporanea nigeriana edita da E. C. Osondu, vincitore del Caine Prize for African writing nel 2009,e su giornali letterari on line a sfondo poetico e politico, The Potomac, Outsider Writer's Collective, Ibhuku: Southern African Journal of literature, e AfricanWriters.com. La poesia di Ajumeze ha trovato anche ampia pubblicazione nelle pagine letterarie dei più importanti quotidiani nigeriani.




lunedì 26 ottobre 2009

MAX BELLA

Foto di Paal Bentdal ©








"…animula vagula blandula…”





Ho radici ai monti


La giumenta
di legna greve incatenata
ondeggiava contorta d’autunno
rantolava al sole
imprecando sulla china stretta
piegata dal crinale
verso dadi bianchi tra i monti
e fazzoletti di grano
sudati senza posa
poveri di fatica contadina
spasmi di cuore

bambino io
la mano di quercia annodavo
del nonno incanutito
che trottava
nel sogno già arrancavo
su per l’aia
- cortile blu del mondo -
alla ruvida casa di pietra
illuminata
al pane caldo di forno della nonna
odorosa al miele degli armenti

occhi azzurri di malinconia
fiero
il nonno sorrideva
canticchiava
poi sembrava dicesse
segui
ascolta questo ritmo
di chiodi bullonati nella suola
zoccoli e ferri levigati
senza tempo
fanno polvere i passi
e qui
nuvole d’acciaio sono
lega di impasti uguali
per tutto il tempo

ma osserva
diceva
il cielo a questi monti
è sempre chiaro.





Il cielo in cima


Poso qui i miei occhi
i tuoi nel fondo

sono questo tondo
di cielo terso
confine dei faggi illuminati
gagliardi dardi al sole
nel cuore del mondo.





Vorrei l’ultimo giorno


Vorrei raccogliermi intorno stretti e vocianti
tutti i fiorigiorni che ho visto crescere
tutti i sassi bianchi che hanno indicato la via
gli occhi tondi di tutte le donne amate
perdonate e che mi hanno perdonato
le strisce sudate di pungenti malinconie
le braccia al cielo dei doni in sorte ricevuti
le languide carezze e i versi scritti da tutti i gatti
le vaporose figure del padre e della madre
i fratelli congiunti nei viaggi esplorativi
e i tanti figli che non ho conosciuto
i profili indulgenti delle vive montagne
e il brusio salmastro dell’onda dell’isola incantata
le foglie ispirate dal dio del colore in autunno
le stagioni trascorse nell’ascolto e nell’attesa
nella pioggia lucida del sole della perseveranza
gli ardimenti osati in purezza di cuore
e le cupe inquietudini della grigia paura
i sogni inverati quando suonava musica
le stanze raccolte delle case ospitali
e le strade illuminate nel mondo della meraviglia

vorrei l’ultimo giorno circondarmi di tutto questo
ed altro ancora celato per me solo nel pudore
nel magico giardino di luce del silenzio
in un assolo d’abbraccio universale
in un pianissimo sorriso
con un bacio
al vento.

Max Bella ©



NOTA BIOGRAFICA

Sono nato, per caso, a Roma, dove vivo, lavoro e scrivo per diletto.
Ho tuttavia le mie radici là dove originano le sorgenti, e l’aria è più azzurra e fresca vicino al cielo: i monti d’Appennino centrale. Percorro da sempre i silenzi di quelle valli, degradanti tra il Terminillo e il Gran Sasso, con il gusto della fatica nuda, tra prati arrampicati e sassi infiniti affastellati sui crinali.

sabato 24 ottobre 2009

THE WORLD ACCORDING TO POETRY: FEDERICA NIGHTINGALE

Foto dal web






In questo post vi segnalo la pubblicazione di una mia raccolta di Poesia in lingua inglese, apparsa su http://www.outsiderwriters.org/archives/3666

Spero vorrete visitare il sito che merita da solo un click in più del vostro tempo e la pagina a me dedicata.

Grazie e buon week end a tutti.

mercoledì 21 ottobre 2009

FEDERICO FEDERICI












Estratti da " L'Opera Racchiusa"- Lampi di Stampa, Milano, 2009




pochi, fratelli e sorelle, che sono amori e amici

in colmo all’invisibile restano del mondo voci

e d’altri appena gli occhi; accolti in una turba scura

defilano in preda all’aria, scossi come si riscuote

l’albero nei rami alti lungo i muri, lasciano cadere

polline e capelli, la segatura tarme ai buchi


chino il capo sui tormenti di una piaga fitta

sulla pelle in luce li tortura l’ombra, respirano

accostati ai vetri come reliquie i santi


§


lascia che a dire siano le cose

gli abitatori del mondo addossati alla cruna

dell’ago, le lingue impresse a memoria


l’elencazione dei nomi dei morti toglie il respiro


tempo è di dare le mani nell’andirivieni dei vivi

fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema


§


un’attesa grigia abita la nebbia

porta ai fianchi l’erba sulla casa

che ci aspetta, ma non è ritorno

questo di noi due nel luogo

dove stare nel momento atteso

della vita, a coltivare le radici

dei capelli, i palmi che raccolgono

le ciglia ai fiori aperti, sibilanti all’aria


solo in due a dividerci le ossa, i rami

§


l’hanno già detto tanti, non siamo stati

gli ultimi a scriverlo in questo suono

di carte e tarli, scoli e macerie, crepe

d’acciaio nei lavandini; solo le querce

sui labirinti oscurati, giardini o corridoi

vuoti; l’estate ha un passo chiuso

ancora consacra alla chiarezza i giorni


viene la sera terrestre dopo il temporale

s’apre la pietra al fuoco che la tormenta

ora che muove appena un’ombra di noi

due tornati senza tornare; più d’ogni altra

dài regolata la mano in nudità di fiore

alla bocca, il suo bianco aspetto ferma

l’aria, piena di misurato respiro, stretta,

amata quanto desiderata, senza poterlo



Federico Federici ©





Biografia:

Federico Federici (Savona, 1974), laureato in Fisica. Dal 2000 al 2004 svolge attività di ricerca presso la sezione INFM del Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova, nell’ambito della Fisica dei biosistemi, occupandosi principalmente di microscopia confocale e microscopia con eccitazione a due fotoni.Ha pubblicato, di poesia, a nome Antonio Diavoli, Ardesia (ShortEdit, Savona, 1996), Versi Clandestini (Studio64, Genova, 2004), Quattro Quarti (Il Foglio, Piombino, 2005), N documenti in cifra (Cantarena, Genova, 2006), Chiuderanno gli occhi (con Ilaria Seclì) (Cantarena, Genova, 2007), una selezione di testi da Profilo minore, con una introduzione di Luigi Metropoli, nell’antologia Leggere variazioni di rotta (Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008); di critica La nuovissima poesia russa (PaginaZero n. 8, 2005), Santa Cecilia e l’angelo: una lettera a Massimo Sannelli (Cantarena n. 30, 2006), Una poesia senza eroe? Nika Georgievna Turbina (PaginaZero n. 9, 2006); le traduzioni One window and eight bars, di Rati Saxena (Cantarena, Genova, 2008), Sono pesi queste mie poesie, di Nika Turbina (Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2008); di prosa la storia Le cose che non ricordo, illustrata da Alice Socal, nel catalogo Blog e Nuvole (Comma22 Edizioni, 2009).Suoi testi sono usciti su rivista «Atelier», «Cantarena», «Conversation poetry», «Private», «Kritya», «Maintenant, journal of contemporary dada writing and art», «Lo Specchio» de La Stampa, «Ulisse» e su siti internet di carattere letterario.La raccolta Versi Clandestini è stata segnalata nel corso della trasmissione Fahrenheit (Radio 3) nell’ambito del book crossing.Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo e arabo.Ha tradotto dal russo Elena Fanajlova e Nika Turbina, dal tedesco Paul Celan, Hans Arp, Katarina Frostenson, Merja Virolainen, Daiva Čepauskaitė, dall’italiano in inglese Cesare Pavese, Gian Paolo Guerini, Paolo Fichera, dall’inglese Sophie Hannah, Alice Oswald, Renáta Vargová, Rati Saxena.Ha preso parte a incontri e letture in Italia, India, Germania e Polonia, a mostre di pittura in Italia e Germania, a manifestazioni legate alla videopoesia e al cortometraggio in Italia, Germania e Venezuela.Nel 2009 vince il “Premio Lorenzo Montano” nella sezione “Opera inedita” con la prima raccolta di versi a proprio nome, L’opera racchiusa (Lampi di stampa, Milano, 2009).

lunedì 19 ottobre 2009

JEAN MARIE GUSTAVE LE CLEZIO

Zinaida Serebryakova







L'INEDITO DI Le Clézio PUBBLICATO NEL 2004 SUL CORRIERE DELLA SERA

Sogni e paure di un bambino in guerra.
Un'autobiografia «fantastica» dove vince l'amore per la madre.
Il testo «Nascere in una guerra» qui pubblicato è stato scritto da Le Clézio per il Festival internazionale Letterature di Roma del 2004.

***


Sono nato sorridente. Me l'hanno rimproverato spesso, come se io c'entrassi qualcosa. Chi è nato in un'isola ha spesso quel sorriso fisso che irrita gli abitanti delle città. Loro vi leggono chissà quale segreto, un'ipocrisia, o il segno di un animo debole, se non proprio di sempliciotto. Quando si nasce da una madre che proviene da un'isola, si sa d'istinto che un giorno bisognerà tirarsene fuori, affrontare gli altri. Si sa anche, giacché tutti si adoprano per farvelo sapere, che l'universo non si riduce a quel perimetro, che non è piccolo, non è buono, e che, attorno a voi, la gente non ha bisogno di voi. Ecco perché le persone che sono cresciute in quella cerchia ristretta, legate a un'isola natale, si costruiscono quanto prima quel falso sorriso che serve loro da corazza. Quando sono uscito dal mio isolamento, dopo quell'orrenda guerra, avevo quel sorriso fisso. I compagni di scuola m'interpellavano: «Perché sorridi sempre?». Altri aggiungevano, come se fosse una spiegazione: «Non sarai un po' negro, te?».Io non sapevo cosa rispondere. Non sapevo com'ero. Non conoscevo mio padre. Immaginavo che dovesse essere come me, la pelle scura, le labbra carnose, e quel sorriso immobile che non significava niente. In seguito, ho imparato a difendermi. Dicevo: «Non è un sorriso, è un ghigno». Il solo momento in cui il mio sorriso si cancellava era quando un aereo passava bassissimo nel cielo, e il rombo del suo motore mi straziava le orecchie. C'era la guerra. Non c'erano uomini in casa, salvo mio prozio Monsieur Lucien, ma non ero sicuro che fosse davvero un uomo. Era altissimo e magro, con una voce sottile. Gli volevo molto bene. Mia nonna era bassa e robusta, con una crocchia di capelli neri e occhi grigi grigi. Era lei che decideva tutto, che comandava in tutto e per tutto. Mia madre era bellissima. Mi ricordo di lei a quel tempo, era alta, magra, con capelli nerissimi, una pelle color pan pepato (qualcuno glielo aveva detto, un giorno), occhi a loro volta neri, frange di ciglia fitte. D'estate, passava il tempo in costume da bagno, al sole, nell'erba del giardinetto dietro casa. Lo faceva all'inizio, poi sono arrivati i nemici e mia nonna le ha proibito di stare fuori.La pelle delle sue gambe, sulle tibie, era scura e lucente, mi piaceva passarci sopra la punta delle dita, era liscia e calda come un sasso levigato dal mare. C'era la guerra. Non c'era niente da mangiare. Non c'erano soldi. Le notizie dovevano essere angoscianti. Eppure, mi ricordo di mia madre come di una persona allegra e spensierata. Le piaceva canticchiare canzoni creole, suonare la chitarra. Le piaceva anche leggere, poteva rimanere per ore sprofondata in un libro come La nascita di Jalna. Grazie a lei, è rimasta in me la convinzione che, quale che sia la difficoltà del momento, la realtà rimane un segreto, e che soltanto sognando si è più vicini al mondo. Mia nonna era diversissima. Era una donna del nord, della zona di Arras o di Compiegne, di una lunga stirpe di contadini duri e autoritari. Si chiamava Germaine. Credo di aver capito prestissimo quanto ci fosse di volitivo, di gretto e di caparbio in quel nome. Ce l'aveva a morte con i nemici che avevano invaso la Francia. Non ne pronunciava mai il nome. Aveva perso il marito durante la Grande Guerra. Aveva allevato il figlio unico, e il fratello minore dopo l'incidente. Tutto questo l'ho capito soltanto molto tempo dopo.Anche di mio padre, non ho saputo niente. Era partito, un giorno, e non era più tornato. Ma in pratica non avevo alcun ricordo di lui. Un'ombra, forse, una sagoma sfuggente. Di mio nonno paterno rimanevano soltanto poche fotografie incorniciate nella stanza della nonna. Anche una Bibbia, e dei libri di Emanuel Swedenborg su cui ho imparato a leggere. Mia madre aveva un nome dolcissimo. Un nome d'isola e di fiume, che si addiceva al suo sorriso, al colore della sua pelle e alle musiche della sua chitarra. Si chiamava Rosalba. La guerra è quando si ha fame e freddo. Non fa sempre più freddo quando si è in una guerra? Nonna Germaine diceva che le due guerre da lei conosciute, la «Grande» e poi l'altra, la «porcheria», quella scoppiata quando io avevo un anno, erano state entrambe caratterizzate da estati torride, seguite da inverni terribili. Raccontava, ricordo, che nell'estate del '14 le allodole nei campi avevano cantato: «'st'està, 'st'està!». E che due giorni dopo i muri erano tappezzati di manifesti della mobilitazione. Germaine non aveva detto che gli uccelli avevano cantato durante l'estate del '39. Aveva però detto che suo figlio era partito sotto una pioggia torrenziale. Aveva baciato la moglie, mi aveva preso in braccio, e se n'era andato senza voltarsi. In montagna, faceva freddo a partire da ottobre. Ogni sera pioveva.Le strade erano ridotte a torrenti che facevano una musica triste. C'erano molti corvi appollaiati nei campi, tenevano le loro riunioni, e i loro gridi striduli riempivano il vuoto del cielo. Noi abitavamo al primo piano di una vecchia casa di sasso, all'uscita del paese, verso l'alto. A pianterreno, c'era uno stanzone vuoto che in passato era stato un negozio di generi alimentari e rivendita di patate. Le finestre del negozio erano state murate. Erano gli ordini dei nemici. Temevano gli attentati. Lo stanzone fungeva ancora da magazzino. Un pomeriggio, la proprietaria, la signora Carrignon, aveva aperto la porta e io avevo scorto il negozio in penombra, gli scaffali vuoti, le damigiane unite da ragnatele, e sul pavimento, reso fantasmagorico dalla luce grigia, cenci e sacchi vuoti, simili a cadaveri. «Cosa ci fai qui? Via, sciò!». La signora Carrignon era comparsa sulla soglia, con indosso il grembiule color dei vecchi sacchi di patate, con ragnatele intessute ai capelli. Era pallida, aveva un solo dente che posava sul labbro inferiore. Faceva paura a tutti i bambini del paese. La guerra era soprattutto l'odore, un odore che non posso dimenticare. Un misto di muffa, di fumo, un odore di castagna e di cavolo, qualcosa di freddo, d'inquietante.La vita passa, si cambia, si dimentica. Ma l'odore della guerra resta, a volte torna senza che ce lo aspettiamo. Con quello tornano i ricordi, la lunghezza, la lunghezza di quel tempo, quando sembra che le giornate, i mesi, gli anni siano senza fine. Che il nemico rimarrà sempre, non se ne andrà mai, che occuperà il suolo e le strade del paese sino alla fine del mondo. La mancanza di soldi. Come se ne accorge, un bambino di quattro anni? Che nonna Germaine ne parlasse talora con mia madre, la sera, dopo la zuppa di rape, mentre io sonnecchiavo coi gomiti sul tavolo guardando i disegni sulla tela cerata che si muovevano? «Come si fa con il latte, il pane, le verdure? Costa tutto così caro!». Non sono i soldi che mancano, sono i modi di passare il tempo. I modi di non pensare più al tempo, di non avere paura del giorno che finisce, della notte, del giorno che sta per nascere. Quella paura che si mescola all'odore del paese, al freddo della valle incassata dall'inverno, all'ombra del picco delle Abeilles che avanza come un'ala. Il picco è lo sperone roccioso che domina la valle, che minaccia il paese. La nostra casa è sul bordo della strada che va verso l'alta montagna, nel punto in cui la valle si restringe forzando l'acqua del fiume verso la chiusa.Ma a me piace il fiume, il suo rumore, il suo odore. Non è come l'odore di cantina che sale dalle tavole dello stanzone dove i cenci sono spoglie dimenticate. Il fiume fa una musica quasi dolce, mi fa lo stesso effetto della voce di mia madre Rosalba quanto canta accompagnandosi con la chitarra, o quando mi legge qualcosa, la sera, nel suo letto, io e lei avvolti stretti nelle coperte per scaldarci. O la voce della pioggia che deve cadere ogni sera mentre dormo, quando l'ombra del pizzo delle Abeilles avanza come un'ala di corvo. La stanza in cui vivere era la cucina. Le tre camere erano nere e fredde. Davano su una ripa sassosa dove l'acqua scorreva in continuazione. La cucina si apriva sulla strada, con due finestre e un balcone dove la nonna teneva le provviste al fresco. La sera, nonna Germaine metteva la carta blu alle finestre per via del coprifuoco. Io passavo la maggior parte del tempo in cucina. Lì c'era sole anche in pieno inverno. Durante il giorno non c'era bisogno di tende perché non avevamo dirimpettai. La via che passava sotto le finestre di cucina era la strada per i monti. Non ci passava molta gente. La mattina, verso le sette, la corriera asmatica a gasogeno che portava ai paesini di alta montagna faceva un rumore smorzato. Quando la sentivo arrivare, mi precipitavo a vedere l'enorme insetto metallico senza muso e senza cofano, il tetto coperto di carabattole avvolte nella tela e legate.La fermata del bus era un po' più in giù, sulla piazza. Stando al balcone, potevo scorgere, al di là dei prati a ridosso del fiume, i tetti del paese nuovo con il campanile quadrato e l'orologio con i numeri romani. Non sono mai riuscito a leggere l'ora, credo che l'orologio si fosse rotto all'inizio della guerra. Mi pare che segnasse sempre mezzogiorno. La cucina, in primavera, si riempiva di mosche. Nonna Germaine diceva che erano stati i nemici a portarle. «Prima della guerra non ce n'erano così tante». Mio zio Monsieur Lucien la prendeva in giro. «Come fai a saperlo? Le hai contate?». Lei non demordeva. «Già nel '14 si sono viste arrivare a Compiegne, dovresti ricordarlo. Nuvole di mosche. Si diceva che ne avevano portate a panieri e le lanciavano su di noi per demoralizzarci». Per lottare contro di loro, nonna Germaine appendeva strisce di carta gommata alla lampadina. Data la penuria, usava sempre la stessa striscia, che puliva ogni sera. Così facendo, però, toglieva lo strato di colla e dopo poco, più che da trappola, la striscia serviva da posatoio per le mosche. Quanto a Monsieur Lucien, lui usava un metodo più radicale. Armato di una paletta rabberciata cento volte, ogni mattina partiva in caccia. Diceva che non si sognava nemmeno di fare colazione se prima non aveva ammazzato il suo centinaio di mosche. Era così che avevo imparato a contare [...].

Jean-Marie Gustave Le Clézio (traduzione di Francesco Bruno)
Dal «Corriere della Sera» del 27 maggio 2004
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