Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

sabato 31 dicembre 2011

Buon Anno - Happy New Year 2012









La stanza di Nightingale vi augura un felice Anno Nuovo

La stanza di Nightingale wishes you a Happy New Year

venerdì 23 dicembre 2011

Buone Feste





 L'Albero di Natale


A sud del golfo di Finlandia
la notte vicino al mare brumoso
l'albero di Natale scintilla tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni e ciminiere di fabbriche
l'albero di Natale
l'albero di Natale canta sulla piazza bianca di neve
canzoni dell'Estonia
lunghissimo scintillante pagliuzzato d'oro
l'albero di Natale
tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla
le ciglia azzurre sono io
che l'ho appesa mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà
con le mie parole
le mie speranze
le mie carezze a tutti gli alberi di Natale
a tutti gli alberi
a tutti i balconi
le finestre
i chiodi
le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.


Nazim Hikmet














Con gli auguri di un sereno e gioioso Natale a voi tutti

sabato 17 dicembre 2011

VILLA DOMINICA BALBINOT - Febbre lessicale



Franz Von Stuck







Nel leggere Villa Dominica Balbinot si diventa coraggiosi. E’ bene non pensare affatto che sarà una passeggiata addentrarsi nella sua Poesia. Il solo semplice gesto dell’aprire il suo libro “Febbre lessicale” acquista un valore simbolico cruciale, diventa rito magico, trascendenza, potenza subliminale. I suoi versi sono come discese agli Inferi e trasudano di percorsi lunghi e soffocanti, di trasformazioni alchemiche susseguenti, incalzanti, mistiche. Il lessico è ricercato ma sempre indirizzato verso una precisa linea esplicativa del “Dominica-Pensiero” e della particolarissima percezione che la Balbinot ha del mondo e dei suoi abitanti. Del malessere del vivere raccoglie ogni sfumatura, lacerandola con precisione chirurgica e acuta sensibilità in un immaginario fatto di cupa terra e abisso, di morte incombente a cui nessuno può sfuggire. Manipola la lingua, la rende plasmabile sotto colpi di duro patire, la storce, la batte, la inchioda per poi amarla d’una dolcezza inquietante che striscia non vista, fra gli sterpi e le putrefazioni del rifiuto alla resa. Non c’è quindi resa all’inevitabile, al dolore, alla morte; avviene dunque che la lotta s’inasprisca rivelando l’irosa natura d’uno spirito indomabile, agguerrito, impavido. Alle brutture del vivere s’accosta una bellezza squarciata, dilaniata, rinnegata dalla crudezza del mondo, la morte s’accende di vivezza che brucia e trasfigura il reale che riluce di peccato. Credo che leggere Villa Dominica Balbinot sia un’esperienza. Nessuno come lei sa calarsi così in profondità, scavare nel fango, abbellire i propri giardini con lamenti, torture e sevizie tanto da renderli comprensibili ad una mente lucida e calma. Si scende poco a poco, si scende senza nessuna certezza, si va alla cieca come un animale che scava, la notte. Nessuno ci tiene la mano, questa Poesia ci lascia soli davanti al mistero, all’insondato, all’attesa. Una delle poetesse del nostro tempo che più amo. Per chi vuole trarre dalla Poesia un succo urticante ma benefico, seppur preso a piccole dosi per non soccombere nell’immediato, la conoscenza profonda del risvolto di una medaglia che pochi conoscono e affrontano, una visione “eretica” che fa la differenza. Non è Poesia per signorine, anche se bene educate e colte. Da non perdere, perché saprà come non farsi dimenticare. Una grande Voce.

Federica Galetto



“Nel dire – bianco – del silenzio
Ribatteva – lei- con lapidei
florilegi argomentali,
costretta alla bellezza gelida dell’alabastro,
tra le ossa biancheggianti fra i rovi
( e nell’attesa – vuota –
che la iconostasi si aprisse)


V.D. Balbinot da “ E nell’attesa – vuota -”














E NE SAREBBE STATA AFFETTA


Era l’odore della terra in fiore:

la sua splendente bellezza permaneva

le faceva amare cose inermi

Si sentiva tutta riarsa

- e con suo stesso orrore -

fino al midollo

di una sua magra esistenza selvatica.

Ogni cosa appariva troppo fredda,

troppo ampia – e desolata.

Ora si aspetta tutto dall’uomo

come una mattazione,

l’abisso oltre il giardino.

E ne sarebbe stata affetta,

da quei vivi – mutilati e imperfetti-

dai cumuli di piccole celle,

da una minima contaminazione dell’aria.

(era il lieve velo della polvere,

dei fiori che andavano essiccandosi…)




NELL’AZZURRA FIORITURA


Nell’azzurra fioritura del suo recesso

(meraviglia vi era stata

- all’inizio-,

dell’ immacolata bellezza)

i fiori erano ormai scuri per l’ombra della notte,

come alghe viola le ombre stesse.

Le parole dunque scritte

- attorno al conclave cadaverico_

erano fragili,

lei le trasformava in due ustioni

fin nel labirinto osseo, lì in fondo:

il nero dei cani neri,

e quello stretto laccio

( nemmeno la più piccola pulsione di sangue, vi era).




E DELLA CONSUNZIONE – SUA


Nel periodo primo della consunzione sua

( e per una qualche affezione del corpo:

i nervi delle mucose aride,

della tensione istologica

del moto linfatico

per ogni dove le scorie di sfaldamento)

contemplava lei la forma impudica dell’essere,

queste sottili ferite nella terra,

un secreto agitarsi

nel casto gelo del tutto

Tirata fuori

-dalle pozze di annegamento-

il bordo ha scorticato,

in un minuscolo punto,

-sotto la parte più dura del cranio-

ci sono, i rilassamenti:

e ora la stretta faccia verde del serpente fissa,

e il prospetto della sezione strasversale del cuore…

E in questa aspettazione

il dissezionatorio rito

le è concesso:

le sue preghiere non raggiungono neppure il limbo,

quei nomina lei li teme,

delle creature che la trafiggono.

( era così,

che doveva essere nata,

la gorgone)





E LE PAREVA DI NON AVERE MAI FISSATO


Era il paesaggio chiaro,

di una notte ghiacciata:

aspettava solo il sorgere del sole,

e quelle colline azzurre,

il cielo come un grande uccello…

E le pareva di non avere fissato

mai nulla così a lungo

- come quinte nella nebbia-

quei meccanismi dell’affezione

e l’armamentario della sventura

( non sei mai stata condannnata

per nessun crimine, vero?…)

i finimenti umani, tutti.

Non aveva mai capito la natura dei veleni,

le leggera punta di amaro delle tossine

e con quel bel fiore che cresce fin sotto la forca,

le mandragore e l’assa foetida

ben oltre la barriera ultima degli alberi azzurri…

Queste le annotazioni dell’anamnesi:

“Bisognerebbe scuoterti,

quel tuo corpo è teso a arco,

sangue vorrà altro sangue allora,

-e comincerà la agonia-”

Consacrata a un dio che non conosceva

con mani profane gli si adunghiò,

era in condizione di privazione,

doveva fare in modo che non fosse lei,

a stringere il laccio.

( Lui le disse solo,

che sembrava consumata)



Villa Dominica Balbinot


"Febbre lessicale" - http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=579343

Il suo blog: http://villadominicabalbinot.wordpress.com/











martedì 13 dicembre 2011

Leticia Austria - Una poesia in traduzione





Balthus







REUNION


Tonight, at least,
I see you -- in a candle’s light suffused
by ruby glass, the undulating arc
cocooning us while headlights pierce the streets.
The noisy years between remembering
and living flesh are silenced by the voice
I hear this moment, and I catch its words
like colored moths, to pin them in a frame
when daylight comes.

Tonight, at least,
you know me -- not the ink of written word,
the masquerader hiding in plain sight,
but sound and breath that waited out the page
for temporary incarnation. Yet,
what I intend to say is left unsaid,
gray fumes dispersing in the wavering light.
I only say the words that can survive
when daylight comes.













INCONTRO


Stasera, almeno,
ti vedo - nella luce di una candela soffusa
da un vetro rubino, l’arco ondeggiante
a proteggerci mentre i fari trafiggono le strade.
Gli anni rumorosi tra il ricordo
e la carne vivente sono zittiti dalla voce
che ora sento, e ne catturo le parole
come falene colorate, per appuntarle in una cornice
quando la luce del giorno viene.

Stasera, almeno,
mi conosci – non l’inchiostro d’una parola scritta,
la maschera che si nasconde in piena vista,
ma suono e fiato che attendevano fuori alla pagina
per provvisoria incarnazione. Finora,
ciò che ho inteso dire è lasciato non detto,
fumi grigi si disperdono nella luce vacillante.
Solo pronuncio le parole che possono sopravvivere

Quando la luce del giorno viene.



Leticia Austria

Traduzione di Federica Galetto


I blogs di Leticia Austria:




giovedì 8 dicembre 2011

LE ONDE - Tradurre Virginia Woolf






Now the sun had sunk. Sky and sea were indistinguishable. The waves breaking spread their white fans far out over the shore, sent white shadows into the recesses of sonorous caves and then rolled back sighing over the shingle.
The tree shook its branches and a scattering of leaves fell to the ground. There they settled with perfect composure on the precise spot where they would await dissolution. Black and grey were shot into the garden from the broken vessel that had once held red light. Dark shadows blackened the tunnels between the stalks. The thrush was silent and the worm sucked itself back into its narrow hole. Now and again a whitened and hollow straw was blown from an old nest and fell into the dark grasses among the rotten apples. The light had faded from the tool-house wall and the adder's skin hung from the nail empty. All the colours in the room had overflown their banks. The precise brush stroke was swollen and lop-sided; cupboards and chairs melted their brown masses into one huge obscurity. The height from floor to ceiling was hung with vast curtains of shaking darkness. The looking-glass was pale as the mouth of a cave shadowed by hanging creepers.
The substance had gone from the solidity of the hills. Travelling lights drove a plumy wedge among unseen and sunken roads, but no lights opened among the folded wings of the hills, and there was no sound save the cry of a bird seeking some lonelier tree. At the cliff's edge there was an equal murmur of air that had been brushed through forests, of water that had been cooled in a thousand glassy hollows of mid-ocean.
As if there were waves of darkness in the air, darkness moved on, covering houses, hills, trees, as waves of water wash round the sides of some sunken ship. Darkness washed down streets, eddying round single figures, engulfing them; blotting out couples clasped under the showery darkness of elm trees in full summer foliage. Darkness rolled its waves along grassy rides and over the wrinkled skin of the turf, enveloping the solitary thorn tree and the empty snail shells at its foot. Mounting higher, darkness blew along the bare upland slopes, and met the fretted and abraded pinnacles of the mountain where the snow lodges for ever on the hard rock even when the valleys are full of running streams and yellow vine leaves, and girls, sitting on verandahs, look up at the snow, shading their faces with their fans. Them, too, darkness covered.




"Le Onde" (The Waves) eseguita da Ludovico Einaudi al Nightbook Solo Concert a Dublin nell' Ottobre 2009.




Ora il sole era tramontato. Cielo e mare erano indistinguibili. Le onde frangendosi allargavano i loro bianchi ventagli sulla riva, inviavano pallide ombre nei recessi delle grotte sonore e poi si ritiravano sospirando sui ciottoli. L’albero scosse i suoi rami e una pioggia sparsa di foglie cadde al suolo. Là si depositarono in perfetta compostezza nel punto preciso dove avrebbero atteso di dissolversi. Nere e grigie erano sfrecciate nel giardino dal recipiente rotto che un tempo aveva trattenuto la luce rossa. Oscure ombre annerivano le gallerie fra gli steli. Il tordo era silenzioso e il verme risucchiava se stesso nel suo buco angusto. Di tanto in tanto una pagliuzza sbiancata e cava veniva sospinta da un vecchio nido per poi ricadere nell’erba nera fra le mele marce. Svanita la luce sul muro del capanno degli attrezzi, la pelle della vipera pendeva vuota dal chiodo. Tutti i colori nella stanza erano straripati. Il preciso colpo di pennello era gonfio e debordante; credenze e sedie scioglievano le loro masse brune in un’ unica enorme oscurità. L’altezza dal pavimento al soffitto era tappezzata da vaste tende d’oscurità oscillante. Lo specchio era pallido come la bocca di una caverna adombrata da rampicanti penduli. La sostanza se n’era andata dalla solidità delle colline. Luci vaganti inserivano un soffice cuneo tra le vie affondate e invisibili, ma nessuna luce si apriva fra le ali ripiegate delle colline, e non vi era alcun suono salvo il grido di un uccello in cerca d’un albero solitario. Sul bordo della scogliera c’era un eguale mormorio d’aria spazzata attraverso i boschi, di acqua che s’era rinfrescata in mille avvallamenti vitrei nel mezzo dell’oceano. Come ci fossero onde di buio nell’aria, l’oscurità si muoveva, coprendo case, colline, alberi, come onde nello sciabordio sciacquano i fianchi di qualche nave affondata. La tenebra inondava le strade, muovendosi vorticosamente intorno alle singole figure, inghiottendole; cancellando coppie abbracciate sotto la cascata d’oscurità degli olmi nel pieno del fogliame estivo. Il buio faceva rotolare le sue onde lungo percorsi erbosi e sulla pelle grinzita dei campi di corse, avviluppando il biancospino solitario e i vuoti gusci di chiocciola ai suoi piedi.
Salendo più in alto, l’oscurità si spingeva lungo i nudi pendii montuosi, incontrava i pinnacoli frastagliati e abrasi della montagna dove la neve alberga eterna sulla dura roccia, persino quando le valli sono colme di ruscelli in corsa e gialle foglie di vite, e le ragazze, sedute sulle verande, lo sguardo alzato verso la neve, i loro volti ombreggiati dai ventagli. Anche loro, copriva la tenebra.


Brano tratto da "Le onde" di Virginia Woolf (1931)

Traduzione di Federica Galetto
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