Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

martedì 24 maggio 2011

DANIELLE BARAKA



Photo credit: Danielle Baraka





La poesia di Danielle Baraka affonda le radici nei semplici gesti d'ascolto del mondo esterno ed interno. E' contraddistinta da una spiccata visionarietà che la porta su sentieri percorsi da vecchi miti e leggende che nei suoi versi si intravedono nitidamente. La Morte, la Solitudine,l'Amore, la condizione esistenziale dell'Uomo sono temi che le sono cari, che scruta a volte da lontano, a volte da una distanza ravvicinata, a volte dal di dentro, come se lei stessa fosse pietra, morte o sole splendente. Una poetica interessante, semplice, minimale; essenziale nel dire, molto meno nel sentire.


Nightingale















His name

Twirling in my head
Like million poppies
Blossoming in my breast
Like water lilies
Caressing my belly
Like sweet daisies

His name

Letters
Gathered
In signification
Hanging upon
My silent
Mouth


Il suo nome

Mi ronza in testa
Come milioni di papaveri
Che fioriscono nel mio petto
Come ninfee d’acqua
Che mi carezzano il ventre
Come dolci margherite

Il suo nome

Lettere
Raccolte
In significanza
Appese sulla
mia bocca
Silenziosa


Too late to meet in the garden
Too late to share the dance
The dizzy grace
Of an enchanted dawn
His hands
Building up
Sleepy palaces
Cultivating
Magnificent sterile gardens
Silent
Powerful master of the place
Inviolable fortresses
Among stones
Of magnificent coldness
Alone,
In bare armor,
I am the warrior
cut by the icy wind
of an uncompromising winter
Walking toward
The warmth of a smiling sun
Colored bright desires
Hurt in their unhappy corolla
The heart
In a thundering bang
Feeling the lost of a passion
Of a treacherous failure
Entanglements
Of suffocating resignation
In the devastated field
Of irreversible disunion



Troppo tardi per incontrarsi in giardino
Troppo tardi per condividere la danza
La grazia vertiginosa
di un’alba incantata
Le sue mani
Che costruiscono
palazzi dormienti
Coltivando
magnifici giardini sterili
Silente
Potente padrone del luogo
Inviolabili fortezze
fra le pietre
di magnifica freddezza
Solo,
in una nuda corazza,
io sono il guerriero
sferzato dal gelido vento
d’un inverno inflessibile
che cammina verso
il tepore d’un sole sorridente
Desideri colorati e luminosi
dolgono
nella loro infelice corolla
Feriscono il cuore
in un’ assordante esplosione
Nel sentire la perdita di una passione
Un insidioso fallimento
Grovigli
di soffocante rassegnazione
Nel campo devastato
d’ irreversibile disunione



The fear
Of the night to come
Hanging on white sheets
The only calming down gesture
In this primal anxiety
Shadows
Dancing in the night
Threatening
As I try to retain
The beauty of a rose
In my confused mind
The fountain
With the birds nearby
In the broad daylight
I try to unfold the ritual
Of a familiar song
A sweet lullaby of comfort
That could chase the shadows away
But the candle goes out quickly
The melody becomes a murmur
A sigh
Vanishing in the dark
Of a fast beating heart
The fight seems like
The ultimate one
A fight of no return
Until tomorrow night


La paura
del giungere della notte
Appesa a teli bianchi
L’unico gesto di calma
in quest’ ansia originaria
Ombre
che danzano nella notte
Minacciose
Mentre cerco di trattenere
la bellezza di una rosa
nella mia mente confusa
La fontana
con gli uccelli vicini
Nel pieno giorno
tento di dispiegare il rituale
d’una canzone familiare
Una dolce ninnananna di conforto
che potrebbe cacciar via le ombre
Ma la candela consuma rapidamente
La melodia diventa un mormorio
Un sospiro
Svanendo nel buio
d’un cuore che batte veloce
La lotta sembra quella finale
Una lotta senza ritorno
Fino a domani notte



Cold sweat

I hang on to
The saving thin white light
Under the bedroom door
The smothered voices of adults
In the room nearby
The changing intonations
Of the TV program

Confined there,
I understand,
Become aware
Of
Death
Merciless, irreversible
The wave,
That will take us away

Late, in the silent night
Where thoughts learn how to grow
Familiar echoes
Reverberate
As I still cannot sleep
In the tired
Uncalmed
Adult body clay



Sudore freddo

M’aggrappo
alla fioca, bianca luce salvifica
sotto la porta della camera
Le voci soffocate degli adulti
nella stanza accanto
Le intonazioni che cambiano
nel programma in TV

Confinata là,
io capisco,
io prendo coscienza
della
Morte
Senza pietà, irreversibile,
L’onda,
che ci porterà via tutti
Tardi, nella notte silente
dove i pensieri imparano a crescere
Echi familiari
si diffondono
E io ancora non riesco a dormire
Nella stanca
Inquieta
Argilla del corpo adulto


Danielle Baraka
Traduzione dall'inglese di Federica Galetto





Bio:

Danielle Baraka è francese. Insegnante di scuola elementare, vive e lavora in un villaggio nel centro della Francia. Il suo blog:

http://danylicorne.blogspot.com/

lunedì 16 maggio 2011

Concorso LA VITA IN PROSA 2011 - VINCITORI, FINALISTI e SEGNALATI

Ecco qua. Sono molto contenta.

Federica Galetto


§


La seconda edizione del Concorso LA VITA IN PROSA organizzato in collaborazione con puntoacapo Editrice, ha visto la partecipazione di 207 Autori, per un totale di 424 lavori inviati da tutte le regioni italiane.



La Giuria del Concorso, composta da Adrian Bravi (scrittore), Roberta Lepri (scrittrice), Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), e da Ivano Mugnaini (ideatore e curatore del Concorso, scrittore, direttore della collana di narrativa AltreScritture di puntoacapo Editrice, che ha svolto nell'ambito del Concorso anche il ruolo di segretario), ha valutato i testi inviati, rilevando un buon livello qualitativo, una grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati ed interessanti.



La Giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti Autori ritenuti degni di segnalazione:



Avanzato Ambrogio, Balducci Annarosa, Bedini Serena, Brighi Antonella, Buda Loretta, Busca Gernetti Giorgina, Catuogno Maria Gisella, Centi Maurizio, Cilento Ivan, Conte Simona, Cuppini Alessandra, D'Adamo Barbara, D'Altilia Grazia, D'Amaro Sergio, D'Amico Simona, D'Atri Vera, de Bernart Luciana, Della Porta Fortuna, Di Lisio Grazia, Dimartino Letizia, D'Incà Renzia, Fattori Narda, Galetto Federica, Garofalo Gabriella, Gatti Ornella, Guggino Tiziana, Laganà Bruno, Leoni Laura, Leoni Stefano, Lumenti Vincenzo, Lupo Michele, Macchia Annalisa, Martinelli Monica, Massalongo Milena, Massei Michela, Mazzola Eleonora, Mazzuccato Ludovica, Missaggia Maria Giovanna, Moiser Gianluca, Nale Milly, Napoleone Patrizia, Perego Silvio, Pignotti Sandro, Pirro Filippo, Puggioni Gavino, Quieti Daniela, Ragazzi Niva, Ramoscelli Roberto, Righetti Marco, Righi Donatella, Rodi Marco, Sangiorgi Marina, Savino Mauro, Schiappacasse Sara, Sergiacomo Lucilla, Tricarico Ferdinando, Vacchetta Flavio, Vetromile Giuseppe, Zimotti Maria.



Un'ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti Autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Finalisti:



Bedini Serena, Busca Gernetti Giorgina, Catuogno Maria Gisella, Conte Simona, D'Altilia Grazia, D'Atri Vera, de Bernart Luciana, Della Porta Fortuna, Di Lisio Grazia, Dimartino Letizia, D'Incà Renzia, Fattori Narda, Galetto Federica, Laganà Bruno, Leoni Stefano, Lupo Michele, Macchia Annalisa, Massalongo Milena, Massei Michela, Missaggia Maria Giovanna, Nale Milly, Napoleone Patrizia, Ramoscelli Roberto, Righetti Marco, Righi Donatella, Savino Mauro, Tricarico Ferdinando, Vetromile Giuseppe, Zimotti Maria




Dalla valutazione dei testi finalisti, è emersa la seguente classifica:



VINCITORI

1° : La borsetta rossa di Federica Galetto

2° : Nero vince in tre mosse di Simona Conte

3° : Una storia romana di Marco Righetti


4° ex-aequo : Il gatto rosso di Vera D'Atri

4° ex-aequo : La nevicata del 1938 di Patrizia Napoleone

6 : La rovina del muro di Milena Massalongo

7° : Come abbiamo fatto a far studiare Andrea di Roberto Ramoscelli

8° : Montagne franose di Maria Giovanna Missaggia

9°: L'ambulatorio di Michela Massei

10° : Il vuoto di Renzia D'Incà




I racconti degli Autori vincitori verranno pubblicati in una plaquette edita da puntocapo Editrice ed inserita nella Collana AltreScritture narrativa.




Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, in volume singolo o nei Quaderni di Narrativa Contemporanea “Dedalus”, alcune opere degli Autori partecipanti di particolare interesse e rilevanza.

giovedì 12 maggio 2011

ELINA MITICOCCHIO





Vladimir Kutchinski




I versi di Elina Miticocchio paiono usciti di getto da una piuma. Non da una penna, non da una tastiera o una stilografica, ma da una piuma intinta nell'inchiostro.
Ci fa viaggiare in territori d'infantile memoria, ci sorregge nel passo con piglio morbido ma sicuro, accompagna il lettore poggiando delicatamente una mano sulla sua spalla e inizia a raccontare. Strada facendo. E ci vuole raccontare il "non visto" e l'invisibie che si cela in un gesto, in una casa, in un sorriso, nello sguardo muto di un bosco, del mare o di una fiamma. Sogna ad occhi aperti Elina, conduce il passo e parla del suo mondo sommerso, della Natura svelata e irrisolta nel suo specchio interno. Così " ad indicare un cielo inarrestabile in cui perdersi senza evadere
chi resta assente o visibile in altri luoghi" e ancora "Avevo voglia di alberi e acqua di pioggia a lavarmi la faccia", restituisce man mano ai nostri sensi la realtà sfacciata del sentire a fibre scoperte lasciandoci dolcezza e armonia laddove le ferite guardate troppo da vicino possono apparire ancora aperte.


Federica Nightingale






Oblò

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.

Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile.





In ombra. Un abbozzo appena

In ombra, un abbozzo a(p)pen(n)a
scrivere parole friabili
pane
senza burro né marmellata.
Gettare le alt(r)e luci
in raccolte notti senza stelle
giorni d’abbandono.
Praticare la distanza
un libro che scrivo ogni giorno
afferrando l’ultimo spartito.






Acqua smossa


Aveva gli occhi chiusi
come una pianura di grano
arso a mezzogiorno
ogni tanto li apriva
richiamata da un’ombra
sbucata da una riga
o da un mezzo rammendo
le parlavo di numeri
erano dita di nuvole
di peltro, lontane
che fatica impararli
mi diceva che non era grave
avrei avuto occhi grandi
per giocare coi papaveri
un giorno sospinta da troppa luce
bussato ad una porta
tenendo nella conca
della mano una minuta
linea di splendore inafferrabile
sarei sopravvissuta alle lusinghe
di farfalla disegnata con pochi colori
ingoiato acqua di fontana
fino a smuovere le radici
che l’amore aveva creato
un giorno e senza chiedermi il conto.











Fanno la fila

i ferri da stiro
quando evaporano lettere
che scrivo a me stessa
-a chi interesserebbe sapere
il colore di un comune calzino?-
a volte per le stanze danzano
foglie rosse autunnali
che nessuno sfiora con un dito
è più facile calpestare un sorriso
che esplorare un petalo di foglia
e ti chiedi perché non vivi
di quel solo colore
senza orologi che ti segnino il passo.






Incipit (giardino segreto)

Avevo voglia di alberi
e acqua di pioggia
a lavarmi la faccia

.

la luna si era arresa
al lento divagare
giocava distratta alle piccole angustie

.

al trascorrere delle ore
si formavano parole conosciute
come baci rimandati al mittente
matite oneste
ad indicare un cielo inarrestabile
in cui perdersi senza evadere
chi resta assente
o visibile in altri luoghi.





Come Psiche non ho riconosciuto amore


Ladro amore afflitto di speranze
esibito come l'appartenenza
al grembo che ci ha generato
schiavo di abitudini incurabili
geloso e senza lacrime
né concessione alcuna
come una scatola pronta
rammen-di un giorno inatteso
gambe tremule
alla stazione del sentimento.
I passi sfiniti d'assenza
fanno l'amore (e)sangue
dietro stelle cadute
dorme
per tornare embrione
sprofonda negli abissi.





Camera di ricordi


Nel sonno della notte
la bambina scalza
si muove sulle punte delle dita
canta una porta nascosta
un viale alberato
trattiene viole del pensiero
senza fine
per raggiungere il mio corpo
e abitarlo.
E' un pianto lieve
mentre mi viene incontro
la sua assenza.






Incipit (da un filo di fiato)



difendere le voglie d’infinito
chi- è -dono
da parte a parte

.

non disarmare le stagioni del loro
susseguirsi, eterno onere abbandonarci
stremati dal caldo e dal fitto inverno

.

lumi-nascere
sarò più bianco della neve.






Apprendo dalle ali stonate un canto sigillo di cure




Di chi erano le labbra, di chi le braccia a stringermi?
avvolgo le spalle nel nero
dello scialle canto l’essenza
pane spezzato, pane pegno d’amore
pregno di mancanza
senza alcun nome nato
segno col rosso il rigo
del dolore sarà il perfetto scorrere
scivolo in preghiera annoiata
scalpito urla di gioia
il Tuo cuore senza bende.






Dove crescono i sogni il pensiero gioca a moscacieca



ho verniciato le mie scarpe di sposa
chiesto in prestito un seme
lo pianterò sulla luna che nasce
alla stessa ora, senza rintocchi
un castello di sabbia bagnata
a farmi dimora
attenderò il risveglio del fiore
erboso il viaggio
prossima al respiro
della prima nascita ascolterò il vagito.




Elina Miticocchio




Biografia:


Elina Miticocchio nata a Foggia nel 1967, dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Bari.

Terminati gli studi giuridici diventa “girovaga di mestieri”:studia per il concorso da avvocato, fa l’assistente presso la facoltà di Giurisprudenza a Foggia, insegna materie giuridiche ed economiche nelle scuole di montagna.

Vince diversi concorsi nelle P.A e, infine, si trasferisce a Milano accettando un contratto a tempo indeterminato.

Dopo dieci anni rientra nella propria città natale dove attualmente vive e lavora.

La lettura, il teatro, sono i maggiori interessi che condivide spesso con la madre.

E’ presente con il testo “Oblò” nell’antologia poetica “Taggo e Ritraggo”, edita LietoColle e, sempre per la stessa casa editrice, nell’antologia “Il segreto delle fragole 2011 – poetico diario”.

mercoledì 11 maggio 2011

Emil Cioran. Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico






Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.


Quando viveva Cioran, non c'era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l'Odèon, dove egli abitava. Non c'era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle chambres de bonne dove i signori dell'Ottocento rinchiudevano le loro domestiche. Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d'albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l'avrebbe cambiata con un'altra. Tutto vi era incredibilmente minuscolo. Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto. C'erano libri su una sedia e per terra. Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest'uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l'angelo offrì a Giovanni nell'Apocalisse. Infine varcavamo l'ultima porticina, ed entravamo nel "salotto" - nessuno lo chiamava così - , dove Simone e Cioran ricevevano. Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice. Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo. Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda. Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado. Non ostentava autorità né prestigio. Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà. Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi. Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel l964: La caduta nel tempo. Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile». Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro é una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c'è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate - e accettate o condannate - davanti all'osservatorio di una mente impersonale. Come in Pascal, la tensione é così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico. Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno. Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l'Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza. Non c'è scrittore moderno più denso di Cioran. Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all'esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta. Non c'è mai un piano o un progetto. Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida. Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica. Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell'aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge. Sempre abbiamo l'impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero. E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa. La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato. Come Kafka, anche Cioran sogna non l'albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l'Albero della vita: «esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti». Fino all'ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l'innocenza, l'universo prima della caduta, l'uno, l'eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l'io, la natura umana, la conoscenza. Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l'Indistruttibile in noi non é stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto. Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell'Albero della vita. L'atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe. Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti. E l'uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore. Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell'Essere». E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran. Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell'inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza. Così Cioran condivide con Dio e l'uomo una doppia caduta. Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l'orrore della caduta. Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all'uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell'autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l'unico fondamento della sua vita. «Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all'Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l'uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell'uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti». Il dio e l'uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione. In Cioran vi è l'eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l'uomo si raccoglie una rabbia terrificante. Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso. Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l'aridità, la sterilità, l'inutilità filosofica, l'atmosfera di carcere. In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale. Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove. Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l'ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l'immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto. Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?». E' l'immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione. Eppure c'è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell'Apocalisse, che assume due forme. La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l'uomo un'era senza desideri, liberata dal peso dell'antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell'impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione». La seconda é terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l'angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c'è più presente. Non c'è più istante o movimento. E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno. Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.


di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

venerdì 6 maggio 2011

CORPI CHE AMANO









“L’amore non è un impiego dei corpi, bensì un lavorio, un disegno, in grado di riassettare l’intero mondo ad ogni istante.

Non si muore per amore, ma dell’inspiegabile negligenza che pone fine al gioco. Che sia l’immagine a prendersi cura dell’incommensurabile?”

(Dalla nota introduttiva di Donatella Vitiello)





Il nuovo ebook gratuito raccoglie gli apporti artistici e grafico-testuali pervenuti liberamente alla Maldoror Press dopo l’invito di adesione al nostro progetto di mail art digitale Corpi che amano.



Le opere visive antologizzate sono di:

Federica “Nightingale” Galetto, Antonella Taravella, Francesco Mestria, Daniela Montella, Luc Fierens, Simona Pocorobba, Antonia Salvadei, Cinzia Mastropaolo, Genny Muffy, Dewi Arts, Joshua Gasparro, Elena Gjorgjievska, Andrea dei Sedizi, Carmine Mangone, Pino Lecce, Valentina Sbardellati, Miguel Jimenez, Roberto Terracciano, Bernardo Anichini, Duccio Scheggi, Veronica Rivolta, Loredana Di Biase, Mario Pischedda, Pietro Damiano, Ksenija Laginjia, Dimenticanza, Francesco Cornello, SanLuca, Francesco Scarano.



In allegato al pdf, un brano dark ambient di Svart1: Magie noire, sorta di OST dell’ebook.



Link per il DOWNLOAD, ecc.:



1) http://maldoror.noblogs.org/files/2011/05/CorpiCheAmano.pdf

2) http://maldoror.noblogs.org/archives/301

3) su Scribd: http://www.scribd.com/doc/54730390

4) su Issuu: http://issuu.com/maldororpress/docs/corpicheamano


5) via torrent: 1) http://www.kat.ph/corpicheamano-t5457467.htm
2) https://ca.isohunt.com/release/652865/?poster=MaldororPress&cat=-1
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