Photobucket

Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post

martedì 9 ottobre 2012

LE COSE RACCONTATE - Visioni estemporanee


Non so. Forse le cose raccontate sono vere, o solo sono raccontate affinchè diventino tanto vere da diventare fantasie temibili, incubi da cui mai lasciarsi prendere. Se delle volte mi fermo a pensare alle peggiori ipotesi, allora esse diventano vere, tangibili, e mi sembra in un breve lasso di tempo d'essere diventata quel pensiero, quella indesiderata cosa. Poi, altre volte, credo davvero di non essere influenzabile e mi sento tanto forte da poter eludere orchi e draghi e spade puntate al mio petto. E non mi credo, non mi presto attenzione, mi derido. In fondo la mente si plasma con il pensiero, e se potessi pensare e plasmarmi nella donna perfetta, sarebbe tutto risolto. Ma non mi curo del presente e del vero significato del male, mi accetto per come sono, nel senso che mi amputo gli arti e la lingua per non credere all'evidenza. Mi distraggo a pensare che sono solo falsità della mente quelle sofferenze e imperfezioni e allora le percuoto, le sfiguro, le seziono come facevano i killer nei libri ottocenteschi, nell'ombra dell'orrore e della paura, intenta a trovare una via di fuga senza essere vista, senza essere presa dai gendarmi che mi braccano in lungo e in largo. Le lacrime siedono sempre a guardare le mie imprese; dietro le ciglia, fra la gola e il respiro, esse palpitano e seguono le mie vicissitudini senza mai staccare l'attenzione, senza mai inveire contro me quando sbaglio ed eccedo nel trasformare le idee. Quando mi alzo e cerco di camminare senza ruscirci mi sento in gabbia, catturata, presa e senza possibilità. L'adattamento mi rende nervosa e incomincio a non saper più eludere efficacemente le verità e le cose raccontate. E' un pò come vivere in libertà vigilata, con paletti intorno a limitare i movimenti e le lacrime, stoiche, a far la guardia. Se osservo qualcuno fare ciò che io stessa vorrei fare, è come un ricordo che affiora, e mi sento come quando potevo correre: senza mai averlo raccontato ad anima viva.


Federica Galetto

sabato 2 luglio 2011

giovedì 3 marzo 2011

DATE A GIRL WHO READS - DAI UN APPUNTAMENTO AD UNA RAGAZZA CHE LEGGE







La lettrice - The reader
Digital Collage di Federica Nightingale




“Date a girl who reads. Date a girl who spends her money on books instead of clothes. She has problems with closet space because she has too many books. Date a girl who has a list of books she wants to read, who has had a library card since she was twelve.



Find a girl who reads. You’ll know that she does because she will always have an unread book in her bag.She’s the one lovingly looking over the shelves in the bookstore, the one who quietly cries out when she finds the book she wants. You see the weird chick sniffing the pages of an old book in a second hand book shop? That’s the reader. They can never resist smelling the pages, especially when they are yellow.



She’s the girl reading while waiting in that coffee shop down the street. If you take a peek at her mug, the non-dairy creamer is floating on top because she’s kind of engrossed already. Lost in a world of the author’s making. Sit down. She might give you a glare, as most girls who read do not like to be interrupted. Ask her if she likes the book.



Buy her another cup of coffee.



Let her know what you really think of Murakami. See if she got through the first chapter of Fellowship. Understand that if she says she understood James Joyce’s Ulysses she’s just saying that to sound intelligent. Ask her if she loves Alice or she would like to be Alice.



It’s easy to date a girl who reads. Give her books for her birthday, for Christmas and for anniversaries. Give her the gift of words, in poetry, in song. Give her Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Let her know that you understand that words are love. Understand that she knows the difference between books and reality but by god, she’s going to try to make her life a little like her favorite book. It will never be your fault if she does.



She has to give it a shot somehow.



Lie to her. If she understands syntax, she will understand your need to lie. Behind words are other things: motivation, value, nuance, dialogue. It will not be the end of the world.



Fail her. Because a girl who reads knows that failure always leads up to the climax. Because girls who understand that all things will come to end. That you can always write a sequel. That you can begin again and again and still be the hero. That life is meant to have a villain or two.



Why be frightened of everything that you are not? Girls who read understand that people, like characters, develop. Except in the Twilightseries.



If you find a girl who reads, keep her close. When you find her up at 2 AM clutching a book to her chest and weeping, make her a cup of tea and hold her. You may lose her for a couple of hours but she will always come back to you. She’ll talk as if the characters in the book are real, because for a while, they always are.



You will propose on a hot air balloon. Or during a rock concert. Or very casually next time she’s sick. Over Skype.



You will smile so hard you will wonder why your heart hasn’t burst and bled out all over your chest yet. You will write the story of your lives, have kids with strange names and even stranger tastes. She will introduce your children to the Cat in the Hat and Aslan, maybe in the same day. You will walk the winters of your old age together and she will recite Keats under her breath while you shake the snow off your boots.



Date a girl who reads because you deserve it. You deserve a girl who can give you the most colorful life imaginable. If you can only give her monotony, and stale hours and half-baked proposals, then you’re better off alone. If you want the world and the worlds beyond it, date a girl who reads.



Or better yet, date a girl who writes.” —





Rosemarie Urquico




Dai un appuntamento ad una ragazza che legge


“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive".


Rosemarie Urquico

Traduzione di Federica Galetto

sabato 15 gennaio 2011

LA VITA IN PROSA - CONCORSO DI INEDITI IN PROSA










LA VITA IN PROSA

Concorso Nazionale di Narrativa

Seconda edizione, 2011

- scadenza 31 marzo 2011 -

NORME DI PARTECIPAZIONE
Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa).

Periodicamente alcuni dei testi migliori pervenuti potranno inoltre essere inseriti, indipendemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, www.ivanomugnaini.splinder.com. Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo. Sono stati pubblicati, tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Biagio Cepollaro, Maura Del Serra, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Anna Maria Ferramosca, Mauro Ferrari, Luigi Fontanella, Alessandra Paganardi, Alessandro Polcri, Maria Pia Quintavalla, Massimo Scrignoli, Valeria Serofilli, Antonio Spagnuolo, Paolo Valesio, Viola Amarelli, e molti altri. Per una visione completa degli autori pubblicati, tutti degni di una menzione che per ragioni di spazio non è possibile proporre qui, si consiglia di visionare direttamente il sito www.ivanomugnaini.splinder.com.

La Giuria del Concorso è composta da IVANO MUGNAINI (scrittore, direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), MAURO FERRARI (poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), VALERIA SEROFILLI (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), ADRIAN BRAVI (scrittore), ALESSANDRA PAGANARDI (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), ROBERTA LEPRI (scrittrice) e DANIELA RAIMONDI (poeta e scrittrice), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporrà infine a puntoacapo Editrice una rosa di Finalisti, tra cui tre Vincitori.

I lavori Vincitori saranno pubblicati da puntoacapo Editrice, www.puntoacapo-editrice.com. Al volume contenente i loro racconti sarà dato ampio rilievo e godrà di una valida promozione grazie alla mailing-list dell’Editrice e a tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.
Agli Autori che hanno inviato al Concorso La Vita in Prosa testi ritenuti interessanti potrà essere proposta la presentazione critica dei lavori con cui hanno partecipato, o di altri, anche già editi, presso lo storico Caffè letterario dell’Ussero di Pisa, o presso la Villa di Corliano, a San Giuliano Terme (PI), nell’ambito degli eventi letterari promossi dall’Associazione “Ussero Cultura”, appuntamenti che hanno visto avvicendarsi nei mesi scorsi alcune delle voci più significative della prosa e della poesia contemporanea. Al di là dell’esito finale del Concorso, inoltre, la Giuria si riserva di segnalare a puntoacapo Editrice un numero limitato di lavori ritenuti meritevoli. Agli Autori di questi lavori potrà inoltre essere proposto l’inserimento nel primo volume di “DEDALUS: Quaderno di Narrativa Contemporanea”, vero e proprio “Annuario” della narrativa italiana.



MODALITA’ DI INVIO:
Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo 2011. I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra le due e le dieci cartelle per ciascun testo, tramite file in formato Word allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivmugnaini@libero.it , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa”.

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file. Dovrà essere anche allegata una dichiarazione secondo cui: “I testi sono inediti e di creazione personale dell’Autore, che autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.

È gradito l’invio di un contributo spese in misura libera da inviarsi preferibilmente tramite assegno non trasferibile da accludere al plico con i testi e le dichiarazioni, intestato a: Ivano Mugnaini, oppure con vaglia postale indirizzato a Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia – 55040 Corsanico (LU), indicando come causale: “Concorso La Vita in Prosa”. E’ possibile anche l’invio tramite contante con lettera (preferibilmente assicurata, o raccomandata) indirizzata al medesimo indirizzo riportato qui sopra.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Il corretto ricevimento del messaggio e dei file, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.
Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di Puntoacapo Editrice.

Per eventuali richieste di maggiori informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: ivmugnaini@libero.it.

giovedì 30 dicembre 2010

ERA LA FINE DI DICEMBRE







Era la fine di dicembre,la fine dell'anno che si preparava ad andarsene.
Non era poi così silente il suo andar via,si udivano infatti centinaia di voci sui gradini della scala che portava al piano di sopra; e dicevano che era ancora aperta una ferita o che le mani che non si toccavano più ancora non si riallacciavano.
Poi, l'acqua era fredda sulla stufa economica,la legna ancora mancava. Piangeva una donna,un bambino,le tende erano stinte e vecchie, i tappeti battuti da troppi battipanni languivano. Fra un cicaleccio e un ghermire di gioia non si spannavano i vetri, neanche per un minuto. Ma il sobbollire lento di un minestrone avvolgeva le mura,contente di respirare il cibo ghiotto di un pasto volatile come il fiato. Dai letti sortiva una colonna di pieghe morbide,così strette da non far passare il gelo. Non c'erano cose certe nè incerte in quel momento,tutto era sospeso in una incognita brillante prima, opaca poi. Il fuoco,trovato dopo aver rivoltato i resti sbriciolati in un angolo del ripostiglio, gongolava a più non posso e le densità amare di domani,ieri,oggi s'aggrovigliavano ai ritorni d'eco d'una speranza. Chè quella danzava sul portico e nel corridoio, e non si fermava mai, accorrendo per non perdersi fra le minuzie indesiderate, le piccole infastidite rogne domestiche. Il denaro era partito per tornare non si sa quando, e c'era un amante smarrito fuori alla porta che non si decideva a bussare. Mescolando la minestra pensavo che forse avrei potuto arrivare fino a primavera senza scorticarmi troppo le dita nel tentare di arrampicarmi ai sogni, e pensavo anche che le solite amarezze sarei riuscita ad annegarle nel brodo di carota e patate.In fondo erano povere cose ma fumanti,calde,ristoratrici. L'arte mi chiamava da dietro l'insonnolito giorno a finire.Il 31 dicembre era una data infame, non portava che gerle di pensieri e voci lamentose;eppure credevo davvero in quel pozzo d'insoluto e aspettavo il 1 gennaio con l'ansia d'un fanciullo. Ridevo fra me e me, che arrivasse l'anno nuovo, ne avrei fatto strati di coperte per stare bene, anche con cori e voci a gridare scontento. Avevo un piccolo dono nel grembo, un diamante che era la vita, all'ombra del solito dissacrante ghigno d'incerto,un futile slancio nel futuro che avrei vissuto senza gloria e senza lode, innamorata del solo istante.Uno solo.


Federica Galetto

sabato 23 ottobre 2010

Da "Gli Anni" di Virginia Woolf





Digital Collage di Federica Nightingale ©


It was an uncertain spring. The weather, perpetually changing, sent clouds of blue and of purple flying over the land. In the country farmers, looking at the fields, were apprehensive; in London umbrellas were opened and then shut by people looking up at the sky. But in April such weather was to be expected. Thousands ...of shop assistants made that remark, as they handed neat parcels to ladies in flounced dresses standing on the other side of the counter at Whiteley's and the Army and Navy Stores.
The years - First pages, Virginia Woolf



Era una primavera incerta. Il tempo, in perpetuo mutamento, disponeva nubi blu e porpora a volare sulla terra. Nelle campagne, i contadini guardando i campi apparivano apprensivi; a Londra venivano aperti e poi richiusi gli ombrelli nel guardare al cielo. Ma in Aprile un tempo simile c'era da aspettarselo. Centinaia di commessi nei negozi affermavano ciò rimarcandolo, mentre portavano pacchi ben fatti a signore in abiti a balze, in piedi sull'altro lato del bancone di Whiteley's e Army and Navy Stores. Gli anni - V. Woolf (Trad. Federica Galetto)

domenica 13 giugno 2010

POETARUM SILVA - ANTOLOGIA DI PROSA E POESIA


POETARUM SILVA
ANTOLOGIA DI PROSA E POESIA a cura di ENZO CAMPI
A.A.V.V. ed. Samiszdat
Testi di
Alessandro Assiri, Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia, Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri, Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.
Post di presentazione su "La dimora del tempo sospeso"qui:
Per acquistare il libro online basta cliccare sul seguente link:
http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

domenica 6 dicembre 2009

VIAGGIO INDOTTO - LE NOTE DENTRO IL FONDO







Talvolta le cose accadono perchè ci sono indotte, perchè dovremmo farle da soli e non le facciamo,spauriti e senza coraggio le evitiamo;ma un bel giorno si ripresentano già fatte,impacchettate con nastri e carta dorata a lenire un vuoto che appare meno profondo di ciò che abbiamo perso. Da lì ci si incammina verso nuove esperienze e nuovi tratti da percorrere. Quando si aprono gli occhi, la mattina, si vorrebbero richiudere per non vedere le nuove forme della nostra esistenza, si pensa ad essere ancora come ieri sperando non sia vero che l'anima è volata altrove. L'altrove racchiude un vasto massiccio d'ombra da valicare, le ore dentro alla gola non si spengono mai e si sente freddo alle ossa. Mutazioni si avvicendano nel vortice che ci strema. Si prosegue fino a rendersi invisibili, ci si assottiglia lungo le pareti e strisciando ci si allontana da noi,dal vento che ha cambiato rotta e spinge contro. Una volta,due,tre,quattro....poi tutto improvvisamente si placa e il cuore fa male e si sente un brusco assestarsi del sè. Trasformarsi per diventare esseri consapevoli non è un facile viaggio e non è tortura fine a sè stessa, al fondo di strade conosciute esistono diramazioni che portano ad ampi viali alberati schermati da avvallamenti erbosi e boschi di ginestrone,con quelle infiorescenze giallo limone e spine aguzze come coltelli. C'è da camminare e farsi spazio, fra i rovi e gli spaccati d'orizzonte. Scelte fatte ci conducono dove vogliamo giungere, ma senza fretta indicano la strada; speranza dice che vuole vedere il sole e l'occhio perde la sua nuvola, fra rami alti volano i sogni, impigliati si raddrizzano e rompono le linee dell'immobilità. Certo si giunge all'altrove, con i capelli lunghi e le mani a tagli. Il futuro sfugge, resta la perseveranza dei gesti ad innalzare il cuore verso il cielo.



Federica Nightingale

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

lunedì 19 ottobre 2009

JEAN MARIE GUSTAVE LE CLEZIO

Zinaida Serebryakova







L'INEDITO DI Le Clézio PUBBLICATO NEL 2004 SUL CORRIERE DELLA SERA

Sogni e paure di un bambino in guerra.
Un'autobiografia «fantastica» dove vince l'amore per la madre.
Il testo «Nascere in una guerra» qui pubblicato è stato scritto da Le Clézio per il Festival internazionale Letterature di Roma del 2004.

***


Sono nato sorridente. Me l'hanno rimproverato spesso, come se io c'entrassi qualcosa. Chi è nato in un'isola ha spesso quel sorriso fisso che irrita gli abitanti delle città. Loro vi leggono chissà quale segreto, un'ipocrisia, o il segno di un animo debole, se non proprio di sempliciotto. Quando si nasce da una madre che proviene da un'isola, si sa d'istinto che un giorno bisognerà tirarsene fuori, affrontare gli altri. Si sa anche, giacché tutti si adoprano per farvelo sapere, che l'universo non si riduce a quel perimetro, che non è piccolo, non è buono, e che, attorno a voi, la gente non ha bisogno di voi. Ecco perché le persone che sono cresciute in quella cerchia ristretta, legate a un'isola natale, si costruiscono quanto prima quel falso sorriso che serve loro da corazza. Quando sono uscito dal mio isolamento, dopo quell'orrenda guerra, avevo quel sorriso fisso. I compagni di scuola m'interpellavano: «Perché sorridi sempre?». Altri aggiungevano, come se fosse una spiegazione: «Non sarai un po' negro, te?».Io non sapevo cosa rispondere. Non sapevo com'ero. Non conoscevo mio padre. Immaginavo che dovesse essere come me, la pelle scura, le labbra carnose, e quel sorriso immobile che non significava niente. In seguito, ho imparato a difendermi. Dicevo: «Non è un sorriso, è un ghigno». Il solo momento in cui il mio sorriso si cancellava era quando un aereo passava bassissimo nel cielo, e il rombo del suo motore mi straziava le orecchie. C'era la guerra. Non c'erano uomini in casa, salvo mio prozio Monsieur Lucien, ma non ero sicuro che fosse davvero un uomo. Era altissimo e magro, con una voce sottile. Gli volevo molto bene. Mia nonna era bassa e robusta, con una crocchia di capelli neri e occhi grigi grigi. Era lei che decideva tutto, che comandava in tutto e per tutto. Mia madre era bellissima. Mi ricordo di lei a quel tempo, era alta, magra, con capelli nerissimi, una pelle color pan pepato (qualcuno glielo aveva detto, un giorno), occhi a loro volta neri, frange di ciglia fitte. D'estate, passava il tempo in costume da bagno, al sole, nell'erba del giardinetto dietro casa. Lo faceva all'inizio, poi sono arrivati i nemici e mia nonna le ha proibito di stare fuori.La pelle delle sue gambe, sulle tibie, era scura e lucente, mi piaceva passarci sopra la punta delle dita, era liscia e calda come un sasso levigato dal mare. C'era la guerra. Non c'era niente da mangiare. Non c'erano soldi. Le notizie dovevano essere angoscianti. Eppure, mi ricordo di mia madre come di una persona allegra e spensierata. Le piaceva canticchiare canzoni creole, suonare la chitarra. Le piaceva anche leggere, poteva rimanere per ore sprofondata in un libro come La nascita di Jalna. Grazie a lei, è rimasta in me la convinzione che, quale che sia la difficoltà del momento, la realtà rimane un segreto, e che soltanto sognando si è più vicini al mondo. Mia nonna era diversissima. Era una donna del nord, della zona di Arras o di Compiegne, di una lunga stirpe di contadini duri e autoritari. Si chiamava Germaine. Credo di aver capito prestissimo quanto ci fosse di volitivo, di gretto e di caparbio in quel nome. Ce l'aveva a morte con i nemici che avevano invaso la Francia. Non ne pronunciava mai il nome. Aveva perso il marito durante la Grande Guerra. Aveva allevato il figlio unico, e il fratello minore dopo l'incidente. Tutto questo l'ho capito soltanto molto tempo dopo.Anche di mio padre, non ho saputo niente. Era partito, un giorno, e non era più tornato. Ma in pratica non avevo alcun ricordo di lui. Un'ombra, forse, una sagoma sfuggente. Di mio nonno paterno rimanevano soltanto poche fotografie incorniciate nella stanza della nonna. Anche una Bibbia, e dei libri di Emanuel Swedenborg su cui ho imparato a leggere. Mia madre aveva un nome dolcissimo. Un nome d'isola e di fiume, che si addiceva al suo sorriso, al colore della sua pelle e alle musiche della sua chitarra. Si chiamava Rosalba. La guerra è quando si ha fame e freddo. Non fa sempre più freddo quando si è in una guerra? Nonna Germaine diceva che le due guerre da lei conosciute, la «Grande» e poi l'altra, la «porcheria», quella scoppiata quando io avevo un anno, erano state entrambe caratterizzate da estati torride, seguite da inverni terribili. Raccontava, ricordo, che nell'estate del '14 le allodole nei campi avevano cantato: «'st'està, 'st'està!». E che due giorni dopo i muri erano tappezzati di manifesti della mobilitazione. Germaine non aveva detto che gli uccelli avevano cantato durante l'estate del '39. Aveva però detto che suo figlio era partito sotto una pioggia torrenziale. Aveva baciato la moglie, mi aveva preso in braccio, e se n'era andato senza voltarsi. In montagna, faceva freddo a partire da ottobre. Ogni sera pioveva.Le strade erano ridotte a torrenti che facevano una musica triste. C'erano molti corvi appollaiati nei campi, tenevano le loro riunioni, e i loro gridi striduli riempivano il vuoto del cielo. Noi abitavamo al primo piano di una vecchia casa di sasso, all'uscita del paese, verso l'alto. A pianterreno, c'era uno stanzone vuoto che in passato era stato un negozio di generi alimentari e rivendita di patate. Le finestre del negozio erano state murate. Erano gli ordini dei nemici. Temevano gli attentati. Lo stanzone fungeva ancora da magazzino. Un pomeriggio, la proprietaria, la signora Carrignon, aveva aperto la porta e io avevo scorto il negozio in penombra, gli scaffali vuoti, le damigiane unite da ragnatele, e sul pavimento, reso fantasmagorico dalla luce grigia, cenci e sacchi vuoti, simili a cadaveri. «Cosa ci fai qui? Via, sciò!». La signora Carrignon era comparsa sulla soglia, con indosso il grembiule color dei vecchi sacchi di patate, con ragnatele intessute ai capelli. Era pallida, aveva un solo dente che posava sul labbro inferiore. Faceva paura a tutti i bambini del paese. La guerra era soprattutto l'odore, un odore che non posso dimenticare. Un misto di muffa, di fumo, un odore di castagna e di cavolo, qualcosa di freddo, d'inquietante.La vita passa, si cambia, si dimentica. Ma l'odore della guerra resta, a volte torna senza che ce lo aspettiamo. Con quello tornano i ricordi, la lunghezza, la lunghezza di quel tempo, quando sembra che le giornate, i mesi, gli anni siano senza fine. Che il nemico rimarrà sempre, non se ne andrà mai, che occuperà il suolo e le strade del paese sino alla fine del mondo. La mancanza di soldi. Come se ne accorge, un bambino di quattro anni? Che nonna Germaine ne parlasse talora con mia madre, la sera, dopo la zuppa di rape, mentre io sonnecchiavo coi gomiti sul tavolo guardando i disegni sulla tela cerata che si muovevano? «Come si fa con il latte, il pane, le verdure? Costa tutto così caro!». Non sono i soldi che mancano, sono i modi di passare il tempo. I modi di non pensare più al tempo, di non avere paura del giorno che finisce, della notte, del giorno che sta per nascere. Quella paura che si mescola all'odore del paese, al freddo della valle incassata dall'inverno, all'ombra del picco delle Abeilles che avanza come un'ala. Il picco è lo sperone roccioso che domina la valle, che minaccia il paese. La nostra casa è sul bordo della strada che va verso l'alta montagna, nel punto in cui la valle si restringe forzando l'acqua del fiume verso la chiusa.Ma a me piace il fiume, il suo rumore, il suo odore. Non è come l'odore di cantina che sale dalle tavole dello stanzone dove i cenci sono spoglie dimenticate. Il fiume fa una musica quasi dolce, mi fa lo stesso effetto della voce di mia madre Rosalba quanto canta accompagnandosi con la chitarra, o quando mi legge qualcosa, la sera, nel suo letto, io e lei avvolti stretti nelle coperte per scaldarci. O la voce della pioggia che deve cadere ogni sera mentre dormo, quando l'ombra del pizzo delle Abeilles avanza come un'ala di corvo. La stanza in cui vivere era la cucina. Le tre camere erano nere e fredde. Davano su una ripa sassosa dove l'acqua scorreva in continuazione. La cucina si apriva sulla strada, con due finestre e un balcone dove la nonna teneva le provviste al fresco. La sera, nonna Germaine metteva la carta blu alle finestre per via del coprifuoco. Io passavo la maggior parte del tempo in cucina. Lì c'era sole anche in pieno inverno. Durante il giorno non c'era bisogno di tende perché non avevamo dirimpettai. La via che passava sotto le finestre di cucina era la strada per i monti. Non ci passava molta gente. La mattina, verso le sette, la corriera asmatica a gasogeno che portava ai paesini di alta montagna faceva un rumore smorzato. Quando la sentivo arrivare, mi precipitavo a vedere l'enorme insetto metallico senza muso e senza cofano, il tetto coperto di carabattole avvolte nella tela e legate.La fermata del bus era un po' più in giù, sulla piazza. Stando al balcone, potevo scorgere, al di là dei prati a ridosso del fiume, i tetti del paese nuovo con il campanile quadrato e l'orologio con i numeri romani. Non sono mai riuscito a leggere l'ora, credo che l'orologio si fosse rotto all'inizio della guerra. Mi pare che segnasse sempre mezzogiorno. La cucina, in primavera, si riempiva di mosche. Nonna Germaine diceva che erano stati i nemici a portarle. «Prima della guerra non ce n'erano così tante». Mio zio Monsieur Lucien la prendeva in giro. «Come fai a saperlo? Le hai contate?». Lei non demordeva. «Già nel '14 si sono viste arrivare a Compiegne, dovresti ricordarlo. Nuvole di mosche. Si diceva che ne avevano portate a panieri e le lanciavano su di noi per demoralizzarci». Per lottare contro di loro, nonna Germaine appendeva strisce di carta gommata alla lampadina. Data la penuria, usava sempre la stessa striscia, che puliva ogni sera. Così facendo, però, toglieva lo strato di colla e dopo poco, più che da trappola, la striscia serviva da posatoio per le mosche. Quanto a Monsieur Lucien, lui usava un metodo più radicale. Armato di una paletta rabberciata cento volte, ogni mattina partiva in caccia. Diceva che non si sognava nemmeno di fare colazione se prima non aveva ammazzato il suo centinaio di mosche. Era così che avevo imparato a contare [...].

Jean-Marie Gustave Le Clézio (traduzione di Francesco Bruno)
Dal «Corriere della Sera» del 27 maggio 2004

lunedì 28 settembre 2009

ANDREA GUIDI

M.C. Escher











IL CONFESSIONALE



Due poliziotti comparvero dal fondo della via. Ancora abbastanza lontani. Il cellulare che aveva visto cadere dalla mano della donna. Ecco. Ora capiva. L’aveva sgozzata con un taglio violento e preciso. Sembrava impossibile che da quella gola fossero potuti uscire suoni d’aiuto.

Ma, evidentemente, lei era riuscita a inoltrare una chiamata, e qualcuno aveva sentito qualcosa. Appena in tempo lui si era deciso infine ad andarsene, senza togliersi i guanti e senza dimenticare la sua arma; solo un attimo prima, aveva avuto la tentazione di rimanere ancora un po’ ad ammirare l’eleganza del ginocchio sollevato, delle dita affilate disposte ad arco, delle pieghe della tunica.
Scappò via, svoltando in una traversa. La strada era molto lunga e c’era poca gente. Subito a destra c’era una chiesa. L’uomo vi entrò, senza correre, camminando rapidamente e dando un’occhiata all’angolo da cui era sbucato. All’interno c’era qualche persona anziana che stava pregando; nessuno parve notarlo. Pensò che i poliziotti sarebbero potuti entrare in chiesa. Decise di nascondersi da qualche parte. Nella navata sinistra intravide che la porticina di un confessionale era socchiusa. Senza frenesia vi si avvicinò, la aprì e si sistemò all’interno del cubicolo, sedendosi su uno sgabello girevole tondo. Si chiuse dentro. Sia a destra che a sinistra c’era, alla parete in legno, una grata quadrangolare di metallo, di maglia così fitta che sarebbe stato impossibile riconoscere un volto accostato dall’altro lato. Ecco come fanno i preti quando confessano, pensò. Si girano di qua e di là… Sembra una cabina per le fototessera… Un prete, sì, che sa stare all’ombra…
Improvvisamente, qualcosa crollò pesantemente sul gradino esterno, accanto alla grata destra, facendo scuotere e scricchiolare tutta la celletta.
-Padre...
Qualcuno si era inginocchiato. Voleva forse confessarsi. E se fosse stato un poliziotto? Non si erano sentiti passi frettolosi o trambusti particolari. Che situazione. Ma la cosa più importante era prendere tempo, dire qualcosa, per evitare in tutti i casi che venisse aperta la porticina.
-Padre. Padre… C’è qualcuno?
-S… Sì?
-Oh, Padre, è la prima volta che entro in questa chiesa. Ho esitato a lungo, prima di venire qui. Volevo confessarmi con un prete sconosciuto… Ho tanta vergogna… E forse anche questo è un peccato.
La voce, a tratti sussurrata, era bassa e un po’ tremante, ma pareva appartenere ad un uomo ancora giovane. Chissà se i preti danno del lei o del tu, quando confessano.
- La vergogna… La vergogna non sempre è un peccato.
- Padre, Padre, ho bisogno del suo aiuto.
- Che succede, dunque? Mi dica.
- Padre, credo di essere un assassino.
- Un assassino? Cerchi… Cerchi di fare un po’ d’ordine… Mi spieghi bene…
- Padre, Padre…
- Si calmi. Non alzi la voce. Questo è… un luogo di raccoglimento, di preghiera. Lei deve… deve soprattutto aprire il suo cuore.
- Oh, sì, Padre, è proprio così. Io non appartengo a questa parrocchia… La mia, la mia parrocchia, comunque, non è che la frequenti molto… Ma il fatto è che sono un vigliacco, che non riesco più a guardare in faccia le persone; e il prete che conosco io… è come se fosse un amico, ma, appunto, io non riesco a confidarmi con nessuno…
- Su, su, si calmi, ora, e cerchiamo di… di porci le domande giuste. Chi viene a confessarsi, ha qualche peso sulla coscienza. È il suo caso?
- Oh, Padre, in realtà è proprio quello che vorrei sapere. Vede, come le ho detto prima, io penso di essere un assassino; per l’esattezza, mi sento un assassino. Ogni giorno, ogni giorno, penso di uccidere. Io non ho mai commesso davvero un delitto, ma sento che potrei farlo durante molti momenti… Le prime volte, circa un anno fa…
- Mi scusi, quanti anni ha lei?
- Ne ho quarantacinque. Le dicevo, all’inizio è capitato con mia moglie. Sono anni che tra noi le cose non vanno più tanto bene, ed io… io ho desiderato spesso la sua morte. Ma era un pensiero così, un… un istinto, ecco. Poi, con il tempo, mi sono ritrovato ad immaginare spesso i modi con cui avrei potuto ucciderla, anche i più tremendi, i più macabri. E questi pensieri, a furia di corrermi dentro, mi hanno turbato così tanto, che ho cercato di scacciarli, ma… niente! Ritornano sempre, ed ora non si tratta più solo di mia moglie, ma anche dei miei suoceri, anche di alcuni parenti… fastidiosi, ed anche… anche dei miei figli, adesso. Sono sempre lì, che mi ritrovo ad organizzare mentalmente l’omicidio, a prepararlo. Ciò che ritengo grave, e che… che mi spaventa, è il fatto che non voglia più allontanare dalla mia mente tutte queste idee; e poi, non si tratta più di pensieri, ma di desideri. Di forti desideri.
- Mm. Lei, quindi, si sente come se l’avesse compiuto davvero, un omicidio.
- Sì, Padre, è proprio così… Non so più come fare. E non so se il perdono di Dio, in questi casi…
- Senta… Gli uomini sono tutti assassini. Tutti noi abbiamo messo in croce Nostro Signore. Tutti noi abbiamo la colpa dentro, fin nelle viscere. Certo, se sale così… così alla coscienza, interviene come un peccato attivo. Un grave peccato. Anche perché esiste la possibilità concreta di commetterlo, un delitto… un delitto reale.
- Oddio, Padre, cosa devo fare?
- Eh. Deve dirlo. Deve comunicare a tutti che lei ha ucciso. Perché è chiaro che è effettivamente come se lo avesse fatto sul serio.
-Ma… Ma se il delitto non l’ho commesso…?
- Delitti ne avvengono ogni giorno, e tante sono le volte che non si scoprono i colpevoli. Però, lei rifletta: chi sono veramente i colpevoli? I colpevoli sono tutti gli uomini. Ed è senz’altro colpevole chi non fa che pensare alla morte altrui, chi non fa che coltivare la terribile convinzione che un motivo umano abbia potuto giustificare la crocifissione di Nostro Signore; perché è qui che stiamo arrivando. L’idea di arrecare la morte a qualcuno nasce dal peccato originale, che è la nostra imperfezione, e che ci ha portato a farci calcolare i vantaggi della… eliminazione di un’altra persona; così noi, prima di considerare il giusto e lo sbagliato, calcoliamo, prepariamo il nostro utile, ciò che ci torna comodo, e questo senza tener troppo conto della vita degli altri, perché, si sa, se Dio ha permesso che l’uomo potesse far morire suo figlio, se ciò oltretutto è avvenuto perché Nostro Signore Gesù Cristo si è sacrificato per tutti noi, allora ognuno di noi, già portato al male da Adamo ed Eva, potendo concepire anche il delitto del figlio di Dio, si sente di ammettere certo un delitto qualsiasi, cioè qualsiasi delitto. Lei ha parlato di perdono divino, ma qui, per espiare veramente una tale colpa, la colpa… terribile di coltivare assiduamente il male nella propria testa, qui è necessario che, oltre alla confessione, lei si costituisca, si consegni alla polizia.
- Padre, dice davvero?
- Certo. Lei pensa che un sacerdote dica le cose così, per dire, durante uno dei suoi… uffici più sacri ed intimi? Il suo pensiero, in questo momento della sua vita, è troppo intenso. Il male trasuda dalle sue parole, perfino dal suo tono di voce. Lei deve dire a tutti che ha compiuto un crimine. In questo modo lei avrà un giusto castigo, che servirà anche a non commettere realmente alcun omicidio. Pensi, salverà sua moglie, i suoi figli, e i suoi familiari, oltre naturalmente alla sua anima, che in prigione avrà tutto il tempo di curare e purificare.
- Ma, Padre, come potranno credermi?
- Dica che ha ucciso. Esca di qua, vada sulla strada, cerchi la polizia, i carabinieri, chi vuole lei, e dica che ha ucciso. Dica che ha ucciso una donna, che le ha tagliato la gola. Purtroppo cose del genere sono all’ordine del giorno. Qualcuno troverà qualche vittima in cerca d’autore… Non dia spiegazioni, non fornisca riferimenti o dettagli, altrimenti potrebbero davvero non crederle! Cerchi di far capire bene tutto il male che c’è in lei; non importa se farà confusione sui fatti, non importa se la giudicheranno incapace di intendere e di volere. Ciò che conta è che lei si dimostri per come realmente è, cioè un individuo pericoloso, irresistibilmente trascinato verso le tenebre del male. Solo così potrà sentirsi libero, potrà davvero cominciare ad andare incontro a Nostro Signore… I suoi familiari un giorno la capiranno, l’apprezzeranno, e forse lei in quel giorno potrà diventare un esempio per loro, ma non solo per loro, per tutti, per la comunità cristiana, per l’intera società.
- Oh, Padre, io sento che lei mi sta aprendo il cuore…
- Non perda tempo. Vada, ora. Esca, urli al mondo la sua colpa, annunci il suo destino, e quindi prepari la sua remissione. Ciò che farà ora, subito, varrà come formula di assoluzione. Vada, presto, vada!
L’uomo si rialzò di scatto e corse, facendo rimbombare i suoi passi nello spazio ombroso. Schizzò fuori dalla chiesa e per la strada vide diversi poliziotti.
- È il cielo che vi manda! Liberatemi! Liberatemi dalla mia ossessione! Sono colpevole, colpevole! Sono un assassino!
Un agente gli si avvicinò.
- E, sentiamo, cosa avresti fatto? Chi avresti assassinato?
- Una donna. Sì. Sì! Le ho tagliato la gola. L’ho uccisa. Sì!
L’agente chiamò gli altri.
- È lui! Venite! Lo abbiamo preso.




Andrea Guidi ©





Biografia:




Andrea Guidi è nato a Genova nel 1961, città dove tuttora risiede. Essenzialmente è autore di narrativa, ma anche di poesie e articoli di saggistica letteraria e musicale. Nel 1991 ha fondato, con altri scrittori, la rivista di letteratura "Il Babau", di cui sono usciti quattordici numeri nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia. Nel 2000 ha pubblicato il volume di racconti dal titolo "Quattro (più quattro) desideri", per “Caroggio Editore”. Nel 2005, per la stessa casa editrice è uscito “La vocazione del sosia”, suo primo romanzo. Nell'ottobre 2008 ha ultimato il suo nuovo romanzo, dal titolo "L'amore semplice". Nel 1990 si è laureato in Pedagogia con la tesi "Musica nella società dei mass-media". Dal 2008 insegna filosofia e storia al Liceo Classico Da Vigo di Rapallo. Dal 1983 al 2008 ha esercitato la professione di insegnante di scuola elementare. Nell'ambito di tale attività, ha costituito numerose orchestre di percussioni formate da allievi della scuola di base, con una delle quali ha vinto il Delfino d'Argento, primo premio del Festival Internazionale della Musica per la scuola (GEF), svoltosi a Sanremo, edizione 2000. Ha elaborato una metodologia molto articolata per l'insegnamento della musica nella scuola di base, che dal 1984 presenta nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso corsi di aggiornamento. Dal 2000 è Coordinatore del Laboratorio Musicale di Genova-Pra', da lui fondato nel 1983.

lunedì 14 settembre 2009

NEL DISSOLVERSI

Gustav Klimt, 1907




NEL DISSOLVERSI

Delle cose vuote abbiamo trascinato abbastanza
Le mute stagioni remano alla costa
Tra i contorni si riducono i verbi
Le parole avanzano modellando i toni

Restituire alla soddisfatta sorte un desiderio
resta il fine
Abbattere le crespate onde riottose
e spianare i solchi improvvisi

Al mattino gli occhi gonfi si spengono
e si ricalcano i sogni
Come le donne di Rossetti si smuove
la gota verso il labbro
E si torna a cercare nel tondo fra le imprese
da finire

Sul fare del giorno ormai resta la voce
Ferma
Di chi intende voltarsi ancora per non
dissolversi
(Tramano le stagioni dietro i vetri)

***

Lei attraversò la stanza con la leggerezza muliebre dell’ectoplasma. Aveva la testa avvolta in un copricapo color porpora e grande tanto quanto una tinozza di zinco da cortile. Ma su di esso emergevano come per magia foglie e fiori di tulle impalpabile dai quali pendeva con grazia una veletta che scendeva fin sulle spalle e che lei rimandava all’indietro lasciandola cadere, come una lunga sciarpa,sulla schiena.
Sandy la osservava senza fiatare mentre nervosamente rollava una sigaretta con il tabacco che usava fumare nelle circostanze confuse.
“Penso di non farcela a parlare ancora. Torno a casa, le ore sono passate e non c’è stato alcun progresso fra noi. Sta diventando buio -(ma era dentro se stessa che non c’era più luce, pensava) - e temo la strada fino a casa. I tuoi cani ululano da dieci minuti senza sosta e questo mi rende inquieta e più a disagio di quanto già non sia. Prenderò le mie cose domattina. Forse manderò qualcuno a ritirarle”. –
Detto questo spostò con un gesto secco la coda del suo vestito verde cupo staccandolo con un fruscio dalla tappezzeria damascata. La bocca ebbe un cedere verso il basso, come una virgola accennata di fretta e posata per circostanza e non per necessità. La casa era silenziosa, scossa unicamente dai latrati dei cani che incessanti si lamentavano nell’imbrunire.
“Non c’è niente che si possa ancora dire o fare, suppongo. La tua non è una scelta del momento né un momento di scelta…..” – esclamò Sandy impassibile posando la mano sinistra sul legno del tavolo da fumo e guardandola fermamente negli occhi. Detestava osservarla tremare di sdegno e paura, non tollerava di pensare a lei con qualsivoglia sfumatura d’emozione o attitudine all’azione. La guardava senza vederla e la batteva senza toccarla. La sua vita strizzata lo nauseava ma il petto generoso aveva su di lui ancora un effetto ipnotico fastidioso che tentava di scacciare, volgendo altrove lo sguardo. Eppure non era mai stata bella e mai aveva suscitato in lui impulsi di sana carnalità. Mentiva nel pensare ciò, sapendo di mentire.
“No, niente. Hai come sempre distrutto ogni buon proposito e volontà disinteressata. Resta pure qui a fumare, non disturbarti ad accompagnarmi. Conosco la strada”. Disse con un filo di voce ed uscì.
I suoi passi furono inghiottiti, giù per lo scalone di marmo. Il portone si aprì cigolando e sbattè nel richiudersi. I cani poco dopo smisero di guaire.
Sandy gettò il mozzicone nella brace del caminetto, si ravviò i capelli e tossì forte. Da sopra la sua testa si udì il frastuono di uno stormo di uccelli prendere il volo. Il tetto parve allora deserto. Fra le mani strinse un minuto pezzetto di carta con sopra scritto il nome della donna. E lo ingoiò dopo averlo masticato per bene. Non più un solo cane lamentoso, nè alcun uccello o forma materiale di lei esistevano nell’aria circostante. Sdraiatosi nella penombra rise soddisfatto. Lei si era dissolta masticata da cani, uccelli e denti umani. I pensieri, quelli, avrebbero fatto il resto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...