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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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mercoledì 20 luglio 2016

Terracqua di Mirella Crapanzano - Una nota di lettura









Ci si incammina assaporando il profumo del mare. Oltre le spiagge, il sentore del sale sugli orti e le case. Le sterne cantano attraversando con un volo radente il rollio delle onde e il loro frastuono. Così incomincia il viaggio attraverso “Terracqua”, luogo multiforme a cui il Poeta appartiene e di cui nutre la propria memoria. Vi sono sposalizi avvenuti sulla schiuma di un onda e anemoni sui fondali marini a raccontare un amore
(i fiori per la sposa giacciono/ in fondo distese brulicanti di anemoni/fanno una corolla nuziale),
l’avvicendarsi ciclico del giorno e della notte sotto cieli neri e venti sopiti, il silenzio della natura in un’isola di primigenia bellezza
(il vento tace sull’isola/ come un presagio/l’alta marea tra i seni/ il nero stellato intorno/a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano/le coste).
E il ricordo che brucia come lava di vulcano, lo stesso ricoperto di terra nera che aleggia nell’aria greve. Con una scrittura intensa ed elegante, Mirella Crapanzano ci conduce nel suo Eden personale, nel suo centro emozionale, nella sua radice di acqua, fuoco e terra di Sicilia dove l’autrice nasce. Nella mente i suoni liquidi del mare, le impalpabili luci dell’alba, i tramonti trafitti di rossi accesi, le notti nere senza luna, le risacche che sempre tornano: così è il mondo descritto dai versi armoniosi di questa autrice siciliana, nata ad Agrigento; un mondo percorso a piedi scalzi e con la salsedine sulla pelle
(un colore ti segue nella pienezza/delle ore/reclama la presenza di chi/cammina a piedi scalzi/e vede il mare/come qualcosa che gli somiglia),
in simbiosi con l’ambiente isolano che ospita il Poeta nel suo percorso esistenziale e lo rende colmo di un forte senso di appartenenza
(ho respirato a lungo sott’acqua/come un pesce/ una stella marina/un’alga/ed ero felice).
E’ viscere e cuore, echi d’Africa e fioriture di mandorli questa raccolta di poesie, un vorticoso avvicendarsi di colori, profumi e immagini nitide, tanto da poterle quasi toccare
(ero terra e nuvole a vista d’occhio/corrente ascensionale d’acqua/una vertigine intagliata sulla pelle).
La casa accoglie il verde dei prati e il rombo del mare: dalle sue finestre si vedono i ciliegi in fiore scuotere l’aria di profumi e il mare quando “s’arriccia e imbianca”. E le stagioni scorrono negli occhi di bambina e poi di donna, s’accendono le voci delle madri e dei padri, delle tradizioni mai perdute
(ho colorato i frutti di martorana/cucinato i biscotti/i pupiddi di zuccaru/ ca mi cercanu l’occhi/bacche mature speziate per la festa/nei giorni dei morti/vedi/ci sono bancarelle/di calia/ simenza e ciuri)
della terra e del suo grembo che porta l’amore e i suoi frutti
(in quel tempo mirabile/il punto dove si annidano i colori/crescono gli aranci)
Scorrono i mesi, le stagioni si avvicendano raccontando storie, eludendo i drammi dell’individuo che sòlo talvolta langue nel sentirsi tale; e poi la perdita di chi si ama che lascia “il vuoto sul divano” fino al giungere della passione, e della sorpresa al tocco di una mano, del profumo del desiderio (l’odore è quello della spremitura/dopo la pioggia .)
Fuori da una stanza in ombra (e come sere/ le finestre/hanno il bianco dei gelsomini) il sole cocente e il profumo di zagare e gelsomini, dentro le mura il dissolversi dei corpi; fino al tempo in cui scende la neve, che con la sua fragilità è metafora della vita e della sua inconsistente ma luminosa meraviglia. Finito il viaggio si ricomincia dall’acqua, e poi la terra, e il fuoco, e ancora il mare, in un moto circolare di eterno ritorno; perché gli elementi e le anime si appartengono, costituiscono uno spazio segreto tra ciò che è chiaro e ciò che è oscuro, tra cultura e natura, tra spirito e corpo, tra Dio e gli Uomini.

il senso che il divino oscilla
tra campi di stelle e umani
dagli occhi trasparenti all’invisibile


Federica Galetto


mercoledì 2 settembre 2015

E dell'immaginare





E dell'immaginare il futuro
nei buchi e nelle cortecce d'alberi
ritorti ai tramonti
dormienti nelle albe
restano soltanto i nidi
lasciati in abbandono
In fondo la strada resta
aperta
barbagli di luci s'intravedono
di tanto in tanto la pioggia rada
le messi e le marcite d'autunno
i geli di gennaio
sui rami secchi
Le speranze calde sulle spalle
di me che invano cerco
un modo di stare
fra terra e cielo di passaggio
le mie grucce appese


Nightingale, 2 settembre 2015





Collaboration; Elise Marianne and Ian Maksin




Poem/vocals/mixing/video editing

© Elise Marianne 2015

http://elisepoetry.webs.com/




Music excerpt; Variations for Cello Solo: 'It's Not the Wind'

© Ian Maksin

http://www.ianmaksin.com




Including original video footage by

Daria Melnikova http://www.daanavideo.com

lunedì 2 marzo 2015

Meadowland:the private life of an English field – Prateria:vita privata di un campo Inglese

 pipit 




Sweet is the lore which
Nature brings;
Our meddling intellect
Mis-shapes the beauteous
forms of things
We murder to dissect.
Dolce è la tradizione che
la Natura porta;
L’intrusione del nostro intelletto
Deforma le bellissime
fogge delle cose
Che noi uccidiamo nel dissezionarle
William Wordsworth


§

The ice moon is already rising over Merlin’s Hill as I go down to the field at late evening to watch for snipe. There is real cold in the back edge of the wind, which rattles the dead tin-foil leaves left clinging on the river oaks. As I open the gate, my heart performs its usual little leap at the magnificence of the view: the great flatness of the field, its picture-frame od hedgerows,the sloping smoothness of Merlin’s Hill to the left, then right around me the forbidding dam wall of the Black Mountains. There is snow along the top of the mountains, snow as smooth as wedding cake. Stepping into the field is to step on to a vast square stage in wich I am the last person on earth. There is not a house or person or car to be seen. It is the sort of field where, as you step in, you breathe out. The snipe like the wet corner of the meadow, where the old ditch is broken, leaking out its contents, and where sharp sprigs of sedge have taken hegemony. The snipe have come in here late for the two nights past, where the ground is amiable to their dagger beaks and the sedge offers shelter. Frost already spectres the grass on the field. A small flock of brown meadow pipits rise up in front of me, as though hesitantly climbing invisible stairs, chattering as they go. The nondescript meadow pipit is gregarious in winter, and is a true bird of grassland. The bird’s Latin name is Anthus pratensis; pratensis is Latin for “of a meadow”.


§

La luna di ghiaccio sta già alzandosi su Merlin’s Hill mentre scendo al campo in tarda serata per osservare il beccaccino. Fa davvero freddo nel risvolto del vento contrario, che scuote rumorosamente le foglie morte argentate lasciate a ciondolare sulle querce lungo il fiume.  Mentre apro il cancello, il mio cuore ha come al solito un piccolo sussulto alla vista della magnificenza del panorama: la vasta piattezza del campo, la sua cornice di siepi, il dolce declivio di Merlin’s Hill sulla sinistra, poi tutto intorno a me la minacciosa barriera delle Black Mountains. C’è la neve sulle cime delle montagne, neve morbida come una torta nuziale. Camminare nel campo significa inoltrarsi in un vasto palco quadrato nel quale io sono l’ultima persona sulla terra. Non si vede una casa o una persona o un’auto. E’ il genere di campo in cui, mentre cammini, ti manca il fiato. Al beccaccino piace l’angolo umido del campo, dove il vecchio canale si interrompe, facendo fuoriuscire il suo contenuto, e dove affilati ramoscelli di falasco la fanno da padroni. Qui,il beccaccino si è fatto vedere tardi nelle ultime due notti passate, dove il terreno è favorevole al suo becco tagliente e il falasco offre riparo. Il gelo già rende spettrale l’erba del campo. Un piccolo stormo di pispole brune si alza in volo davanti a me, come se esitando scalasse scale invisibili, cinguettando nel mentre. La pispola comune di campo è gregaria in inverno, ed è un vero uccello di prato. Il nome Latino di questo uccello è Anthus pratensis; pratensis in Latino significa “pratense, di prato”.

Traduzione di Federica Galetto
meadowlandcover 
Brano tratto da: “Meadowland: the private life of an English field”, John Lewis – Stempel

mercoledì 4 febbraio 2015

Met Sambiase - Gli oggetti e la cura

art@Dee Nickerson- The letter


 §

Questi testi di Met Sambiase, così struggenti nella loro pacata furia, così amari nello spendore degli occhi che quotidianamente si aprono, si chiudono, si infiammano e piangono lacrime mai scese, hanno fatto centro. 

Quel centro riconosciuto e compreso da chi non ha voce se non quella taciturna dell'apparenza, o dell'appartenenza forse ad un luogo ideale che spazio non trova. 

Nelle dimore chiuse, recinti di cucine e padelle, letti a soqquadro preceduti dal freddo, si muove questa voce a cercare il pieno, l'esaudito, la tenerezza negata, un momento di perfetta accettazione del sè nella lacerazione del dubbio.

Se l'amore esiste allora deve riconoscere i passi scalzi di chi lo percorre stoico, consapevole di un addio annunciato nelle troppe parole. Eppure la forza dilaga qui, tutto procede, niente si ferma.  

"ma i giorni sono sfiniti in questa casa" ammette il Poeta, tutto è stato fatto e si continua a fare ma niente pare salvarsi. Le cose soltanto ripongono in sè i ricordi, e scie d'affetto remote ma mai davvero finite. Lo spurgare i vecchi miracoli non rende meno rassegnati di fronte al muro di una diversità profonda, che coinvolge la totalità dell'essere pensante, abituato ad usare l'intelletto per sopravvivere e le parole per darne conto.

"luogo e tana, non mi dimori più", è sentenza disillusa di un'accettazione irreversibile, proprio là dove:  
"mi obietti - spesso - che sono di troppe parole/dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze"

Un canto di lotta all'indifferenza protratto nel tempo, esteso all'amore, alla coscienza di sè e degli altri, una voce nel dubbio dell'esistenza vera e autentica. Che non può più tacere.

Federica Galetto





Le dimore sono donne in dubbio
e mi obietti – spesso – che sono di troppe parole
dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze,
vagante, un dizionario senza date e senza dati
ma da dove e in quale conta ci allontaniamo
bevendo acqua e odio
osserviamo piano lo spurgarci dei vecchi miracoli
dell’esser stati amati,
osanna nell’alto dei letti messi a soqquadro
divino amore
ormai da lontano, se mai mi sei stato amico o amante
ora è il canto dell’addio che sta arrivando alle spalle.


*

E fai terremoto ogni giorno
nei dubbi, che sono confini di tende e tendine
fra la cucina e i piedi che le corrono dentro
troppo a lungo e in sequenza di disamore
e poco ingombro, se pure tuo sia questo luogo
e tana, non mi dimori più
tutto s’impoverisce di silenzio
nessuno e niente torna al suo centro
mentre si lasciano le padelle su fuoco, sto uscendo scalza
ogni fiato un gradino di corsa
s’incrociano le gambe e il giro inverso della terra
una sola moltiplicazione di te per me ci separa
la riparazione del danno è immaginaria
come ogni lettera d’alfabeto zittita
o suicidata per mancanza d’affetto ricevuta.


*

Gli oggetti hanno la cura dei ricordi
i misteri gaudiosi e gli alfabeti degli affetti,
una traccia ne rimane
nei nostri occhi di carbone
di fosforo, tanto azzurri da rivoltare il fuoco
e la pioggia, in rimpianti a cantilena
mansueti sverniamo
è un’odissea senza fretta
lunghi perimetri di parole e perdoni ci richiamano
in fondo a te sto ad ondate
ed ancora parlo plurale
infiniti segnali meravigliano la mano di gesti
un cerchio tribale, l’istinto dell’abbondanza
si proietta, ma i giorni sono sfiniti in questa casa
estratti nel giardino d’inverno e seppelliti
sotto una costellazione di morte che di notte applaude.


Met Sambiase

Testi Inediti già pubblicati su "L'estroverso", il 2 febbraio 2015
http://www.lestroverso.it/gli-oggetti-e-la-cura/?fb_action_ids=950148604997893&fb_action_types=og.likes&fb_source=feed_opengraph&action_object_map={%22950148604997893%22%3A808737129198210}&action_type_map={%22950148604997893%22%3A%22og.likes%22}&action_ref_map=%5B%5D


lunedì 26 maggio 2014

Le case vanno riaperte


Art@ Hector Caffieri



Le case vanno riaperte e arieggiate di tanto in tanto, vanno guardate da lontano con l'impazienza di arrivare e riaprire l'uscio, trovare ricordi, voci, suoni, profumi che ci appartengono. Ciò che più mi rende felice è il rendermi conto di non essere sola: la mia casa, la mia stanza, è visitata spesso e con affetto da molti, dai tanti che l'hanno visitata nel tempo e che continuano a farlo rendendola viva, tenendo acceso il fuoco. Oggi ho deciso di fermarmi qui, di immergermi nell'atmosfera della mia amata Stanza come in passato. E si sta bene. Ho portato un mazzo di fiori, il fuoco è acceso, le luci splendono, i quadri ammiccano e i libri straripano di parole amate. Non sono più la stessa abitante di allora ma la amo allo stesso modo. E penso che forse, tornerò. Ma non me ne sono mai davvero andata, in fondo.

Nightingale

venerdì 11 gennaio 2013

Taravella e Galetto in un Canto Breve



Foto dal web



Canto breve



il passo affrettato che gira come cardine sciolto
il riflesso trapassa scola nel polso aggrappato al bordo
inceppato di un rosa spietato - ora che mi cammini
sono ad un passo dal viso - in un bacio
che disarma anche l'inchiostro
(A. Taravella)


*

delle brume svanite ai caldi ristagni
dei polsi aggrappati di rosso tradire
le gonne anche alzate o rimosse
per strada
con sogni richiusi i portoni
domestici ricordi apparenti
di giorni trascorsi a non farsi male
le curve appiattite nel petto
respirando miele
(F. Galetto)




Il blog di Antonella Taravella

http://nevertearusapart.wordpress.com/

giovedì 1 novembre 2012

Casa di perduto sonno



Photo Imogen Cunningham






Ho scritto questa poesia dedicandola ai miei nonni: Maria e Federico. Vissero insieme per breve tempo poiché mio nonno, a seguito di un incidente sul lavoro, perse la vita poco più che trentenne, fulminato mentre riparava una centralina elettrica. Mia nonna, donna forte e straordinaria, sarta finissima, crebbe due figli da sola e visse qui, nella casa dove ora io vivo, senza mai più risposarsi. Li ricordo con un affetto immutato e delicato. La sera, quando scendono le ombre, i loro passi mi fanno compagnia e il loro ricordo s’addensa e mi culla.




CASA DI PERDUTO SONNO


In questa casa di perduto sonno,
che la nebbia in fioca luce respira appena,
e le finestre di colli
e le pianure allargate sul Tempo spurio,
i rumori quieti su per le scale di ripida memoria.
La voce degli alberi  s’allena nel vento,
cielo scuro puntellato di stelle,
colmo il soffitto d’intraviste storie
appese a vagolare rimpianti d’estate.
Sulla terrazza una faina s’addorme,
stanca di rincorse ai tetti,
riemerge il fiato stillato nell’aria ferma.

Shhhhhhh…si svegliano i bambini
scarmigliati e inermi,
un abbraccio inghiottito è fantasma,
le gonne imbastite sul tavolo,
i gessi e i fili da punto perfetto
sul comò della sposa.
Vuota la sala prove nel salotto buono,
le ombre delle signore eleganti si rincorrono
e tu china a imbastire orli come scultura
mai scalfita che t’affanni, senza uomo né
vita, a vestire sogni d’altri.

In questa casa di perduto sonno s’accorcia
la distanza e la luce, un lusso che prese
la sua vita e la tua nel giorno più lungo
della giovinezza remota, quando aspettavi
sulla soglia il suo ritorno, l’abito verde acqua
con collo di pizzo  e mio padre a corrergli
sulla strada incontro.
Vi vedo ancora abbracciati nel sole di maggio
dove nulla scopriva il futuro e la vita
sbocciava robusta, fra i boschi e i campi,
quando le cicche spente fra le labbra ornavano
un sorriso a metà, i bambini ridevano allacciati
al collo e nell’aria il profumo di tiglio infieriva
con dolcezza su quell’amore breve.

Nel ripido andare all’indietro vi sento,
sferragliare con pressa il side car rosso,
la bellezza della campagna assolata e gli
occhi fieri di modernità raggiunta.
Sposi diletti, asserviti all’amore, è qui
che vi rivedo, per sempre uniti, nel bisbigliare
ardito d’una passione indenne, al Tempo.


Nightingale

martedì 9 ottobre 2012

LE COSE RACCONTATE - Visioni estemporanee


Non so. Forse le cose raccontate sono vere, o solo sono raccontate affinchè diventino tanto vere da diventare fantasie temibili, incubi da cui mai lasciarsi prendere. Se delle volte mi fermo a pensare alle peggiori ipotesi, allora esse diventano vere, tangibili, e mi sembra in un breve lasso di tempo d'essere diventata quel pensiero, quella indesiderata cosa. Poi, altre volte, credo davvero di non essere influenzabile e mi sento tanto forte da poter eludere orchi e draghi e spade puntate al mio petto. E non mi credo, non mi presto attenzione, mi derido. In fondo la mente si plasma con il pensiero, e se potessi pensare e plasmarmi nella donna perfetta, sarebbe tutto risolto. Ma non mi curo del presente e del vero significato del male, mi accetto per come sono, nel senso che mi amputo gli arti e la lingua per non credere all'evidenza. Mi distraggo a pensare che sono solo falsità della mente quelle sofferenze e imperfezioni e allora le percuoto, le sfiguro, le seziono come facevano i killer nei libri ottocenteschi, nell'ombra dell'orrore e della paura, intenta a trovare una via di fuga senza essere vista, senza essere presa dai gendarmi che mi braccano in lungo e in largo. Le lacrime siedono sempre a guardare le mie imprese; dietro le ciglia, fra la gola e il respiro, esse palpitano e seguono le mie vicissitudini senza mai staccare l'attenzione, senza mai inveire contro me quando sbaglio ed eccedo nel trasformare le idee. Quando mi alzo e cerco di camminare senza ruscirci mi sento in gabbia, catturata, presa e senza possibilità. L'adattamento mi rende nervosa e incomincio a non saper più eludere efficacemente le verità e le cose raccontate. E' un pò come vivere in libertà vigilata, con paletti intorno a limitare i movimenti e le lacrime, stoiche, a far la guardia. Se osservo qualcuno fare ciò che io stessa vorrei fare, è come un ricordo che affiora, e mi sento come quando potevo correre: senza mai averlo raccontato ad anima viva.


Federica Galetto

lunedì 9 luglio 2012

"Dolore" - Patanè legge Galetto

Sebastiano Patanè legge la mia poesia "Dolore".  Un regalo prezioso che vorrei condividere. Grazie Sebastiano, la Poesia è un'emozione grande, una nota salvifica, un racconto silenzioso che canta nei suoi accapo, ma quando la si legge mette le ali e arriva davvero al Cielo.








Dolore,
o mio dolore
non rimanere invano
ritraendoti
rauco
il midollo in testa
la pelle sottile in controluce
ché giacevi
come gatto bulimico
sopraffino detentore
d’erba medica
ghiotta inaffidabile bestia
accucciata senza respiro
o movenza attratta
dall’esile incandescenza spirata
dai molli giunti
sopra le sedie lasciando tracce
della bava e del vento rotto
perché sapendo
urtare quei rami sul selciato
caduti e atterriti d’ansia
divoravi
lettere e parole
merce contraffatta e lacrime
come se mai avessi visto prima
come se mai avessi vissuto
Tu dolore sgrana
dalle orbite insulse di occhi
quel candore esausto e prendi
prendi(mi) dentro le braccia più strette
a gonfiare di perle ai minimi
termini                    (fausses, fausses , sont les perles)
D’illeso convoglio partire
per difender le notti
stese ad asciugare
nei limbi tortuosi del fardello che trascino
Allora dolore, vieni
a spezzare
le inconsistenti armi che sono
i pensieri
triboli rei d’esistere
per me maniaca del vero
in questa notte
come un tormento sfilato ai sogni
(dal cui unico lato s’esce senza tornare)
per dire che siamo tanti
aggrappati
fuori dai finestrini
stracciati dalla furia di te
istrionico  
bugiardo
evirato
mo-los-so
mo
loss(o)
MOLOSSO







Federica Galetto

sabato 23 giugno 2012

Toads and Water lilies - Una Poesia di Vera D'Atri


"Toads and Water lilies" è una poesia di Vera D'Atri tradotta in inglese da me e dalla poetessa americana Leticia Austria. La bellezza del testo originale, la passione per la traduzione, l'unione di tre voci che si sono sentite armoniche e vicine hanno dato l'input a questo lavoro. Questa lettura da me eseguita, vuole essere un omaggio alla poetessa Vera D'Atri e anche a tutti coloro che vorranno avvicinarsi per ascoltare i suoni che la lingua inglese ci restituisce e ci dona verso dopo verso, in un susseguirsi di dolci sussulti ed emozioni palpabili. Un giorno, credo tenterò anche di leggere il testo italiano originale se Vera vorrà, ma per ora vorrei regalarvi quello inglese, in una sfida a tutto tondo per me, madrelingua italiana. Colgo l'occasione per ringraziare ancora Vera D'Atri per avermi dato la possibilità di lavorare al suo testo e godere della sua bellezza anche nella versione inglese traducendo e leggendo, e a Leticia Austria che con grande sensibilità ha reso possibile la realizzazione pienamente riuscita di questo lavoro non semplice. Enjoy.


Federica Galetto













Il testo inglese:


Toads and water-lilies

Toads and water-lilies, barks with no heart.
The cartographer is not interested in all this.
The cartographer marks the limits, traces the coasts,
on his paper he makes everything small.
He gives the whole vision of the Earth, smoothing over the ambiguity
of our perception.
He marks the sea in blue and the earth in green, in brown the mountains,
in white the highest peaks, in pale blue the zigzag of the rivers
and the immutable spots of the lakes, embellishing the deserts with ochre.
Happiness of the Simple man. Readable ranges and perceptible contrasts.
Toads and water-lilies, barks with no heart, do not appear.
The minutia that tears apart, saturates the thoughts,
belongs to the Poet. To the Poet
no limits are given; he is free like a solitude
to capture the invisible and the elsewhere, or to concentrate himself
on the mellow bareness of a  lip, on the melancholic and imperceptible
wrinkle it wears after having smiled.
But I, who am a poet, would have liked being a cartographer
if I had not known you;
I would have resolutely neglected toads and water-lilies, barks with no heart,
just to remain within safe limits,
taking my chances with the true materials
and artificial lines.


Traduzione di Federica Galetto e Leticia Austria







Il testo italiano:


Rospi e ninfee

Rospi e ninfee, cortecce senza cuore.
Al cartografo non interessa tutto questo.
Il cartografo segna i limiti, traccia le coste,
sul suo foglio rimpicciolisce ogni cosa.
Della Terra dà  visione intera placando l’indeterminatezza
del nostro percepire.
Segna il mare in blu e la terra in verde, in marrone le montagne,
in bianco i picchi più alti, in azzurro lo zigzagare dei fiumi
e le macchie immutabili dei laghi, addobbando d’ocra i deserti.
Felicità del semplice. Gamme leggibili e apprezzabili contrapposizioni.
Rospi e ninfee, cortecce senza cuore non appaiono.
La minuzia che dilania e satura i pensieri
appartiene al poeta. Al poeta
non sono dati i limiti; egli è libero come una solitudine
d’afferrare l’invisibile e l’altrove o di concentrare se stesso
sulla nudità  pastosa di un labbro, sulla piega
malinconica e impercettibile che assume dopo aver sorriso.
Ma io, che sono poeta, avrei volentieri fatto il cartografo
se non ti avessi conosciuto,
avrei convintamente trascurato rospi e ninfee, cortecce senza cuore
pur di restare entro limiti sicuri,
tentando la fortuna dei materiali esatti
e delle linee artificiali.


Vera D'Atri






Vera D’Atri è nata a Roma nel marzo del 1948. Vive a Napoli dal 1992. Ha conseguito il diploma di archivista all’archivio di Stato di Napoli. Solo dopo il 1997 si interessa di scrittura e ottiene una menzione di merito al premio Lorenzo Montano diciassettesima edizione con la raccolta Abitare Sparta, cui fanno seguito una piccola silloge poetica delle Edizioni della Biblioteca a cura di Giovanni Pugliese “Il museo di vaniglia” e nel 2009 la pubblicazione della silloge “Una data segnata per partire” edita dalla Kolibris di Bologna. All’attivo anche alcuni racconti pubblicati in antologie e un romanzo “ Buona bella brava” edito dalla Robin Edizioni nel 2010 e recensito da Enzo Rega su l’Indice dei libri. Suoi testi poetici compaiono in inserti culturali e numerosi blog. E’ presente inoltre nell’antologia “La giusta collera” edita da CFR ed è tra i vincitori dei concorso “La vita in prosa 2011” con un racconto edito nell’antologia curata da Ivano Mugnaini e del concorso “ Scrivere a corte ” sempre del 2011.


Leticia Austria è una poetessa statunitense che vive e lavora in Texas. Studiosa e appassionata di lingua e letteratura italiana. Scrive sul blog  http://spectrumofperspectives.blogspot.it/


lunedì 9 gennaio 2012

“By the Banks of the Ajoy, Jaideb Vanishes into the Blue” by Subhankar Das






The last poetry collection by Subhankar Das, “By the Banks of the Ajoy, Jaideb Vanishes into the Blue”, is a true jump into a world of images and stunning views of ordinary life. Edited by Virgogray Press, the book is printed bilingual, in English and Bangla. The title poem of the book alludes to authors Henry Miller and Henry Denanant while mingling with echoes of Bangla lore of the mythical poet Jaideb who lived by the river Ajoy. The poet's poetic language and voice -- a mix of traditions -- with the peculiar match of bilinguism, give the reader an enlightened view on the puzzle of existence, as well as the surreal effect of transforming every verse into a necessary path which leads to the Truth. Natural elements are the stones on which the poet inscribes his visions, by drawing a straight line that separates appearances from substance. Voices from the past, memories, and the blues often populate the lengthy free verse, telling us short stories of love and melancholy, while a disenchanted eye of resignation keeps looking forward toward success. Subhankar Das' poetic world is strictly cynical, apparently hopeless; beauty is a mere misunderstanding, a conflict turned into slapstick comedy. Pervading the whole book is a pessimistic vein in which life and death alternate between despair and nothingness, causing a loss of trust in love, which could be the only anchor. The long prose poem that is the collection's title piece can be considered to be the manifestation of the author's exploration of life's mysteries, black holes, and unsolved responses, his search for a way to human nature and nature's signs. A powerful visionary grasps at a gleam of hope. Without doubt, this is a worthwhile and inspiring read.

Federica Galetto




That pretty fish in my aquarium who loved me so dearly is gone
today. Why do they all go? Where do they go? There is a staying
in every going away. All the rocks are but mad. They have lost
their stoniness in these magical lights, unknowingly, that’s why
instead of the heart there plays a light. She’s not here but I see
her sitting on a chair every day with her tresses flowing,
thinking unmindful.

(from the poem By the Banks of Ajoy, Jaideb Vanishes into the Blue)





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