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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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giovedì 18 marzo 2010

HANS ULRICH TREICHEL






Albrecht Durer




Da: “Tarantella. Gedichte”


In den Bruchwiesen

Wege im Abendlicht,
die summenden Pumpen des Klärwerks,
Butterblumen am betonierten Ufer des kleinen Kanals,
verwachsene Weiden, wie mit dem Zirkel gezogen
der westfälische Horizont.

Hier gingen wir,
in der Tasche Tabakkrümel, die rostigen
Nägel, die Buckower Elegien aus der Leihbücherei,
hier gingen wir, vom Hammerschlag
der großen Städte träumend.



Nei campi paludosi

Sentieri nel crepuscolo,
le pompe ronzanti dei depuratori,
ranuncoli sulla sponda asfaltata del piccolo canale,
salici ricurvi, come dettato da un compasso
l’orizzonte vestfalico.

Qui venivamo,
nelle tasche briciole di tabacco, le unghie
rugginose, le Elegie di Buckower prese in prestito
qui venivamo, i colpi d’incudine
delle grandi città sognando.


DA: “Liebe Not. Gedichte”


Die Väter

Zuerst gehen die Väter
und lassen uns den Geruch ihrer
ledernen Schweißbänder, die gelben Häute
der Prothesen, große Siegelringe
an gedunkelten Händen.

Zuerst gehen die Väter
aus ihrem gewalttätigen Leben,
aus ihren jagenden Geschäften,
und lassen uns die steifen Hemden
und die Salzränder über
dem Herzen.





I padri

Dapprima vanno i padri
e ci lasciano l’odore dei loro
incerati di cuoio, le pelli giallastre
delle protesi, grandi anelli con sigillo
sulle mani imbrunite.

Dapprima vanno i padri
dalle loro vite brutali,
dai loro affari avidi,
e ci lasciano camicie inamidate
ed orli salini
sul cuore.

Als wär es mein Leben

Schreibe nachts keine Briefe,
bei keinem Licht, in kein Land.
Und der rasende Fahrstuhl erschreckt
mich nicht mehr, seit der Schlaf
mich ans Fallen gewöhnt.

Im Abendlicht leuchtet von nun an
auf alle Zeiten mein gelber Balkon.
Salzige Wiesen, zerstochene Hügel,
ihr erschreckt mich nicht mehr.

Als wär es mein Leben,
schließ ich die Fenster, esse
Brot, spare Strom.





Come se fosse la mia vita

Di notte non scrivo lettere,
qualunque sia la luce, ovunque io sia.
E non mi spaventa più l’ascensore
vertiginoso, da quando il sonno
mi abituò alla caduta.

Nella luce dell’ora tarda ancora brilla
per sempre il mio balcone ambrato.
Campi salmastri, tumuli bucherellati
non mi spaventate più.

Come se fosse la mia vita,
chiudo le finestre, vivo di
pane, risparmio energia.



Letzte Rettung

So weit, so gut.
Nun ist sie da, die große Flut,
in der wir einsam stehn und schrein:
auch diese Welt muß untergehen.

Nicht heute, aber bald.
Ein schwacher Trost, daß du mir
in die Achseln hauchst: Was uns nicht
umbringt, macht uns kalt.





Ultima salvezza

Fin qui, tutto bene
Ma ora è qui, il grande diluvio,
in cui soli siamo e gridiamo:
anche questo mondo deve affondare.

Non oggi, ma presto.
Una magra consolazione che tu mi
soffi nelle ascelle: quel che non ci
uccide, ci raggela.





DA: “Seit Tagen kein Wunder. Gedichte”


Drei Lieder über den Schnee


I

Schnee, den ich loben will,
der die Bäume in weiße Wolken
verwandelt, den du sammelst
wie Silber auf deine Schultern,
der die Spuren vor unseren Türen
verwischt, Schnee, der sich
opfert für dich und für mich.


II

Es ist ein Schnee gefallen
Geliebter dein Mund ist so kalt
Wenn wir beieinanderliegen
Ich weiß: wir vergehen bald

Geliebter dein Bett ist aus Eisen
Der Himmel so hoch und so leer
Es ist ein Schnee gefallen:
Ich wünsche es fiele noch mehr


III

Als die Erde verlassen war
von unseren Schritten und nur
noch Schnee fiel auf Schnee
als die Erde verlassen war
von unseren Worten und nur noch
Wind ging mit Wind als die
Erde verlassen war von unseren
Wünschen fiel auch kein Schnee
mehr ging auch kein Wind



Tre canti alla neve


I

Neve che io lodare voglio,
che gli alberi trasforma in
bianche nubi che tu raccogli
come argento sulle spalle,
che le orme dalle nostre soglie
cancella, neve che si
sacrifica per te e per me.


II

E’ caduta una distesa di neve
Amore, che bocca gelida!
Quando giacciamo insieme
Lo so: presto periamo

Amore, il tuo letto è di ferro
Il cielo così alto e spoglio
E’ caduta una distesa di neve
Ed io tanta ancora ne voglio


III

Quando la terra fu abbandonata
dai nostri passi e solo
neve cadeva su neve
quando la terra fu abbandonata
dalle nostre parole e solo più
il vento accompagnava il vento quando la
terra fu abbandonata dai nostri
desideri non cadeva più
neve non si udiva il vento



Traduzione di Roberta Mentigazzi ©

lunedì 15 marzo 2010

LOREDANA SEMANTICA








Tutto è luce bianca


Tutto è luce bianca

dalle sclere i bulbi gli occhi

lucenti le pupille

fiotti dalle palpebre

le ciglia.

Tutto è benedetto

nel silenzio esatto

dei miei sguardi è

come pianto come foglie

come aghi nella carne

come

un brivido di schianto

il tetano che avanza.


Ombre ho nel sangue


Ombre ho nel sangue

che accerchiano le valvole

onde emettono vampire

che lontane poi vicine

aggrediscono l’orecchio

sorde e vaghe come suoni

fischi assurdi come treni

in continuo labirinto

gallerie nel mio cervello

verso il centro dell’interno

per la corta giugulare poi

sprofondano nel cuore

topi in tana corde lise

trucioli di ferro da piallare

segatura del pensiero

sbriciolato tra le spire.

Cenere d’ebano nel mare.



In ogni luogo il vento


In ogni luogo il vento

arrivava col silenzio

al suo passaggio come luci

si spegnevano le voci

quasi le assorbisse dentro

ad una ad una costruendo

un’enorme scatola di vuoto.



E noi scrivevamo poesie


E noi scrivevamo poesie

mentre la morte passava col mitra

di striscio addossando la canna

la pistola alla nuca e sparando.


Sparava la mano al bersaglio

il braccio levato a centrare

il collo l’inumano il torace.


La fuga ha la calma del lupo

un lavoro da killer ben fatto

la camicia supina nel bianco

sulla strada un fantoccio di stracci.



Loredana Semantica ©


Biografia:

Loredana Semantica, nata a Catania nel 1961, laureata in legge. Vive e lavora a Siracusa come funzionario pubblico. E’ sposata con un medico. Ha due figli. Proviene dall’esperienza di partecipazione a gruppi poetici ed associazioni culturali nel web. Pubblica sul blog http://semantica.splinder.it

mercoledì 10 marzo 2010

VIVIANA SCARINCI


















Veglia di compleanno

le gambe allungate hanno sterrato
la strada che culmina il sogno in un nome
cinque anni e l’aurora tace ancora
in una notte infinita il responso
l’urto che confonde la distesa stellata
nella veglia più lunga

sei figlia di questa mia morte scolorata
feroce lucertola che si sogna geco
nel buio che le assidera i colori
nel freddo che le morde la virtù
di perdere in coda la vita che non serve

sei figlia come fossi sempre da venire
mio coagulo bruno, gli occhi mai
sperduti alla tua rotta sconosciuta, le labbra
arrossate dal rilievo minuto di una parola
esatta erede del bacio del seme che io sono


*


la lingua, una preghiera
messa a macerare nella saliva
e i capelli, la doma
le spalle, due colline serali
i seni, l’estuario che punta il mare
le dita, la mia statura spezzata
il mio ventre graffiato
i fianchi, la discesa al picco
le gambe, lo zodiaco
della mia intemperanza
e una piccola Circe nel cuore
che mangia il suo crogiuolo
e cresce insaputa
perché neanche Ermes
sa tutte le erbe

*

la pelle non custodia, destino
altra qualità disaffine, soppiatta
interferenza di casi, concisa
in un nonnulla di quella grana
che può non parlare sfibrata
coprirsi e ricoprirsi di un migliaio
di storie feticcio



Viviana Scarinci ©


http://vivianascarinci.wordpress.com/

lunedì 8 marzo 2010

8 MARZO - FESTA DELLA DONNA - una poesia di Gioconda Belli

Redon - Beatrice
Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la tristezza inspiegabile,
la noia o l’ansia sfrenata di rassettare questa o quella stanza,
di cucire,andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti in cui si annida una donna
che avrebbe voluto essere uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi splendenti
stelle nove…e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e mi fanno desiderare di gonfiarmi come un pallone
per contenere il Mondo, la Natura, per assorbire tutto
e stare ovunque, vivendo mille e una vita differente…
Ma devo ricordarmi che sono qui e che Continuerò ad anelare,
ad afferrare frammenti di chiarore,a cucirmi un vestito di sole,
di luna,il vestito verde color del tempo con il quale ho sognato
di vivere un giorno su Venere.
Gioconda Belli


giovedì 4 marzo 2010

UNA POESIA DI CARL SANDBURG

Edward Burne Jones











At A Window






Give me hunger,
O you gods that sit and give
The world its orders.
Give me hunger, pain and want,
Shut me out with shame and failure
From your doors of gold and fame,
Give me your shabbiest, weariest hunger!
But leave me a little love,
A voice to speak to me in the day end,
A hand to touch me in the dark room
Breaking the long loneliness.
In the dusk of day-shapes
Blurring the sunset,
One little wandering, western star
Thrust out from the changing shores of shadow.
Let me go to the window,
Watch there the day-shapes of dusk
And wait and know the coming
Of a little love.



Carl Sandburg







Alla finestra




Datemi fame,
o voi déi che sedete e date
ordini al mondo.
Datemi fame, dolore e mancanza,
chiudetemi fuori dalle vostre porte
d’oro e fama
con vergogna e fallimento,
datemi la vostra più meschina, sfinita fame!

Ma lasciatemi un po’ d’amore,
una voce che mi parli sul finire del giorno,
una mano che mi tocchi nella stanza buia
a spezzare la lunga solitudine.
Nel crepuscolo dello spettro del giorno
che offusca il tramonto,
una piccola errante stella d’occidente
che mi spinga fuori dalle mutanti rive dell’ombra.
Lasciatemi andare alla finestra,
e là guardare le figure del giorno all’imbrunire,
e aspettare, sapendo dell’arrivo di un po’ d’amore.




Traduzione di Federica Nightingale

lunedì 1 marzo 2010

RITA PACILIO

Immagine di Maria Grazia Luffarelli






Tratte da ‘Tra sbarre di tulipani’ – Lietocolle



Mi vergogno del mio cantuccio
dove consumo
una quiete servile.
Sull’anima tesso caverne di tele.
Instancabile.
Tacendo l’erba
verde che mi tocca le mani.



mani gridano l’estate.
Tra le more e i rovi.
Nuda fingo il respiro.
Ancora mi salverai?



Nella tua bocca sono contadina.
Pianto i ciclamini per l’inverno.
E dei colori
dipingo gli occhi grigi.



Le sbarre sono dentro di me.
Se non ti permetterò di uscire
quante volte ti spingerai
contro le mie viscere?



Non denuncerò di me l’assedio
e il rapimento.
Sulla mia carne intreccerò l’amore.
Perdonerò anche Dio
perché tu non pianga.



Ha gli occhi di cristallo
la mia bambola.
Inclina il capo tra le mani rosa
e nei capelli un nastro
si nasconde.
Sposta il vestito e i pizzi.
Toccami le vene calde.
Profondamente.
Dove di sera a volte ti riposi.



Muovono l’aria volatili impazziti.
Senza cantare
emettono suoni che mi evitano.
E nell’esilio rimane la mia bocca.
Fammi due carezze
dietro le sbarre.
Dammi la lunghezza
della tua carne
perché la mia tana
non è marcia.



Atterra un po’
di quel giorno
in cui il mio buio
sospirava ancora.
Portami al cimitero
con i tulipani
e le ginestre
fiorite al freddo.
Come quando ridevano
le nostre rughe amanti
della morte dell’altro.
Riposami ora la quiete
e nel silenzio di tutto
parlami di niente.



Rita Pacilio ©





Biografia


Pacilio Rita è nata a Benevento, Sociologa, oggi si occupa di Orientamento e Formazione nell’ambito dello Sviluppo delle Politiche del Lavoro e nelle progettualità della Casa Circondariale di Benevento, di Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, di Prevenzione delle dipendenze, di poesia e di musica jazz.
Scrittrice e poetessa fin dalla più tenera età ha pubblicato per la collana Il Minotauro (Edizioni Scientifiche Italiane) il suo primo volume di poesie “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; stampato nel luglio 2003 vince il Primo Premio sezione “libro edito al Concorso Nazionale “Calicantus” I Edizione indetto da “ Il Gazzettino del Tirreno” (ME anno 2005)”.
Alcune poesie edite e molte inedite sono state declamate durante serate di degustazione letteraria da attori d’eccezione come Enzo Garinei nell’anno 2004 e nello stesso anno alcune filastrocche sono state rappresentate a teatro.
Molte poesie hanno partecipato a concorsi nazionali ricevendo la segnalazione della critica e la pubblicazione in Antologie nazionali.
L’Editore Nicola Calabria (Patti, ME) il 15 settembre 2005 pubblica la Silloge Sacra “Tu che mi nutri di Amore Immenso” e il volume di poesie dal titolo “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare”.
Per i tipi editoriali di Lietocolle, “ Libriccini da collezione” collana Erato l’Editore Michelangelo Camilliti pubblica a maggio 2006 “Ciliegio Forestiero” e a giugno 2008 nella collana Aretusa “Tra sbarre di tulipani, quinto volume di poesie dell’autrice.

Nell’agosto 2006 l’autrice presenta il progetto “Parole e musica” - Jazz in versi” - Quando la parola incontra la musica – Poesia e musica jazz: contaminazioni.
Si tratta di una proposta progettuale ideata e curata dalla Pacilio che sceglie per alcune sue liriche la musica di Claudio Fasoli, noto compositore, arrangiatore, sassofonista di fama internazionale e il pianoforte di Massimo Colombo.
Gli accompagnamenti jazzistici, l’utilizzo delle improvvisazioni degli strumenti e l’educazione al suono tecnico, colto e raffinato creano la giusta atmosfera per parlare attraverso la poesia un linguaggio universale: l’emozione.
La scelta del repertorio è legata alla voglia di proiettare con immediatezza il senso profondo dell’esperienza umana e musicale della tradizione ormai consolidata del jazz moderno. C’è la sottile ricerca della poesia jazzistica capace di conciliare con arcana naturalezza swing e colloquialità di fraseggio, immaginazione musicale e intimità comunicativa. Carisma.
Ha collaborato con Pietro Condorelli, Luca Aquino, Gianluca Grasso, Gianluigi Goglia, Claudio Fasoli, Massimo Colombo, Antonello Rapuano, Giovanni Francesca, Stefano Capobianco, Corrado Aloise.
Ha seguito lezioni con Rossella Mollo, Paola Arnesano, Carlo Lomanto e masterclass con Jay Clayton, Eva Simontacchi G. Mena. Ha partecipato a manifestazioni di settore come “Sannio Fest”, “Ceppaloni jazz e blues”, “Quattro notti e più…di luna piena” “Artisticamente parlando”, Festival jazz ‘Special event’ al Doria a Milano, “Festival jazz di Torre Gaia”, ‘Ore di jazz’ al Club jazz Charleston ad Avellino, Estate a Roma 2009: “Roman’s lungo il Tevere”, Festival jazz Padova. Semifinalista Kantafestival 2009.
Rita Pacilio
Web site:

venerdì 26 febbraio 2010

SCRITTURE SINTATTICHE

Jane Lewis ©






Nella poesia che segue di Francesco Marotta, un capolavoro di perfezione stilistica e di contenuti, mi è piaciuto abbinare un testo di David Shumate, un altro eccellente esempio di perfezione, qui semplice e diretta, ma carica di significati da elaborare e scoprire come una scatola cinese. Ho infine voluto abbinare una mia poesia, non perché possa competere con le due precedenti, ma perché contiene a mio parere riferimenti comuni ad entrambe i testi.
Il tema dello scrivere non è che un punto nei diversi testi qui presentati, ai quali aggiungo la traduzione dall’inglese dove richiesta. Tradurre fornisce un’ulteriore lettura di spessore, apre un varco nuovo nella comprensione e nella sintassi. Ho voluto dipanare un filo comune per farne un gomitolo spesso.




§

Scrivere è un’ora covata dal destino
Ha a che fare con quel tipo di tristezza
che porta la primavera
Ma non mangio le mie virgole,
le pause riflesse, mi sazio,
senza inghiottire
There’s something so familiar
about it


§

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore

la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle

perché essere cenere, sostanza di vento

è inciso da sempre a lettere di fuoco

nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere

infimo, un breviario di passi senza orma

tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia

dalla brocca silente che disseta il labbro,

quando parole malate d’aria si staccano dalle mani

precipitano nell’impercettibile abisso

di una pagina –

scrivere è un’ora covata dal destino

la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte

e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne

fino a che sanguinano anche i sogni,

fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente

gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra

per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,

sono questi gli accenti

che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente

dove la morte è presagio di stagioni,

oracolo dei frutti e del ricordo)


Francesco Marotta ©





Translating a poem

Some say they run their fingers over the page as if
it were a message from the dead. Others say a
word is a kind of fruit. You slice it open and catch
the juices in a bowl. Still others recommend
carrying the poem with you into a dream where it
might become a bird or a fish. I have a poem in
front of me now. Its Chinese lines are delicate.
Papery. The thin strand of its meter is like the breath
of a sleeping child. I’ve just translated the first line.
It has to do with that kind of sadness spring
brings. There’s something so familiar about it. As
if I’ve just bumped into the poet outside a market
and we’ve both dropped our bags. We get down on
our knees. She picks up my head of lettuce. I reach
for her apricots as they roll into the gutter.

David Shumate ©




Tradurre una poesia


Alcuni dicono che scorrono le loro dita sulla pagina
come se fosse un messaggio che viene dalla morte.
Altri dicono che una poesia è una specie di frutto.
Lo apri lo sbucci e racchiudi il suo succo in una ciotola.
Altri ancora raccomandano di portare con te
la poesia dentro un sogno dove potrebbe diventare
un uccello o un pesce.
Ho una poesia davanti a me ora.
Le sue linee cinesi sono delicate.
Sottili come carta. Il leggero filo del suo metro
è come il respiro di un bimbo dormiente.
Ho appena tradotto la prima riga.
Ha a che fare con quel tipo di tristezza che
porta la primavera.
C’è qualcosa di così familiare in essa.
Come se fossi appena andato a sbattere contro
il poeta fuori da un mercato e a entrambi fossero
cadute le borse.
Ci buttiamo in ginocchio.
Lei raccoglie il mio cespo di lattuga.
Io allungo la mano per prendere le sue albicocche
mentre rotolano in strada.

Traduzione di Federica Nightingale ©





Che cosa fai sulle guglie del mio capo

Che cosa fai/ sulle guglie del mio capo/restante a bandire/ che temo il fiato uscire/dalla bocca/non sento le parole/ stracciate come carta/ non respiro/ se mi tieni chiusa/ nei pozzi/dove vorresti mai/ andare senza colpe/al mio risveglio/ potrei morire/senza aver capito/ chi sono/senza aver compreso/ le meraviglie di me/non c’è che nero/ vigore d’intercalare/ nelle conche /esterrefatte e umide/di un giorno/ che ho detto si/e poi un altro/ che ho taciuto/morsi del passato/ non tagliano/recidono/ le certezze del vivere/ accanto ai miei libri/alle mie gambe ferme/ai pettirossi sui rami/ai conti sempre rossi/e bambini che corrono/gli occhi pieni/di poesia/ma non mangio/le mie virgole/le pause riflesse/mi sazio/senza inghiottire/ho perso/ho perso le mie scarpe/e le viole sul davanzale/i miei sorrisi trasparenti/le ore di sonno/che cosa fai/mi tieni alla catena/senza acqua/ma io scrivo/senza penna/senza niente/adopero i pasti di ieri/mi ricostruisco proteine/le modello sul mio sangue/e non sento il freddo/aprendomi ai chiari di sole in febbraio/ti ho sotto i denti e ti divoro/m’ingegno a triturarti/che vorrei solo andare/la mattina a prendere la rugiada/che cosa fai/di me non avrai/mai nulla/cavalcherò la mia morte sul tuo cranio/avrai me per intero/addosso per sempre/in estranea congiunzione/asse rigido a toglierti la dignità/che non avrò perso/fra i denti.

Federica Nightingale ©

mercoledì 24 febbraio 2010

STEFANIA OLIVETTA - L'ARTE IN UN CLICK














Stefania Olivetta ©


Si è aperta mercoledì 17 febbbraio alle ore 18,30 al circolo arci Pantagruel di Casale Monferrato, via Lanza 28, la personale di Stefania Olivetta. E' con piacere che presento questa fotografa monferrina di valore, amica e artista poliedrica. Il suo occhio dipinge i paesaggi rarefatti delle campagne restituendoci, tramite la sua acuta sensibilità, bellezza intrinseca e colori, sfumature impervie della realtà, letture di intime peculiarità artistiche.


Stefania Olivetta nasce a Torino ma l'amore per il Monferrato la spinge a vivere e lavorare nella nostra terra.

Scrive il critico Pier Paolo Maggini :
"La prima volta che ho visto i lavori di Stefania Olivetta sono rimasto colpito,erano delle foto in bianco e nero in cui in un bosco nebbioso prendevano il volo degli uccelli spaventati.
Le atmosfere indecifrabili e quasi magiche di quelle foto, la loro bellezza spontanea mi emozionarono.Quando si tratta di un non professionista può starci che nascano delle foto belle, succede ;quello che non succede è di trovare dentro uno sguardo una coerenza ed una forza che creano una cifra precisa emozionale e formale ,trasformandosi in un identità riconoscibile e non somigliante ad altro.Questo vuol dire ,se questa parola ha senso essere artisti.Il modo spontaneo ed empatico con cui Olivetta raccoglie le immagini, crea un percorso diverso ma coerente,in cui le emozioni escono precise e potenti, partono dal particolare di un luogo e diventano universali.I suoi paesaggi sono quasi tutti scattati in Monferrato eppure si ha la sensazione che potremmo trovarci in America ,in Francia in Argentina o chissà dove.E qua sta un altra forza del suo lavoro, un lavoro che nasce da una radice forte con i luoghi che racconta, con un legame antico, eppure capace di essere esattamente quel luogo ed allo stesso tempo un altrove .Anche quando la forzatura dell immagine porta la foto ad essere quasi astratta si avverte precisamente quell' eco emotivo che racconta qualcosa di profondamente sentito e conosciuto,un'attitudine dell'anima a raccogliere le suggestioni di un luogo a metterle in sintonia con se stessi e ad amplificarne il senso.Il lavoro di Olivetta ha per me una forma estetica nuova e fresca ,che faccio fatica a riconoscere in molti lavori di artisti affermati.
Qui c'è un mondo interiore capace di coincidere con i luoghi e con le vibrazioni di un luogo che difficilmente si trova. Non è un racconto descrittivo, è un racconto emozionale e nuovo.
L'assenza di ego in questo lavoro, e la semplice attenzione e capacità di raccogliere la forza anche estetica della sua non tecnica, sta proprio in quell' anima del racconto senza la quale nessunoscatto è altro che una ricognizione mimetica della realtà"
STEFANIA OLIVETTA - Circolo Arci Pantagruel dal 17/2 al 14/3/2010 - Via Lanza 28 - Casale Monferrato (Al). Dalle 18.30 in poi.

mercoledì 17 febbraio 2010

GABRIELLA GAROFALO

Foto di Marco Meda ©



29/06/’07


a dl


Apocalisse di sbieco batte l’anima-

insetti mantidi libellule

lasciate perdere natura

e tu lascia che invadano

insetti mantidi libellule

che sentano la fame nelle piante,

nel soffio di cicala estate, morso che infetta-

comunque rassicurati,

anche l’azzurra polvere di nubi

ha forma ed eleganza di tua fame,

seme che sai di marcio fin dalla prima nascita.



*******


13/08/’07


ad A.


Dove s’incontrano

alte falesie di luce

i contorni di un’ombra erosa

in tranquille zone residenziali,

anima,muovi con attenzione guardinga

di un debitore insolvente,

pensi l’agguato prevedila corsa il corpo a corpo la ferita

e non avverti come sono stanchi

l’erba il cielo-

che spreco tutto quel verde,

stelle gettate senza esito

a te,troppo apprensiva per captare.



*******


19/08/’07


a S.P.


Forse un padre inesistente,forse madre,

forse un cielo inverso ti gettarono

a stanze in disordine a distesa-

la vita,ti sibilano accanto-

ma gelo e fuoco tu rispondi,

anima della tua parola:

gelo non assidera neanche

dita di una mano,

non arde fuoco neanche

disperse foglie:

né leva gelo né leva fuoco

scacciare la visita importuna,

estate dove tutto ferma,

persino amori di luna adolescente,

il muovere di un sole che nasconde.




*******


13/09/’07


a Michael


In pratica non c’entra nulla,

ma così si struttura-

brusio tra i rumori,il violoncello

tra gli ansimi di un respiro affannato,ritmi-

tranquilla,non si muovono calendari,

ma l’uso malaccorto del sestante-

è corpo il sestante corpo-

ti provoca la stessa fine dell’aria:

ha trattato il cielo

con invadenza non richiesta,

peggio di un’antenna.



*******


25/11/’07


a C.


Non luce,ma verde che divori,

fogliame che dovrà bastare,

deluderti paura se smentisce chiome fulve

molto più acceso il fuoco:

così,per abbandono subito smentito

schivano mani,negano il fuoco

mani di una donna-

e tu gridalo l’augurio,la speranza

che brucino nel fuoco impotente:

non avverti rimorso, penetra di sguardi

luce se slarga colorata,impeto di pioggia-

anima non azzardarti,resta in casa,

non vuol saperne seme,ingombra,

cade il bagaglio l’amico del tuo grembo:

sei solo una stazione di arrivo

e tutto sommato non ti maltratta.




Gabriella Garofalo ©



Biografia:


Gabriella Garofalo, nata a Foggia nel 1956, vive a Milano. Presente in numerose riviste ed antologie, ha pubblicato tre raccolte di versi: Lo sguardo di Orfeo (Cesati editore, Firenze 1989), L'inverno di vetro (Edizioni dell'Arco, Milano 1995), Di altre stelle polari (Stampa spa, Brunello (Va) 2003).



martedì 16 febbraio 2010

NEOBAR






TRE MIE POESIE PUBBLICATE SUL BLOG NEOBAR DI ABELE LONGO, CHE RINGRAZIO.


QUI IL LINK:

sabato 13 febbraio 2010

AVEVO CHIESTO A DIO

Arthur Hacker







Avevo chiesto a Dio di rimanere in ascolto/né pane/né acqua/ né sogni/un frullare distinto d’ali fra i rami/un volo di sapienza sui dossi/le cartilagini trapassate degli uccelli/solo orecchie sante d’amore/opportune casse armoniche nei cilindri di ghiaccio appesi/ai viali di discordie e sopraffazioni che sfociano in ventri/ aridi e bugie/perché non sei rimasto in ascolto Dio/non volevo che acquiescenza sul male/un getto di pace nel buio/ossia speranza intricata e ferma/se resina sui capelli e fango/mi rilasciano un sordido effetto/ questo silenzio restìo/ai sussurri della dolcezza/dove gli inganni mordono il collo/le mani tremano sulle lacrime discese/avevo chiesto a Dio di rimanere in ascolto/se mai le parole giungono/se poesia che vive trasmuta/l’esistenza in questa mi salvi/nei suoi occhi

giovedì 11 febbraio 2010

C'ERA UNA VOLTA LA POESIA ON LINE

Eudora Welthy's library





Riporto qui di seguito parte di un commento lasciato da me oggi sul blog letterario Poetarum silva, qui http://poetarumsilva.wordpress.com/2010/02/11/cera-una-volta-nella-poesia-on-line/
a seguito di una sollecitazione di Alessandro Assiri sui destini della Poesia contemporanea nell’era dei blogs. Aggiungo qui alcune mie considerazioni in merito e vi invito a partecipare alla discussione.

La natura intimista della Poesia è stata, per certi versi, miracolosamente sopraffatta dalla tecnologia e dai nuovi mezzi di comunicazione che un tempo, nessun poeta neanche si sognava. Oggi, chiunque può sentirsi parte del mondo poetico scrivendo sul proprio blog o diffondendo le proprie idee in rete. Esiste oggi la possibilità di scrivere poesia nell’intima quiete della propria casa e contemporaneamente sapere che al di là di uno schermo, migliaia e migliaia di persone potranno leggerla e condividerla. Non vedo personalmente alcuna crisi in questo, anzi. Diffondere e far apprezzare la poesia è diventato più semplice e chiunque desideri avvicinarsi al verso può agevolmente farlo nello spazio di un clic, senza spostarsi di casa. La rete è anche un’ottima cassa di risonanza per gli eventi poetici organizzati al di fuori del web come readings o presentazioni di opere e riesce a raggiungere proprio tutti, molti di più di quanto fosse fattibile un tempo(neanche tanto lontano s’intende). Il principale problema che si pone, di fronte a questa nuova realtà, è la massificazione, la scarsa qualità imperante, il pressappochismo letterario, il calderone dove tutto bolle senza scrematura. Ma a questo credo ci si sia ormai abituati e anche “attrezzati”, molti sono i siti e i blogs letterari di qualità verso i quali orientarsi per un approccio ottimale. Non resta che lavorare molto e continuare nell’opera di diffusione e condivisione di arte e pensiero sfruttando al massimo i mezzi oggi a nostra disposizione. Chi scrive poesia, dal canto suo, è lievemente disorientato e forse fatica ad afferrare emotivamente questa rivoluzione tecnologica che corre velocemente, e ad inglobarla nei propri versi. La vita quotidiana è ormai scandita dai bits, dai networks, e questo è un nuovo percorso da esplorare, in cui riconoscersi e accettarsi anche se credo che nel panorama delle voci poetiche contemporanee nostrane non si accusi neanche troppo di questa transizione obbligata, come avviene invece negli Stati Uniti dove gli scrittori sono molto più influenzati, nel contenuto dei loro lavori, dal ritmo incalzante delle “realtà tecnologicamente avanzate” e questo probabilmente perché hanno da più tempo di noi avuto modo di sperimentarsi in questo senso. Gli americani non hanno però mai perso la voglia di fare e di costruire continui ponti culturali con la gente comune per far conoscere la poesia, sono iper-attivi e instancabili; si aggregano in forti comunità letterarie,creano idee e movimenti di pensiero, stampano, producono, diffondono, non si fermano mai. Noi si tende più a chiuderci in piccoli gruppi scelti e ad apparire talvolta snob, impedendo così ai “comuni mortali” non toccati dal Verbo, ma non solo a loro, di inserirsi e interagire. Chissà, forse il nostro retaggio culturale ci fa sentire sempre un po’ “di nicchia”. Ma dove va la Poesia oggi? Quali sono i territori su cui si inoltra e si misura? Dire che non c’è alcuna corrente poetica nuova è forse estremo, sebbene molti dei riferimenti sono ancora quelli del secolo appena trascorso se non addirittura quelli ottocenteschi. Fisiologico? Credo personalmente di si. Le nostre realtà quotidiane sono assolutamente più aride di quelle di un tempo,anche se dirlo appare un paradosso(basti pensare a cosa ha prodotto la cultura dell’anteguerra o del periodo a cavallo fra le due guerre mondiali), la società odierna non lascia spazio che alle brutture, ingigantite ed enfatizzate dai media. E si parla di meno, meno ci si incontra e si fa amicizia, perché tanto c’è Facebook. Tremendo dirlo ma ancora più tremendo rendersene conto al 100%. La Poesia è così sospesa fra le giornate di lavoro(precario),la famiglia, che ha perso la forma tradizionale ormai, gli svaghi, sempre meno possibili viste le condizioni economiche poco salutari degli italiani, che spesso si convogliano sul web, lo stress da isolamento forzato in tanti casi, e il mondo tutto che gira a favore dei potenti e dei ladri, della mercificazione dei corpi e dei soprusi sui bambini. Luoghi comuni? In fondo è così. Chi scrive vuole ricercare la bellezza e per quanto si sforzi non riesce proprio a trovarla attorno a sé, ecco allora che il verso poetico si spinge verso lidi lontani dal nostro quotidiano, oppure, per contrasto, verso un iper-realismo di maniera che non gratifica certo l’estetica e la grazia. Perchè non esistono più né bellezza, né estetica, né grazia. Dove cercarle allora se non nella rivalutazione dell’essere umano, nella ricerca spirituale, nello scavo interiore di noi esseri viventi, soli di fronte a un cambiamento globale che rivoluzionerà gli anni a venire? E’ un compito gravoso in un’epoca di transizione come questa, ma sono i Poeti di oggi che dovranno dire a quelli di domani quanto difficile sia oggi la loro condizione esistenziale e culturale fatta di vuoti permanenti, di quanto abbiano desiderio di delineare un profilo di sé stessi che sia nitido e chiaro. I Poeti contemporanei stanno già scrivendo la loro storia, bene o male lo stanno facendo. La Poesia deve andare, secondo me, verso una ricerca profonda delle nostre radici, verso l’autoanalisi dei nostri geni e delle nostre paure scardinando così i giunti delle barriere espressive che ci imprigionano perché non riusciamo più a capire chi siamo. E se i blogs e la rete web serviranno a fare questo, con tutte le contraddizioni che possono portare con sé, ben vengano. Il dibattito è aperto a tutti coloro che vorranno esprimersi in merito nei commenti qui sotto.


Federica Nightingale

mercoledì 10 febbraio 2010

da "Stanze del Nord"



s'irrigidiscono le cime degli alberi sui fiumi di bianco e sui semi nascosti/ appena s'invola un tetro sfulgore d'oro/ eccedono le ali a sterpaglie costrette come nidi pieni/ d'insolito silenzio








Leggono i trambusti
Le dita che come su foglio scorri
Aldilà dell’incavo mio
Che frana parole ritorte
Gomitolo sceso dal bordo
Dell’occhio
A stupire





dalla raccolta "Stanze del Nord" di Federica Nightingale

lunedì 8 febbraio 2010

ANNAMARIA FERRAMOSCA













Ancora siano i segni / May the signs continue
da OTHER SIGNS, OTHER CIRCLES di Annamaria Ferramosca
Chelsea Editions, N. Y. , 2009
series Contemporary Italian Poets in Translation
traduzione di Anamaría Crowe Serrano





ANNAMARIA FERRAMOSCA

da Curve di livello - collana Elleffe, Marsilio,2006



Ancora siano i segni



Ancora siano i segni sulle rocce

a dischiudere il tempo

profili di guerrieri e bisonti

in corsa, sotto un piccolo sole

in forma di stella


ansanti

per chilometri brillanti di pioggia

profili di automobilisti e tir

sommersi da onde radio


vibra

un dolmen poco lontano

con forza immobile

convoca mani e rami

Tre pietre

- minima famiglia sfuggita al diluvio -

in silenzio guardarle nella notte

accostando l’orecchio al tronco dell’ulivo

sentirsi roccia linfa voce

arca approdata e fusa in terra


Ancora siano i segni sulle pagine

a traghettare il tempo: lontanissimi

lembi di cielo pulsanti sulle onde

inondano lo schermo, si raggiungono


Dammi parole dunque, e segni

piangi sulla mia spalla, o ridi

offrimi le scene della gioia

incontrami


prima che si diradi la foresta

prima che accada il nero errore

prima dell’ultima risata

( la ruota della terra

è il suo continuo ridere, convulso )






MAY THE SIGNS CONTINUE



May the signs on the rocks

continue to unveil time

the profiles of warriors and bison

are running under a tiny sun

the shape of a star


panting

for rain-dazzled kilometres

the profiles of drivers and trucks

submerged in radio waves


not far away

a dolmen vibrates

with stillness of strength

calling for hands and branches

Three stones

- the smallest family saved from the flood -

you could watch them in silence at night

with your ear against the olive tree trunk

feel you are rock lymph voice

the ark docked and fused to the ground


May the signs on the pages

continue to ferry time: far away

strips of sky beating on the waves

flood the screen, join together


Give me words, so, and signs

cry on my shoulder, or laugh

offer me joyful scenes

find me


before the forest is thinned out

before the darkness of error falls

before the last laugh

(the earth’s rotation

is its own continuous laugh, cracking up)



traduzione di Anamaria Crowe Serrano
(il libro è disponibile su www.amazon.com)


http://annamaria.ferramosca.literary.it

i libri di annamaria ferramosca su:
www.amazon.com
www.ibs.it


















Biografia:



Annamaria Ferramosca, di origine salentina, vive e lavora a Roma.

Ha pubblicato in poesia:
Other Signs Other Circles , raccolta antologica di poesie 1990-2009
Chelsea Editions, New York, series Contemporary Italian Poets in Transalation, 2009, introduzione e traduzione di Anamaria Crowe Serrano;
Il versante vero, Fermenti, 1999, premio Opera Prima Contini-Bonacossi
Porte di terra dormo, Dialogo Libri, 2001;
Porte / Doors, Edizioni del Leone, 2002, traduzione inglese di Anamaría Crowe Serrano e
Riccardo Duranti, Premio Int.le Forum;
Paso Doble, Empiria, 2006, raccolta di “dual poems”, coautrice Anamaría Crowe
Serrano, traduzione inglese di Riccardo Duranti;
Curve di livello, Marsilio, 2006, Premio Astrolabio, finalista ai Premi Camaiore, Lerici Pea,
Pascoli, San Fele, Montano.
Testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose riviste, tra cui
Poesia, Hebenon, La Mosca di Milano, La Clessidra, L’immaginazione, Le voci della Luna,
Poiesis, Il Fiacre, Noi donne, Freeverse, ed antologie, come "L'altro Novecento", 1999, "Appunti
critici", 2002, "Poeti italiani verso il nuovo millennio", 2002, “Inverse”, 2006, “ Tradizione e ricerca
nella poesia contemporanea”, 2008.
Collabora con testi e note critiche a varie riviste, anche in rete.

Fa parte della redazione di clepsydraedizioni.com che seleziona in anonimo e promuove in e-book nuova poesia italiana contemporanea.

Ha lanciato in rete l’idea di una poesia da selezionarsi in anonimo, con voto telematico aperto a tutti. Suoi testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose antologie e riviste, tra cui “Poesia”, “La Mosca di Milano”, “La Clessidra”, “L’immaginazione”, “Le voci della Luna”, “Hebenon”,

Suoi testi e note critiche appaiono on line su numerosi siti.

giovedì 4 febbraio 2010

venerdì 29 gennaio 2010

FRANCESCO DE GIROLAMO

Gustav Klimt














OVUNQUE FERITO


E’ già un soffio quel ringhio; e già un riflesso

di quel tonfo lucente rifrange sordo,

mutato negli anni, spoglio di inganni,

in un dolore tenue come quando i denti,

giù in fondo al palato, sono ancora di latte

e la pelle profuma di fragrante sudore,

ed il seme affiora mai veduto, inatteso,

nell’anno del primo dio;

non sai ciò che sembra crescere occulto,

ma avverrà che il “mai più”, forse, possa

chiamarlo “ancora”, dove trova ristoro

ogni spasimo, ogni assurdo rimorso,

giacché forse non è questo il perdono,

la sorte, il sogno espugnato, la disdetta,

il destino domato, l’insondabile pegno

del ricordo che in un cieco abisso tiene

la piccola furia di nuovo assopita. E allora?

E’ tutto qui, proprio davanti a te,

ma gli occhi non lo afferrano,

lo nasconde l’aria nuda, arsa come i frutti feriti

dal sole di luglio, che all’orizzonte affonda

la sua lama nel maglio dell’onda.

Puoi correre a gridare che non sarà mai più molto,

per te, e gioire come ogni uomo,

alla fine della sua attesa. Oppure credere

in silenzio che un altro ti vedrà e manterrà

il segreto che tu non oserai mai rinnegare.

Ovunque ferito. Non ascoltare altra voce.

Entra nel vuoto ad occhi chiusi,

come un’ombra lambita dal velo dell’alba,

le mani tese verso l’aria fresca del vento

che ghermisce polvere e oro.

Ovunque conduci la tua stella catturata,

il tuo nuovo occhio che vede oltre il sangue

e non teme che lo vinca l’oscura piaga,

che lo spenga paura, che lo trafigga, quindi,
in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo,

il soffio non placato dell’insondabile notte.







AL VENTO DORATO


Se tu che per la prima volta mi

disvelasti l’animo mio e ciò che in me,

il mio sangue negato,

rivendicava al furtivo sogno,
tu che apristi le porte del mio oltre,

così che fosse tutto devastato di nuova luce,

come la crisalide che squarcia il guscio inerte

spalancando le ali al vento dorato,
se tu che eri per me inizio e fine,

acqua e fuoco, folgore ed ombra,

non hai più la tua voce,

e la tua aura inclini verso visi in forme vili

e fieramente ostili al tuo passato,

impudico splendore,
chi riconoscerà il mio passo,

da lontano, sotto la croce rosa di un sorriso,

timoroso di gloria, incancellabile,

tendendo alto l’arco del suo sguardo

verso un mio nuovo, sperduto ritorno?






FUORI DOMINIO




Nel mio silenzio attendo la risposta
che nessuna domanda ha mai invocato.
Io la udii quando niente distoglieva
il mio senso più tardo ed annebbiato,
quello che alla parola è assoggettato,
dal dominio del segno dell’idea.
E’ l’unica incertezza che mi resta:
è lei che prende me, per interposta
speranza che si schiuda la mia sola
risorsa di capire, già prima di sentire,
fino in fondo, l’offesa che consola.
O forse una carezza per ferire.




Francesco De Girolamo © (Inediti)













Biografia:



FRANCESCO DE GIROLAMO è nato a Taranto, ma vive da molti anni a Roma, dove, oltre che di poesia, si occupa di regia teatrale e di organizzazione di manifestazioni culturali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Piccolo libro da guanciale” (Dalia Editrice, 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; “Bambocciate” (Edizioni del Leone, 1995); “La lingua degli angeli” (Edizioni del Leone, 1997), con una nota critica di Elio Pecora; “Nel nome dell’ombra” (Ibiskos Editrice, 1998), con prefazione di Gino Scartaghiande; “La radice e l’ala” (Edizioni del Leone, 2000), con introduzione di Elio Pecora; e “Fruscio d’assenza” (Gazebo, 2009). E’ presente nelle antologie: “Poesia dell’esilio” (Arlem Edizioni, 1998); “Poesia degli Anni Novanta” (Edizioni Scettro del Re, 2000) e “Haiku negli anni” (Empiria, 2005). Si sono occupate della sua opera, tra le altre, le riviste “Poesia”, “Folium”, “Tempi moderni”, e “Poiesis”. Suoi articoli letterari e recensioni sono stati pubblicati su “Le reti di Dedalus”, “Poiesis”, “La Mosca”, “Polimnia” e su diversi blog e siti specializzati di Poesia e Critica. Ha collaborato dal 1994 al 2000 con l’organizzazione di “Invito alla lettura” a Castel Sant’Angelo e nel 2006 con il “RomaPoesia – Festival della Parola”.



mercoledì 27 gennaio 2010

GIORNATA DELLA MEMORIA







Nel ghetto di Varsavia


Giù le file della vergogna
Giù le ottuse ombre della visiera
Nella notte di chi non mangia
Sul muro i mattoni di quelli iscritti
nelle sere senza testa
Le pallottole sono le idee che bucano
l’ultimo straccio di Dio
Nelle domande si afflosciano i corpi
Se bambini cantano e vecchi danzano
nel freddo dell’inverno sui marciapiedi
è perchè le lucciole nere sputano scherno
Amori nascosti non entrano nei caffè
con le stelle blu e le bestie dell’inferno
segano loro le braccia
Non ci sono stagioni nel ghetto
Ma solo morti nei fossi
E le pieghe delle bocche cucite
Sui volti spenti
Dio ha un solo cruccio e nessun occhio
salendo tra le righe di una schiera di anime
rese a lui per mano sudicia
e treni di viaggi senza ritorni a casa
Non entra più musica nel ghetto
Non entrano più esseri umani
Solo ne escono
Con i piedi avanti


Federica Nightingale ©

lunedì 25 gennaio 2010

SINERGIA - F.NIGHTINGALE E R.MATARAZZO

immagine di Roberto Matarazzo ©



Sinergia di Federica Nightingale e Roberto Matarazzo, che ringrazio per la bella immagine da lui creata per il mio testo poetico




DI FORZA IL DESIDERIO




Di forza il desiderio
macera l’intelletto
che nell’osso scarno
dell’ipotesi instabile
s’avverte.
Illuse pose
in illuse notti
sacrificano torti
mai lavati
nelle lacrime
dissoltesi in sale.
Rode la carne
nel fiato acceso
che catturando
lucciole nel petto
s’erge,
austera e rigida
come ghiaccio eterno.


Federica Nightingale ©
Poesia tratta da "Il segreto delle fragole"- Poetico diario 2007 - Lietocolle
Anche su Facebook qui:

giovedì 21 gennaio 2010

AXEL

Immagine di Jane Lewis







Traslazione della Tigre sui Piani del Tempo



Primavere di pietre pesanti

dislocano i bei sogni dal ventre

alla testa leggera di nuvole,

tingendo i tramonti d'argento

a simulare la commedia dell'alba.


Fino a quando un urlo di campana

ti sveste dalla polvere stanca

d'arcobaleni di spenti rottami,

scrivendo il tuo nome fra i sassi,

a breve memoria di piccole ore.


Dal cuore delle cose

hai trafitto il mio petto

con una croce di diamanti,

tradendo un povero sorriso.

Si accalcano le ombre.

Scritti sulle zanne,

i tributi del destino.





Tace Assorto, il Cuore del Sole.



All'ancora di parole,

adagiate sui fondali

di nessun luogo,

sfioro le catene dell'ombra

tra i germogli del petto,

cercando le radici spinose

fra mute stelle viola.


Stracciati e confusi nomi

a titolare stagioni e ore,

nei pugni di cristallo

si muovono trasparenti

i sogni e i passi del fato,

rotondi come perle,

senza inizio o fine.


Lenta s'alza la marea

a toccare la Luna.

Annego.



Axel ©

mercoledì 20 gennaio 2010

EMILY DICKINSON, N. 419

immagine di Penelope Dullaghan ©





EMILY DICKINSON, N. 419 da "Tutte le Poesie" - I Meridiani Mondadori



We grow accustomed to the Dark -

When Light is put away -

As when the Neighbor holds the Lamp

To witness her Good bye -

A Moment - We uncertain step

For newness of the night -

Then - fit our Vision to the Dark -

And meet the Road - erect -

And so of larger - Darknesses -

Those Evenings of the Brain -

When not a Moon disclose a sign -

Or Star - come out - within -

The Bravest - grope a little -

And sometimes hit a Tree

Directly in the Forehead -

But as they learn to see -

Either the Darkness alters -

Or something in the sight

Adjusts itself to Midnight -

And Life steps almost straight.



§



Ci abituiamo al buio

Quando la luce è messa via

Come quando la vicina tiene la lampada

A testimoniare il suo arrivederci

Un momento - il nostro passo incerto

per la novità della notte

Poi la nostra vista si adatta al buio

e incontriamo la strada - eretti

E così è per più grandi oscurità

Quelle tenebre della mente

in cui neppure la luna manda un segno

O una stella appare - dentro

I più coraggiosi brancolano un pò

e talvolta picchiano contro un albero

In piena fronte

Imparando così a vedere

Che sia l'oscurità ad alterarsi

o qualcosa nella vista

Che si regola alla mezzanotte

E la vita quasi cammina dritta



Traduzione italiana di Federica Nightingale ©

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