Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

mercoledì 28 aprile 2010

LAURE ALBIN GUILLOT (1879-1962)










Nel meravigliarmi della bellezza estrema delle immagini che vi presento, ho riflettuto sulla Poesia e sul significato che essa ha acquisito nell'era di Internet. Di recente, ricevo testi di giovani autori che non negano ma affermano con pacata tranquillità di essere stati invogliati a scrivere con la scoperta di Internet. Ciò che rimaneva prevalentemente richiuso in un cassetto buio e segreto, veniva finalmente alla luce sul web con estremo sollievo da parte di chi detestava essere letto in altre circostanze. Il web come mano amica a raccogliere versi intimi, parole mai dette, sogni, bisogni.Non tutto il male viene per nuocere, verrebbe da dire. Se nella ricerca personale di una propria voce, Internet, fungendo da mediatore riesce a scoprire e ad invogliare giovani autori ad emergere, questo non può essere che un bene. Le nuove generazioni, nate con l'avvento di Internet, esprimono quasi spontaneamente la propria vocazione poetica tramite questo mezzo, quasi come fosse passaggio naturale verso l'affermazione di sè. La Poesia che basta a sè stessa non ha più timore di dire invece il contrario, non teme più la sindrome dell'isolamento dal mondo, la vergogna dello scrivere di nascosto. La Poesia si diffonde rapidamente, benevolmente, alacremente e questo fa pensare a quanto sia stato più difficile per le generazioni passate "esistere" nella convivenza solipsistica con la scrittura. La maggior parte dei testi che mi giungono sono scritti da studenti universitari, professionisti, operai, madri di famiglia o persone che non hanno in realtà velleità letterarie e che nella vita intendono far (e fanno) altro. Eppure, sebbene non tutto possa essere degno di essere pubblicato (almeno non da me che sono di gusti difficili), è straordinario notare la passione che traspare dagli scritti, la ricerca spasmodica della propria dimensione umana, da affermare sempre e comunque alla luce della professione che si svolge nella vita quotidiana. Se uscire allo scoperto crea consapevolezza, se scrivere diventa un mezzo di conoscenza per sè e per gli altri, allora Internet davvero svolge una funzione di riguardo che non si limita certo alla diffusione di "sfoghi" personali, ma incentiva i talenti latenti ad accendersi e infervorarsi per confrontarsi e riconoscersi. Forse questo meccanismo può addirittura cambiare destini già pre-confezionati. Forse la Poesia può trasformare e far crescere chi credeva di essere già cresciuto e trasformato. Fantastico no?
Federica Nightingale













martedì 27 aprile 2010

ROBERTA D'AQUINO




Adolph De Meyer


(lettera del presente alle vite nuove)


Il liceo si vende, sai
e l’asta dei silenzi parte da tre milioni
I gradini sono parcheggi, le parole
sotto le ruote non si stendono
Ad averceli, ci girerei solo
per liberare quei fruscii
dalle tue spille da balia

Ma noi non eravamo fatte
di volti maldestramente incollati
sugli annuari, né di spiccioli
per sigarette comprate sfuse, del loro bruciare
dissolversi in volute tremolanti
Piuttosto come San Domenico e la sua piazza
ancora lì, nell’immutare splendido della storia
o come Mozart: Alto
a rintracciare passaggi furtivi e cavalcate
di confidenze appannate nei sing me to sleep di un treno

Tutto, tutto quanto Ilaria
nel fluire di percorsi troppo sghembi
ci riporta alle vicinanze
alle mani fotocopiate e ai bracciali
alla consapevolezza dei miracoli
e questo imbrattare furibondo
assume la forma della mia voce, si spezza

-prima non credevamo-

Guardami ora, come ti guardo
e come luccica, come risuona
l’inchiostro sulle mie palpebre nuove
tra le tue dita
nei tuoi seni gravidi






(si ritorna)


Si ritorna per strade non mappate
ai campi, sì ai campi, ai semi, alle case
alle cose che furono già segni
e il senso se lo portano incoscienti
loro, negli atomi, per non scordarlo

Si ritorna così, parrebbe a zonzo
come dimenticanze a un passo d’aria
-cadendo il peso dalle ossa di neve-

e le voci risorte dall’inganno
dall’inverno che beccava alla porta
come risalire sangue dai solchi
dell’aratro


















Intenti


nella notte ritornano le assenze

i quaderni verdi
foglie abbandonate ad autunni di neve

noi eravamo intenti
in metamorfosi di tempi
e ci scordammo le esistenze

quando mi raggiungerai
oltre quel limite di acque
racchiusi ancora in placente
sfoceremo dinnanzi ad altari solitari
tu ed io e le mani
aggrappate alle anche e al troppo rumore
in sollevarsi di gonne come
il sipario di una prima

e per il troppo amore dimenticheremo
ancora
che siamo conchiglie
e spiagge deserte













L’essenziale


lasciamo decantare un calice di mare
con lo stelo tra due dita
il tempo che ci vuole per la trasparenza

ho la lingua che ricalca i bordi
ed echi conquistati a prescindere dai vuoti

forse io tu o ancora un altro noi
riusciremo a prenderci i silenzi
da trasformare in verbo
con la precisione di una miniatura
come su quei libri
che parlano di miti a quattro teste

e sapremo rintracciare vene
su triangoli di verde aspersi al vento
facendoci bastare poche gocce

di un alfabeto spoglio















Polveri e fioriture


Torna a sporcarci le mani
il limo che invade le pianure
se raccogliamo le ombre
sfuggite all’andirivieni delle nuvole

E ci appendiamo ad asciugare
come dubbi svaniti tra passi
ed epifanie di sensi

L’invasione dei fiati – solco
nella carne- ara deserti
pronti a fioriture di sabbia
nell’attesa che si schiudano
le piene


















In front of -interiorità alter(n)ate


ogni penna ha una mano
un braccio un cuore una gola
e una goccia che si affaccia

a due finestre:
richiuso il mondo, spalanca
bagliori e ciclamini primapioggia
sui balconi

ogni mano
ogni gola
ogni goccia


ha una penna che sboccia fragori
su cieli smeraldo e scivola china
silenzi di rondine a ogni inverno


Roberta D'Aquino ©


Biografia:

Nata a Napoli nel 1982, dove vive e studia per diventare ingegnere, Roberta conosce la poesia e si lascia inebriare dalla bellezza e dalla potenza delle parole fin dall'adolescenza. E' in quegli anni che, parallelamente alla sua crescita interiore, si cimenta nelle prime composizioni che però, per riservo e timidezza, tiene nascoste perfino ai suoi genitori e agli amici più cari. Sarà intorno ai vent'anni che deciderà di condividere le sue emozioni col mondo, grazie all'ausilio di internet. Il suo spirito è analitico, introspettivo, malinconico e sognante ed anche nella poesia trova un'occasione di ricerca e conoscenza di se stessa in maniera sempre più profonda, oltre che uno dei tanti modi per rappresentare la bellezza , troppe volte oscurata, del mondo che la circonda.

venerdì 23 aprile 2010

DICHOTOMIA STERILE NEI CONTRAPPOSTI









Dichotomía sterile nei contrapposti

I

Dichotomía sterile nei contrapposti
mi pare segnare senza senso univoco
Camminavi le scarpe con tacco a rocchetto
spinto su caviglie mosse
e quei capelli filati di scuri bianchi in lunghezze
Fossero mai state le mani tozze
a impreziosire la tua stizza sedata
o i miti sguardi d’ortica sulle parole
che irretivano i deboli e sfidavano
gli sprezzanti compiaciuti
Era come sistemare botti nella roccia
sfregando legni interni senza toccarli
Poi le risa confuse attorno alle rughe
quelle d’espressione impresse dal piombo
futile dei denti
S’avvedeva un gesto mansueto sulle spalle
e risse d’occhi spulciavano brevità di respiro
Che sapevi la vita ringhiava e tu ne facevi arma
dai manipoli astuti a stringer mani fragili
comprimendo tentazioni innocue
da rivestire con fini
No, non trasparivano le pieghe profonde
Era un insolita danza tra la fronte bassa
e la bocca sempre socchiusa
Ma nessuno, quasi, pareva sapere


II

Le successive distanze non giacevano al loro posto
Sembrava che fossero stanche di perdersi
e mordersi la coda nello stesso girotondo
Affinchè vi fosse un segno di cedimento amicale
restammo sedute alle panche di pietra sbirciando
le metriche dei silenzi

serbavo una incomprensione in me
intera di ciò che vedevo e sentivo


III

Educami ad inveire senza arrossire
Con la voce asciutta e senza tono
Di taglio dritto al bersaglio
Che credimi non vedo
Da qui le ombre s’infittiscono alquanto
E sai, vorrei poter parlare senza udire
i coperchi e il baccano che fa il tuo
corpo nel cappotto
imparare a distinguere vero e falso
solo guardando l’erba
Rapporto ogni mio dettaglio ai tuoi fuochi fatui
Rimescolo e rimescolo
Dichotomía sterile nei contrapposti
Senza uscirne vi(v)a


*

Mutazioni

In un filo d’acqua scendono le cose
Ricami ritmici diffusi
Costellate siepi di ginestrone
estirpate e lucide nel grigio stupito
di coltri nebbiose

Involtolate

ai passi corti del giorno
senza ancora lena
S’intromettono gazze e corvi
trasportando suoni d’ovatta

(e allora mi chiedo)

se il melo selvatico
s’invaghisca tremulo dei suoi fiori
appesi senza esser visti
se parlano le ortensie alle viole
come distese nel letto a confessare

Chiarori millesimali fusi nei rami
come allodole non ancora giunte
fuoriescono dai vetri

(che non so mai)

se siano essi specchi d’anima a ritroso
o becchi d’ uccelli nel fogliame
fenici rinvenute per mio tormento
o evoluzione in alto
complesse stirpi di nobili e accattoni
fin sotto la mia finestra.


*

Della noia

Della noia non cavalco che il dorso
Avrei certo sempre pensato di crearne
altra da impastare ai molli giunti dello
spirito come si fa con i piedi nel fango
quando piove
ovviando al termine del salto in punta di piedi
Ma sono fisse dimore i pantani scoperti
e canestri le ore di un tempo restio ai cardini
di scambio
apro la bocca e le mani ingoiando senza masticare
afferrando senza stringere
poiché piegata è la rima dei secondi
senza ristoro e luci
m’imbatto nei prologhi di questo mio disordine
a sbriciolarne contenuti
per essere sapendo di non esserci
per credere d’impossessarmi quando
nulla è possesso

[la nuit (la notte)
l’ennuie (la noia)]

Cardo notturno/diurno
Le sue spine inflitte
Mi rendono capace di
parlare solo ai fiori
pronunciando le stesse
vocali in confusione
di significati di-versi


*

Mi rimandano ai corsi d’acqua le strade
Colme di sentinelle empatiche
Ricerco nelle mosse svelte dei rivoli
incontenibili strozzature di occhi
Che vedevo essere mie e tue nel ventre
Plesso avvinto erano le giornate di rottura
e invadevano come l’aria nitida un moto
deserto
Le gocce immobili lasciano un cerchio
schiudersi attorno
Mostrano le vere insidie
Di quando eravamo foglie imbevute
stracche di voli in assoluto
Restami accanto nel perdurare dei minuti
Costretto a me come coperta di corpo
Mi infiamma la tua pelle senza scudo
Gratta l’impossibile questa notte
Tra piedi e mani sperduti al bivio
ti servo il mio pasto caldo
degradando nei colmi di giunchiglie

Sulle foglie crasse e i frutti carnosi
garantiti dall’umido soverchio
che una polvere glauca ricopre




Testi di Federica Nightingale ©
Immagine di Edmund Tarbell
Musica Evanescence

martedì 20 aprile 2010

ROBERTO SANESI


Roberto Sanesi (Milano, 18 gennaio 1930 – Milano, 2 gennaio 2001)



Propongo alcune poesie di Roberto Sanesi, critico, scrittore, poeta e saggista, traduttore finissimo, studioso della cultura anglosassone è stato traduttore fecondo di Thomas Stearn Eliot, di Dylan Thomas, di John Milton, di William Butler Yeats e di Walt Whitman. Le sue opere poetiche sono state tradotte in diversi paesi d'Europa ed in America. Considerato una delle più originali e intelligenti voci della poesia del secondo novecento inizia la propria attività letteraria e di critico d’arte nel 1951 attorno alla rivista “Aut Aut” diretta da Enzo Paci. Nel 1957 fonda le Edizioni del Triangolo. Nel 1960 gli viene assegnato il Byron Award per l’Europa ed è invitato dalla Harvard University
Fonda e dirige negli Anni ’60 la collana Piccola Fenice per l’editore Guanda. Dal 1970 al 1975 è Direttore Artistico di Palazzo Grassi a Venezia. E’ considerato uno dei maggiori interpreti della cultura anglosassone. Si è occupato di teatro in forme diverse: ha collaborato alla Piccola Scala e al Piccolo Teatro di Milano; come regista ha curato per la Radio Svizzera Italiana adattamento e regia di Enrico V e Riccardo III di Shakespeare e Doctor Faustus di Marlowe; è autore del libretto per l’opera lirica Da capo, con musica di Gaetano Luporini, andata in scena al Teatro del Giglio di Lucca nel 1987. Dagli anni ’60 esegue opere di “scrittura visuale” (cfr. Visibile, Book Editore, Castel Maggiore 1991), esponendo in Italia e all’estero. Muore a Milano, nel gennaio 2001.




Da "Alterego & altre ipotesi" (Munt Press, Samedan, 1974)
(Seledizioni, Bologna, 1982)

Alterego

Alterego, sberleffo, sfarfallìo docente
con una lunga marsina grigio-luccio,
il mio vecchio
maestro filisteo di silenzi inserisce
il suo profilo congegni di specchi infallibili,
ràpido
insinua piccole mani in un argento opaco,
e ne trae
minuscole anime cave, leggèri
bastoncelli strappati al sambuco, che colano
pallidi inchiostri viola, un archivio
d'ossessionanti analogie.
L'es-senza,
l'id-entità s'organizza in autòmi ceh vanno
a disporsi in rimandi, allusioni, fiorite
citazioni e commenti a piè di pagina,
e in suoni
e segnali scompigliano (logica
congruenza) i capelli accademici, crollano
da organi invisibili.
Il vecchio
Alterego, maestro di cappella,
ghigna candidamente dentro un libro
di nevi violentate.


Da "L'improvviso di Milano" (Guanda, 1969)


Verso l'inverno.

Sempre in accordo con la mala cosa
le canne del bagno risuonano
di pomeriggi fauneschi, e la paura
tutta sghimbescia come un allegro bastardo
fa il verso a un piovasco di secoli. Ora
non posso più dubitarne: quest'Europa trotta
verso l'inverno con un piede solo.



Il martin pescatore

A colpi d'ala ho visto
ridurre una nuvola al grafico
d'una sezione di nuvola, segmenti
tratteggiati d'azzurro e la parola cielo
scritta a inchiostro di china al limite più alto:
mi sono
chiesto come potesse muoversi in ascissa
su quelle alture geometriche se il vento
aveva già deciso la sua direzione.


Epigramma

Tranne l'arte, che è già da tempo dannata
dalla curiosità degli inferni o dall'indifferenza,
gli angeli mi disturbano, ma
non mi colgono mai di sorpresa quando vengono
a offrirmi frutta di cera perfettamente imitata.
Quanto a me preferisco una mela bacata
alla loro solenne, presuntuosa pazienza.


Da "Rapporto informativo" (Feltrinelli, 1966)


Arco di luce

Traccia un arco di luce alla finestra, un volo bianco
di passeri, inverno, che non rifuggono mai
da queste mura, e un fiore bianco, una natura morta
nemica fatta a immagine di noi. Rifiuta il fuoco
snello sopra le alture, il bucaneve
di Dio, ma esisti con gli oggetti, unisci
filo a filo la favola e l'idea, aria di libertà
creata e ricreata a un solo scatto
dei tuoi rami pesati dalla neve. Ascolta
come il silenzio brulica alle imposte, e come geme
la pietà in questo freddo. Se Minerva
non discende la notte coi sinistri
occhi d'intelligenza, accuseremo il cuore
della sua gravità che ci conduce al centro della terra.


Da "Il feroce equilibrio", (Guanda, 1957)

Les poètes levent des mains (a Sergio Dangelo)

Lungo la riva con occhi di ferro, in assalti di ruggine e sale,
i poeti ora levano mani accennate soltanto in un verde di teneri fuochi,
capelli spinosi venati di linfe, tre cactus di polpa impietrita, tre rami
che spingono al cielo una gotica accusa di sintesi mai contraddette,
di analisi in punta di spillo profonde a sanguigna in ferite incruente,
nel derisorio disordine dell'acqua e della polvere. Eppure due su tre si salveranno
quando una trepida vegetazione di mostruosi agnelli proporrà la resa
e la farà firmare decretando infranta l'ipocrita alleanza del gesso e dell'ardesia,
e il ladro volerà alla sua sinistra con i versi di Dylan nella tasca,
e Fortebraccio suonerà la tromba asciugandosi il naso in un sudario.

Roberto Sanesi

domenica 18 aprile 2010

DIALOGHI IN VERSI DI MAURIZIO CUCCHI

Amelia Rosselli - Foto di Dino Ignani



La mia Poesia è apparsa ieri 17.04.2010 sulla Rubrica Dialoghi in Versi di Maurizio Cucchi, nel supplemento letterario Tuttolibri de La Stampa. Qui il link:






e qui di seguito l'articolo per i pigri che non vogliono utilizzare il link.









AMELIA, SONO NOBILI LE FERITE




Amelia Rosselli, grande poetessa, figlia di un grande uomo al cui pensiero dovremmo più spesso tornare. E, voglio aggiungere, grande, ammirevole persona. Ho avuto la fortuna di conoscerla e un'impressione mi è rimasta incancellabile su tutte: quella della sua trasparente nobiltà d'animo.
E' la vostra vita che ho perso (Le Lettere, p. 396, € 35), curato da Monica Venturini e Silvia De March, è un libro che raccoglie una serie di interviste e che ci offre dunque un quadro importante della figura della Rosselli nel suo insieme, nella tremenda coerenza della sua via, chiusasi per morte volontaria nel ’96. Una tragedia che ne richiamava immediatamente un’altra, quella dell'uccisione di suo padre Carlo e del fratello Nello avvenute nel 1937, quandoAmelia aveva solo sette anni. Le curatrici si pongono di fronte a un personaggio che moltissimo avrebbe da raccontare,ma che sempre procede con discrezione.
Come quando parla con Giacinto Spagnoletti della morte del padre («esule a Parigi dal 1929, dopo avere organizzato la fuga di Turati, assieme a Pertini e Adriano Olivetti») e dello zio. Come quando dice a Plinio Perilli dei suoi incontri di ragazza con vari personaggi, come
Scotellaro, Dallapiccola, Carlo Levi, Bazlen, Guttuso e più tardi, naturalmente, Pasolini.
Ritroviamo i suoi tratti specifici maggiori, come la passione iniziale per la musica, il pensare e scrivere in tre lingue diverse, il rapporto particolare con la neoavanguardia.
Ma soprattutto siamo spinti a rileggerla, a ritornare a libri fondamentali come Variazioni belliche e Serie ospedaliera o l'indimenticabile poemetto Impromptu. Formidabile è il suo corpo a corpo con la lingua, unico il suono aspro e ruvido della sua grande musica nella parola, nella sua viva concretezza fisica, nel suo costante, produttivo attrito con la realtà e l'esperienza personale e
storica. Amelia Rosselli è stata spesso letta con amore, e la sua poesia non può non essere presente, pur se impossibile da imitare, in autori venuti molto dopo di lei. Penso ai versi, per esempio, di Selene Scanu, di cui apprezzo l'energia onesta, la ricerca di una fuggevole grazia, di una musica. Cito: «Che il tempo possa esercitare almeno un poco, / la lenta grazia della dissolvenza,/ su questa crepa di vita,/ che senza appello sgomenta».
Eviti certi giochi iterativi che la fanno passare dalla semplicità alla soluzione facile.
Anche Federica Galetto offre nei suoi testi strappi e increspature che possono ricondurre all'esempio della Rosselli. Ha comunque una sua viva e originale personalità. Le consiglio di non eccedere in ricercatezze. Qualche verso: «Della noia non cavalco che il dorso /Avrei certo sempre pensato di crearne/ altra da impastare ai molli giunti dello / spirito come si fa con i piedi nel fango / […]/Ma sono fisse dimore i pantani scoperti / […]/m'imbatto nei prologhi di questo
mio disordine / a sbriciolarne contenuti/ per essere sapendo di non esserci.






Maurizio Cucchi - Dialoghi in versi - Tuttolibri del 17.04.2010 - La Stampa

sabato 17 aprile 2010

PAOLO BREVIARIO



Lubin Baugin




Cimitero di Zibello


Nei piatti campi interseca
un filare di pioppi austeri
Corazzieri delle nebbie
Rami tuffatori del cielo
sul cui tronco s’inerpica
tenace il muschio dei fossi
Quadrilatero affacciato
sull’arboreo corteo
Dalle urne di cemento
come corvi sulle mura
sorvegliato scrigno
d’umane spoglie
Sul muro d’ingresso
Un Cristo barba e spine
Disegnato a carboncino
Palpebre calate alita:
“Ovun… Andr …
Qui Torner…!”
Friggono umide preghiere
scorre l’oblio lubrificato
lungo lapidi di foto segnaletiche
Istanti braccano i ricordi
Piombano sul cuore smarriti
come anticorpi alla ferita
Membra familiari amputate
Ove aleggiano gli spiriti
Inseguono le orme
sulla bianca ghiaia
l’ombra della gioventù
arresasi sul cancello.



*


Rondini


Siamo due rondini con lo zaino.
Cacciamo gli istanti che volano.
Facciamo scorpacciate di tempeste.
portando nel cuore eterne primavere.



*



I caraibi del mio cuore



Il cuore corre

Attraversa il ponte sul Po

Si protende sulla sponda del tuo

Percorre tutto l’abbracciodotto

Granturco girasole erba medica

Serre campi e fattorie

Nubi e ombre sole e cielo

Volano i battiti

Sventola il foulard stretto ai ventricoli

Motore di sangue che mastica ritmi

Si contrae e si distende

Nella sua pozza purpurea

Lanciato a tutta velocità

Verso le palme delle tue mani

I caraibi del mio cuore




Paolo Breviario ©



Poesie tratte dalla raccolta "I caraibi del mio cuore" - Edizioni Il Filo

e "Tunnel di rimmel" - Aletti Editore

lunedì 12 aprile 2010

GERARDO PEDICINI





La poesia è chiamare a sé le cose. Un chiamare che è anche un corrispondere al linguaggio, abitare in esso e dargli voce: la voce intima e segreta dell’anima. Ciò è il risultato di un costante esercizio, di un continuo interrogarsi, di un perenne stato di allerta capace di non rappresentare il linguaggio fenomenologico così com’è, ma di trascenderlo. La parola poetica vive costantemente questo stato di intimità, questa incessante ricerca di autenticità. Essere cioè dentro le cose e, nello stesso tempo, situarsi nella quiete della dif-ferenza. Perché come dice Nelo Risi, “la poesia in sé non conta nulla, conta ciò che sta dietro la poesia e in segreto l’alimenta”. Un alimentarsi che è anche un riconoscersi nella propria essenzialità fisica e spirituale, un darsi continuamente alle cose per coglierne tutte le possibili istanze e vibrazioni profonde.




Gerardo Pedicini
















Dalla silloge inedita "Oratorio in 15 stazioni"






A Luciana dominante






«devi conoscerlo, dico, il volo e poi
l'angelo viene
e tu vieni, in volo, nel mio volo»,
egli afferma sicuro e,
non senza malizia,
strina verbi e sentenze
e distanzia nel vento
con identica e pensabile e umbratile
malinconia
sillabe rose di speranza.
«ah, la melancholìa!»
(lei, ironica, dice e ride).
«è sempre così, non c'è niente da fare»,
sentenzia l'amica,
affondando l'incolpevole di lui sogno
nel sogno delle sue estatiche oasi.
«almeno ci tenta, lui»:
già persa già astratta è la voce,
smargina sassi e muove
nuovi virgulti.
senza tempo ora lui ordina
un afasico poema d'ombre
e vede lei e sogna lei oltre la quinta,
oltre la cortina, dico,
di crochet viola
e viaggia tra le maglie del sogno
e scopre lei come un gioco che ritorna
e ritorna il suo nome che luce.
«il bridge, dice, non c'è modo di spiegarlo,
è come il tressette»
e senza un perché, non sapendo
affonda le mani nella melma dell'acqua del lago
e dalla melma, ecco, si alzano nuvole d'ombra
e aperte visioni di sogno: esplosive chimere
gridando dal profondo del lago
«hic, sunt
pisces boni»,
si perdono in modo rapido e indolore
in un cielo sconvolto
come mare in tempesta.








*






a Rosa Nuñez


a riportarmi a te è questo vento
di gennaio che geme come un gatto
(a Toledo, le vie erano deserte
di animali) o forse è questo cielo
che ristagna (c'è silenzio nei viali,
come al Prado) o è questa nebbia
di confine (la stessa dell'Alcázar)
a farmi rispuntare nella mente
l'eco delle tue parole e quel tuo
sperduto "terrible!" come fosse
tutto da dimenticare. Toledo
è lontana, sull'altra sponda, dove
sono i tizzoni neri della Casa
del Sevillano e la Venta de Aires.
Dionisio è sulla porta e, come un tempo,
Modesta è alla fornace. Le pernici
scendono al Tago lungo le pareti
del monte diventate carne da macello.
All'ombra di un albero Barceló
è una reliquia abbandonata. Sul
Paseo del Tránsito il tempo si è fermato,
come la mia mente che abita l'unghia nera
della storia mentre nel freddo gelo
di Madrid attraverso Place Major
nel buio dei pensieri, come in sogno.






*






Da "Giornale di bordo del Baltico"






Sibila il vento e scivola via
il tempo tra le mani.
sotto il ponte del fiume Nemunas,
scorre un'acqua albula
impastata di tepori.
nella sua ombra chiara
rivedo il tuo viso
rimasto nella rete
addossata alla spalletta del Tevere.
aspro scende l'odore dei tigli
giù dalle colline.
tra l'ombra delle guglie
della chiesa gotica Vytautas
resta il silenzio dei pensieri
che rotolano come noci
dentro un sacco.






Gerardo Pedicini ©








Biografia:




Gerardo Pedicini, poeta e critico d’arte, premiato nel 1969 al Lerici-Pea, ha raccolto i suoi testi poetici in Marame, Admiranda emblemata, Cinque stanze di Murillo, Lisboa, Dodici sonetti ancipiti per dodici capricci incisi, Canto e controcanto, Buthos, Optica, Dialogata exempeda, Lilacs, Sipari, Cinque punti cinque, Quattro tempi, In attesa / in altra forma, Arsure, À rebours
e in plaquette, a tiratura limitata, con incisioni e disegni di Cosimo Budetta, Antonio Baglivo, Violeta Þidonytë, Massimo De Chiara, Pio Peruzzini, Salvatore Di Vilio, Angelo Pitrone, Lucilla Stellato, Angelo Noce, Suzanne Lafont, Alen Biet, Olga Danelone, Giuseppe Labriola, Aniello Scotto, Gennaro Cilento, Giacomo La Commare e Gaetano Cantone.
Sue poesie si trovano anche in Albe insieme ai versi di Elio Filippo Accrocca, Maria Luisa Spaziani, Bianca Maria Frabotta e Antonio Porta, in Altre terre insieme ai versi di Giorgio Bàrberi Squarotti, G. Battista Nazzaro, Alessandro Carandente e Paolo Ruffilli e in Poeti in Campania di G. Battista Nazzaro.
In prosa ha pubblicato i racconti Il maestro di Casapuzzano, Circe, Il sogno di Anaceto vasaio, Il pozzo di S.Lorenzo, I puri di cuore di S. Maria La Stella, Don Pedro de Toledo, Una estate piena di pioggia e il romanzo Goethe a Napoli. Partecipa a serate di lettura e all’attività del Centro di poesia dell’Università di Napoli. Come critico d’arte, ha organizzato mostre di pittura e di scul-
tura a livello nazionale e internazionale. Attualmente collabora alla rivista letteraria Secondo Tempo, al quindicinale Sussurri&grida, al bimestrale Sabato è con saggi critici, poesie, racconti, articoli di critica d’arte.
gerardopdcn@yahoo.com


Giornale di bordo dal Baltico / Gerardo Pedicini. -
Kaunas: Kalendorius, 2009. - 44 p.: iliustr. 2.
ISBN 978-9955-746-35-5
UDK 850-1












venerdì 9 aprile 2010

CONCORSO LA VITA IN PROSA: VINCITORI E SEGNALATI







Riporto qui di seguito l'esito del concorso indetto da Ivano Mugnaini "La vita in prosa".


Il mio racconto La torta di Madame Claudine Gallet FINALISTA E SEGNALATO





VINCITORI, FINALISTI E SEGNALATI DEL CONCORSO

"LA VITA IN PROSA" - prima edizione, 2009 - 2010


Il Concorso LA VITA IN PROSA, organizzato da Puntocapo Editrice, ha visto la partecipazione di 203 autori, per un totale di 414 lavori inviati. Le partecipazioni sono pervenute da tutte le regioni italiane, da alcuni paesi europei, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania, Lussemburgo e Malta, ed anche dall'America, Stati Uniti e Canada, e dall'Australia.
La Giuria del Concorso, composta da Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di Puntocapo Editrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Alessandro Polcri (poeta e scrittore, Professore alla Fordham University di New York), Viola Amarelli (poeta e critico), e da Ivano Mugnaini (scrittore, direttore della collana di narrativa di Puntocapo Editrice) che ha svolto nell'ambito del Concorso anche il ruolo di segretario, ha valutato i testi inviati, rilevando una grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati ed interessanti.

La giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti autori:

Alaimo Franca, Annino Cristina, Are Caverni Lidia, Argentino Lucianna, Barni Paola, Bonvicini Oreste, Cannetti Barbara, Castellani Silvia, Ciammaruconi Maria Teresa, Concu Massimo, D'Adamo Barbara, D'Altilia Grazia, De Lorenzo Christian, De Polzer Lida, De Vos Arnold, Donno Massimo, Fattori Narda, Frisa Lucetta, Galetto Federica, Ghirigato Italo, Macchia Annalisa, Magnolfi Bruno, Micalone Andrea, Missaggia Maria Giovanna, Molon Katia, Morpurgo Roberto, Murru Virginia, Nava Giuseppe, Nigro Michele, Perrone Aldo, Pretti Emma, Pignotti Sandro, Quintavalla Maria Pia, Righetti Marco, Righi Donatella, Salvi Lina, Savino Mauro, Spagnuolo Antonio, Tempesta Rossella, Vecchio Chiara, Vetromile Giuseppe, Vettorello Rodolfo, Zani Gabriele, Zimotti Maria.

Un'ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Segnalati:

Franca Alaimo - Cristina Annino - Lucianna Argentino - Grazia D'Altilia - Christian De Lorenzo - Lida De Polzer - Arnold De Vos - Massimo Donno - Lucetta Frisa - Federica Galetto - Italo Ghirigato - Annalisa Macchia - Maria Giovanna Missaggia - Roberto Morpurgo - Michele Nigro - Emma Pretti - Maria Pia Quintavalla - Marco Righetti - Antonio Spagnuolo - Rossella Tempesta - Chiara Vecchio - Giuseppe Vetromile.

Dalla valutazione finale dei testi segnalati, è emersa la seguente classifica:

AUTORI VINCITORI a pari merito:

Cristina Annino, con il racconto "Il vecchio va sano e va lontano"
Michele Nigro, con "L'uomo che non sapeva leggere"
Emma Pretti, con "Randagi".

AUTORI FINALISTI a pari merito:

Christian De Lorenzo, con il racconto "Frammenti dalla Fine"
Arnold De Vos, con "La vita in prosa"
Lucetta Frisa con "L'incantatrice di oche"
Federica Galetto con "La torta di Madame Claudine Gallet"
Italo Ghirigato con "Un viaggio in parallelo"
Annalisa Macchia con "Posta d'amore"
Maria Giovanna Missaggia con "Il potere della scienza"
Marco Righetti con "Dodici sono le porte, Iqbal"


I racconti degli autori vincitori verranno pubblicati in una plaquette edita da Puntocapo Editrice ed inserita nella Collana Passi narrativa.

Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, alcune opere di particolare interesse e rilevanza.



Post visibile sul sito di Ivano Mugnaini
http://www.ivanomugnaini.splinder.com/

mercoledì 7 aprile 2010

GIUSEPPE BARRECA


Caroline Marechal





Le ragazze che passeggiano…




Le ragazze al passeggio, le gonne corte
e i profumi del supermercato,
galleggiano nei portici autunnali.
La vita allora forse sembra sorridere
al vecchio che cammina tra le ragazze
e cerca solo un’occhiata, un sorriso,
un’emozione scordata da rinverdire.
Il venditore di bigiotteria
non sa quel che vende; il pomeriggio è lungo,
e i braccialetti non bastano mai, nemmeno per sua moglie.
Ha un bambino senza latte e una bambina senza nome,
sulle spalle. E una donna nascosta, illecita, che piange,
un’altra invece che vive nella luce del lecito, ma piange lo stesso.
Ma non lo sanno, questo, le ragazze al passeggio,
e sfiorano il venditore con occhi che non vedono.
Il maniaco venne arrestato all’altezza della piazza.
Le vasche stavano finendo, il pomeriggio piegato su di sé.
L’uomo aveva aperto l’impermeabile due volte:
un’anziana donna era svenuta, un’altra l’aveva guardato in faccia.
Lui sorrideva, ma il poliziotto che lo fermò
aveva tutti i vestiti al posto giusto.
Le ragazze al passeggio, però, non videro nulla,
solo una, ridendo forte, s’accorse dell’impermeabile in manette.
Due amici alla ricerca di una ragazza da corteggiare:
se la disputeranno con calma, tra la folla,
cercando di farsi notare, ridendo, con gli occhiali scuri.
Uno dei due è alto, mesto, l’altro piccolo, con un neo sulla faccia.
Camminano ammirati, tra i profumi del pomeriggio di sabato,
e l’odore di scarpe nuove; ma nessuno li nota.
Le ragazze al passeggio li calpestarono nella calca,
ma non se ne accorsero, perché fuggivano…
In fondo che rimane il sabato sera, dopo le vasche?
Le cartacce per terra, le serrande abbassate, il silenzio spigoloso
dei rimpianti degli uomini, dei batticuori delle donne.
Qualche gatto, un lampione difettoso, il profumo di frittelle,
rimasugli di progetti nati e defunti tra le pieghe del pomeriggio.
Qualcuno passeggia ancora, da solo, nella penombra:
le ragazze non ci sono, il venditore accarezza un figlio non suo,
il maniaco piange a casa, il ragazzo con il neo sorseggia una sconfitta,
il suo amico scrive parole senza sapere per chi e su che cosa…


Giuseppe Barreca ©

sabato 3 aprile 2010

BUONA PASQUA




A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile
s'affaccia ai muri
della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto
una minaccia sul bosco triste,
ché lo intrica il rovo spietatamente,
con tenaci braccia.
Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l'antica pia favola dell'ovo.

Guido Gozzano
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