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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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sabato 2 luglio 2011

giovedì 3 marzo 2011

DATE A GIRL WHO READS - DAI UN APPUNTAMENTO AD UNA RAGAZZA CHE LEGGE







La lettrice - The reader
Digital Collage di Federica Nightingale




“Date a girl who reads. Date a girl who spends her money on books instead of clothes. She has problems with closet space because she has too many books. Date a girl who has a list of books she wants to read, who has had a library card since she was twelve.



Find a girl who reads. You’ll know that she does because she will always have an unread book in her bag.She’s the one lovingly looking over the shelves in the bookstore, the one who quietly cries out when she finds the book she wants. You see the weird chick sniffing the pages of an old book in a second hand book shop? That’s the reader. They can never resist smelling the pages, especially when they are yellow.



She’s the girl reading while waiting in that coffee shop down the street. If you take a peek at her mug, the non-dairy creamer is floating on top because she’s kind of engrossed already. Lost in a world of the author’s making. Sit down. She might give you a glare, as most girls who read do not like to be interrupted. Ask her if she likes the book.



Buy her another cup of coffee.



Let her know what you really think of Murakami. See if she got through the first chapter of Fellowship. Understand that if she says she understood James Joyce’s Ulysses she’s just saying that to sound intelligent. Ask her if she loves Alice or she would like to be Alice.



It’s easy to date a girl who reads. Give her books for her birthday, for Christmas and for anniversaries. Give her the gift of words, in poetry, in song. Give her Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Let her know that you understand that words are love. Understand that she knows the difference between books and reality but by god, she’s going to try to make her life a little like her favorite book. It will never be your fault if she does.



She has to give it a shot somehow.



Lie to her. If she understands syntax, she will understand your need to lie. Behind words are other things: motivation, value, nuance, dialogue. It will not be the end of the world.



Fail her. Because a girl who reads knows that failure always leads up to the climax. Because girls who understand that all things will come to end. That you can always write a sequel. That you can begin again and again and still be the hero. That life is meant to have a villain or two.



Why be frightened of everything that you are not? Girls who read understand that people, like characters, develop. Except in the Twilightseries.



If you find a girl who reads, keep her close. When you find her up at 2 AM clutching a book to her chest and weeping, make her a cup of tea and hold her. You may lose her for a couple of hours but she will always come back to you. She’ll talk as if the characters in the book are real, because for a while, they always are.



You will propose on a hot air balloon. Or during a rock concert. Or very casually next time she’s sick. Over Skype.



You will smile so hard you will wonder why your heart hasn’t burst and bled out all over your chest yet. You will write the story of your lives, have kids with strange names and even stranger tastes. She will introduce your children to the Cat in the Hat and Aslan, maybe in the same day. You will walk the winters of your old age together and she will recite Keats under her breath while you shake the snow off your boots.



Date a girl who reads because you deserve it. You deserve a girl who can give you the most colorful life imaginable. If you can only give her monotony, and stale hours and half-baked proposals, then you’re better off alone. If you want the world and the worlds beyond it, date a girl who reads.



Or better yet, date a girl who writes.” —





Rosemarie Urquico




Dai un appuntamento ad una ragazza che legge


“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive".


Rosemarie Urquico

Traduzione di Federica Galetto

sabato 23 ottobre 2010

Da "Gli Anni" di Virginia Woolf





Digital Collage di Federica Nightingale ©


It was an uncertain spring. The weather, perpetually changing, sent clouds of blue and of purple flying over the land. In the country farmers, looking at the fields, were apprehensive; in London umbrellas were opened and then shut by people looking up at the sky. But in April such weather was to be expected. Thousands ...of shop assistants made that remark, as they handed neat parcels to ladies in flounced dresses standing on the other side of the counter at Whiteley's and the Army and Navy Stores.
The years - First pages, Virginia Woolf



Era una primavera incerta. Il tempo, in perpetuo mutamento, disponeva nubi blu e porpora a volare sulla terra. Nelle campagne, i contadini guardando i campi apparivano apprensivi; a Londra venivano aperti e poi richiusi gli ombrelli nel guardare al cielo. Ma in Aprile un tempo simile c'era da aspettarselo. Centinaia di commessi nei negozi affermavano ciò rimarcandolo, mentre portavano pacchi ben fatti a signore in abiti a balze, in piedi sull'altro lato del bancone di Whiteley's e Army and Navy Stores. Gli anni - V. Woolf (Trad. Federica Galetto)

mercoledì 15 luglio 2009

ALEXANDRA PETROVA



Dipinto di Jane Corsellis






Persona cara, non conosco la tua lingua.

Una mela cade oltre le nuvole.Aspettiamo la pioggia.

Ormai per l’ennesima notte ci accompagniamo l’un l’altro.

Non ci amiamo fino a morirne, ma fino

al lavaggio delle strade,

fino al sole rivolto di profilo verso il Sud.
C’è sempre più spazio tra queste pareti; ecco che di nuovo

l’ultimo ripiano della libreria oggi si è reso trasparente,

ma il nostro legame è tanto oscuro e infido quanto

l’ortografia dello jat*;

tu hai detto una parola, io non l’ho capita, anche se

probabilmente è quella giusta.
Le tende sono strappate, le porte spalancate, una mano

è trattenuta appena nella stretta – macché…

Anche tu sei farina degli eventi, che di colpo si è sollevata;

una corrente, e nessuno che ci metta una toppa.

*jat: lettera dell’antico alfabeto slavo ecclesiastico

Da “POESIA”(dicembre 2002)


*




Ai non addetti




Andarsene da sé, nel deserto postprandiale di luglio, in giro per una città del sud, calpestando foglie e fiori sfioriti fruscianti, pennacchi marroni caduti, stami e pistilli usati. Il ricordo di un'unione trascorsa, che va in polvere. Molli gondoni accanto alle macchine, in un parcheggio abbandonato.Scivolare via da sé, in giro per le strade notturne dell’urbe, in un’estate appena cominciata e già soffocante, lungo i tunnel creati dai pini, nel verde nero delle nuvole
inchiodate sul cobalto del cielo. Estraniarsi lentamente da sé, come da qualcosa di avvenuto e definito; da sé, dalcentro, trasferendosi al confine.

La città alle quattro di mattina. Un negro impallidito. Dall’oscurità, lungo la brusca virata di un’automobile, sotto la luce abbagliante dei lampioni, gambe nude e muscolose in bilico sui tacchi.Travestiti sorridenti, colti di sorpresa, a piccoli branchi spediscono baci nell’aria.
Quando non ami nessuno, sembra strano che tu possa aver amato qualcuno prima. Non ti ricordi più com’è stato, anche se è successo poco tempo fa. L’amore gira attorno a quello stesso centro con cui ti fondi; dopo, ti ritrovi nel mondo come in una località sconosciuta, in una periferia invasa dall’erba.

Uno di loro giace sulla schiena nella via sorda, cerca invano di aggrapparsi al corpo della macchina, si rialza a fatica dall’asfalto. Sotto la luce dei fari un volto tutto insanguinato, capelli lunghi, seno superbo, tra le gambe glabre e scomposte il membro, color mattone. Un povero centauro, che tenta di compensare l’assenza di una chiarezza centripeta con la sua tragica audacia, che è la parodia di qualunque chiarezza. Dio sa che noi fabbrichiamo noi stessi in
una periferia inaccessibile all’occhio e che solo i lebbrosi e gli spavaldi sanno ammetterlo. Benché il mondo sia andato in frantumi da tempo, benché tutti sappiano tutto da tempo, tuttora in alcune città del sud ti chiedono se hai il fidanzato e se nel corso di qualche festa conversi a lungo con qualcuno che non è lui, cominciano tutti a sentirsi in imbarazzo, lo stesso “fidanzato” torna a casa sconcertato e la gente del posto ti guarda con un malcelato sorriso.

La mia città del sud, dove sono capitata qualche anno fa, possedeva una lunga storia. Già dal nome però appariva lampante la sua incongruenza con se stessa. Che rapporto aveva con quel glorioso passato? Col centro del mondo — concetto elaborato da lei stessa per la prima volta, trasformando l’universo abitato in provincia e irradiandosi in tutte le direzioni ?
Una volta era piena di giardini e di orti e anche adesso, ogni tanto, ricorda la campagna. Solo in tempi assai recenti il sindaco ha vietato di tenervi animali da cortile e uccelli, nonostante, come un tempo, raccogliessero la messe degli alberi da frutto e talvolta, alle quattro del mattino, un forsennato gallo di contrabbando emettesse il suo chicchirichì.
Il popolo che l’abitava tendeva al meticciato. La sua lingua era rozza e oscura. I suoi costumi, in gran parte, selvaggi. Il suo carattere, all’apparenza bonario, si rivelava sospettoso e chiuso.

Conquistarsi la sua fiducia pareva difficile, se non addirittura impossibile, soprattutto se non possedevi quell’arte della raccomandazione, dell’appartenenza e dell’entratura qui virtuosisticamente coltivata. Questo popolo era dotato di funzioni sessuali e digerenti assai sviluppate, soprattutto quest’ultimo aspetto era accompagnato da autentico entusiasmo e aveva un significato pressoché pannazionale.
Il primo invece era condizionato da secoli di cattolica ipocrisia. Qui la vita extrafamiliare era fondata sulla gerarchia sociale, su una lotta segreta condotta attraverso una sottile malevolenza, mai espressa direttamente, a dire il vero.

Sarebbe stato impossibile stupire i Mani con checchessia; anche se all’improvviso il Papa si fosse convertito alla religione musulmana, oppure se due elefanti, l’uno in groppa all’altro, fossero passati in volo sulla città, loro avrebbero sentenziato: già visto. I loro concetti di buon gusto, cattivo gusto, irriconoscenza, infantilismo sociale coincidevano stranamente con i nostri concetti di falsità, insincerità, ruffianeria, tradimento. I Mani sono dei finissimi psicologi, quasi a livello animale, sensuale; perciò i Rani, con la loro impetuosa semplicità, ci cascano e si lasciano abbindolare più facilmente degli altri.

Non esistono caratteri più opposti di quelli dei Rani e dei Mani. Tra loro non ci sono quasi punti di contatto (a parte i luoghi comuni e, lo ammetto, il sistema burocratico complicatissimo). Il significato della famiglia in questa città è inviolabile. Ogni anno, il ventiquattro di dicembre, loro si riuniscono e stanno a tavola fino al mattino, una portata dietro l’altra, ciascuno nella sua sconfinata famiglia, teneri coniugi traditori, nonne, bisnonne e perfino bisnonni, perché, a
differenza dei Rani, i Mani sono vitali e imperituri. In generale, la mia prima impressione fu che, nonostante i principî rivoluzionari del passato, si trattasse di una società inerte e soffocante, intenta a rincorrere la propria coda. Però, per la sua bellezza e irripetibilità, questa città non teme rivali al mondo. E così, perdendomi di vista sempre più, ho finito per amare anche i Mani. Il mio sguardo rettilineo non prendeva in considerazione tortuosità e caverne; eppure proprio in esse, talvolta, nasce la vita. Il loro cinismo ha resecato i cocuzzoli della mia magniloquenza — buona, in fin dei conti, neanche a condire l’insalata.

Il tramonto si stava diffondendo nel cielo e, in effetti, solo la sovrabbondanza d’acqua della mia città natale doveva impedire alle lacrime di scendere. Perché proprio in quel momento vidi come una pioggia improvvisa, facendo straripare
le vasche delle fontane, scorresse dalle vele tese degli ombrelli. Mentre ero impegnata a asciugarmi le guance, arrivò il mio quarantesimo compleanno. Possibile che un giorno avessi potuto dubitare di un simile avvenimento?
Ovviamente, come tutti i bambini, Al si sentiva stabilmente al centro dell’universo. Un centro dove, fra l’altro, udiva più spesso la parola “pigrizia” che il verbo “stabilirsi”, ossia un posto dove tutti sono svogliati, pigri, prigionieri. Il centro che aveva trovato spazio in Al era tuttavia alquanto misterioso: un centro segreto. Pareva che tutti si fossero messi d’accordo appositamente per far finta di niente, per non rivelare dove si trovasse esattamente. La madre era distratta, come estranea; il padre, da una parte, era gonfio di vento (proprio dalla parte delle sue ali ricurve, appena abbozzate...), dall’altra colmo di un pathos edificante che richiedeva, di tanto in tanto, di essere applicato.

La nonna...Beh, meglio lasciar perdere. Ma, visto che ormai ci siamo, è evidente che la nonna era una strega. E sebbene la chiamassero teneramente nonnina (o, meglio, sebbene lei stessa avesse deciso che dovevano chiamarla così), questo nomignolo contribuiva soltanto a smascherare ancor più la sua carne forestiera che, talvolta, luceva di una lontana, palustre azzurrità. Un’azzurrità al neon. Così luceva anche Košej l’Immortale, che appariva in un cerchio roteante in fondo al corridoio, dalla camera dei bambini al gabinetto, di corsa, no, anzi, lentamente, ansimando in
silenzio, con pause che duravano milioni di anni. (La solitudine che Al provava nel corridoio è paragonabile solo al tunnel che le sarebbe toccato percorrere al momento della morte. Ma di questo, forse, parleremo in seguito). Con la nonnina invece era in corso una guerra di nervi ai massimi livelli. Ad esempio: non accettare da lei caramelle, peggio, sputare la carne della minestra (non masticata fino in fondo, perché filamentosa) nel gabinetto, attendere nascosta
sotto il tavolo la sua apparizione e agitare su di lei la falda grigia di una bacchetta, nella quale abitava uno spirito. A questo spirito sovraintendeva la sorella, che spingeva Al a forza nella stanza buia e evocava lo spirito, agitando bruscamente la bacchetta. Ma una volta la bacchetta (dimenticata dalla sorella) come il bastone di Aronne, fu portata fuori dal suo angolo per scacciare, in un sacro soffio, il male dalla nonna, che si era appostata. Bisognava agitare su di
lei la bacchetta animata dallo spirito, spezzare i suoi incantesimi e salvare mamma e papà. Accadde proprio nella sua stanza. Ella si contrasse e cominciò a sibilare, ora avanzando, ora retrocedendo... ma l’accordo era di tacere e di non raccontare di questo a nessuno, altrimenti tutti gli esorcismi sarebbero stati inutili. Guardarla soltanto, immobile, con occhi blu blu blu. Non sono stata io, l’ha fatto un’altra bambina, Olja.

Beh, allora puniremo Olja, dov’è dov’è questa Olja, carognetta — domandarono i miei genitori. Sì, da qualche parte esisteva quest’Olja insolente, con la schiena dritta e le gambe magre di ballerina. Si comportava male, ma riusciva sempre a sottrarsi alle punizioni. Tuttavia, il corso degli eventi instaurava qualche forma di rapporto tra Al e Olja.
Quando Olja giocava i suoi brutti tiri, anche a Al rimordeva la coscienza. Forse Olja esisteva in un mondo al di là dello specchio, dall’altra parte, sul ciglio di una strada che rasentava, sia pur incidentalmente, la sfera di Al, oppure da qualche altra parte ancora. Ma era chiaro che se Olja esisteva, Al non era più soltanto Al, ma era anche Olja, seppur con i difetti causati da una fiacca tensione esistenziale. Il fatto che il centro nel quale si trovava Al a volte potesse rispecchiarsi, cambiava molte cose. Se una parte qualsiasi di Al (sia pure un riflesso) si trovava all’esterno, ne
conseguiva che Al non era più il centro. Le cose non erano uguali a se stesse. Ovviamente, non nello stesso senso di quando lei e la sorellina vestivano il gatto Dymša con gli abiti della bambola Katjuša; con la cuffietta, tutto baffuto, lui s’infuriava, ma poi veniva domato.

Nel caso del gatto Katjuša, tutto sommato era evidente che si trattava di una mascherata; Olja invece rimaneva sempre Olja, come una grandezza costante. Il centro che dà un’occhiata alla periferia cessa di essere centro, viene contaminato dall’ambiente circostante, come un fiore. Tuttavia, senza di lei esso è impensabile. Così, rifluendo l’uno nell’altra, essi si scambiano la loro massa, come una stella gigante con una nana. Nel mondo delle banali opposizioni binarie, volente o nolente, finisci col pensare al centro. Per il nostro piatto modo di pensare, la cosa più semplice ovviamente era immaginare questo centro inesistente come la metà del segmento tra due punti. Ma il segmento è un raggio e il centro il suo semiraggio. La periferia tende al centro, la forza di quest’attrazione la rende così incandescente che il calore l’aiuta a spostarsi verso il centro, inondandolo come lava. La periferia è l’ultimo margine, un precipizio, sabbie mobili.
Solo nel punto più estremo e desolato, sull’orlo dell’abisso, può nascere un nuovo, autentico centro. Nel caso delle città è possibile, ovviamente, una traslazione a latere della posizione geografica, ma nulla più. Mosca, tutto sommato, è la terza Roma, provincia di Bisanzio che, a sua volta, è provincia di Roma, provincia della civiltà etrusca.

Con la nonna invece tutto accadde così. Lei si lamentò che Al avesse agitato la bacchetta su di lei; lei (la nonna) era a malapena riuscita a schivare il colpo! La nipotina aveva alzato la mano sulla sua vecchia nonna — dichiarò la nonninanonnetta. La nipotina terribile si era rivoltata contro la sua nonnarella. Ecco che cosa le insegnavano! I genitori si consultarono brevemente e iniziarono a dare la caccia a Olja. La cercarono. Non troppo a lungo. E, come al solito, non la trovarono da nessuna parte. E poi successe una cosa terribile. La mamma si sdraiò sull’ottomana, il papà prese Al per il braccio e la mise col volto alla parete. Alle spalle di Al qualcosa scricchiolò, poi tintinnò e poi arrivò come una specie di dolore. Ossia, avrebbe dovuto essere dolore, ma Al non lo sentiva. Al, cioè io, ormai, si voltò indietro, verso la mamma che guardava dalla sua loggia la platea della stanza. La mamma contemplava tranquillamente come la cinghia danzantesollevasse folate di vento e come i nastri azzurri da lei legati ancora ieri fluttuassero dalle treccine arruffate.C’era
naturalmente qualcosa di ignominoso in quello stare in piedi col volto rivolto al muro. Il centro che si trovava in Al, cioè in me, come una luce disinnescata, si rattrappì per un istante. Sulla carta da parati crescevano fiorellini gialli e azzurri.

Io entrai in questo campo in fiore e ricordai come una volta mi avessero dato una mela. Stavo seduta su un cassettone di legno rosso in una stanza enorme, loro mi diedero una mela perché non piangessi, perché quando gli adulti gridavano o si picchiavano dopo volevano tranquilizzarmi. Mi vestivano come un orsetto e io avevo sempre caldo, forse per questo adesso ho sempre freddo.
Stavo seduta impellicciata molto in alto o, almeno, così mi pareva allora. La mela era così grande, pesante e sfericamente perfetta che mi si mozzò il fiato. Avevo capito che lo spazio è poroso, che è pieno di porte e di tasche.
Ora, finalmente, la sparizione di alcune cose si spiegava. A volte, una palla, una perlina, una parola rotolava via e non tornava mai più. Adesso, camminando nel campo in fiore, pensai che anche le persone non possono essere perenni.

“Quando muori, io sputerò sulla tua tomba e ci ballerò sopra”, disse una volta la nonnina a mia mamma. Immaginai una nonna nana danzante, che ballava sfrenata sul umido dentro cui mia madre giaceva, senza poter uscire di lì. La mamma diceva che la nonna, in realtà, era sua mamma. Mi dispiaceva che le fosse andata così male. La mia mamma era molto meglio: almeno era bella, non aveva il volto così allungato come NanoNaso e non mi voleva seppellire nella terra e saltarci sopra, perché non ne potessi uscire. Alla sola idea iniziai a soffocare. Presi a inghiottire l’aria. Il campo in fiore cominciò a ondeggiare e io caddi di piatto.

Ogni domenica io e mio padre andiamo a fare una passeggiata. Al in compagnia di un uomo lunghiiiiissimo va a fare una passeggiata. Di solito, passano sotto l’arco con l’enorme orologio. Passare oltre quell’orologio è piuttosto imbarazzante, perché esso sembra sapere (o controllare) qualcosa, e quando Al percorre quel tratto, di solito, china la testa. Poi escono sulla piazza
enorme, al centro della quale si eleva una colonna rosabordeaux. Ovviamente, si tratta della colonna più alta del mondo e, come tutto ciò che è grande, mette i brividi, soprattutto quando s’ingigantisce e s’incurva, mano a mano che tu t’avvicini, cosicché a volte tocca girarsi, per non correre pericoli. Sul suo piedistallo hanno luogo i giochi di Al. Girare intorno alla colonna molte volte in un senso e poi nell’altro, correre intorno alla colonna in un senso e poi nell’altro,
camminare senza calpestare le crepe nell’asfalto, camminare, mettendo il piede ogni due crepe, stare seduta sul piedistallo. Dall’angolo a sud, dall’angolo a nord, dall’angolo a est, dall’angolo a ovest. Dal primo si vede una casa a quattro piani con piccole finestrelle in basso e, dietro di lei, il fiume, la Mojka. Dal secondo un’altra casa grandegrande e un passaggio che non porta da nessuna parte, dal terzo (da dove abitualmente spira il vento) si vede un giardino sconfinato e un palazzo color rossomarrone che chiamano semplicemente d’Inverno, perché là si trova il giardino pubblico invernale dove Al, d’inverno, passeggia di solito con i bambini dell’asilo. E appena un po' più in là scorre la Neva. Dal quarto angolo si vede una casa gialla semicircolare con un doppio arco gigante. Sull’arco ci sono dei cavalli al galoppo, sei folli cavalli; ai lati dei forzuti con delle lance e al centro un omino alato su un cocchio. Se si passa sotto l’arco, la casa sembra vicina. Di solito accanto al palazzo d’Inverno, in autunno e in primavera, ci sono delle impalcature di ferro con le quali costruiscono a lungo una tribuna che arriva all’ultimo piano del palazzo. Sulla piazza marciano in su e in giù soldati e la voce al megafono grida:

“Asssinistra!” “Adddestra!” Poi, dopo un po', sulla tribuna che hanno costruito, coperta di rossa, si arrampicano dei vecchietti e tutta la piazza si riempie di persone che sfilano a passo di marcia (come Al durante le lezioni di ballo all’asilo) e gridano “Urrà”, in risposta alla voce metallica e assordante degli vecchietti asserragliati lassù. La voce grida:
“Viva l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche” e altre cose ancora, che cominciano sempre con “Viva”. I grassi vecchietti agitano la mano dall’alto, la gente trascina in spalla bandiere e manifesti e si gonfia tutta orgogliosa, passando oltre i vecchietti. A parte i ritratti di questi vecchietti, sulla piazza sono esposti dappertutto quelli di un altro tizio ancora. I ritratti di un uomogigante. Quando passi sotto di lui, in spalla a papà, sembra che ti voglia schiacciare con la suola sollevata della scarpa. Di solito sbuca fuori in berretto grigio, con la barba e un nastrino rosso sul petto.
Spesso la gente porta anche lui sui suoi manifesti. Qualcuno mi ha detto che è il mio nonno, sento di essere cattiva, ma non mi piace e quando arriva sulla mia piazza, ho paura di lui.





Alexandra Petrova / trad.Valentina Parisi & Ph.Pogam
(Sud, rivista europea, 4/5 - 2005)


Biografia:


Alexandra Petrova nasce a Leningrado nel 1964. Ha vissuto a lungo in Israele e risiede in Italia dal 1999. Oltre a varie collaborazioni con riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1994 la raccolta poetica “Linia Otriva”(Punto di distacco)e nel 2000 il libro di prose e poesie “Vib na dijitelstvo”(Vedute sull’esistenza). Nel 2003 pubblica l’operetta filosofica “I pastori di Dolly”. La sua ultima raccolta di poesie “Altri fuochi”, è stata pubblicata da Crocetti nel 2005.
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