Photobucket

Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

Visualizzazione post con etichetta articoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta articoli. Mostra tutti i post

mercoledì 11 maggio 2011

Emil Cioran. Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico






Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.


Quando viveva Cioran, non c'era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l'Odèon, dove egli abitava. Non c'era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle chambres de bonne dove i signori dell'Ottocento rinchiudevano le loro domestiche. Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d'albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l'avrebbe cambiata con un'altra. Tutto vi era incredibilmente minuscolo. Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto. C'erano libri su una sedia e per terra. Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest'uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l'angelo offrì a Giovanni nell'Apocalisse. Infine varcavamo l'ultima porticina, ed entravamo nel "salotto" - nessuno lo chiamava così - , dove Simone e Cioran ricevevano. Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice. Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo. Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda. Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado. Non ostentava autorità né prestigio. Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà. Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi. Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel l964: La caduta nel tempo. Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile». Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro é una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c'è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate - e accettate o condannate - davanti all'osservatorio di una mente impersonale. Come in Pascal, la tensione é così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico. Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno. Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l'Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza. Non c'è scrittore moderno più denso di Cioran. Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all'esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta. Non c'è mai un piano o un progetto. Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida. Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica. Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell'aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge. Sempre abbiamo l'impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero. E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa. La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato. Come Kafka, anche Cioran sogna non l'albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l'Albero della vita: «esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti». Fino all'ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l'innocenza, l'universo prima della caduta, l'uno, l'eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l'io, la natura umana, la conoscenza. Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l'Indistruttibile in noi non é stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto. Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell'Albero della vita. L'atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe. Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti. E l'uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore. Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell'Essere». E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran. Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell'inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza. Così Cioran condivide con Dio e l'uomo una doppia caduta. Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l'orrore della caduta. Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all'uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell'autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l'unico fondamento della sua vita. «Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all'Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l'uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell'uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti». Il dio e l'uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione. In Cioran vi è l'eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l'uomo si raccoglie una rabbia terrificante. Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso. Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l'aridità, la sterilità, l'inutilità filosofica, l'atmosfera di carcere. In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale. Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove. Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l'ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l'immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto. Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?». E' l'immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione. Eppure c'è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell'Apocalisse, che assume due forme. La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l'uomo un'era senza desideri, liberata dal peso dell'antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell'impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione». La seconda é terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l'angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c'è più presente. Non c'è più istante o movimento. E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno. Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.


di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

giovedì 26 novembre 2009

UMBERTO ECO









PERCHE' AMO LA NEBBIA CHE CI PROTEGGE DAL MONDO


Fonte: Repubblica — 25 novembre 2009 pagina 159 sezione: PRIMA PAGINA


Bisogna pagare tutti i debiti, almeno per quello che mi riguarda. Che io avessi non dico interessi per la nebbia ma un culto della nebbia era segno del destino, essendo nato ad Alessandria, città al cui paragone Londra è un' isola dei mari del sud. Mi è capitato pertanto di scrivere ogni tanto della nebbia (a iniziare da una orribile poesia scritta all' età di sedici anni) e, non appena ho iniziato a scrivere romanzi, un po' di nebbia ne ho messa ogni volta che ho potuto. Molta ne avevo messa in Baudolino ed è dopo la pubblicazione di questo romanzo che il mio editore tedesco, Michael Krüger, che tra l' altro è anche fine poeta, mi ha scritto chiedendomi un libro sulla nebbia. Si sa come sono certi inviti: anche a rifiutarli, poi ti rimane un verme nel cervello e ci pensi di notte. Così, quasi per gioco, mi sono messo a sfogliare tra i miei scaffali i libri in cui ricordavo apparisse la nebbia (cosa viene in mente di primo acchito? la nebbia agli irti colli, è ovvio) e infine, vivendo in epoca di Internet, mi sono messo a navigare cercando tutte quelle parole, in tutte le lingue, che Remo Ceserani elenca a inizio del suo saggio. Ero riuscito a mettere insieme qualcosa come cento pagine di testi, alcuni ovvi, altri più improbabili come il Fumifugium di John Evelyn, 1661, che in effetti più che sulla nebbia era sullo smog che già iniziava a impestare Londra a quei tempi - ma in fondo sull' argomento sarebbe poi stato più convincente Dickens. Non ricordo se per influenza di quel materiale o per semplice coincidenza, in quel periodo mi era venuto in mente di scrivere La misteriosa fiamma della regina Loana, un brano del quale i co-curatori di questa antologia hanno avuto la cortesia di includere tra i vari testi proposti. Siccome era un libro che rievocava una infanzia piemontese, la nebbia non poteva non entrarci, e ci è entrata tutta, nel senso che ho saccheggiato la mia antologia, permettendo al protagonista smemorato di ritrovare appunto una raccolta del genere che egli aveva messo nel computer, così che egli potesse fantasmare della nebbia in lunghi brani in corsivo (tanto per mettere in chiaro che non erano miei bensì citazioni)... Ma insomma, non sono qui a parlare del mio romanzo. Il fatto è che a quel punto avendo sfruttato l' antologia per quanto potevo, non vedevo più alcuna ragione di dedicarvi altro tempo quando (altra mirabile coincidenza) ho scoperto che Remo Ceserani stava scrivendo la voce "nebbia" per il Dizionario dei Temi Letterari. Ho visto dai suoi riferimenti che lui aveva individuato testimonianze che a me erano sfuggite, e di lì è nata l' idea di proporgli questa antologia. Che poi, tranne quelle cento pagine raccolte da me, moltissime delle quali Ceserani aveva già trovato per conto proprio, l' antologia nel suo complesso sia opera di Ceserani e Ghelli, lo concedo con ric o n o s c e n t e e c c i t a z i o n e . Quanta bella nebbia! Credo si possano amare i mari del sud anche essendo nati in paesi freddi e brumosi, e forse proprio per reazione all' ambiente natale: Stevenson era nato a Edinburgo, Gauguin a Parigi, e via dicendo. Ma non si può amare la nebbia se non si è nati nella nebbia. Certo, si potrebbe percorrere tutta questa antologia e scovare qualche poeta della nebbia che a prima vista non dovrebbe essere nato nella nebbia, per esempio D' Annunzio, che riesce con pari abilità a descriverci ne Il fuoco le glorie di una Venezia incandescente di tramonti epifanici e nel Notturno i misteri di una Venezia brumosa; ma a Venezia il poeta c' era pur stato, aveva cantato «il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia», e consultando Internet si possono trovare avvisi di bei banchi di nebbia sulla Roma-Teramo o sulla Torano-Pescara. Chi è nato nella nebbia conosce l' espressione spaurita e incredula di chi, cresciuto nei paesi dove fioriscono i limoni, ti sente dire che tu ami la nebbia, non solo gli irti collie lo sfumare grigiastro delle colline lontane ma persino - Dio ci perdoni - la nebbia sull' autostrada, nella quale noi, uomini della nebbia, si guida confidenti, alla velocità giusta, senza farci atterrire dalle ombre vaghe e giganti che sembrano sorgere all' improvviso là dove pochi istanti prima c' era una linea bianca. Sono nato, l' ho detto, in una città nebbiosa. Credo che se lo raccontassi oggi ai suoi giovanissimi abitanti non capirebbero che cosa dico. La luce uccide la nebbia, e ve ne accorgete sulle autostrade dove, appena si arriva in vicinanza di un autogrill con benzinaio, e gli ampi spiazzi antistanti sono illuminati, la nebbia non c' è più. Segno che, a spendere un po' più di soldi per l' illuminazione delle autostrade, non ci sarebbero più morti per nebbia non lo dico per noi che con quella faccia un po' così solo di rado abbiamo visto Genova, e per il resto ci siamo mossi tra le risaie del vercellese e le vigne langhigiane, ma per i poveri siciliani, napoletani, e persino laziali, che ne muoiono ogni anno, senza capire della nebbia la mutae algida bellezza. La luce uccide la nebbia e nelle città, dove rimangono ormai le vetrine illuminate anche di notte, e i lampioni sfolgorano, la nebbia si ritrae pudica. Percorro nostalgico Milano per ritrovare le nebbie non dico di Sereni ma dei gialli di De Angelis (vedi L' albergo delle tre rose: «Pioveva a fili lunghi, che al riverbero dei fanali parevan d' argento. La nebbia diffusa, fumosa, penetrava coi suoi aghi nel volto. Sui marciapiedi scorreva ondeggiando la infinita teoria degli ombrelli». Ahimé, il calore innaturale che uccide la nebbia è quello che scioglie anche i ghiacciai, e la terra morirà non solo per eccesso di calore ma anche per carenza di nebbia. L' avrete voluto voi, maledetti nemici delle brume. Speriamo ora nella crisi economica. Ma torniamo alla mia città. Non solo è (era) nebbiosa ma è fatta di grandi spazi vuoti e sonnolenti, insopportabili nel gran sole meridiano d' agosto, quando tutti si rintanano terrorizzati da quel vuoto arroventato. Però di colpo, in certe serate autunnali o invernali, quando la città è (era) sommersa dalla nebbia, i vuoti scompaiono, e dal grigiore lattiginoso, alla luce dei fanali, spigoli, angoli, subite facciate, scorci bui emergono dal nulla, in un gioco nuovo di forme appena accennate. E la mia città diventa "bella" (o almeno conturbante quanto la Fosca del nostro concittadino Tarchetti). Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine. Nella nebbia si cammina piano, bisogna conoscere i tracciati per non perdersi, ma si arriva sempre e lo stesso da qualche parte. La nebbia è buona e ripaga fedelmente chi la conoscee la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall' alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d' intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all' improvviso di fronte delle figure forse reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla. Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l' oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre. Nella nebbia sei al riparo del mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito. Per fortuna dalle mie parti quando non c' è nebbia, specie di primo mattino, "scarnebbia". Una specie di rugiada nebulosa che, anziché illuminare i prati, si leva a confondere cielo e terra, inumidendovi leggermente il viso. A differenza della nebbia, la visibilità è eccessiva, ma il paesaggio rimane sufficientemente monocromo, tutto si distribuisce su delicate sfumature di grigio e non offende l' occhio. Occorre (occorreva) andare fuori città e per strade provinciali, meglio per sentieri lungo un canale rettilineo, in bicicletta, senza sciarpa, con un giornale infilato sotto la giacca, a proteggere il petto. Ma divago. Non in tutti luoghi scarnebbia e questa antologia è dedicata a quelli in cui, per fortuna, nebulat. La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell' utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica. Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo. E siccome la nascita è l' inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimé virtuale) che alla morte forse non perverrai. Basterebbe fermarsi lì. Ma proprio perché non sai dove sei, nella nebbia tendi a muoverti per uscirne (che è stolida follia e folle stolidità). Chi ha ventura di starci, vuole venirne fuori. Per questo tutti gli uomini sono mortali.


UMBERTO ECO
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...