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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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mercoledì 20 luglio 2016

Terracqua di Mirella Crapanzano - Una nota di lettura









Ci si incammina assaporando il profumo del mare. Oltre le spiagge, il sentore del sale sugli orti e le case. Le sterne cantano attraversando con un volo radente il rollio delle onde e il loro frastuono. Così incomincia il viaggio attraverso “Terracqua”, luogo multiforme a cui il Poeta appartiene e di cui nutre la propria memoria. Vi sono sposalizi avvenuti sulla schiuma di un onda e anemoni sui fondali marini a raccontare un amore
(i fiori per la sposa giacciono/ in fondo distese brulicanti di anemoni/fanno una corolla nuziale),
l’avvicendarsi ciclico del giorno e della notte sotto cieli neri e venti sopiti, il silenzio della natura in un’isola di primigenia bellezza
(il vento tace sull’isola/ come un presagio/l’alta marea tra i seni/ il nero stellato intorno/a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano/le coste).
E il ricordo che brucia come lava di vulcano, lo stesso ricoperto di terra nera che aleggia nell’aria greve. Con una scrittura intensa ed elegante, Mirella Crapanzano ci conduce nel suo Eden personale, nel suo centro emozionale, nella sua radice di acqua, fuoco e terra di Sicilia dove l’autrice nasce. Nella mente i suoni liquidi del mare, le impalpabili luci dell’alba, i tramonti trafitti di rossi accesi, le notti nere senza luna, le risacche che sempre tornano: così è il mondo descritto dai versi armoniosi di questa autrice siciliana, nata ad Agrigento; un mondo percorso a piedi scalzi e con la salsedine sulla pelle
(un colore ti segue nella pienezza/delle ore/reclama la presenza di chi/cammina a piedi scalzi/e vede il mare/come qualcosa che gli somiglia),
in simbiosi con l’ambiente isolano che ospita il Poeta nel suo percorso esistenziale e lo rende colmo di un forte senso di appartenenza
(ho respirato a lungo sott’acqua/come un pesce/ una stella marina/un’alga/ed ero felice).
E’ viscere e cuore, echi d’Africa e fioriture di mandorli questa raccolta di poesie, un vorticoso avvicendarsi di colori, profumi e immagini nitide, tanto da poterle quasi toccare
(ero terra e nuvole a vista d’occhio/corrente ascensionale d’acqua/una vertigine intagliata sulla pelle).
La casa accoglie il verde dei prati e il rombo del mare: dalle sue finestre si vedono i ciliegi in fiore scuotere l’aria di profumi e il mare quando “s’arriccia e imbianca”. E le stagioni scorrono negli occhi di bambina e poi di donna, s’accendono le voci delle madri e dei padri, delle tradizioni mai perdute
(ho colorato i frutti di martorana/cucinato i biscotti/i pupiddi di zuccaru/ ca mi cercanu l’occhi/bacche mature speziate per la festa/nei giorni dei morti/vedi/ci sono bancarelle/di calia/ simenza e ciuri)
della terra e del suo grembo che porta l’amore e i suoi frutti
(in quel tempo mirabile/il punto dove si annidano i colori/crescono gli aranci)
Scorrono i mesi, le stagioni si avvicendano raccontando storie, eludendo i drammi dell’individuo che sòlo talvolta langue nel sentirsi tale; e poi la perdita di chi si ama che lascia “il vuoto sul divano” fino al giungere della passione, e della sorpresa al tocco di una mano, del profumo del desiderio (l’odore è quello della spremitura/dopo la pioggia .)
Fuori da una stanza in ombra (e come sere/ le finestre/hanno il bianco dei gelsomini) il sole cocente e il profumo di zagare e gelsomini, dentro le mura il dissolversi dei corpi; fino al tempo in cui scende la neve, che con la sua fragilità è metafora della vita e della sua inconsistente ma luminosa meraviglia. Finito il viaggio si ricomincia dall’acqua, e poi la terra, e il fuoco, e ancora il mare, in un moto circolare di eterno ritorno; perché gli elementi e le anime si appartengono, costituiscono uno spazio segreto tra ciò che è chiaro e ciò che è oscuro, tra cultura e natura, tra spirito e corpo, tra Dio e gli Uomini.

il senso che il divino oscilla
tra campi di stelle e umani
dagli occhi trasparenti all’invisibile


Federica Galetto


lunedì 7 maggio 2012

"Segreta" - Recensione di Donato di Poce










Ospito con grande piacere una recensione di Donato di Poce al libro "Segreta" di Daniela Cattani Rusich.
Daniela Cattani Rusich è nata a Milano nel 1964 da madre greca e padre friulano, e ha origini origini slave, turche e armene. Ha frequentato lo I.U.L.M. a Feltre e ottenuto il libretto di pubblicista dopo anni di praticantato presso due testate locali della provincia milanese. Ha svolto attività di bibliotecaria ed è stata insegnante per venticinque anni. Ha pubblicato la silloge Rendimi l’anima per Edigiò nel 2008, arrivata terza al concorso nazionale “Poetando”, Il romanzo corale Malta Femmina per Zona editrice nel 2009, con altre scrittrici di tutta la penisola, la silloge Segreta nel 2010 per Onirica Edizioni, arrivata tra i cinque finalisti assoluti al concorso “Massa città fiabesca di mare e di marmo”, e infine il romanzo “C’è Nessuno?” nel 2011. Primo premio al concorso internazionale “Them Romano” con il racconto Porrajmos-l’olocausto zingaro, primo premio al concorso “Un monte di poesia” con la lirica Segreta. Collabora con alcune case editrici, curando editing e antologie, fra le quali citiamo: Poetika vol I e II (poesia), Camera 213 (noir), Il Mercante di Fiabe(ragazzi) e Dal tramonto all’alba (poesia). Molti testi, sia in prosa che in versi, sono contenuti in opere antologiche, edite da Giulio Perrone, Aletti, Liminamentis, Liberodiscrivere, Onirica e Albus edizioni. Redattrice del sito Poetika.it, editor e direttore creativo di Onirica edizioni, ideatrice del circolo culturale Casteld’Arte. Organizza eventi, realizza videopoesie e booktrailer.





SEGRETA: L'AMPLESSO D'ARIA E FUOCO NELLA POESIA DI DANIELA CATTANI RUSICH 


di Donato Di Poce 



Verrebbe la tentazione di commentare con dei versi questo libro aureo e in gemmazione, ma questo non si può, non si deve nei confronti di un libro che profuma di poesia esistenziale e lirica, un libro oracolare e incantatorio che andrebbe sillabato verso per verso, come una catarsi liberatoria. 

Sto parlando di un libro appena letto SEGRETA di Daniela Cattani Rusich (che è anche performer, scrittrice in prosa e autrice di un recente poemetto in prosa “ Sei un prato azzurro”, edito sul sito MIGRANZE, di una bellezza e intensità da lasciare senza fiato). La poetica della Rusich, sembra sospesa tra nostalgia e desiderio, realtà e sogno dove le parole sono migrazioni di un vissuto spesso crudele e aspro che l'ha ferita e un desiderio di vita senza tempo e senza confini, verso una riconciliazione degli opposti come lei stessa ci introduce nella poesia a pag. 13 del libro: 
“...L'Anima è segreta/sorgente di profumi/amplesso d'Aria e Fuoco/fremente di poesia”. Segreta , è un libro pieno di energia, eppure intimo e leggero ( infatti l'aria e il vento sono elementi che attraversano la sua poesia), leggiamo con lei “L'aria è vita:/noi la respiriamo...” ;” Tu mi dicesti le nuvole vanno.../Risposi: Il vento a volte ritorna” etc... 

Eppure la sua poesia profuma di bellezza, di immagini e di visioni(da non dimenticare che suo papà scomparso era fotografo ) anche se lei ci avverte: “siamo pallidi fantasmi addormentati/appesi a un chiodo, dietro la parete” ...” come stelle cadenti in traiettorie confuse”. E non mancano nella sua poesia temi d'impegno civile e sociale come la violenza sulle donne e i bambini, l'infibulazione, l'anoressia, il genocidio, l'aborto etc...struggente la sua rivelazione nella poesia 21 grammi pag.64 : “...io ero tutta sguardi e spirito di pietra/nascosta dietro ossa sanguinanti e pure...” Solo vivendo avrei potuto amare/la mia illusione/in questo mondo in-fame” da notare anche nel dolore l'ironia accusatoria della parola in-fame (in-trattino fame)”. 

Da notare comunque l'originalità e la forza della sua sperimentazione linguistica in divenire sempre più contaminato, consapevole e personalizzato (dal verso libero al settenario, dalla stanza libera leopardiana, alle quartine, dall'haiku giapponese ai versi in prosa) ma dove regnano tra le figure retoriche utilizzate dall'autrice, l'ossimoro e la metafora, “ Il pensiero è mano/polpastrelli d'aria...”; “ “-non mi arrendo!-/ leccami il fiato sulle labbra...”; “ Vivo in una sete d'assenza/tagliente inganno/oltre il desiderio” è così che Daniela ci svela verso dopo verso i suoi pensieri d'Amore spettinati. Vengono in mente leggendo i suoi versi, la forza aforistica si Stanilsav Lec e l'esistenzialismo amoroso di Alda Merini, le crepe esistenziali di Amelia Rosselli e le trasudazioni amorose di Pablo Neruda, il piglio affabulatorio e conativo di Marina Cvetaeva e il surrealismo incantatorio di Garcia Lorca. 

Perché il suo libro è un canto d'Amore, non solo all'Eros e alla vita ma all'intera Umanità, il suo verso una sutura che rimargina ferite, un elisir di gioia futura : “ Dammi il respiro,io ti aprirò la notte/e sarai quello che non sei”. Solo l'Amore e la cultura di un nuovo umanesimo possono salvare l'uomo dalla crisi e dal buio che lo circonda, e questo la nostra autrice l''ha capito molto bene. Esemplare la chiusa del libro SEGRETA : “Conta solo il respiro, mentre il tempo/ignaro arresta il passo sulla soglia;/nevica adesso e ormai si è fatto tardi.../La parola soltanto, gronda sangue”. Segreta. 

Milano, 04.05.2012



§

"Segreta" - Daniela Cattani Rusich 

giovedì 20 ottobre 2011

"Acqualuna" di Ada Crippa

“Acqualuna” è la nuova raccolta poetica di Ada Crippa per i tipi di Onirica Edizioni. Una raccolta che sin dal primo sguardo appare lieve ed altalenante, sospesa fra le mezze tinte del cielo e del mare. Nei versi brevi e mai prevaricanti, il lettore si immerge in una dimensione di sogno palpabile, fatta di polvere di luna e spuma del mare. L’io poetico acquista man mano una forza che trascende le parole portando per gradi a comprendere senza sforzo alcuno l’ integrazione dell’uomo con le forze naturali, forze da cui trae la propria dimensione onirica e reale, laddove l’interscambio fra parola e immagine diventa una collezione di minuscoli quadri ad olio che rappresentano il paesaggio umano. Esistono in queste poesie molte sfumature di colore che vanno dall’azzurro tenue al nero della notte o delle insidiose acque lacustri, in un percorso ricco di riferimenti alle domande dell’esistenza (Dove vado se il luogo/a cui tendevo già mi ospita?/sostare/bagnarsi i piedi nell’acqua del lago/ e le mani/il viso/guardare poi il sole/e la luna ad occhi chiusi), ed ecco che dalle questioni più profonde dell’essere riemerge da profondità (in)sondate una speranza mitigata dai desideri costruiti giorno per giorno, fuori e dentro dimore mentali o reali (Da dimora in dimora/vado cercando pareti affrescate/da tenui colori magari fontane[…]) che contengono e trattengono antichi segreti per poter vivere un’esistenza meno lontana dall’Amore che nasce dal liquido originario che tutto contiene, una sorta di culla amniotica da cui tutti si proviene e alla quale vorremmo ritornare, in perfetta armonia (quelle stanze azzurre/come l’acqua e il cielo/da cui siamo venuti). Dell’amore, spesso imperfetto, recante dolore, Ada Crippa dipinge simbolicamente i contorni, ne lascia intravedere le tracce sulla sabbia di una spiaggia sconosciuta e non cercata per poi abbandonarsi al monologo di se stessa travolta dai ciottoli marini portati dall’onda che travolge e schiuma. C’è disincanto e magia nel tentativo di osservare la mitezza dello scorrere dei giorni, uno scorrere ineluttabile eppur prezioso per la conoscenza delle proprie radici. Il mondo rappresentato spesso come otre di squame e acque non sempre limpide, asseconda la necessità di impartire lezioni senza rigore, adagiando con grazia ogni dubbio o timore fra cielo e terra e acqua e sole. La luna, compagna indimenticabile del mare, assorta si chiede e domanda, trafuga significati ammutoliti dal sogno più intenso e ne fa oro. Non c’è tregua nel rincorrersi di immagini fatate e di delicato sentire in questa raccolta, ogni tessera è parte di un mosaico perfetto e speciale in cui ognuno può rivedere se stesso come specchio di umana sembianza. Da leggere e rileggere per confortarsi e confortare, da regalare a chi ama pensare senza peso ma solo in leggera bellezza, questo libro è un meraviglioso tocco di gioia che nasce dalle onde e fino alla luna risale, per guardare meglio da lassù, dove ogni nuova speranza vive.

Federica Galetto



Tuttazzurro


Una finestra di cielo
raccolgo dalla mia stanza tuttazzurro
funi di luce m’apposta alle pupille attese
l’infinito è aperto la gravità contraria del peso




Invito

Vieni vieni che mi piace
la casa a cui mi conduci
sogno non più sogno
quelle stanze azzurre
come l'acqua e il cielo
da cui siamo venuti.




End

Saliva la strada sulla collina
e noi a mani unite
verso la luna
fu quando la toccammo
che i ruscelli seppero
della polvere dei sogni
nelle loro acque.




Ritrovarsi

Acqua, sabbia e suono d'onde
ai piedi il passo
in danza muovono.
Scissa materia in armonia
nel ritrovarsi sulla riva.



Ada Crippa






Ada Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni. Proviene dal mondo operaio e dalla militanza politico-sindacale. Attualmente è coordinatrice del GLA (Gruppo Letterario Agratese) con il quale organizza eventi culturali, letture pubbliche e performance. Gestisce un sito di scrittura.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” - LietoColle (2007)
“Libero Suono” - plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” - “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” - “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.



"Acqualuna" - Onirica Edizioni -Silloge di componimenti brevi vincitrice del concorso "Le chicche di grano" 2010
978-88-96797-24-2
Euro 6

mercoledì 20 luglio 2011

MARIANGELA DE TOGNI












Mariangela De Togni scrive le sue poesie come trafitta da un velo di luce. Non vi sono ombre in questi versi di estrema delicatezza ma solo stupore e meraviglia. Nei suoi percorsi nella natura e nei luoghi che appaiono come mete assolate e magiche, si ritrovano i gesti dell'osservare incantati, assorti davanti alla Bellezza. La sua solitudine beata di occhiate intense ai particolari del mondo non sbiadisce e non s'appanna, arricchisce il lettore di quiete e agio, nel respirare il fiato del cuore amante della vita. Ama la vita Mariangela, e i suoi misteri, le sue ricerche mai affannate del buono che c'è in ognuno. Così, spaziando nel creato con vigile osservazione, la De Togni ci guida alla serena disposizione d'animo d'un giorno d'estate, dove luci e colori e suoni avvolgono e cullano. Una lettura molto piacevole, che lascia gioia e speranza nel cuore. Un libro che consiglio caldamente, una lettura docile e profonda sul senso della Natura e la sua Bellezza infinita, alla ricerca della pace interiore cui ciascuno anela. Un canto naturale, un sogno stretto fra le mani. Perchè il seme di magnolia faccia nascere gazzelle.

Federica Galetto





















DAGLI ANFRATTI DEL CUORE


Dagli anfratti del cuore

tutto fluiva nel vento

come un sospiro.

Nell’attesa che un sole bianco

d’impronte profonde

rubate alla notte,

scavasse pensieri,

all’ombra d’un salice

dalle chiome rarefatte dal gelo

simili ad arcate d’un monastero

medievale.


La salmodia

trasporta polline di cielo

nel chiostro capace di stupore.

Facendo risaltare

i marmi policromi

elusivi come un profumo

nel soffitto a volta

che pare lanciarsi nell’infinito.

Le stesse lontananze

di comete e siepi fiorite,

dei miei soli tramontati,

appaiono diverse

là dove le brune pareti d’argilla

palpitano

al colore della lampada

rosso rubino


Nascosto, un tordo intonò

il suo canto come un oceano

di onde raggelate

nell’immobilità.

Cristallo fuso nel liquido

silenzio della sera.





CROMATICO ASSOLO


Sfoglia a volte il mare

il silenzio . Come una farfalla

sul fiore m’indossa il colore

che perdura,

nell’impressione, come voce

d’un lontano richiamo

che inneggia l’oscurità

e fa d’un leggero lamento

di coro inascoltato,

un cromatico assolo,

nel tempo che scorre,

nel battito di un respiro.


Il colore sottilmente mutevole

del cielo d’autunno,

nella penombra della sera,

mentre spoglia il pensiero

col giallo del gelsomino invernale,

s’ammanta di sottili essenze

incorniciate dai ricordi.

Senza rompere l’incanto

della solitudine.

Suadente come il vento

del deserto

nel dilatarsi della notte.

Quasi un lembo di roccia

dove nascondere

il cuore.






LA GRATA



L’amore trapassa la grata

quando è vero.

Esse danno un limite

che separando

non dividono.

Ed è là il segno

dove mancano calcolo

e misura. Ed è risposta

al Tutto che scava dentro

un abisso di libertà.





ESTRATTI DAL CUORE


I pensieri oggi sono

grani estratti dal cuore.

Senza luogo né tempo.

Screziati di silenzio,

trasparenti come l’acqua,

fragili, tra increspature

sottili al centro dove

lo sguardo si frange

nel cerchio della ciotola

affogata di stelle

la notte.


E risorge l’eco nell’alba

appena verso il mare.

Verso la sete libera

dove, più estremo,

è il grido del sole.





QUESTO BAGAGLIO BREVE



A che tende

questo bagaglio breve

del cuore

nella notte sola

se in un giro d’albe

nel dipingersi del cielo

un fiore nel deserto,

piccola cenere di luce,

comparirà avvolto

di bellezza.


E’ immenso il mare.

Uno spazio diviso

dagli ulivi raccolti

in un pianto di rugiada.


E le stelle a ripetere

i profumi della notte

in cieli di velluto

come conchiglie di gioielli

piene di diamanti.


Ma a promettere la gioia,

a chi si lascia sconvolgere

dalla sua voce calda

di colore nell’ombra

della solitudine,

nell’ arco di un silenzio

che muta il volto

e l’essenza di ogni cosa,

è Colui che dorme

sul fondo della nostra barca,

ed è passato nei ripostigli

del nostro tempo.


Perché il seme di magnolia

faccia nascere gazzelle.





FU IL NIDO DEL PETTIROSSO



Fu il nido del pettirosso

a risvegliare il sole

sul candore nuziale

degli ulivi infreddoliti

dal vento che faceva

fremere l’alba.

Il mare tratteneva ombre

azzurrine

fra bagliori rosati

come nel compiersi

di una solenne liturgia.


Questo evento di stupore

che danza nell’anima,

è forse il volto di Dio,

la sua voce che salva?


Lembi di roccia ametista

sussurrano l’attesa

all’acero sull’angolo

della strada.


In un mormorio di sillabe.


Come una salmodia

impastata di sale.





SULLO STELO DEL VENTO


A volte,

quando la notte

si raccoglie sullo stelo

del vento,

un’onda di pensiero

mi sorprende,

nel silenzio,

come se la solitudine

fosse un sospiro

lungo

del cuore.

Perché freme, perché

vibra l’anima,

libellula abbacinata

dalla luce?


Intrisi di lontananza,

come scampoli

di sabbia bianca

dietro grigie mensole

di roccia,

indossiamo

l’umile saio che ci copre

la voce

nello stupore di tanta

beatitudine.





OGGI FINALMENTE


Oggi

nel silenzio profondo

che scava il cuore

come se da una roccia

fiorisse

la solitudine

finalmente

fiore.


Oggi

nel chiaro cielo

che si dipinge sul ciglio

del pensiero

finalmente

un piccolo cerchio

di luna

seguito da una stella

lucida d’oro.


Oggi

finalmente

sull’orizzonte appare

vestita di mare

la conca frantumata

della memoria

nello stupore profondo

di una foschia

leggera

come una trina.


Oggi

finalmente

il sole stringe gli ultimi

lembi di buio

la luce si fa azzurra

ei ciliegi in fiore

avvolti in una nuvola

di petali bianchi

sembrano seguire

le vie del vento

che soffia da oriente.


Oggi

finalmente

una conchiglia di vetro

e ardesia

fra le onde

trattiene la luce

come se il cuore

volesse perdersi nell’eco

lunga

di una lontananza

che regala

arcobaleni.






QUEL SAIO DI CIELO


Quel saio di cielo

a picco sul mare.

Quel tremito breve

di luna

sulle cose. Un’ombra

appena.

Su un ponte a navigare

con le stelle.






E ORA TU MI CHIAMI


Ritornando

da quel rifatto silenzio

un’ala bianca

solcò l’aurora in brividi

d’infinito.

E memorie

mi venivano incontro

con la voce del mare.

Passavano restavano indietro

a ridire salmodie inconsuete

nelle arcate di perla

delle conchiglie

glissando su tutte le corde

del cuore.


Il cielo intarsiato di lavanda

con ancora il profumo

della luna

scorreva le sue pagine

liquide di luce

sulla geometria dei pensieri.

Quali segreti nel lungo sospiro

del vento all’orizzonte?


E ora tu mi chiami

dal tempo che s’aggroviglia

come un ventaglio cromatico

sulle radici della vita.


Nell’umile bagaglio

dell’attesa.





NON SARO MAI SOLA


Non sarò mai sola

ad ascoltare il silenzio della notte,

né si perderanno i pensieri

sulla soglia del cuore

finché la luna sosterà

sull'arco dell'orizzonte.


Anche il sole ramato

che si specchia nell'ovale

di una pozzanghera

infreddolita dal gelo,

parla, oggi, nel tiglio

dalle foglie argentate di brina,

nel lungo sospiro solitario.

Nei passi ovattati dalla neve.


Non sarò mai sola

ad attendere l'aurora

con ancora le stelle

affisse al firmamento.

Finché sentirò il canto

dei canneti e nei cespugli

di rovi il pettirosso.

Lo scorrere del torrente

verso il mare.

E lo stupore dentro

la mia anima.




Mariangela De Togni, da “Fiori di Magnolia” Edizioni Helicon 2011

http://www.edizionihelicon.com/pagine/indice.asp?ind=360





Biografia:

Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora Orsolina presso l’Istituto Maria Immacolata di Piacenza. Insegnante, musicista e studiosa di musica antica. E’ membro dell’Accademia universale “G.Marconi” di Roma. Ha pubblicato numerose raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (Seledizioni, 1989), Nostalgia (Seledizioni,
1991), Una voce è il mio silenzio (Ibiskos Editrice, 1995), Chiostro dei nostri sospiri (Ibiskos Editrice 1997), Profumo di cedri (Ibiskos Editrice, 1998), Un saio lungo di sospiri (Ibiskos Editrice, 2000), Flauto di canna (Ibiskos Editrice, 2004), Nel sussurro del vento (silloge inserita in Quaderni di letteratura e arte Angeli e Poeti n.9 Guido Miano Editore 2005). Nel silenzio della memoria, silloge inserita nella mini-antologia Le Visioni del verso (Helicon Editrice 2008). A questo farà seguito Cristalli di mare (Ibiskos Editrice 2010). E’ presente nel Dizionario degli Autori Italiani del Secondo Novecento (Helicon 2002), nelle Storia della Letteratura Italiana Contemporanea (Helicon Editrice), nella Storia della Letteratura Italiana(Guido Miano Editore 2005), nel Nuovo Dizionario della letteratura Italiana (Helicon Editrice 2010), in agende e antologie di poesia contemporanea. Suoi testi poetici sono pubblicati su diverse riviste. Ha ottenuto numerosi premi e segnalazioni di merito in concorsi letterari. Tra i più recenti: “Le Stelle” (Savona), “Abbazia
del Cerreto” (Lodi), “Borgo Ligure” (La Spezia), “Premio alla Carriera” (Santuario Madonna di Gaggio), “Val di Magra – Roberto Micheloni” (la Spezia). “Borgo Ligure” (Santa Margherita Ligure),“Città di Salò” (Salò) “Portus Lunae” (Sestri Levante).
Inserita in “Lettera in versi”, rivista on-line di Bombacarta a cura di Rosa Elisa Giangoia e Margherita Faustini. Scrive nel sito di Poeti e poesia.

venerdì 8 luglio 2011

SYLVIA PALLARACCI









L'opera prima di Sylvia Pallaracci è un tuffo a piedi pari nei sensi. L'autrice si racconta espellendo,tramite la parola,tutte le possibili sfumature che il corpo riflette nella sua immagine ferma. Dalla sua posizione in apparenza immobile, ogni variazione si moltiplica addensandosi, pervadendo il lettore di contenuti che lo rendono intimamente partecipe di ciò che avviene, analizzando dettagli con occhio profondo eppur distaccato dall'evento. Riflette fra sè e sè Sylvia, trae conclusioni, dà avvertimenti, cita se stessa per timore di non essere ricordata, si autoafferma moderandosi talvolta, esagera l'impeto del corpo e della mente come costretta a soccombere ad un limite da non superare mai. Ferma eppure in movimento, essa vive una condizione innaturale della normale attitudine al dire di più, tenta i passi laddove non si cammina, cerca acqua dove c'è deserto. Si spinge sempre oltre, cosciente di non riuscire mai ad andare dove vorrebbe se non ferendosi o ferendo. Una poetica che pare si possa toccare, versi traino di una vita concreta che sembra mancare di leggerezza. Per non disturbare nessuno, le parole girano su se stesse sebbene non risparmiando, chiamando in causa compagni di strada distratti, promesse non mantenute, avventori di passaggio. La vita osservata, il corpo in mutevole subbuglio, la carne che brucia le migliori intenzioni e la fatica del credere che si può vivere entrando ed uscendo da una ferma immobilità materica per conquistare l'impalpabile e il non visto, il non detto, la verità. Gridandolo a voce alta.

Federica Galetto















Conditio sine qua non


Mi scopro sempre

qui, nell’alveo che converge

tutta la mia discendenza

ruvida e al femminile;

il puntaspilli di un rovescio

di mano in disuso

di prudenza

Dico e mai disdico

che la verità non sempre è vera

che ho amato ogni volta

le cose imperfette

perché al contrario

ho rilevato forme irregolari

mi sono riempita

di un irrequieto chiedere

per svuotarmi

di uno stentato esistere

l’indole mia reclama una pietà

che appartiene solo a me

e alla mia indecente anarchia;

altro non è dato sapere

e col dorso spigoloso del polso

ora asciugo le labbra

da tanta logorrea

Di me dite solo questo:

“Essere stata è la condizione

perché lei sia”





Eclissi


Fu così che ci inginocchiammo

intrisi di gloria e martirio

a cercare nell’esitazione della carne

il collasso della luce

scivolammo fragili

dentro percorsi inviolati

senza lasciare tracce

dei nostri gesti

indelebili

Così ci inginocchiamo

e scivoliamo fragili

mai stanchi

di vivere e morire




Fuggevole


Come l’ago

che imbastiva la trama

e mai bastava a (s)velarci

le parole

mi faccio piccola

perché tu abbia ora paura

a smarrirmi

perché quando entravi tutto

nel mio ventre

ti era difficile immaginarmi

altrove





È solo questione di…


Lasciami dimenare

dalle tue tregue

che mi riprendono

senza voce

e fammi scivolare a ritroso

dove il tuo fiume s’infiora

Curvami all’indietro

e risalimi

come un destino gelido

che rovina dentro il fuoco

Non è la mia voglia

che ora ti impone

ma l’inclemenza della tua gravità

sulla membrana che ci separa

E' solo questione di

Fiera, allo schiocco di frusta

mi volto

in uno scatto che prescinde

permessi e aduna pretese

nel tuo nome

urgenza selvatica di bruna ninfea

cuoriforme mi sfoglio

sulle contrazioni del tempo

all’infinito

e mi sei carne





Tacchi a spillo per l’estrema unzione


Non meravigliarti ora

se non riesci più

a trovarmi

chinata, a racimolare pietre

che accumulavano sabbia

hai sottovalutato

il rosso incerto delle profondità

e ti sembrò d’esser salvo

in quell’andare quieto

d’ombre agli angoli;

ma tu non sai la bellezza

che disvela una tenebra

quando una scheggia di sole

insidia i tramonti

non distingui quel tremore

di tacchi

nel continuo cigolio

delle spallate alla mia porta

[un solo gesto galante

le sarebbe olio naturale]

e tra un acuto e un basso

di gola, ti lascio

alla notte che semina e matura

i frutti che ti nutrono

alle spine




Dove ritorna la mia storia


Mi aggrappo al tuo corpo

come a un diritto naturale

e ti provoco l’amore

che mi dai

sottovoce

portando ai limiti

dell’inflessione i sottintesi

le tue labbra si disfano

con quella grinza che mi stende

e mi rimpolpa

i sensi

assuefatti alle ossa

mani rapaci -quasi crudeli,

per salvarmi-

afferrano i fianchi

sfrontata allento la presa

e mi lascio (s)finire

un nervo affilato di piombo

e mercurio attraversa le scapole,

mi scinde e mi precipita

fra inferno e paradiso

mentre mi faccio tempo e spazio

senza misura, per contenere

ciò che di te non si trattiene

perché tu sei sterminato,

simile alla terra,all’acqua,al fuoco

al ventre di mia madre




La costola di Adamo

io ti piango dentro il fianco

l'amore, che scava un punto

dove potermi ritrovare,

sola

tu fai un sospiro

come l'ultimo ruggito di un secolo

che non mi è appartenuto

quando eri custode fedele

di nicchie a fiero emblema di eventi

ti chiesi perché

scegliemmo i nostri occhi

per lasciarci dietro dio

e inchiodarci all' esistenza

tu non sapevi

io già non volevo sapere

e fu così che venimmo a patti

con le assenze, tra un punto e l'altro di sospensione

e vedemmo trasalire

il silenzio

agli echi delle stirpi di ogni tempo

selve di corallo tra inguini rocciosi

e sponde infrante da flutti sul morire

"ci sfalderemo assieme", ti urlai

quando capii il tormento

che avrebbe lasciato

sulla mia pelle

un sedimento aperto

da tutti i suoi domani.




Ora che non posso sentirmi,parlo con me…

dimmi

se tornerà

il buio pesto che ha svelato

la sua luce

se questi tremori nervosi

sono solo pelle

non più capace

di rientrarmi

o ultimi strascichi infreddoliti

di una primavera

tardiva

se sopravviverò a questa tragedia

della vita che cambia

nella mia forma che la fissa

invariabile

[dare un senso ai giorni che lascio andare

che non l’aspetto

mi assicura

la follia ]

nella consuetudine della pioggia

le nuvole si annodano

senza scomporsi

le parole risuonano

male sulle labbra indurite

e si spaccano

al rintocco improvviso

degli accordi di ieri

disgiunte le membra livide

di scuse,senza più fede

mi spalanco come una croce

di traverso

e resto a sorvegliare

l’assalto del dolore

a tradimento

nella mia assenza sconfinata




Sylvia Pallaracci, “Mi salvò l’ala sonora”, ed. LietoColle 2011







BIOGRAFIA

Sylvia Pallaracci nasce nel 1976 a Foligno – in provincia di Perugia – dove tuttora vive e lavora, occupandosi di scienze mediche.

Scrive da sempre, ma solo nell’età adulta ha scelto di portare in luce la sua intima passione, partecipando ad iniziative e concorsi letterari nei quali ha ricevuto premi e consensi da parte della critica.

Sue opere sono presenti in antologie poetiche; scrive inoltre per diversi blog e riviste culturali, alle quali collabora anche come recensore.

In Sylvia l’essere coincide con il sentire. Il suo dire attraversa e gela il fuoco e un’attenta distrazione la conduce incessantemente a perdersi – fino a scomparire – per ritrovarsi ogni volta, ininterrotta, nella parola.

“Mi salvò l’ala sonora” è la sua opera prima.

giovedì 31 marzo 2011

ANTONELLA TARAVELLA





Antonella Taravella scrive il suo "Sbocciata nelle viscere" con mano veloce,non lascia respiro, pausa, tempo per soffermarsi a pensare. Tutta l'architettura poetica dei suoi versi è costruita con veloce perizia e sensualità debordante, quasi fosse un edificio dalle finestre spalancate da un temporale o il temporale stesso, a penetrare nei corridoi dell'intimità. Intinge le dita nei percorsi ardui e mai scontati, si fa beffa di destini e trafile inevitabili, e reagisce, si scontra, s'azzuffa, beve dalla coppa del nemico e lo invita nel suo letto di fiori e aghi, lo stordisce, lo adula, lo inganna. Lo vince. Fragilità nascoste o discoste. Una corsa a perdifiato nella bocca sensuale della vita e dell'amore.

"Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera" (A. Taravella)

Federica Galetto




Sbocciata nelle viscere


Confisco il respiro al tuo corpo con dita aperte,
creo rime di pelle mentre nuda m'infiammi contromano

e nelle vene sale la rivolta
come a sbocciarmi in fiore fra le labbra
livida scomposta in graffi di parole al cielo
contorto il mio muovermi crea onde
di fogliame e sospiri taciuti
temo la lamiera dei pensieri poco sotto il costato
un velo di cenere s'aggroviglia nei giorni a seguire
mentre le tue dita seguono l'ombra delle mie ossa
mi accadi di notte, fra queste lenzuola divine
all'ombra evasa di noi, nell'attimo fermo
fra le cosce a strusciarsi, timbro d'ingorda fame
e la notte si piega sul collo, nelle parole
nel dorsale frantumato dei nostri odori
colma nelle viscere ti dimentico dagli occhi
fuggendo dall'alchimia dei nostri sensi



fragmenta#4


Son tracimata in parole anarchiche
e quando piove,
fuori il tempo è freddo
come fiocchi di neve assorti









fragmenta#8


C'è il bisogno di andare e di non avere altro da dirsi e partire
come quando le parole dilatate crescevano sui palmi umidi
rami pungevano gli occhi gonfi di sguardi acerbi quando fuori
gocciolavano ombre da sudare fra le lenzuola assorte e fluide
e nell'incurvarsi delle tue labbra sulle mie quando ci esplodiamo.




Reflection [qui nel luogo e nella misura]


Ho pensato che quella goccia fosse una superstite da assolvere
un credo a gocciolare al vento, come un fiore gestito al contrario
essere, nelle ombre, nelle sicurezze note solo alle mani, nella confusione
ed esser certi, d'avere una direzione, parole da seguire a dita tremanti
collocandole nella lacrima, nei versi rovesciati, nella misura disperata
di quanto accade, voluto, da qualche parte e in qualche istante.



La liturgia degli occhi


La liturgia si sversa sugli occhi appena sotto il respiro, ma tu ed io sappiamo che il destino ha reso la vita rovinosa e malata,tutto ha un disegno e il nostro traccia due linee parallele ingovernabili, che non troveranno mai l'incrocio, non qui, non ora, non nel grembo di madre notte che trema di paura. Che ad occhi aperti, le lacrime non servono, nulla crea chiarezza che alla fine, di tregue ne ho piene le tasche, mentre mancano le parole segnate sui fianchi, i ritardi sulle gambe, la viscida inappetenza, perchè di sbranarsi si è bravi tutti è rimanere nel sangue che è un mestiere per pochi eletti. Nel credo d'ogni giorno, mi sussurro che non devo incaricare al prossimo la mia urgenza di vita, ma solo a me e devo discuterne in una riunione di condominio con festino annesso, perchè i festeggiamenti son sempre di rigore dopo, a chiarimenti avvenuti, quando poi tireremo fuori l'amore il fuggi fuggi sarà il peggiore del secolo, regalandomi dopo, le cose peggiori in pacchetti dalle carte aggraziate di rose ammuffite. Io solo mi so bastare, io solo mi so soffocare, io solo so venirmi a capo quando sto bene. Ed è nelle rarità che mi disperdo ed è tutto dannatamente bello, ha un sapore oscuro, quanto basta alla pancia per piegarsi d'amore assorto ed io so di te che m'avviluppi l'incertezza e me la coccoli con la lingua.
Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera.


Fragmenti, versi e discorsi tratti da "Sbocciata nelle viscere", ed.Smasher, ed.2011





Biografia:

Antonella Taravella nasce a Verona il 2 marzo 1977, dove risiede tutt’ora.
Il mio scrivere non media, lo offro totalmente nelle contraddizioni incidendo a fuoco immagini fluide quasi organiche, rivestendo di pelle e carne ogni mia emozione in parole, con intensità, andando a fondo nell’anima e graffiando i nervi scoperti.
Partecipa a molti concorsi ed è presente in parecchie antologie.
Tre le sillogi pubblicate:
-Gravida è la notte (Ed. Lulu 2008)
-Vertigini Scomposte (Edizioni Smasher 2009).
-Sbocciata nelle viscere (Edizioni Smasher, 2011) .

Il suo blog personale:

http://nevertearusapart.worpress.com/

Inizia a scrivere nel 2006 nel blog (htpp//never-tear-us-apart.splinder.com).
È pubblicata in sei antologie:
- Notte Finta scritta a 4 mani con Giovanni Berardinelli, per
l'antologia La Notte (Ed. Giulio Perrone Editore, 2008)
- Screpolati Polsi per l’antologia Il Desiderio (Ed. Giulio Perrone
Editore, 2009)
- Inverso per l'antologia del concorso letterario Pensieri D'inchiostro
(Ed. Giulio Perrone Editore, 2009).
- Dopo il tramonto per l’antologia La malinconia (Ed. Giulio Perrone Editore, 2009)
-Nimue per l’antologia “Rosso_tra erotismo e santità”(Ed.Lietocolle, 2010).
-Girasoli di Fuoco per l’antologia del concorso letterario Il peccato tra le righe (Ed. Casa Editrice&Libraria, 2010).
-Sbocciata nelle viscere per l’antologia Il Corpo (Ed.Giulio Perrone Editore, 2010)
-Zolla per l’antologia “Il segreto delle fragole”.(Ed.LietoColle, 2010)
-L’inverno sta nella lana de tuoi maglioni, amore per l’antologia “E’ solo poesia”.(Ed.GDS Edizioni, 2010)
I concorsi e iniziative a cui partecipa:
- L’attesa, bandito dall'Associazione Culturale “RossoVenexiano”,
2008.
- Volobliquo, indetto dall’omonimo multiblog classificandosi tra i primi
quattro finalisti.
- Donna... sulle tracce di Eva, ed. 2009, indetto dall’Associazione
Culturale “Il Faro” e “Viavai” classificandosi finalista.
- Premio Lorenzo Montano, arrivando alla selezione finale, con opera
inedita inserita nell’antologia della Rivista Letteraria Anterem, 2009.
- Premio Pensieri d'inchiostro, indetto dalla casa editrice Giulio Perrone,
selezionata per l’antologia finale, ed. 2009.
-“Il peccato tra le righe” indetto da Casa Editrice&Libraria-Taranto, ed.2010.
-“Il segreto delle fragole”, diario poetico, indetto dalla casa editrice LietoColle, ed.2010.
-“Verba Agrestia”, indetto dalla casa editrice LietoColle,ed.2010.
-“Premio Laurentum 2010”.
-“La solitudine” indetto dal collettivo Poesiaèrivoluzione, ed.2010.
-“E’ solo poesia” indetto da GDS EDIZIONI, ed.2010.

giovedì 13 gennaio 2011

JEAN-CLAUDE TARDIF













COLLANA LIBELLULE
Poesia francese contemporanea
Jean-Claude Tardif, Della vita lenta
Prefazione e traduzione di Chiara De Luca
Con una nota di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-41-9
pp. 164, € 12,00

qui per acquistare:

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Novembre non si agita, s’incolla alla consuetudine, ostinato e colmo di rappresaglie. Respira i mali del sale, più simile a un presagio che al terrore, più vicino a una nuova leggenda che all’eterno dimenticare. Dorme un indovino nell’autunno di queste pagine, una speranza che custodisce evocazione e modestia. Un’andatura paziente che scopre la vita nel suo incedere. Ci sono regole non scritte che trasformano la nostra esistenza. Che ci permettono di credere alle fiabe. Regole che arrivano da altrove. Dal fumo della pipa, da un treno che solca il bosco, dai piedi di una bimba che gioca a Mondo. Buttiamo il gessetto per terra. Chi andrà fino all’inferno? Chi ne ha preservato il ricordo? Una memoria di nomi impronunciabili emerge dal bordo dei giardini, amori affamati che hanno smarrito il ritorno– diventano lontananze, voli di piccioni. In questo libro di Jean Claude Tardif i confini sono aspri. Semplicità e silenzio come labbra di un’unica bocca, si contendono ogni sillaba, ogni piccolo tremore. Sulle panchine, un sole timido scalda le copertine dei libri. Tra un clacson lontano e le ultime tracce di rugiada, piccoli fuochi sonnecchiano nei riflessi delle finestre, concedendo ai versi il giusto tepore, l’eco di un cielo delicato. Da questi risvegli il reale affiora come uno spettacolo raro. Che va colto tra i fumi dei camini, nel vivere comune del pane sulle tavole. La poesia percorre vie impervie, tracciando un credo che non dà risposte. Si affaccia con rispetto alle soglie del racconto, in un movimento lieve, oltrepassa i rumori senza agonie. Sfugge al tempo, firma le ossa dello smarrimento. Qui nasce una misura senza la quale gli spasmi sarebbero violenti,un metro velato che accarezza il viso con dolcezza, donando al profondo un continuo riaffiorare di parole. Una febbre leggera che cesella storie brevi, alle quali è necessario prestate orecchio, per far si che il cuore ne assapori la natura di miele e lupi. L’anima di Della vita lenta è intrisa di rifugi, di periferie e vagabondi vicini alla danza della sera– d’un pianto che cerca l’angolo più caldo del libro, per perdere la pettinatura in un bacio, per sciogliere il destino delle atrocità, in un testo che si posa sui nostri occhi, attraversandoci, come fossimo salici al vento.

Gianluca Chierici


La difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come collana di parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, come “parole appese”, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta porge l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.


Dalla prefazione di Chiara De Luca




*

La nuit n’est ni plus sereine
ni plus inquiète

qu’au solstice

partagée simplement
entre le désir de mots
qui la contraignent

et les beautés du silence


*


La notte non è più serena
né più inquieta

che al solstizio

semplicemente contesa
tra il desiderio delle parole
che la opprimono

e le bellezze del silenzio



*


Silences où je n’oserai plus ton prénom
jonquille étrange des matins d’hiver
alors que le ciel sera si léger

Te soulever au-dessus de mon visage
sera souvenir de nuage,
histoire de neige

reflets de ces contes que je ne dirai plus
pour mieux les savoir sur tes lèvres
piquetées de chants d’oiseaux

et de la fièvre qui davantage
nous fait adorer nos vieilles jeunesses


*


Silenzi in cui non oserò più il tuo nome
strana giunchiglia dei mattini d’inverno
quando il cielo sarà così leggero

Sollevarti al di sopra del mio viso
sarà ricordo di nuvola,
storia di neve

riflessi dei racconti che non narrerò più
per meglio saperli sulle tue labbra
punteggiate di canti di uccelli

e la febbre che più a lungo
ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze


*


Il est des mots qui donnent à vivre
avec leur goût de thym, de miel ;
de pluies en novembre
quand les femmes ressemblent à leur tristesse
Des mots coupés, frais, sur la table,
pains blancs mangés des yeux
où s’abreuvent des îles
et des poitrines à jeun
tendues, voiles d’adolescente
qui rêve qu’elle ne rêve plus,
s’abandonne à la parole




*


Lui è delle parole che danno da vivere;
con il loro gusto di timo, di miele;
di piogge a novembre
quando le donne somigliano alla loro tristezza
Di parole tagliate, fresche, sulla tavola,
pani bianchi mangiati degli occhi
dove si abbeverano isole
e petti a digiuno
tesi, veli d’adolescente
che sogna di non sognare più,
si abbandona alla parola


*



Léger coup de vent ou chevelure qui se défait —
C’est la bise sur la draille de l’épaule,
par millier des rêves d’animaux qui s’épuisent

une odeur qui se fait plus tendre,
un arôme qui assigne le moindre frisson
du bonheur.
Sur le mur la lumière s’attise
au même instant que le matin
et déjà le regret des pluies,
des ombres dures comme la jeunesse ;
demain viendront les vêtements d’hiver
les armoires plus lourdes de chêne
où s’endorment
et le pain et les morts

ainsi que l’amour que le temps affame


*


Lieve colpo di vento o la pettinatura che si disfa –
È il bacio sulla draglia della spalla,
di migliaia di animali che si sfiancano

un odore che si fa più tenue,
un aroma che fissa il minimo brivido
di gioia.
Sul muro la luce si attizza
nello stesso istante in cui il mattino
è già il rimpianto delle piogge,
delle ombre dure come la gioventù;
domani verranno gli abiti invernali
gli armadi più pesanti di quercia
dove si addormentano
il pane e i morti

così come l’amore che il tempo affama.


*


Près de la grille
le schéma d’un verdier
coupable de trop de fatigue,
d’avoir révéré le vol

les plumes de sa queue
ont la sévérité d’un éventail
de pénitente
qu’on ne pourrait pas refermer
le temps manquant soudain
face à la béance du ventre ;
œil ouvert sur la fuite de
milliers de moucherons,
de petits insectes plus anonymes

connus seulement de la dent du chat


*



Accanto al cancello
la sagoma di un verdello
colpevole di troppa fatica,
di aver venerato il volo

le piume della coda
hanno la severità di un ventaglio
da penitente
che non si potrebbe chiudere
mancando all’improvviso il tempo
di fronte alla beanza del ventre;
occhio aperto sulla fuga di
migliaia di moscerini,
di piccoli insetti più anonimi

noti soltanto al dente del gatto


*



Faire halte au village,
la main de l’ami nous dit les souvenirs ;
la fraîcheur des petits matins sous le saule
alors que la tourterelle à collier
trace ses nouveaux territoires

La nuit a ôté ses fers
et les forges de l’aube
marquent les filles de joies nouvelles —
une jupe de vent léger,
une odeur de vanille qui bouleverse
le chèvrefeuille

un rien nous prie d’être au Monde

le friselis d’un Saint-Amour
comme une première faute à la fontaine
(plus tard nous y verrons notre seule hardiesse)

Faire halte au village
à présent que l’ami siège dans l’album du regard,
y attendre le crépuscule
pour mieux croire en son lendemain


*



Fare sosta al villaggio,
la mano dell’amico ci dice i ricordi;
la freschezza dell’alba sotto il salice
mentre la tortora dal collare
traccia i suoi nuovi territori

La notte ha tolto i suoi ferri
e le fucine dell’alba
marcano le ragazze di gioie nuove–
una gonna di vento lieve,
un odore di vaniglia che scompiglia
il caprifoglio

un niente ci prega d’essere al Mondo

il fruscìo di un Saint-Amour
come una prima volta alla fontana
(più tardi ci vedremo la nostra sola audacia)

Fare sosta al villaggio
ora che l’amico si trova nell’album dello sguardo,
attendere là il crepuscolo
per meglio credere nel proprio domani.


*


Devant moi la fontaine des hommes assis,
non pas muette
mais pleine de retenue
pour les mots qu’elle prononce,
l’eau n’y murmure plus
mais nous dit sa geste
d’un simple mouvement du vent,
d’une aile de mouette

Dans l’immeuble d’en face,
derrière des rideaux ajourés,
un enfant en bas-âge
pleure.
Le voilage n’étouffe pas tout à fait son cri
mais fait qu’on l’ignore davantage

Les pigeons trottinent éperdument
par peur de l’orage qui s’achève
et les fait se souvenir

Dos au square et aux jeux d’enfants
je lis L’homme indécis d’Hofmannsfhal

la pluie comme seul repère


*


Davanti a me la fontana degli uomini seduti,
non muta
ma piena di riserbo
per le parole che pronuncia,
l’acqua non vi mormora più
ma ci dice il suo gesto
con un semplice movimento del vento,
d’ala di un gabbiano

Nel palazzo di fronte,
dietro le tendine ricamate,
un bimbo piccolo
piange
Il velo non ne smorza affatto il grido
ma contribuisce a far sì che lo si ignori

I piccioni zampettano disperatamente
per paura del temporale che finisce
e fa loro ricordare

Schiena al giardinetto e ai giochi dei bambini
leggo L’uomo indeciso di Hofmannsfhal

la pioggia per unico riparo


*


Parce que tant serrés
sur la chambre du cœur
les mots suffisent à peine à vous dire,
l’on vous devine parfois
dans le creux du silence,
dans l’œil mouillé du dernier venu,
dans sa façon de vous offrir
gîte et couvert
après avoir sorti la nappe blanche
en points d’Assise
rangée, jusqu’alors, dans les combles d’une
armoire
pressée d’ombre et de modestie.
Nous nous savons chez nous
soudain connaissons le goût du tabac tendu
et mettons un nom sur les photos qui dorment


*


Perché tanto strette
sulla stanza del cuore
le parole appena bastano a dirvi,
vi s’indovina talvolta
nell’incavo del silenzio,
nell’occhio umido dell’ultimo venuto,
nel suo modo di offrirvi
asilo e riparo
dopo aver tirato fuori la tovaglia bianca
in punto d’Assisi
riposta, fino ad allora, nel pieno di un
armadio
pressata d’ombra e di modestia.
Noi ci sappiamo a casa
a un tratto conosciamo il gusto del tabacco teso
e mettiamo un nome sulle foto che dormono


*


J’aime ces soleils de novembre,
ceux-là même qui n’ont jamais cru à l’été
par réalisme
mais qui s’obstinent encore
à réchauffer ce fond de bourgogne
qui m’accompagne alors que je vous parle
comme on fait à l’ordinaire

D’en bas me viennent
des bruits de cocottes mêlés aux rires
c’est l’automne,
les dernières éclaircies du corps

Tout se blottit
petits bonheurs du jour,
meubles d’archange
en l’attente d’un soleil blanc,
d’empreintes profondes
escroquées à la nuit


*


Amo questi soli di novembre,
anche quelli che non hanno mai creduto all’estate
per realismo
eppure ancora si ostinano
a riscaldare questo fondo di borgogna
che mi accompagna mentre vi parlo
come si fa di consueto

Dalla strada provengono
versi di galline mescolati alle risa
è l’autunno
le ultime schiarite del corpo

Tutto si rannicchia
piccole gioie del giorno
mobili d’arcangelo
in attesa di un sole bianco,
d’impronte profonde
estorte alla notte



Jean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia. La presente raccolta è parte di una trilogia che comprende Orcus (La Bartavell, 1995) e L’homme de peau (La Dragonne, 2002).
Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…”

martedì 11 gennaio 2011

PAUL CELAN, NELLY SACHS - CORRISPONDENZA









In questo epistolario, l'amicizia e l'intesa intellettuale di Celan con la Sachs, diventano un momento essenziale della loro vita poetica e personale. In esso si racconta l'universo interiore di questi due giganti della letteratura del Novecento, che si raccontano l'un con l'altro e ci rendendo partecipi di alcune splendide pagine di prosa.
Le loro "preghiere in forma di poesia", esprimono, con il linguaggio della modernità, gli stessi dolori e le stesse speranze degli uomini e delle donne della Bibbia.

(dalla quarta di copertina)



Autori: Paul Celan e Nelly Sachs
Titolo: Corrispondenza
Originale: Briefweschel
Traduzione: Anna Ruchat
Editore: Il melangolo, 1993


Paul Celan (Czernovitz 1920, Parigi -suicida- 1970) è considerato uno dei massimi esponenti della lirica novecentesca. È altresì noto per il suo lavoro di traduttore.
In italiano sono tradotte le opere: Poesie (Mondadori 1976), Luce coatta e altre poesie (Mondadori 1983), La verità della poesia. Il meridiano e altre poesie (Einaudi 1993), Scritti rumeni (Campanotto 1994) e il Tiro di Presagi. Poesie inedite 1948-1969 (Einaudi 2001).

Nelly Sachs (Berlino 1891-Stoccolma 1970) scrittrice tedesca di famiglia ebraica, riparò in Svezia a causa delle persecuzioni naziste dove rimase per tutta la vita. L'intesa intellettuale e affettiva con Celan e la sua morte improvvisa la porteranno ad una rapida consunzione in un ospedale psichiatrico, morendo a breve distanza dall'amico e forse proprio a causa della scomparsa di esso.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Le sue opere tradotte in italiano: Poesie (Einaudi 1966) e Racconti di Gerusalemme (Utet 1972) con la collaborazione di S. Yosef Agnon.


"[...] Io credo in un universo invisibile nel quale inscriviamo ciò che abbiamo inconsapevolmente compiuto. Sento l'energia della luce che fa scaturire la musica dalle pietre e soffro per la freccia della nostalgia la cui punta ci colpisce subito a morte e ci spinge al di fuori, la dove l'insicurezza inizia a sciacquare via ogni cosa.
A Dio e la benedizione sia con Lei.

Nelly Sachs



"Cara, sinceramente ammirata, Nelly Sachs!
ieri l'altro , quando è arrivata la Sua lettera avrei voluto prendere il primo treno e venirea Stoccolma per dirle - con quali parole poi, con quali silenzi? - di non creder mai che parole come le Sue possano rimanere inascoltate. La camera del cuore è vero, è rimasta in gran parete sepolta, ma l'eredità della solitudine di cui Lei parla, quella verrà accolta qua e là, nella notte, poiché vi sono le Sue parole. False stelle ci sorvolano - certamente; ma il granello di polvere che la Sua voce impregna di dolore descrive l'orbita infinita.
Suo Paul Celan"


Caro Poeta, caro amico, è infinitamente bello sapere che Lei esiste!

Sua Nelly Sachs



Penso a te, Nelly, sempre, pensiamo sempre a te e a ciò che vive grazie a te! Ricordi ancora quando abbiamo parlato di Dio per la seconda volta, a casa nostra, del tuo Dio, il Dio che ti attende, ricordi che c'era il riflesso dorato sulla tua parete? Sei tu, è la tua vicinanza, che permette di vedere il riflesso, c'è bisogno di te, anche in nome di coloro ai quali tu sei e ti pensi tanto vicina, c'è bisogno della tua presenza qui e tra gli uomini, c'è bisogno di te ancora a lungo, c'è chi cerca il tuo sguardo - ; mandalo, quello sguardo, mandalo ancora all'aperto, consegnagli le tue parole vere, le tue parole liberatrici, affidati a lui, affida a noi, tuoi compagni di vita, della tua vita, questo sguardo, fai in modo che noi, già liberi, diventiamo i più liberi in assoluto, facci stare ritti, con te, nalla luce! [...]

Il tuo Paul che ti è grato,
grato da più profondo del cuore



Stoccolma, 10.3.1958
Bergssundstrand 23


Caro amico Paul Celan, oggi un cordiale saluto da neve e ghiaccio in occasione della presenza qui di Hermann Kasack, poichè il Suo nome è rimbalzato ancora una volta tra noi in un contesto così alto.
Sono sempre felice di saperla presente e di sapere che la Sua opera traccia cerchi via via più ampi intorno a sè. Segue qui per Lei un minuto alle prime luci dell'alba.


Perchè mai questa tristezza?
Questo completo defluire del mondo
Perchè nei tuoi occhi
gocce di luce,
la luce di cui si compone il morire

Leggeri scivoliamo giù per questa ripida roccia dell'orrore

essa ci guarda con le morti pregne di stelle
con queste placente irrigidite nella polvere
nelle quali fluiva il canto degli uccelli
mentre il labbro seppelliva il vino del linguaggio

O raggio che ci hai risvegliato:
come hai potuto prendere tra le tue braccia
che sempre più oscurano ogni patria
il nostro farci-stanchi
come hai potuto poi lasciarci soli nella notte



Adieu
Sua Nelly Sachs

sabato 1 gennaio 2011

BUON ANNO con Montale












Il primo gennaio (EUGENIO MONTALE) ("Satura")




So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui si affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente indisposta
al disponibile,
distratta rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fonte dispaia il segno timbrato
di Chi volle tu fossi e se ne pentì.
Ora
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni dentro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.
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