Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

mercoledì 27 luglio 2011

LA FATICA DEL METALLO di Fiorella D'Errico







Dobbiamo amare la vita
perchè non ha ragione
di dolersene
sebbene sia dolore

come quando si piega anche il metallo
prima del taglio alla metà, nel corpo

esso non sa
quale potenza spezza un'anima di ferro




Fiorella D'Errico da La fatica del metallo



§


Un canto sommesso di vita e respiro, un immortalare le cose,il corpo,la propria integrità in un marchio silenzioso; dignità e stupore nei brevi versi allargano lo sguardo su profonde ritmiche, scandendo le ore dell'esistenza e del riscatto. Nella fatica e nella forza, del metallo.
Ladies and Gentlemen, Fiorella D'Errico.

Nightingale














mercoledì 20 luglio 2011

MARIANGELA DE TOGNI












Mariangela De Togni scrive le sue poesie come trafitta da un velo di luce. Non vi sono ombre in questi versi di estrema delicatezza ma solo stupore e meraviglia. Nei suoi percorsi nella natura e nei luoghi che appaiono come mete assolate e magiche, si ritrovano i gesti dell'osservare incantati, assorti davanti alla Bellezza. La sua solitudine beata di occhiate intense ai particolari del mondo non sbiadisce e non s'appanna, arricchisce il lettore di quiete e agio, nel respirare il fiato del cuore amante della vita. Ama la vita Mariangela, e i suoi misteri, le sue ricerche mai affannate del buono che c'è in ognuno. Così, spaziando nel creato con vigile osservazione, la De Togni ci guida alla serena disposizione d'animo d'un giorno d'estate, dove luci e colori e suoni avvolgono e cullano. Una lettura molto piacevole, che lascia gioia e speranza nel cuore. Un libro che consiglio caldamente, una lettura docile e profonda sul senso della Natura e la sua Bellezza infinita, alla ricerca della pace interiore cui ciascuno anela. Un canto naturale, un sogno stretto fra le mani. Perchè il seme di magnolia faccia nascere gazzelle.

Federica Galetto





















DAGLI ANFRATTI DEL CUORE


Dagli anfratti del cuore

tutto fluiva nel vento

come un sospiro.

Nell’attesa che un sole bianco

d’impronte profonde

rubate alla notte,

scavasse pensieri,

all’ombra d’un salice

dalle chiome rarefatte dal gelo

simili ad arcate d’un monastero

medievale.


La salmodia

trasporta polline di cielo

nel chiostro capace di stupore.

Facendo risaltare

i marmi policromi

elusivi come un profumo

nel soffitto a volta

che pare lanciarsi nell’infinito.

Le stesse lontananze

di comete e siepi fiorite,

dei miei soli tramontati,

appaiono diverse

là dove le brune pareti d’argilla

palpitano

al colore della lampada

rosso rubino


Nascosto, un tordo intonò

il suo canto come un oceano

di onde raggelate

nell’immobilità.

Cristallo fuso nel liquido

silenzio della sera.





CROMATICO ASSOLO


Sfoglia a volte il mare

il silenzio . Come una farfalla

sul fiore m’indossa il colore

che perdura,

nell’impressione, come voce

d’un lontano richiamo

che inneggia l’oscurità

e fa d’un leggero lamento

di coro inascoltato,

un cromatico assolo,

nel tempo che scorre,

nel battito di un respiro.


Il colore sottilmente mutevole

del cielo d’autunno,

nella penombra della sera,

mentre spoglia il pensiero

col giallo del gelsomino invernale,

s’ammanta di sottili essenze

incorniciate dai ricordi.

Senza rompere l’incanto

della solitudine.

Suadente come il vento

del deserto

nel dilatarsi della notte.

Quasi un lembo di roccia

dove nascondere

il cuore.






LA GRATA



L’amore trapassa la grata

quando è vero.

Esse danno un limite

che separando

non dividono.

Ed è là il segno

dove mancano calcolo

e misura. Ed è risposta

al Tutto che scava dentro

un abisso di libertà.





ESTRATTI DAL CUORE


I pensieri oggi sono

grani estratti dal cuore.

Senza luogo né tempo.

Screziati di silenzio,

trasparenti come l’acqua,

fragili, tra increspature

sottili al centro dove

lo sguardo si frange

nel cerchio della ciotola

affogata di stelle

la notte.


E risorge l’eco nell’alba

appena verso il mare.

Verso la sete libera

dove, più estremo,

è il grido del sole.





QUESTO BAGAGLIO BREVE



A che tende

questo bagaglio breve

del cuore

nella notte sola

se in un giro d’albe

nel dipingersi del cielo

un fiore nel deserto,

piccola cenere di luce,

comparirà avvolto

di bellezza.


E’ immenso il mare.

Uno spazio diviso

dagli ulivi raccolti

in un pianto di rugiada.


E le stelle a ripetere

i profumi della notte

in cieli di velluto

come conchiglie di gioielli

piene di diamanti.


Ma a promettere la gioia,

a chi si lascia sconvolgere

dalla sua voce calda

di colore nell’ombra

della solitudine,

nell’ arco di un silenzio

che muta il volto

e l’essenza di ogni cosa,

è Colui che dorme

sul fondo della nostra barca,

ed è passato nei ripostigli

del nostro tempo.


Perché il seme di magnolia

faccia nascere gazzelle.





FU IL NIDO DEL PETTIROSSO



Fu il nido del pettirosso

a risvegliare il sole

sul candore nuziale

degli ulivi infreddoliti

dal vento che faceva

fremere l’alba.

Il mare tratteneva ombre

azzurrine

fra bagliori rosati

come nel compiersi

di una solenne liturgia.


Questo evento di stupore

che danza nell’anima,

è forse il volto di Dio,

la sua voce che salva?


Lembi di roccia ametista

sussurrano l’attesa

all’acero sull’angolo

della strada.


In un mormorio di sillabe.


Come una salmodia

impastata di sale.





SULLO STELO DEL VENTO


A volte,

quando la notte

si raccoglie sullo stelo

del vento,

un’onda di pensiero

mi sorprende,

nel silenzio,

come se la solitudine

fosse un sospiro

lungo

del cuore.

Perché freme, perché

vibra l’anima,

libellula abbacinata

dalla luce?


Intrisi di lontananza,

come scampoli

di sabbia bianca

dietro grigie mensole

di roccia,

indossiamo

l’umile saio che ci copre

la voce

nello stupore di tanta

beatitudine.





OGGI FINALMENTE


Oggi

nel silenzio profondo

che scava il cuore

come se da una roccia

fiorisse

la solitudine

finalmente

fiore.


Oggi

nel chiaro cielo

che si dipinge sul ciglio

del pensiero

finalmente

un piccolo cerchio

di luna

seguito da una stella

lucida d’oro.


Oggi

finalmente

sull’orizzonte appare

vestita di mare

la conca frantumata

della memoria

nello stupore profondo

di una foschia

leggera

come una trina.


Oggi

finalmente

il sole stringe gli ultimi

lembi di buio

la luce si fa azzurra

ei ciliegi in fiore

avvolti in una nuvola

di petali bianchi

sembrano seguire

le vie del vento

che soffia da oriente.


Oggi

finalmente

una conchiglia di vetro

e ardesia

fra le onde

trattiene la luce

come se il cuore

volesse perdersi nell’eco

lunga

di una lontananza

che regala

arcobaleni.






QUEL SAIO DI CIELO


Quel saio di cielo

a picco sul mare.

Quel tremito breve

di luna

sulle cose. Un’ombra

appena.

Su un ponte a navigare

con le stelle.






E ORA TU MI CHIAMI


Ritornando

da quel rifatto silenzio

un’ala bianca

solcò l’aurora in brividi

d’infinito.

E memorie

mi venivano incontro

con la voce del mare.

Passavano restavano indietro

a ridire salmodie inconsuete

nelle arcate di perla

delle conchiglie

glissando su tutte le corde

del cuore.


Il cielo intarsiato di lavanda

con ancora il profumo

della luna

scorreva le sue pagine

liquide di luce

sulla geometria dei pensieri.

Quali segreti nel lungo sospiro

del vento all’orizzonte?


E ora tu mi chiami

dal tempo che s’aggroviglia

come un ventaglio cromatico

sulle radici della vita.


Nell’umile bagaglio

dell’attesa.





NON SARO MAI SOLA


Non sarò mai sola

ad ascoltare il silenzio della notte,

né si perderanno i pensieri

sulla soglia del cuore

finché la luna sosterà

sull'arco dell'orizzonte.


Anche il sole ramato

che si specchia nell'ovale

di una pozzanghera

infreddolita dal gelo,

parla, oggi, nel tiglio

dalle foglie argentate di brina,

nel lungo sospiro solitario.

Nei passi ovattati dalla neve.


Non sarò mai sola

ad attendere l'aurora

con ancora le stelle

affisse al firmamento.

Finché sentirò il canto

dei canneti e nei cespugli

di rovi il pettirosso.

Lo scorrere del torrente

verso il mare.

E lo stupore dentro

la mia anima.




Mariangela De Togni, da “Fiori di Magnolia” Edizioni Helicon 2011

http://www.edizionihelicon.com/pagine/indice.asp?ind=360





Biografia:

Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora Orsolina presso l’Istituto Maria Immacolata di Piacenza. Insegnante, musicista e studiosa di musica antica. E’ membro dell’Accademia universale “G.Marconi” di Roma. Ha pubblicato numerose raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (Seledizioni, 1989), Nostalgia (Seledizioni,
1991), Una voce è il mio silenzio (Ibiskos Editrice, 1995), Chiostro dei nostri sospiri (Ibiskos Editrice 1997), Profumo di cedri (Ibiskos Editrice, 1998), Un saio lungo di sospiri (Ibiskos Editrice, 2000), Flauto di canna (Ibiskos Editrice, 2004), Nel sussurro del vento (silloge inserita in Quaderni di letteratura e arte Angeli e Poeti n.9 Guido Miano Editore 2005). Nel silenzio della memoria, silloge inserita nella mini-antologia Le Visioni del verso (Helicon Editrice 2008). A questo farà seguito Cristalli di mare (Ibiskos Editrice 2010). E’ presente nel Dizionario degli Autori Italiani del Secondo Novecento (Helicon 2002), nelle Storia della Letteratura Italiana Contemporanea (Helicon Editrice), nella Storia della Letteratura Italiana(Guido Miano Editore 2005), nel Nuovo Dizionario della letteratura Italiana (Helicon Editrice 2010), in agende e antologie di poesia contemporanea. Suoi testi poetici sono pubblicati su diverse riviste. Ha ottenuto numerosi premi e segnalazioni di merito in concorsi letterari. Tra i più recenti: “Le Stelle” (Savona), “Abbazia
del Cerreto” (Lodi), “Borgo Ligure” (La Spezia), “Premio alla Carriera” (Santuario Madonna di Gaggio), “Val di Magra – Roberto Micheloni” (la Spezia). “Borgo Ligure” (Santa Margherita Ligure),“Città di Salò” (Salò) “Portus Lunae” (Sestri Levante).
Inserita in “Lettera in versi”, rivista on-line di Bombacarta a cura di Rosa Elisa Giangoia e Margherita Faustini. Scrive nel sito di Poeti e poesia.

venerdì 8 luglio 2011

SYLVIA PALLARACCI









L'opera prima di Sylvia Pallaracci è un tuffo a piedi pari nei sensi. L'autrice si racconta espellendo,tramite la parola,tutte le possibili sfumature che il corpo riflette nella sua immagine ferma. Dalla sua posizione in apparenza immobile, ogni variazione si moltiplica addensandosi, pervadendo il lettore di contenuti che lo rendono intimamente partecipe di ciò che avviene, analizzando dettagli con occhio profondo eppur distaccato dall'evento. Riflette fra sè e sè Sylvia, trae conclusioni, dà avvertimenti, cita se stessa per timore di non essere ricordata, si autoafferma moderandosi talvolta, esagera l'impeto del corpo e della mente come costretta a soccombere ad un limite da non superare mai. Ferma eppure in movimento, essa vive una condizione innaturale della normale attitudine al dire di più, tenta i passi laddove non si cammina, cerca acqua dove c'è deserto. Si spinge sempre oltre, cosciente di non riuscire mai ad andare dove vorrebbe se non ferendosi o ferendo. Una poetica che pare si possa toccare, versi traino di una vita concreta che sembra mancare di leggerezza. Per non disturbare nessuno, le parole girano su se stesse sebbene non risparmiando, chiamando in causa compagni di strada distratti, promesse non mantenute, avventori di passaggio. La vita osservata, il corpo in mutevole subbuglio, la carne che brucia le migliori intenzioni e la fatica del credere che si può vivere entrando ed uscendo da una ferma immobilità materica per conquistare l'impalpabile e il non visto, il non detto, la verità. Gridandolo a voce alta.

Federica Galetto















Conditio sine qua non


Mi scopro sempre

qui, nell’alveo che converge

tutta la mia discendenza

ruvida e al femminile;

il puntaspilli di un rovescio

di mano in disuso

di prudenza

Dico e mai disdico

che la verità non sempre è vera

che ho amato ogni volta

le cose imperfette

perché al contrario

ho rilevato forme irregolari

mi sono riempita

di un irrequieto chiedere

per svuotarmi

di uno stentato esistere

l’indole mia reclama una pietà

che appartiene solo a me

e alla mia indecente anarchia;

altro non è dato sapere

e col dorso spigoloso del polso

ora asciugo le labbra

da tanta logorrea

Di me dite solo questo:

“Essere stata è la condizione

perché lei sia”





Eclissi


Fu così che ci inginocchiammo

intrisi di gloria e martirio

a cercare nell’esitazione della carne

il collasso della luce

scivolammo fragili

dentro percorsi inviolati

senza lasciare tracce

dei nostri gesti

indelebili

Così ci inginocchiamo

e scivoliamo fragili

mai stanchi

di vivere e morire




Fuggevole


Come l’ago

che imbastiva la trama

e mai bastava a (s)velarci

le parole

mi faccio piccola

perché tu abbia ora paura

a smarrirmi

perché quando entravi tutto

nel mio ventre

ti era difficile immaginarmi

altrove





È solo questione di…


Lasciami dimenare

dalle tue tregue

che mi riprendono

senza voce

e fammi scivolare a ritroso

dove il tuo fiume s’infiora

Curvami all’indietro

e risalimi

come un destino gelido

che rovina dentro il fuoco

Non è la mia voglia

che ora ti impone

ma l’inclemenza della tua gravità

sulla membrana che ci separa

E' solo questione di

Fiera, allo schiocco di frusta

mi volto

in uno scatto che prescinde

permessi e aduna pretese

nel tuo nome

urgenza selvatica di bruna ninfea

cuoriforme mi sfoglio

sulle contrazioni del tempo

all’infinito

e mi sei carne





Tacchi a spillo per l’estrema unzione


Non meravigliarti ora

se non riesci più

a trovarmi

chinata, a racimolare pietre

che accumulavano sabbia

hai sottovalutato

il rosso incerto delle profondità

e ti sembrò d’esser salvo

in quell’andare quieto

d’ombre agli angoli;

ma tu non sai la bellezza

che disvela una tenebra

quando una scheggia di sole

insidia i tramonti

non distingui quel tremore

di tacchi

nel continuo cigolio

delle spallate alla mia porta

[un solo gesto galante

le sarebbe olio naturale]

e tra un acuto e un basso

di gola, ti lascio

alla notte che semina e matura

i frutti che ti nutrono

alle spine




Dove ritorna la mia storia


Mi aggrappo al tuo corpo

come a un diritto naturale

e ti provoco l’amore

che mi dai

sottovoce

portando ai limiti

dell’inflessione i sottintesi

le tue labbra si disfano

con quella grinza che mi stende

e mi rimpolpa

i sensi

assuefatti alle ossa

mani rapaci -quasi crudeli,

per salvarmi-

afferrano i fianchi

sfrontata allento la presa

e mi lascio (s)finire

un nervo affilato di piombo

e mercurio attraversa le scapole,

mi scinde e mi precipita

fra inferno e paradiso

mentre mi faccio tempo e spazio

senza misura, per contenere

ciò che di te non si trattiene

perché tu sei sterminato,

simile alla terra,all’acqua,al fuoco

al ventre di mia madre




La costola di Adamo

io ti piango dentro il fianco

l'amore, che scava un punto

dove potermi ritrovare,

sola

tu fai un sospiro

come l'ultimo ruggito di un secolo

che non mi è appartenuto

quando eri custode fedele

di nicchie a fiero emblema di eventi

ti chiesi perché

scegliemmo i nostri occhi

per lasciarci dietro dio

e inchiodarci all' esistenza

tu non sapevi

io già non volevo sapere

e fu così che venimmo a patti

con le assenze, tra un punto e l'altro di sospensione

e vedemmo trasalire

il silenzio

agli echi delle stirpi di ogni tempo

selve di corallo tra inguini rocciosi

e sponde infrante da flutti sul morire

"ci sfalderemo assieme", ti urlai

quando capii il tormento

che avrebbe lasciato

sulla mia pelle

un sedimento aperto

da tutti i suoi domani.




Ora che non posso sentirmi,parlo con me…

dimmi

se tornerà

il buio pesto che ha svelato

la sua luce

se questi tremori nervosi

sono solo pelle

non più capace

di rientrarmi

o ultimi strascichi infreddoliti

di una primavera

tardiva

se sopravviverò a questa tragedia

della vita che cambia

nella mia forma che la fissa

invariabile

[dare un senso ai giorni che lascio andare

che non l’aspetto

mi assicura

la follia ]

nella consuetudine della pioggia

le nuvole si annodano

senza scomporsi

le parole risuonano

male sulle labbra indurite

e si spaccano

al rintocco improvviso

degli accordi di ieri

disgiunte le membra livide

di scuse,senza più fede

mi spalanco come una croce

di traverso

e resto a sorvegliare

l’assalto del dolore

a tradimento

nella mia assenza sconfinata




Sylvia Pallaracci, “Mi salvò l’ala sonora”, ed. LietoColle 2011







BIOGRAFIA

Sylvia Pallaracci nasce nel 1976 a Foligno – in provincia di Perugia – dove tuttora vive e lavora, occupandosi di scienze mediche.

Scrive da sempre, ma solo nell’età adulta ha scelto di portare in luce la sua intima passione, partecipando ad iniziative e concorsi letterari nei quali ha ricevuto premi e consensi da parte della critica.

Sue opere sono presenti in antologie poetiche; scrive inoltre per diversi blog e riviste culturali, alle quali collabora anche come recensore.

In Sylvia l’essere coincide con il sentire. Il suo dire attraversa e gela il fuoco e un’attenta distrazione la conduce incessantemente a perdersi – fino a scomparire – per ritrovarsi ogni volta, ininterrotta, nella parola.

“Mi salvò l’ala sonora” è la sua opera prima.

sabato 2 luglio 2011

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