Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

venerdì 8 luglio 2011

SYLVIA PALLARACCI









L'opera prima di Sylvia Pallaracci è un tuffo a piedi pari nei sensi. L'autrice si racconta espellendo,tramite la parola,tutte le possibili sfumature che il corpo riflette nella sua immagine ferma. Dalla sua posizione in apparenza immobile, ogni variazione si moltiplica addensandosi, pervadendo il lettore di contenuti che lo rendono intimamente partecipe di ciò che avviene, analizzando dettagli con occhio profondo eppur distaccato dall'evento. Riflette fra sè e sè Sylvia, trae conclusioni, dà avvertimenti, cita se stessa per timore di non essere ricordata, si autoafferma moderandosi talvolta, esagera l'impeto del corpo e della mente come costretta a soccombere ad un limite da non superare mai. Ferma eppure in movimento, essa vive una condizione innaturale della normale attitudine al dire di più, tenta i passi laddove non si cammina, cerca acqua dove c'è deserto. Si spinge sempre oltre, cosciente di non riuscire mai ad andare dove vorrebbe se non ferendosi o ferendo. Una poetica che pare si possa toccare, versi traino di una vita concreta che sembra mancare di leggerezza. Per non disturbare nessuno, le parole girano su se stesse sebbene non risparmiando, chiamando in causa compagni di strada distratti, promesse non mantenute, avventori di passaggio. La vita osservata, il corpo in mutevole subbuglio, la carne che brucia le migliori intenzioni e la fatica del credere che si può vivere entrando ed uscendo da una ferma immobilità materica per conquistare l'impalpabile e il non visto, il non detto, la verità. Gridandolo a voce alta.

Federica Galetto















Conditio sine qua non


Mi scopro sempre

qui, nell’alveo che converge

tutta la mia discendenza

ruvida e al femminile;

il puntaspilli di un rovescio

di mano in disuso

di prudenza

Dico e mai disdico

che la verità non sempre è vera

che ho amato ogni volta

le cose imperfette

perché al contrario

ho rilevato forme irregolari

mi sono riempita

di un irrequieto chiedere

per svuotarmi

di uno stentato esistere

l’indole mia reclama una pietà

che appartiene solo a me

e alla mia indecente anarchia;

altro non è dato sapere

e col dorso spigoloso del polso

ora asciugo le labbra

da tanta logorrea

Di me dite solo questo:

“Essere stata è la condizione

perché lei sia”





Eclissi


Fu così che ci inginocchiammo

intrisi di gloria e martirio

a cercare nell’esitazione della carne

il collasso della luce

scivolammo fragili

dentro percorsi inviolati

senza lasciare tracce

dei nostri gesti

indelebili

Così ci inginocchiamo

e scivoliamo fragili

mai stanchi

di vivere e morire




Fuggevole


Come l’ago

che imbastiva la trama

e mai bastava a (s)velarci

le parole

mi faccio piccola

perché tu abbia ora paura

a smarrirmi

perché quando entravi tutto

nel mio ventre

ti era difficile immaginarmi

altrove





È solo questione di…


Lasciami dimenare

dalle tue tregue

che mi riprendono

senza voce

e fammi scivolare a ritroso

dove il tuo fiume s’infiora

Curvami all’indietro

e risalimi

come un destino gelido

che rovina dentro il fuoco

Non è la mia voglia

che ora ti impone

ma l’inclemenza della tua gravità

sulla membrana che ci separa

E' solo questione di

Fiera, allo schiocco di frusta

mi volto

in uno scatto che prescinde

permessi e aduna pretese

nel tuo nome

urgenza selvatica di bruna ninfea

cuoriforme mi sfoglio

sulle contrazioni del tempo

all’infinito

e mi sei carne





Tacchi a spillo per l’estrema unzione


Non meravigliarti ora

se non riesci più

a trovarmi

chinata, a racimolare pietre

che accumulavano sabbia

hai sottovalutato

il rosso incerto delle profondità

e ti sembrò d’esser salvo

in quell’andare quieto

d’ombre agli angoli;

ma tu non sai la bellezza

che disvela una tenebra

quando una scheggia di sole

insidia i tramonti

non distingui quel tremore

di tacchi

nel continuo cigolio

delle spallate alla mia porta

[un solo gesto galante

le sarebbe olio naturale]

e tra un acuto e un basso

di gola, ti lascio

alla notte che semina e matura

i frutti che ti nutrono

alle spine




Dove ritorna la mia storia


Mi aggrappo al tuo corpo

come a un diritto naturale

e ti provoco l’amore

che mi dai

sottovoce

portando ai limiti

dell’inflessione i sottintesi

le tue labbra si disfano

con quella grinza che mi stende

e mi rimpolpa

i sensi

assuefatti alle ossa

mani rapaci -quasi crudeli,

per salvarmi-

afferrano i fianchi

sfrontata allento la presa

e mi lascio (s)finire

un nervo affilato di piombo

e mercurio attraversa le scapole,

mi scinde e mi precipita

fra inferno e paradiso

mentre mi faccio tempo e spazio

senza misura, per contenere

ciò che di te non si trattiene

perché tu sei sterminato,

simile alla terra,all’acqua,al fuoco

al ventre di mia madre




La costola di Adamo

io ti piango dentro il fianco

l'amore, che scava un punto

dove potermi ritrovare,

sola

tu fai un sospiro

come l'ultimo ruggito di un secolo

che non mi è appartenuto

quando eri custode fedele

di nicchie a fiero emblema di eventi

ti chiesi perché

scegliemmo i nostri occhi

per lasciarci dietro dio

e inchiodarci all' esistenza

tu non sapevi

io già non volevo sapere

e fu così che venimmo a patti

con le assenze, tra un punto e l'altro di sospensione

e vedemmo trasalire

il silenzio

agli echi delle stirpi di ogni tempo

selve di corallo tra inguini rocciosi

e sponde infrante da flutti sul morire

"ci sfalderemo assieme", ti urlai

quando capii il tormento

che avrebbe lasciato

sulla mia pelle

un sedimento aperto

da tutti i suoi domani.




Ora che non posso sentirmi,parlo con me…

dimmi

se tornerà

il buio pesto che ha svelato

la sua luce

se questi tremori nervosi

sono solo pelle

non più capace

di rientrarmi

o ultimi strascichi infreddoliti

di una primavera

tardiva

se sopravviverò a questa tragedia

della vita che cambia

nella mia forma che la fissa

invariabile

[dare un senso ai giorni che lascio andare

che non l’aspetto

mi assicura

la follia ]

nella consuetudine della pioggia

le nuvole si annodano

senza scomporsi

le parole risuonano

male sulle labbra indurite

e si spaccano

al rintocco improvviso

degli accordi di ieri

disgiunte le membra livide

di scuse,senza più fede

mi spalanco come una croce

di traverso

e resto a sorvegliare

l’assalto del dolore

a tradimento

nella mia assenza sconfinata




Sylvia Pallaracci, “Mi salvò l’ala sonora”, ed. LietoColle 2011







BIOGRAFIA

Sylvia Pallaracci nasce nel 1976 a Foligno – in provincia di Perugia – dove tuttora vive e lavora, occupandosi di scienze mediche.

Scrive da sempre, ma solo nell’età adulta ha scelto di portare in luce la sua intima passione, partecipando ad iniziative e concorsi letterari nei quali ha ricevuto premi e consensi da parte della critica.

Sue opere sono presenti in antologie poetiche; scrive inoltre per diversi blog e riviste culturali, alle quali collabora anche come recensore.

In Sylvia l’essere coincide con il sentire. Il suo dire attraversa e gela il fuoco e un’attenta distrazione la conduce incessantemente a perdersi – fino a scomparire – per ritrovarsi ogni volta, ininterrotta, nella parola.

“Mi salvò l’ala sonora” è la sua opera prima.

1 commento:

Fiorella D'Errico ha detto...

Leggo Le poesie di Sylvia e mi sento avvolta in un magma incandescente; vorrebbe essere, negli intenti primi, una riflessione pacata su se stessa e la vita, ma l'impulso irrazionale, l'urgenza, fuoriescono in tanti versi e risvolti. I "tremori nervosi", gli assalti al cuore, la "tragedia della vita", il piangere "dentro un fianco l'amore", l'aggrapparsi al corpo come "un diritto naturale": ogni cosa rimanda alla passione, nel senso etimologico della sofferenza. Ma la poesia, salva ancora una volta un'anima inquieta, come nel titolo della raccolta, così svelato e svelante.

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