Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

lunedì 29 novembre 2010

ORIGAMI SPEZZATO di Federica Galetto - Videopoesia

video


BRANO MUSICALE DI JOHANN SEBASTIAN BACH, SUITE N. 6 IN RE MAGGIORE PER VIOLONCELLO SOLO,PRELUDIO, ESEGUITA DAL MAESTRO CLAUDIO RONCO.


ORIGAMI SPEZZATO


Ancora mi preme distinguermi
dall’ostilità d’un origami spezzato.
Che il lauto pasto del sentire
s’afflosci a lato,
restino gli angoli buttati all’indietro
come criniere al vento,
se non possono le tenere carte di riso
infrangere un lieve destino
non certo l’anima frantumata dal
lungo collo mai potrà affiancarti,
se tu non mi parli,
fra i resti del silenzio
di quando giaceva al suolo
un sasso,
coperto di rose al
petalo smosso.


Federica Galetto dalla Raccolta "Assorta la corda vira"

domenica 21 novembre 2010

VENTO D'INVERNO






Se a mettere il fiato nel tuo bavero alto stento
Allora, cosa mai reciderò questa volta
se non l’inedia di un salto fra le messi
di una gloria concepita e mai nata

Non me ne farò nulla delle brume acquose
dei tuoi occhi blu di Scozia

se a me

senza sciarpa e senza scialle
non provvederai

come per le bambine e le figlie adorate
le altisonanti madri del sacrificio

Ausculto sprimacciando il passato
le idee in voga allora e oggi
senza che alcun rimescolio s’infili
Dolente di incerta provenienza quel
borbottio breve dalle tue labbra strette
mi spinge lontano dal calore
e mi strema come neve sulle mani

Brucia attaccato ai sogni

Saprei dire bene cosa è nel mio pensiero
saprei attendere preparando minestrine
ma tu vuoi costruire cattedrali senza
toglierti il cappotto
e vuoi remare in mari ignoti senza
mai voltarti ad aspettarmi

non prendermi le spalle per cullarmi
non rendermi fragile di fragile creta
per modellarmi in carta e carne ardente

Le spinte del giorno s’accasciano alle gote
dietro vetri neri nottetempo
le sequoie che nascondo nel ventre oscillano
gracidano le rane oltre lo stagno

La rosa è intatta

Senza perdita di colori e petali
giace ancora con spine sul mio collo

Le bende le ho disfatte come vento d’inverno
fra le siepi
Le ho deposte sul cuore come vento d’inverno
sui pendii

Le regole sono poche e misere
eppure neanche l’aorta che pulsa le sgrana

Chiare
Placide
Indispensabili

Come vento d’inverno t’ammanto d’oblio
Se mai vorrai obliarmi


Federica Galetto ©

martedì 16 novembre 2010

JANE MCKIE, Morocco Rococo - Poesia Scozzese Contemporanea








Collana Guillemot -Poesia scozzese contemporanea
JANE MCKIE, Morocco Rococo
Presentazione e traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-36-5
pp. 114, € 12,00


“I disadattati non possono scrivere poesie all’interno, / non possono sedere tranquilli / su divani beige floreali, con le ginocchia unite.” Forse è per questo che la poetessa si muove inquieta, cambiando d’abito a ogni angolo, si getta fuori in ogni direzione, felicemente disadattata, si (ri)adatta alla forma delle cose o più spesso piega le cose ad assumere la forma dell’umano, per arare “l’anima come pane in cerca di nutrimento”, per cercare cioè nella sostanza del discorso, corpo del pane, l’origine del seme della parola gettata nel solco dell’ascolto. Come un granchio, “così goffa, così terribilmente maldestra”, la McKie si strappa di dosso i begli abiti sgargianti di Venere, spogliando il corpo della lingua, per indossare gli stracci vissuti di Atena “principessa nubile in armatura” (d’immagini e parole), costantemente in lotta contro l’immobilità, contro la forzata staticità di un linguaggio che indossiamo come un abito fuori misura. Noi seguiamo la poetessa in questa spoliazione, sotto il peso di immagini concretissime e taglienti. O che solo così sembrano, per poi crollarci invece addosso e svaporare, rivelando la sorridente astuzia della poesia che si fa vita, che appare improvvisa, per poi nascondersi dietro il primo superficiale velo del reale, sorretto dai pali del “cancello della fantasia”. Dove la visione indossa altra pelle, si modella in altre forme, per ricomparire ancora agli occhi sorpresi del lettore, che ancora non ha terminato di decodificare il quadro precedente. “Donna campana”, donna coi pugni stretti che canta alto, affermando la sua presenza ben oltre il desiderio ormai sgozzato di un tardivo dono di salvezza, ferita dal sale, e da esso poi protetta e indurita, soffocata dalle onde e da esse poi levigata e restituita. Per unirsi al coro delle nuvole che “abbaiano sui monti dell’Atlante”, con il cuore vulcano e il vulcano fucina d’altra vita, altro fuoco, per chi vuole “cavalcare, non riposare”, per chi si disfa in atomi portati dal vento harmattan “in un gioco di quattro venti e sabbia”, di dissoluzione e ricomposizione in qualcosa di più lieve, all’apparenza, che si posa aereo sulle cose e ce le ripropone, trasfigurate, reinterpretate, moltiplicate nell’intersezione di piani del sogno. La poetessa è “arpia che beve con avidità / da orme di zoccoli colme d’acqua”, sugge cioè vita da ogni traccia di vita che si fa direzione, nuovo inizio per fuggire il terrore “l’ombra, / la marionetta, la furtiva bête noir.” Per fuggire cioè se stessi e ritrovarsi al di fuori in nuova possibilità, risorti nell’ovunque e nell’altrove.

Chiara De Luca


Montgomeryshire, Scale Six Inches to One Mile

Surveyed 3882-84

You could wrap yourself in a map like this one –
wrap yourself naked as if it were a cloak,
roll on the ground, revel in the caress
of stressed paper stained lurid green
by the crush of fresh grass. Your knee
could rest on a tumulus, your breast on
Llanwyddelan, your tummy on Tregynon,
your pubic bone on Aberhafesp. The rifle range
above Penarth Wood could make a fine collar,
and, when you shift your body’s contour
around the creases of the map, Bron-Hafod Dingle
above Gregynog could become the perfect omphalos.





Montgomeryshire, Scala 1 cm: 1 km

Sorvegliato 3882-84

Potresti avvolgerti in una mappa come questa –
avvolgerti nudo come fosse un cappotto,
rotolare sul terreno, crogiolarti nella carezza
di carta stropicciata striata di verde sgargiante
dal frantumarsi di verde fresco. Il tuo ginocchio
potrebbe posare su un tumulo, il tuo torace su
Llanwyddelan, la tua pancia su Tregynon,
il tuo osso pubico su Aberhafesp. Il poligono
sopra Penarth Wood potrebbe formare un collare sottile,
e, quando sposti il contorno del tuo corpo
attorno alle pieghe della mappa, Bron-Hafod Dingle sopra
Gregynog potrebbe diventare il perfetto omphalos.





The Bosham Bell

Ye bell of Bosham, ring for me
For as ye ring, I ring wi’ ye.

I am ringing.
Ringing despite the hard salt of the marsh,
breasts tarnished, belly full of brine.

A womanly bell, I sit beyond the low tide-line
with bunched fists, unwilling to be rescued.
My predicament

is centuries old.
I slipped from the boat of invading Danes
into the harbour race – too deep to dredge

so here I remain. My call is plaintive, you
answer in kind. The tedium of repetition
has rusted my tongue

and now each peal is softer than the last.
Diminished conversation might pain you.
I look forward to letting it go.





La campana di Bosham*

Tu campana di Bosham, suona per me
Perché se tu suoni, io suono con te.

Sto suonando.
Suonando nonostante il sale duro della palude,
coi seni macchiati, il ventre colmo di salamoia.

Donna campana, io siedo oltre la linea di bassa marea
coi pugni stretti, non voglio essere salvata.
Le mie sventure

sono vecchie di secoli.
Scivolai dalla nave dei danesi invasori
nella corrente del porto – troppo a fondo per ripescarmi

così resto qui. Il mio richiamo è lugubre, tu
rispondi gentile. La noia della ripetizione
mi ha arrugginito la lingua

e ogni rintocco è adesso più fioco dell’ultimo.
Un conversare menomato potrebbe dolerti.
Non vedo l’ora di lasciar perdere.

* Bosham: piccolo villaggio costiero nel Distretto di Chichester (Sussex Occidentale).





Inside the Bottle


My masts abrade the slickest skies.
They are tinder thin and crooked, as if
the prevailing wind was westerly.

Tiny gunwales are locked in place
by a hard carapace of varnish. My ribs
refract myopically through bottle glass.

I sailed here like Odysseus to Calypso.
Escape is futile when the strings of rigging
tangle to fashion a matchstick cork.

But who made me? That’s the trick:
to identify whose hand pulled taught
the connecting thread to elevate heaven.





Dentro la bottiglia


Le mie antenne abradono i più lisci dei cieli.
Sono fini come ami e storte, come se
il vento dominante soffiasse verso Ovest.

Minuscole falchette fissate
da un duro carapace di vernice. Le mie costole
rifrangono miopi attraverso il vetro della bottiglia.

Salpai qui come Odisseo verso Calipso.
La fuga è futile quando i fili del sartiame
si aggrovigliano nel sughero di un fiammifero.

Ma chi mi creò? : È questo il trucco:
identificare di chi fu la mano tesa che indicò
il filo di connessione per elevare il cielo.





Crabwise


I fear you won’t even
acknowledge me
when towards you I scuttle
crabwise: jointed limbs, knock-knees,
so gauche, so terribly unsubtle.

I am, after all, ungainly.
My ribs on the outside,
I am a candelabrum
that stabs when you grab it
to light your way to the bedroom.

If I wasn’t this thorny,
I would declare my love.
Instead, I muffle the click-clack
of knitting-needle thighs, turn
my moon-white scalloped back.

No soft goddess,
no sweep of Botticelli cloth,
no seductive undulating:
more Athena than Venus,
I’m a spinster princess in armour-plating.





Come un granchio


Temo che mai
mi riconoscerai
quando mi precipito verso di te
come un granchio: gambe strette, ginocchia unite,
così goffa, così terribilmente maldestra.

Sono, nel complesso, sgraziata.
Ho costole sporgenti,
sono un candelabro
che taglia quando lo afferri
per far luce fino alla stanza da letto.

Se non fossi così spinosa,
ti dichiarerei il mio amore.
Invece, smorzo il click-clack
dei ferri da lana delle cosce, giro
la schiena smerlata bianco luna.

Non una tenera dea,
non uno strascico botticelliano
né una seducente ondulazione:
più Atena che Venere,
sono una principessa nubile in armatura.





Gazebo


The frame of your gazebo creaks
like debilitated cartilage.

I peer in, my face pressed beside
overgrown foliage up against a pane.

Peek-a-boo.

You are absent from your Wendy-house
of whispering dead wood today.

I still see your silhouette, cardboard-
cut-out marionette, dressed in black

granny boots.

The shape of you is a permanent hole
in the world, preserved like a book mark

in your place, on your favourite page.
Of course I will come tomorrow to play

hide-and-seek

and the next day and the next day.
Here I am, poking through floorboards,

a skinny winter grass. Here I am,
counting forwards, hands over eyes,
pretending not to look.





Gazebo


La cornice del tuo gazebo scricchiola
come una cartilagine decrepita.

Sbircio dentro, il mio viso preme accanto
al fogliame cresciuto alto contro un vetro.

Bubu Settetè.

Oggi sei assente dalla tua casetta
dei giochi in legno morto sussurrante.

Vedo ancora la tua figura, marionetta
in cartone ritagliato, che indossa neri

stivali allacciati.

La tua forma è una fossa che permane
nel mondo, preservata come un segnalibro

al tuo posto, sulla tua pagina preferita.
Ovviamente domani verrò a giocare

a nascondino

e il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Eccomi, spunto tra le assi del pavimento,

erba invernale scarnita. Eccomi,
continuo a contare, con le mani sugli occhi,
fingendo di non vedere.





Box Hedge


There is a shadow behind the hedge,
I can’t empty my mind of it.
It moves when I move –
sometimes in the shape of a high-stepping chicken,
sometimes a fly and barbarous fox.
Part of me wants to cannibalise it,
eat whatever is secreted there
witnessing my hesitation.
I decide that I hate it, then quickly relent,
all puff gone. The timorous leaves
rattle their assent: Who is the shadow,
the puppet, the skulking bête noir?

You are.





Siepe di bosso


C’è un’ombra dietro la siepe,
non posso liberarmene la mente.
Quando mi muovo si muove –
talvolta in forma di pollo balza in alto,
talvolta è una mosca e una volpe barbara.
Una parte di me vuole cannibalizzarla,
mangiare qualsiasi cosa vi sia custodita
a testimoniare la mia esitazione.
Decido che la odio, poi subito mi placo,
si dissolve. Le foglie timorose
acconsentono tremule: Chi è l’ombra,
la marionetta, la furtiva bête noir?

Sei tu.

domenica 14 novembre 2010

POESIA (CON)TEMPORANEA - TRITTICO di PierMaria Galli, Anila Resuli,Federica Galetto












‎[ ma cosa ci fanno per strada / le strade in autunno / se ci spostiamo da un ramo all'altro / a sagoma di foglie nervose / nel vivo di una mia mai poesia ]PMG


*

‎mia mai poesia reclusa
intoppo refuso spessore
di come fare
senza i veli turbinosi
e s’accostano le foglie
pendono i fiati ai rami FG

*

‎accostato al ramo il volto, l’umore del bacio,
la piega, il dorso, la pelle dell’albero
che ti fa poesia, mia carne. inumana
nutri. AR

*
‎deponi la scala alla mela
veleno che traccia
la sfinge e le labbra
nei nodi capienti si intrufola carne
pazienza
remota astinenza di giallo fulgore FG

*

‎distingui l’odore, la traccia della foglia sul muro,
la casa, una pietra continua dritta in gola, un nodo
di fame. l’urlo ha dita nervose: corrode.
consuma. AR

*
se pensi al corpo che solo corpo rimane
intonso ai lamenti
le croci dei roghi in autunno
le fosche rotonde agli incroci
se pensi
mia mai poesia di notte alle albe
crocicchi assuefatti e adagiati
nei colmi FG

*

‎mia mai poesia FG


*

‎ché ti tocco appena, non più bambina.
la voce si fa buio ed il buio cresta
che copre luce e finge, nella rotondità degli occhi
brucia. silenziosamente stacca. stona.
ridai voce al pianto. fai poesia.
fai poesia cava. assuefatta lingua, il tuo pianto
mi divora. AR

*



di(versi) annunciati stravolgi le membra
le costole brevi ai contorni ai pigmenti
colore slavato cresciuto/incrostato
di sillabe mute all’origine
e meste
calvizie d’amore impreciso alle luci
ti riempio
le sillabe ancora
esangui sul letto FG

giovedì 11 novembre 2010

V.S GAUDIO - LA STIMMUNG CON WHITMAN, LO STRETTO DI MALACCA











14


Diciannove anni dopo le aveva scritto questa lettera:


“Non potevo rispondere da via Gian Battista Vico

in cui anche a Torino il demone mi sussurrò attraverso la notte

e molto chiaro prima che venisse fuori l’alba.

A questo non risponderò con una parola,

conclusiva, sottile, che salga, così come l’onda del mare

quella parola che viene dai tuoi liquidi bordi

and wet sands.


14.1

A word

delaying not, hurnying not,

the low and delicious word

non come un fischio, né uccello

né my arous’d child’s heart

né strisciando di là con calma sino alle mie orecchie,

softly all over

my dusky demon and brother,

che canto per me in the moonlight on Rimini’s gray

beach,

My own songs awaked from that hour

e con essi la parola

that strong and delicious word which, creeping your

feet, swathed in sweet garments,

curvandosi da un lato

si immerge nel mare.



14.2

A questo si può rispondere da via Gian Battista Vico

in cui anche a Torino the unknown want

sotto la luna gialla che si chinava e che non

indugiava né s’affrettava

sussurrò attraverso la notte.


14.3

Quello non è il fischio del vento, it is not my voice,

né è the fluttering of the spray,

of the darkness,

né per tutta l’estate c’è il rumore del mare

la luna piena nell’aria più calma

quasi si alza il vento sulle rive del Delta del Saraceno,

io continuo ad aspettare

al riparo dai raggi di luna, a piedi nudi

con il vento che mi scompiglia i capelli

l’andatura che trattiene gli echi e i suoni

con quelle scarpe che avevi

quelle che avevi sempre portato

che a poco a poco si trovavano

sempre meno in commercio

e che avresti potuto fartele fare a Excideuil

e che allora non saresti stato l’ospite solitario

venuto dall’Alabama

ma dalla Dordogne, perché è da lì che la sera arriva

inevitabile, lenta, a strati successivi dietro le file

dei lampioni,

non è vero che si sia lungo le strade di Le Havre,

guardavo fuori il giorno che si spegne

e tu avevi detto:

- Guardi sempre il fiume, non ridi. Provi come una voglia

di averla contro di te.

E io ti chiesi se ti riferissi a Emily L.

E tu rispondesti:

- Lo stretto di Malacca!1




14.4

Quello che so è che non avevo passioni, né mi piaceva

Milano. O Excideuil. O Bologna. Forse neanche Torino.

Che non ha il fischio del vento, né la mia voce, non

c’è il palpito della schiuma, né ha la luce della luna

sulla spiaggia grigia di Paumanok.

A Bologna, quando incontrammo (sotto i portici di via Zamboni?

O era una via più stretta e pigra?) Guido Guglielmi e,

mi parve di leggere tra il sigaro e lo sguardo,

il superamento della intoxication of the heart e delle

contingenze esistenziali,

l’absolu e le hasard di Mallarmé da questa parte

e Une saison en enfer di Rimbaud dall’altra

che “prendono molto sul serio la lingua, una determinata

sincronìa, e la piegano a funzionare in maniera

antidiscorsiva e antimimetica”2,

non come, qui, i poeti di Milano

O give me the clew!

A word then

for I will conquer it

The word final, superior to all,

Subtle, sent up – what is it? –



14.5

A questo rispondendo attraverso la notte e molto

prima che venisse fuori l’alba,

questo non dimentico

che Alfredo Giuliani ti disse che la mia poesia

è come la parola emersa dalle onde,

quella forte, deliziosa parola avvolta in dolci abiti

e che si curva da un lato per ascoltare

il sussurro del mare

e che perciò ha qualcosa di terribile

questa intelligenza che naviga sui fiumi

che viaggia giù per il St. Lawrence, the Thousand Islands,

che my left foot is on the gunwale

and my right arm throws far out the coils of slender

rope o che sollevo i canestri di vimini di sbieco

vado in tutti i punti, uno dopo l’altro, e poi

remo per ritornare a riva

nella baia di Chesapeake

the place where I was born

To hear the birds sing once more,

vagare intorno alla casa e sui campi ancora,

per gli antichi sentieri del Delta del Saraceno

udire il fischio del vapore, the merry Shriek,

il sibilo della locomotiva



14.6

A questo si può rispondere

perché dentro di me è il giorno più lungo,

the sun wheels in slanting

rings, it does not set for months,

dentro di me zone, mari, cateratte, foreste, vulcani,

arcipelaghi

Malaysia, Polynesia, and the great West Indian Islands

le petroliere sulla Senna che tornavano da Rouen

di nuovo guardiamo al di là delle parole, del momento

guardiamo il fiume, come se fossimo a Torino, la piazza,

l’estate sonnolenta, a Excideuil

dove t’avevo cercato e lì avevo chiesto al Captain

se aveva visto in giro, sul comò, un foglio scritto.

Poi abbiamo parlato del tempo e delle cinque porte

di Excideuil, the high parapet di Ezra Pound

di come navigando nel suo inconscio geografico che New York

avesse trovato a Périgueux e perciò fosse finito nella

Ville du bord de l’eau, le “tonneau d’Isis”, déesse de la médecine et

de l’agricolture, ai confini del Périgord e del Limousin,

cercando dappertutto senza allontanarsi mai più

di tanto dallo sguardo della solitudine

in questa morte apparente occupandosi della barca

il tramonto che continua a salire lungo le pareti,

lo specchio, sopra la corsia de la Loue

fino a che la luce del crepuscolo,

nello Stretto di Malacca, bagna le strade, gli edifici del porto,

le sale dell’hôtel de la Marine3.




14.7

Fu allora che rientrando da Saint-Médard d’Excideuil

Dov’eri stata a vedere le château d’Essendièras,

dove visse André Maurois,

e l’immensa plantation de pommiers,

sei apparsa al centro del parco, e io ero alla finestra

di fronte e mi hai sorriso e ti sei allontanata

probabilmente verso il bosco di eucalipti, nel Delta

del Saraceno

mentre io per la route de Sarconnat me ne sono andato

a Saint Martin a vedere ciò che fu di Jules Parrot

il medico della sifilide, dell’atrepsìa e della morte apparente.



14.8

è come essere a Milano

lo stesso parallelo di Excideuil, questa botte d’Iside

il passato, il futuro, abitare lì,

in cui ci sono favole che sdegnano ciò che è conosciuto,

oceani che non possono essere attraversati, ciò che

è distante non sarà mai portato vicino,

né le terre saranno tutte saldate insieme

non possiamo aspettare più a lungo,

è qui che il tempo, lo spazio si fa

la mia regione infinita la cui aria

io respiro, questa luce spanta sulla Loue

in questa cisterna, la Cibbia d’Iside, più grande

delle stelle e dei soli

più grande del tuo viaggio

più grande del tuo desiderio

più profonda quest’acqua del Sanscrito e dei Veda

e più terribile degli antichi feroci enigmi

e più cosparsa dei resti di scheletri di chi

vivendo non la raggiunse,

segreto assoluto della terra e del cielo,

O waters of the sea, o winding creeks

and rivers, la Loue, l’Auvezère, le Dalon, l’Isle,

potrà la mia anima coraggiosa

far vela più lontano,

più lontano di questi mari

in cui c’è il passaggio di Sirio e di Giove,

e del Sole, della Luna, di Iside?

E questo potrà passare per Quillebeuf prima di rientrare in Inghilterra

o per Cesena prima di rientrare in Calabria

una notte di navigazione e si arriva?

O questo, che la poesia da raggiungere attraverso

tutte le lingue, tutte le civiltà, sia una sola?”


[da: La Stimmung con Walt Whitman, Passage to India and other Poems, © 2005]


V.S Gaudio ©

mercoledì 3 novembre 2010

NIGHTINGALE





Collage di Federica Nightingale - Immagine centrale di Li Feng ©




This is my old room
This is my pledge
This is the place where I'd love to be
In the darkest night of a winter's solitude

This is my old room
Don't forget

I'll leave a pillow on the wooden chair

That's where my head rests
And my heart aches


Questa è la mia vecchia stanza
Questa è la mia promessa
Questo è il luogo dove amerei essere
Nella notte più buia d'un inverno solitario

Questa è la mia vecchia stanza
Non scordarlo

Lascerò un cuscino sulla sedia di legno

E' dove il mio capo trova riposo
E il cuore mi duole









§



E' perchè ci si sente ingoiati dai muri,
dai vetri,
dalle piastrelle del pavimento,
ci si sente in acquoso indugiare d'acquitrino,
nei polsi dei libri a cataste e poi, poi,
quanto sembrano roche le lime del silenzio
e quanto,
quanto accendono voci bianche
e gelati cori nei corridoi
i baluginii delle maniglie;
l'ottone che avanza tra le ciglia
e senza nulla sperare
erode l'ennesima arsura.
Sembrano immense le sere,
discese come sono da un predellino
che è stato giorno,
per quanto, chissà,
rimarranno
la testa scoperta e il costato aperto.


Federica Galetto Nightingale ©
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