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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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mercoledì 20 luglio 2016

Terracqua di Mirella Crapanzano - Una nota di lettura









Ci si incammina assaporando il profumo del mare. Oltre le spiagge, il sentore del sale sugli orti e le case. Le sterne cantano attraversando con un volo radente il rollio delle onde e il loro frastuono. Così incomincia il viaggio attraverso “Terracqua”, luogo multiforme a cui il Poeta appartiene e di cui nutre la propria memoria. Vi sono sposalizi avvenuti sulla schiuma di un onda e anemoni sui fondali marini a raccontare un amore
(i fiori per la sposa giacciono/ in fondo distese brulicanti di anemoni/fanno una corolla nuziale),
l’avvicendarsi ciclico del giorno e della notte sotto cieli neri e venti sopiti, il silenzio della natura in un’isola di primigenia bellezza
(il vento tace sull’isola/ come un presagio/l’alta marea tra i seni/ il nero stellato intorno/a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano/le coste).
E il ricordo che brucia come lava di vulcano, lo stesso ricoperto di terra nera che aleggia nell’aria greve. Con una scrittura intensa ed elegante, Mirella Crapanzano ci conduce nel suo Eden personale, nel suo centro emozionale, nella sua radice di acqua, fuoco e terra di Sicilia dove l’autrice nasce. Nella mente i suoni liquidi del mare, le impalpabili luci dell’alba, i tramonti trafitti di rossi accesi, le notti nere senza luna, le risacche che sempre tornano: così è il mondo descritto dai versi armoniosi di questa autrice siciliana, nata ad Agrigento; un mondo percorso a piedi scalzi e con la salsedine sulla pelle
(un colore ti segue nella pienezza/delle ore/reclama la presenza di chi/cammina a piedi scalzi/e vede il mare/come qualcosa che gli somiglia),
in simbiosi con l’ambiente isolano che ospita il Poeta nel suo percorso esistenziale e lo rende colmo di un forte senso di appartenenza
(ho respirato a lungo sott’acqua/come un pesce/ una stella marina/un’alga/ed ero felice).
E’ viscere e cuore, echi d’Africa e fioriture di mandorli questa raccolta di poesie, un vorticoso avvicendarsi di colori, profumi e immagini nitide, tanto da poterle quasi toccare
(ero terra e nuvole a vista d’occhio/corrente ascensionale d’acqua/una vertigine intagliata sulla pelle).
La casa accoglie il verde dei prati e il rombo del mare: dalle sue finestre si vedono i ciliegi in fiore scuotere l’aria di profumi e il mare quando “s’arriccia e imbianca”. E le stagioni scorrono negli occhi di bambina e poi di donna, s’accendono le voci delle madri e dei padri, delle tradizioni mai perdute
(ho colorato i frutti di martorana/cucinato i biscotti/i pupiddi di zuccaru/ ca mi cercanu l’occhi/bacche mature speziate per la festa/nei giorni dei morti/vedi/ci sono bancarelle/di calia/ simenza e ciuri)
della terra e del suo grembo che porta l’amore e i suoi frutti
(in quel tempo mirabile/il punto dove si annidano i colori/crescono gli aranci)
Scorrono i mesi, le stagioni si avvicendano raccontando storie, eludendo i drammi dell’individuo che sòlo talvolta langue nel sentirsi tale; e poi la perdita di chi si ama che lascia “il vuoto sul divano” fino al giungere della passione, e della sorpresa al tocco di una mano, del profumo del desiderio (l’odore è quello della spremitura/dopo la pioggia .)
Fuori da una stanza in ombra (e come sere/ le finestre/hanno il bianco dei gelsomini) il sole cocente e il profumo di zagare e gelsomini, dentro le mura il dissolversi dei corpi; fino al tempo in cui scende la neve, che con la sua fragilità è metafora della vita e della sua inconsistente ma luminosa meraviglia. Finito il viaggio si ricomincia dall’acqua, e poi la terra, e il fuoco, e ancora il mare, in un moto circolare di eterno ritorno; perché gli elementi e le anime si appartengono, costituiscono uno spazio segreto tra ciò che è chiaro e ciò che è oscuro, tra cultura e natura, tra spirito e corpo, tra Dio e gli Uomini.

il senso che il divino oscilla
tra campi di stelle e umani
dagli occhi trasparenti all’invisibile


Federica Galetto


mercoledì 4 febbraio 2015

Met Sambiase - Gli oggetti e la cura

art@Dee Nickerson- The letter


 §

Questi testi di Met Sambiase, così struggenti nella loro pacata furia, così amari nello spendore degli occhi che quotidianamente si aprono, si chiudono, si infiammano e piangono lacrime mai scese, hanno fatto centro. 

Quel centro riconosciuto e compreso da chi non ha voce se non quella taciturna dell'apparenza, o dell'appartenenza forse ad un luogo ideale che spazio non trova. 

Nelle dimore chiuse, recinti di cucine e padelle, letti a soqquadro preceduti dal freddo, si muove questa voce a cercare il pieno, l'esaudito, la tenerezza negata, un momento di perfetta accettazione del sè nella lacerazione del dubbio.

Se l'amore esiste allora deve riconoscere i passi scalzi di chi lo percorre stoico, consapevole di un addio annunciato nelle troppe parole. Eppure la forza dilaga qui, tutto procede, niente si ferma.  

"ma i giorni sono sfiniti in questa casa" ammette il Poeta, tutto è stato fatto e si continua a fare ma niente pare salvarsi. Le cose soltanto ripongono in sè i ricordi, e scie d'affetto remote ma mai davvero finite. Lo spurgare i vecchi miracoli non rende meno rassegnati di fronte al muro di una diversità profonda, che coinvolge la totalità dell'essere pensante, abituato ad usare l'intelletto per sopravvivere e le parole per darne conto.

"luogo e tana, non mi dimori più", è sentenza disillusa di un'accettazione irreversibile, proprio là dove:  
"mi obietti - spesso - che sono di troppe parole/dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze"

Un canto di lotta all'indifferenza protratto nel tempo, esteso all'amore, alla coscienza di sè e degli altri, una voce nel dubbio dell'esistenza vera e autentica. Che non può più tacere.

Federica Galetto





Le dimore sono donne in dubbio
e mi obietti – spesso – che sono di troppe parole
dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze,
vagante, un dizionario senza date e senza dati
ma da dove e in quale conta ci allontaniamo
bevendo acqua e odio
osserviamo piano lo spurgarci dei vecchi miracoli
dell’esser stati amati,
osanna nell’alto dei letti messi a soqquadro
divino amore
ormai da lontano, se mai mi sei stato amico o amante
ora è il canto dell’addio che sta arrivando alle spalle.


*

E fai terremoto ogni giorno
nei dubbi, che sono confini di tende e tendine
fra la cucina e i piedi che le corrono dentro
troppo a lungo e in sequenza di disamore
e poco ingombro, se pure tuo sia questo luogo
e tana, non mi dimori più
tutto s’impoverisce di silenzio
nessuno e niente torna al suo centro
mentre si lasciano le padelle su fuoco, sto uscendo scalza
ogni fiato un gradino di corsa
s’incrociano le gambe e il giro inverso della terra
una sola moltiplicazione di te per me ci separa
la riparazione del danno è immaginaria
come ogni lettera d’alfabeto zittita
o suicidata per mancanza d’affetto ricevuta.


*

Gli oggetti hanno la cura dei ricordi
i misteri gaudiosi e gli alfabeti degli affetti,
una traccia ne rimane
nei nostri occhi di carbone
di fosforo, tanto azzurri da rivoltare il fuoco
e la pioggia, in rimpianti a cantilena
mansueti sverniamo
è un’odissea senza fretta
lunghi perimetri di parole e perdoni ci richiamano
in fondo a te sto ad ondate
ed ancora parlo plurale
infiniti segnali meravigliano la mano di gesti
un cerchio tribale, l’istinto dell’abbondanza
si proietta, ma i giorni sono sfiniti in questa casa
estratti nel giardino d’inverno e seppelliti
sotto una costellazione di morte che di notte applaude.


Met Sambiase

Testi Inediti già pubblicati su "L'estroverso", il 2 febbraio 2015
http://www.lestroverso.it/gli-oggetti-e-la-cura/?fb_action_ids=950148604997893&fb_action_types=og.likes&fb_source=feed_opengraph&action_object_map={%22950148604997893%22%3A808737129198210}&action_type_map={%22950148604997893%22%3A%22og.likes%22}&action_ref_map=%5B%5D


mercoledì 16 gennaio 2013

Stanze del Nord, recensione di Maria Gisella Catuogno




Recensione a Stanze del Nord, Onirica Edizioni 2011

a cura di Maria Gisella Catuogno

La poesia di Federica Galetto si dipana in un universo esistenziale costituito dai temi di un rapporto affettivo complesso e variegato; di un anelito, seppure destinato allo smacco, all’assoluto; di una costante e fruttuosa ricerca di sé, dei caratteri della propria interiorità e orgogliosa individualità; di un’affollata presenza di creature animali e vegetali che acquistano talvolta sembianze umane; di una implacabile e salvifica urgenza di scrittura.
Il rapporto con l’altro per eccellenza, con chi non di rado è chiamato amore, è fonte di attesa trepidante e ansiosa:

assolta come sposa resto/sui gradini della chiesa/ad aspettare il tuo arrivo
ti leggo e ti sento arrivare come il raggio/del mattino sui colli
t’aspetto come s’aspetta un tuono in Creata e fatta  immagine;
mentre riaffiora il ricordo dello stupore di scoprirsi innamorati e disegnare progetti di felicità in Desto le cose:

di anni che di venti ne avevamo/e cieli ci ospitavano gravidi/dei figli nostri sognati la notte/sulle panchine del parco e nei viali

Ma la complessità del rapporto amoroso si conferma in Riverberi di sbeccati contrasti, dove le opposizioni diventano cirri densi di diversità in abisso mentre in Dicotomie sterili nei contrapposti si evidenzia la lacerazione, lo scontro, la sterilità comunicativa. Una sterilità che viene ribadita nel titolo fortemente icastico Hai cosparso di sale la mia terra con conseguenze che l’io poetico non esita a denunciare:

senza speranza non sorrido/né apro al mattino la porta

Il desiderio di essa comunque non viene meno, pur nel riconoscimento degli enigmi dell’attrazione/repulsione, tanto che qualche verso dopo si ammette:

Era tempo di distendersi ad aspettare ancora/che la felicità sgorgasse da quelle rocce fragili
anche se l’amore non sazia/non sazia/non sazia! riempie caverne/case di marmo nella lirica Nei polsi deboli dove il sentimento è riconosciuto incapace di fondere davvero due creature, perché le individualità restano spiccate e irriducibili. Tanto che nella penultima poesia della silloge, Te l’ho detto, l’io lirico, attraverso un lessico insolitamente piano e dimentico di ogni ermetismo, si offre al suo amore come casa/ostia/cibo per il cuore acquistando il tono dell’avvertimento e dell’esortazione in una dignitosa affermazione di un sé perché è spirito di carne/ o carne di spirito e si nutre d’abbagli e di gusci/pieni di quel nascondersi per farsi vedere.
Come a sottolineare che la diversità non può venire colmata ma deve essere conosciuta e rispettata: esclusivamente su tali premesse è possibile la declinazione gratificante degli “amorosi sensi”.
Se il rapporto con il partner può essere problematico, quello con la natura solitamente offre pozzi di sollievo come in Altri inverni verranno e tutta quanta la raccolta ospita una miriade di creature, specialmente alate: tortore colombe gazze libellule corvi cigni tordi farfalle meduse conchiglie cicale leprotti fagiani, ma accoglie anche alberi e fiori, in cui pare che la flora acquisti sembianze e comportamenti umani e l’autrice si chiede se parlano le ortensie alle viole/come distese sul letto a confessare (Mutazioni).
Se l’ascolto da parte di Dio non è assicurato Perché non sei rimasto in ascolto Dio/non volevo che acquiescenza sul male/un getto di pace nel buio/ossia speranza intricata e ferma, è invece salvifico, seppure faticoso, l’approdo alla scrittura:
Mi schianto di versi e di freddo/per sapere ancora di essere intera in E scendo e in Me ne curo poco, non è retorico il chiedersi Ma cosa farei senza pane da scrivere.
Nelle Stanze del nord, dove si offuscano i toni decalcificando muri e giardini immobili il linguaggio, parallelamente alla complessità e profondità dei temi trattati, appare spesso aspro, originale, prezioso ed ermetico; ma dove la tensione esistenziale s’allenta, cedendo il passo a soste e respiri d’armonia, il lessico diventa piano, comprensibile, quasi quotidiano. Come un gomitolo che si dipana lentamente, sciogliendo nodi cammin facendo, e del quale la poetessa sa tenere ben saldo il filo e governarlo a dovere.
Del resto, come non ritenerla capace, se lei, come confessa, sa persino ammansire colombe?


Maria Gisella Catuogno
gennaio 2013 


venerdì 11 gennaio 2013

Taravella e Galetto in un Canto Breve



Foto dal web



Canto breve



il passo affrettato che gira come cardine sciolto
il riflesso trapassa scola nel polso aggrappato al bordo
inceppato di un rosa spietato - ora che mi cammini
sono ad un passo dal viso - in un bacio
che disarma anche l'inchiostro
(A. Taravella)


*

delle brume svanite ai caldi ristagni
dei polsi aggrappati di rosso tradire
le gonne anche alzate o rimosse
per strada
con sogni richiusi i portoni
domestici ricordi apparenti
di giorni trascorsi a non farsi male
le curve appiattite nel petto
respirando miele
(F. Galetto)




Il blog di Antonella Taravella

http://nevertearusapart.wordpress.com/

lunedì 19 novembre 2012

Meth Sambiase








La Poesia di Meth Sambiase si racconta e si lagna, s’infervora e si redime, s’appende ai sogni  e si rassegna, il tutto in un’atmosfera di mesta rivoluzione che vuole vincere ma non dimenticare.

I versi brevi contengono le verità del poeta, nell’intensità espressa con un piglio talvolta candido, talvolta agguerrito di chi cerca una giustizia ed una verità non lontane ma forse, proprio per questo irraggiungibili.

La vita, segreto e grata soffocanti, tiene racchiusa in sé l’instabile e il non vissuto mentre le illusioni persistono nel configurare percorsi di cui fidarsi ancora, in un rito quotidiano votato alla speranza di una vittoria, una riuscita migliore.

I versi racchiudono molto desiderio di uscire allo scoperto per riscattarsi dai tranelli dell’esistenza, la forza di imparare ancora per sbagliare ancora, o forse di  ritornare indietro e guardare ciò che si è fatto e ricordarlo come fosse la prima volta. 

Cammina da sola Meth,  anche senza il conforto degli ideali comuni e dei progetti. Pensa ad alta voce. Scende e sale in un percorso disseminato di schegge che feriscono e guariscono, lenite dagli intenti di mostrarsi nella luce e nel  riscatto. Una Poesia fatta di coraggio e lucida analisi che mai si perde nello sconforto ma rema contro e avanza, in un senso circolare di vita perpetua e imperfetta che vale sempre, comunque, la pena di essere vissuta.

Federica Galetto








(D’un tratto dovetti cantare –
e non sapevo perché.
-La sera però piansi lacrime amare.
Else Lasker-Schuler)





*

Storie si dondolano
si sentono tra le grate, si,
come altalene che oscillano e forano
ma la rimembranza è il viaggio d'andata
e la s'imbusta
io
tu
mai noi
forse un arcipelago forse un umano vulcano
una giornata che deve quadrare
una quadra, una conta
e conto uno
e conto un errore
uno specchio d’inganni
ma devo mostrarmi:
lascia che mi illuminino e possa risplenderti.


*
Anche i gatti sono sacri
seppur distratti, come mia madre di ventre
che mi ha perso quando sono nata
nella nidiata sotto un cavolo cupo
e non mi ha ancora ritrovata.

*

Insonne pensa all'inferno
che potrebbe essere vivo davvero
nell'oltre di un sonno perso
così l'immagina, tappando gli occhi le finestre,
dai segreti e dalle grate come meandri
soffocanti per l'immensa vita non vissuta,
in recessione di prudenza e stagni
dove dorme, e manualmente
s'oppone o si converte alle voglie
a groppa di cause perse e perdute
le radici d'illusioni malnate
in poco respiro, ruotando in ogive perfette.
Ruotante, ha comprato dei semi
e dei raggi di luce nuova
che appenderà perpendicolarmente
alla quadreria dell'ultimo letto,
quasi un capezzale del purgatorio
dove genuflettere e chiedersi perdono


ma Giuda era ad un tiro di schioppo
e ha figliato come le perle nei fiumi.


*

Allora lei, aspetta di risorgere
così tornando indietro bestemmierà su se stessa
artigliando con le unghie
ma il viaggio sarà breve
- siate comodi -
dalla riva del Nilo al suo delta
solo un volo di mosche
a perdersi in una resurrezione.

******

Due estratti da Leporis, (in)canti matrigni



******

Ho  visto  di  notte  il  mio  trapasso.
Ero  al  centro  del  vortice
tu  mi  sorpassavi  
e  quadravi  la  mia  spirale.
Avevo  un  ragionevole  ronzio
che  mi  assicurava  al  mondo  
come  anarchica  sognatrice.
Mi  hai  indicato
e  son  caduta  dalla  tana  delle  spine.

*

E' nel limite
pur si gode la forma che dissolve
una curva piena d'acqua
e fra le mani le cosce, a contare
il trascorrere corporale del disgelo
e tu dici che la colpa è nell'essere
di marzo nata in sottoveste
ghirlanda di sirena in allarme
che gode a girare le spalle e gli abiti
a chiazze di chimera negli armadi;
il canto della nuova stagione
se arriverà, ne scioglierà di brina i sensi.



Biografia:

Meth è Simonetta Sambiase. 
Studi artistici (MIchele Sovente come docente di Letteratura contemporanea) e la passione della scrittura. Ha vinto nel 2011 il Woman in Art, sezione poesia, presidente della giuria Milo De Angelis da cui nasce il libro con la raccolta vincitrice Coniugazione Singolare, postfazione della giuria del WIA
Nel 2012 è stata segnalata al premio Giorgi, ed è stata scelta nel concorso per la V edizione di 8 poetesse per l'8 marzo. E' fra i finalisti del premio Verba Agrestia X edizione 2012, II Posto al Concorso di Poesia Città di Fusecchio 2012.
Libri di poesie pubblicati: Tempo inaspettato e Una Clessidra di grazia, edizioni Rupe Mutevole.
Una Clessidra di Grazia ha ottenuto il terzo posto del premio Leandro Polverini del 2011.
A dicembre 2011, la plaquette   Leporis (in)canti matrigni, edizioni Limina Mentis.
E' stata segnalata nel 2011 al XIII premio San Vitale di Bologna e al II Premio Franco Fortini
Varie partecipazioni in antologie, le ultime in uscita sono A che punto è la notte,  Ai Propilei del cuore, Edizioni Cfr, e Il Coro, edizioni LunaNera.
Ha curato i progetti culturale di Duplice complice e Senza abbassare lo sguardo, Fibrarosa (inserito nei Biblioday 2012 di Reggio Emilia)
Tra le cose del passato, presenze in alcune antologie, fra le quali Fragmenta,  della casa editrice Smasher, per il progetto di Ulteriora Mirari e alcune raccolte di  Poesiaérivoluzione, Aletti Editrice, Edizioni Rei e Samperi editore;  nel web, l'antologia erotica di Vir-Us.
Varie partecipazioni fra cui ama ricordare  Le strade della Poesia  di Guardia Lombardi e Poesia a strappo (Crema)
Cura la pagina poetica ElegiaStella sul sito RainStars.net, ed è  redattrice del blog culturale WSF.
I suoi blog di poesie e pensieri vaghi sono su Io bloggo  e WordPress

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mercoledì 3 ottobre 2012

ANILA HANXHARI








I versi di Hanxhari hanno un impatto visivo potente. Difficile leggere senza che la mente scorra davanti a sè un turbinio di immagini più o meno piacevoli. L'emozione viene filtrata dall'immagine e dall'immaginario dell'autrice che riesce così a raggiungere il lettore. Alacremente, come gli insetti che pervadono i suoi versi, Anila lavora nell'osservazione dei propri mondi interiori tentando di cederli all'esterno senza mai arrendersi all'ovvio o al già sentito. Spesso le metafore accolgono un'impronta disturbante, talvolta fuorviante, e seguono percorsi di consapevolezza poco battuti. Non è una lettura di facile comprensione, non immediata almeno. Sempre ammesso che la Poesia vada capita. Qui si capisce poco e si immagina molto, si guarda un cortometraggio interessante di breve durata ad alta intensità. Il "vecchio che nasconde le briciole nella barba" diventa un'icona della passione umana che va per il mondo accogliendo i resti del vissuto, e pare quasi di sentirla quella "risata muta dei ragni", di provare profonda pena per i "mozziconi di farfalla", perchè la vita ci mette davanti ciò che non vogliamo affrontare, fino a quando siamo costretti a farlo:

I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare













Mi fuoriesce l’erba in sciame

Mi fuoriesce l’erba in sciame
Di api che nevicano ombre d’altare
Qualcuno mi strappò la placenta
Per chiedermi del sonnambulo
Dei crampi di quercia giù per la pancia
Con l’ombra cieca come grano di talpe
Che sbatte su e giù per le pietre dei fiumi
Tanto da strizzare l’uomo
Che come prete lo confessa
E appoggiare il capo nudo
Quando le spalle rese sorelle
La riconosceranno come proprio
La lontananza che dà il castigo
È la stessa che ha gli occhi allenati al furto
E al crocifisso


Uscendo dalle pagine sapevo
Un segnalibro porta vento

Io nascevo a singhiozzi
In una casa condivisa da ospiti
Su cento alberi e un brano
Raggiungendo la libertà senza parlarne
Con la valigia di veli a luce piatta
Malgrado il falegname di esili
Scolpiva la dote della Venere
Avevo mozziconi di farfalle
Le persiane sconfitte dai tamburi
I pezzi del mare ammucchiato
Fra i banchi
In un brivido a ombrello
I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare
A fare orli di donna con i seni
A sfamare di latte gli angeli
E l’impasto crudo dei passi
Origliando il grido che raggela e tinge
Le maschere di lieviti dei profeti
Sull’ombelico bruciato delle cagne
L’ora che spera di durare l’amore


Nell’incognita mi decifreranno il passaporto
E la mia indoli segreta di sopportazione
Io che sono nata dal drink di due calici
E dalla risata muta dei ragni
Da quando mia madre gli stava alle calcagna
Ho compreso gli artigli sui muri
E una toppa sui naufraghi
A furia di arredare fiamme
Non ci sono più nascondigli
Tutto si gioca
Facendo finta di calarsi dai volti
Tutto ciò che passa ricomincia da solo

La nostalgia è mettere in ordine le albe
Dentro un vecchio che nasconde briciole nella barba
E una ruga sul guanciale
Ha ancora denti di latte
Un tatuaggio di rami sulla fronte
Passa una mano tra i capelli
Pettinando gli anni intoppati
Tutto ciò che passa ricomincia da solo
Su un cerume di luce nelle unghie
Prima di andare mette le ciglia sull’erbario
La lingua sotto la parola
Lo alzerà e scorreranno insetti dappertutto
Come albe
Per accordare le dita ingiallite nella saliva
La caduta della pelle sotto i peli
Ha i figli su un rene li lascia e si rilassa
Il vecchio è una nostalgia di posacenere
La nostalgia è un vecchio rilegato.

Anila Hanxhari

poesie tratte da "Cicatrici d'acqua" (ed. Noubs)




Biografia:
Anila Hanxhari è nata nel 1974 a Durazzo (Albania), vive a Lanciano (Chieti). Ha al suo attivo per la poesia le raccolte Io tu e l’anima Ed. Ianieri, Assopita erba dell’Est (Noubs, 2002), Cicatrici d’acqua (Noubs, 2007 - prefazione di Giuseppe Conte, con una nota di Massimo Pamio), è presente nell’Antologia “Nuovissima poesia italiana”, a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2005. Nell’antologia “ I poeti Italiani per l’Abruzzo e l’Aquila” Ed. Tracce. Sue poesie sono apparse su “Lo Specchio de La Stampa”. Ha vinto vari premi (tra cui il Premio Camaiore-Proposta 2002, il Premio Matacotta opera prima 2003, concorso RAI Miss Poesia 2006, il Premio Valle Senio, il premio Poesia nella vita 2011)e tanti altri, è stata invitata in diverse manifestazioni letterarie (tra cui il Festivaletteratura di Mantova 2006). È Presidente dell’Associazione Culturale “Italfida”, con cui ha ideato e curato molte rassegne di letteratura e arte. È anche pittrice presente in diverse mostre collettive e narratrice. In uscita "Brindisi degli angeli" (La vita felice)


lunedì 9 luglio 2012

"Dolore" - Patanè legge Galetto

Sebastiano Patanè legge la mia poesia "Dolore".  Un regalo prezioso che vorrei condividere. Grazie Sebastiano, la Poesia è un'emozione grande, una nota salvifica, un racconto silenzioso che canta nei suoi accapo, ma quando la si legge mette le ali e arriva davvero al Cielo.








Dolore,
o mio dolore
non rimanere invano
ritraendoti
rauco
il midollo in testa
la pelle sottile in controluce
ché giacevi
come gatto bulimico
sopraffino detentore
d’erba medica
ghiotta inaffidabile bestia
accucciata senza respiro
o movenza attratta
dall’esile incandescenza spirata
dai molli giunti
sopra le sedie lasciando tracce
della bava e del vento rotto
perché sapendo
urtare quei rami sul selciato
caduti e atterriti d’ansia
divoravi
lettere e parole
merce contraffatta e lacrime
come se mai avessi visto prima
come se mai avessi vissuto
Tu dolore sgrana
dalle orbite insulse di occhi
quel candore esausto e prendi
prendi(mi) dentro le braccia più strette
a gonfiare di perle ai minimi
termini                    (fausses, fausses , sont les perles)
D’illeso convoglio partire
per difender le notti
stese ad asciugare
nei limbi tortuosi del fardello che trascino
Allora dolore, vieni
a spezzare
le inconsistenti armi che sono
i pensieri
triboli rei d’esistere
per me maniaca del vero
in questa notte
come un tormento sfilato ai sogni
(dal cui unico lato s’esce senza tornare)
per dire che siamo tanti
aggrappati
fuori dai finestrini
stracciati dalla furia di te
istrionico  
bugiardo
evirato
mo-los-so
mo
loss(o)
MOLOSSO







Federica Galetto

sabato 23 giugno 2012

Toads and Water lilies - Una Poesia di Vera D'Atri


"Toads and Water lilies" è una poesia di Vera D'Atri tradotta in inglese da me e dalla poetessa americana Leticia Austria. La bellezza del testo originale, la passione per la traduzione, l'unione di tre voci che si sono sentite armoniche e vicine hanno dato l'input a questo lavoro. Questa lettura da me eseguita, vuole essere un omaggio alla poetessa Vera D'Atri e anche a tutti coloro che vorranno avvicinarsi per ascoltare i suoni che la lingua inglese ci restituisce e ci dona verso dopo verso, in un susseguirsi di dolci sussulti ed emozioni palpabili. Un giorno, credo tenterò anche di leggere il testo italiano originale se Vera vorrà, ma per ora vorrei regalarvi quello inglese, in una sfida a tutto tondo per me, madrelingua italiana. Colgo l'occasione per ringraziare ancora Vera D'Atri per avermi dato la possibilità di lavorare al suo testo e godere della sua bellezza anche nella versione inglese traducendo e leggendo, e a Leticia Austria che con grande sensibilità ha reso possibile la realizzazione pienamente riuscita di questo lavoro non semplice. Enjoy.


Federica Galetto













Il testo inglese:


Toads and water-lilies

Toads and water-lilies, barks with no heart.
The cartographer is not interested in all this.
The cartographer marks the limits, traces the coasts,
on his paper he makes everything small.
He gives the whole vision of the Earth, smoothing over the ambiguity
of our perception.
He marks the sea in blue and the earth in green, in brown the mountains,
in white the highest peaks, in pale blue the zigzag of the rivers
and the immutable spots of the lakes, embellishing the deserts with ochre.
Happiness of the Simple man. Readable ranges and perceptible contrasts.
Toads and water-lilies, barks with no heart, do not appear.
The minutia that tears apart, saturates the thoughts,
belongs to the Poet. To the Poet
no limits are given; he is free like a solitude
to capture the invisible and the elsewhere, or to concentrate himself
on the mellow bareness of a  lip, on the melancholic and imperceptible
wrinkle it wears after having smiled.
But I, who am a poet, would have liked being a cartographer
if I had not known you;
I would have resolutely neglected toads and water-lilies, barks with no heart,
just to remain within safe limits,
taking my chances with the true materials
and artificial lines.


Traduzione di Federica Galetto e Leticia Austria







Il testo italiano:


Rospi e ninfee

Rospi e ninfee, cortecce senza cuore.
Al cartografo non interessa tutto questo.
Il cartografo segna i limiti, traccia le coste,
sul suo foglio rimpicciolisce ogni cosa.
Della Terra dà  visione intera placando l’indeterminatezza
del nostro percepire.
Segna il mare in blu e la terra in verde, in marrone le montagne,
in bianco i picchi più alti, in azzurro lo zigzagare dei fiumi
e le macchie immutabili dei laghi, addobbando d’ocra i deserti.
Felicità del semplice. Gamme leggibili e apprezzabili contrapposizioni.
Rospi e ninfee, cortecce senza cuore non appaiono.
La minuzia che dilania e satura i pensieri
appartiene al poeta. Al poeta
non sono dati i limiti; egli è libero come una solitudine
d’afferrare l’invisibile e l’altrove o di concentrare se stesso
sulla nudità  pastosa di un labbro, sulla piega
malinconica e impercettibile che assume dopo aver sorriso.
Ma io, che sono poeta, avrei volentieri fatto il cartografo
se non ti avessi conosciuto,
avrei convintamente trascurato rospi e ninfee, cortecce senza cuore
pur di restare entro limiti sicuri,
tentando la fortuna dei materiali esatti
e delle linee artificiali.


Vera D'Atri






Vera D’Atri è nata a Roma nel marzo del 1948. Vive a Napoli dal 1992. Ha conseguito il diploma di archivista all’archivio di Stato di Napoli. Solo dopo il 1997 si interessa di scrittura e ottiene una menzione di merito al premio Lorenzo Montano diciassettesima edizione con la raccolta Abitare Sparta, cui fanno seguito una piccola silloge poetica delle Edizioni della Biblioteca a cura di Giovanni Pugliese “Il museo di vaniglia” e nel 2009 la pubblicazione della silloge “Una data segnata per partire” edita dalla Kolibris di Bologna. All’attivo anche alcuni racconti pubblicati in antologie e un romanzo “ Buona bella brava” edito dalla Robin Edizioni nel 2010 e recensito da Enzo Rega su l’Indice dei libri. Suoi testi poetici compaiono in inserti culturali e numerosi blog. E’ presente inoltre nell’antologia “La giusta collera” edita da CFR ed è tra i vincitori dei concorso “La vita in prosa 2011” con un racconto edito nell’antologia curata da Ivano Mugnaini e del concorso “ Scrivere a corte ” sempre del 2011.


Leticia Austria è una poetessa statunitense che vive e lavora in Texas. Studiosa e appassionata di lingua e letteratura italiana. Scrive sul blog  http://spectrumofperspectives.blogspot.it/


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