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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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lunedì 22 maggio 2017

Anouk - il mio romanzo



Inghilterra. I paesaggi sono meravigliosi, la brughiera sembra estendersi all’infinito, avvolgendo tutto quello che c’è intorno in un abbraccio senza tempo. Se guardiamo attentamente, possiamo scorgere un piccolo cottage e una donna intenta a scrivere nel suo studio. Lei è Anouk Lennox, una scrittrice tornata ad abitare nella casa di famiglia, dopo il fallimento del suo matrimonio e la morte dei suoi genitori.
Anouk è una donna all’apparenza semplice, ma dentro di sé porta ferite, sofferenze e paure. È tornata al cottage con l’animo abbattuto, senza forze per riuscire a lottare e capire quale sia la strada giusta da seguire per il suo futuro. È terrorizzata dalla morte, paura che la pietrifica e la paralizza in qualunque sua scelta, facendola sopravvivere piuttosto che vivere la sua giovane vita. Ma la casa l’ha accolta in un caldo abbraccio, rifugio e sicurezza per la sua anima persa e ferita. Luogo di ricordi belli e malinconici legati al suo passato e ai suoi genitori.
Da un po’ di anni è innamorata di Cedric, un uomo francese e sposato. Il loro è un amore tormentato, difficile, una relazione senza futuro. Si scrivono lunghe lettere a cui affidano le parole del loro amore, consapevoli che mai potranno sostituire la presenza fisica.
Anouk un giorno prende atto del suo dolore, dell’essersi persa, di aver zittito la solitudine, la speranza e i suoi desideri, ritrovandosi ad essere trascinata dalla vita piuttosto che viverla appieno. Così accetta l’invito di Ian MacDowell un importante editore scozzese, parte per la Scozia senza dire niente a nessuno e qui….capirà che la vita continua a scorrere nonostante le nostre paure e titubanze? Capirà che non può continuare a vivere in un limbo, senza prendere alcuna decisione e senza lottare per i suoi sogni e desideri? Capirà che il senso della vita non lo troverà stando ferma, ma vivendo pienamente la sua vita, affrontando i dubbi, timori, il dolore e le paure? Capirà che avere paura della morte vuol dire essere già morti per metà?
Non vi svelerò mai a quali conclusioni arriverà Anouk e se mai comprenderà se stessa, però posso suggerirvi caldamente la lettura di questo testo poetico e riflessivo.
Fatevi avvolgere dalla brughiera e dai paesaggi scozzesi, attraverso le parole di Federica Galetto, lasciatevi trascinare in questa storia bella e altamente riflessiva. Non solo scoprirete la scrittura poetica di questa autrice, ma vi perderete in lunghe riflessioni sul senso della vita di Anouk e vostra.
L’autrice ha una grandissima capacità descrittiva, non solo dei paesaggi ma anche dell’animo umano, riuscendo a coniugare il tutto attraverso una scrittura elegante e leggera.
Attraverso le parole di Federica Galetto vi sembrerà di volteggiare tra le pagine di questo libro, arrivando alla fine del romanzo senza rendervene conto, consapevoli di aver camminato non solo tra le frasi e la trama del testo, ma dentro i sentieri della vostra anima.
Volteggiate, camminate, correte ma soprattutto vivete appieno la vostra vita…buona lettura!!!
(Marianna Di Bella)
Questa recensione è apparsa il 17.05.2017 sul blog
Grazie a
“Anouk” di Federica Galetto – flowered 2017

mercoledì 2 settembre 2015

E dell'immaginare





E dell'immaginare il futuro
nei buchi e nelle cortecce d'alberi
ritorti ai tramonti
dormienti nelle albe
restano soltanto i nidi
lasciati in abbandono
In fondo la strada resta
aperta
barbagli di luci s'intravedono
di tanto in tanto la pioggia rada
le messi e le marcite d'autunno
i geli di gennaio
sui rami secchi
Le speranze calde sulle spalle
di me che invano cerco
un modo di stare
fra terra e cielo di passaggio
le mie grucce appese


Nightingale, 2 settembre 2015





Collaboration; Elise Marianne and Ian Maksin




Poem/vocals/mixing/video editing

© Elise Marianne 2015

http://elisepoetry.webs.com/




Music excerpt; Variations for Cello Solo: 'It's Not the Wind'

© Ian Maksin

http://www.ianmaksin.com




Including original video footage by

Daria Melnikova http://www.daanavideo.com

mercoledì 4 febbraio 2015

Met Sambiase - Gli oggetti e la cura

art@Dee Nickerson- The letter


 §

Questi testi di Met Sambiase, così struggenti nella loro pacata furia, così amari nello spendore degli occhi che quotidianamente si aprono, si chiudono, si infiammano e piangono lacrime mai scese, hanno fatto centro. 

Quel centro riconosciuto e compreso da chi non ha voce se non quella taciturna dell'apparenza, o dell'appartenenza forse ad un luogo ideale che spazio non trova. 

Nelle dimore chiuse, recinti di cucine e padelle, letti a soqquadro preceduti dal freddo, si muove questa voce a cercare il pieno, l'esaudito, la tenerezza negata, un momento di perfetta accettazione del sè nella lacerazione del dubbio.

Se l'amore esiste allora deve riconoscere i passi scalzi di chi lo percorre stoico, consapevole di un addio annunciato nelle troppe parole. Eppure la forza dilaga qui, tutto procede, niente si ferma.  

"ma i giorni sono sfiniti in questa casa" ammette il Poeta, tutto è stato fatto e si continua a fare ma niente pare salvarsi. Le cose soltanto ripongono in sè i ricordi, e scie d'affetto remote ma mai davvero finite. Lo spurgare i vecchi miracoli non rende meno rassegnati di fronte al muro di una diversità profonda, che coinvolge la totalità dell'essere pensante, abituato ad usare l'intelletto per sopravvivere e le parole per darne conto.

"luogo e tana, non mi dimori più", è sentenza disillusa di un'accettazione irreversibile, proprio là dove:  
"mi obietti - spesso - che sono di troppe parole/dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze"

Un canto di lotta all'indifferenza protratto nel tempo, esteso all'amore, alla coscienza di sè e degli altri, una voce nel dubbio dell'esistenza vera e autentica. Che non può più tacere.

Federica Galetto





Le dimore sono donne in dubbio
e mi obietti – spesso – che sono di troppe parole
dovrei vivere analfabeta nelle tue stanze,
vagante, un dizionario senza date e senza dati
ma da dove e in quale conta ci allontaniamo
bevendo acqua e odio
osserviamo piano lo spurgarci dei vecchi miracoli
dell’esser stati amati,
osanna nell’alto dei letti messi a soqquadro
divino amore
ormai da lontano, se mai mi sei stato amico o amante
ora è il canto dell’addio che sta arrivando alle spalle.


*

E fai terremoto ogni giorno
nei dubbi, che sono confini di tende e tendine
fra la cucina e i piedi che le corrono dentro
troppo a lungo e in sequenza di disamore
e poco ingombro, se pure tuo sia questo luogo
e tana, non mi dimori più
tutto s’impoverisce di silenzio
nessuno e niente torna al suo centro
mentre si lasciano le padelle su fuoco, sto uscendo scalza
ogni fiato un gradino di corsa
s’incrociano le gambe e il giro inverso della terra
una sola moltiplicazione di te per me ci separa
la riparazione del danno è immaginaria
come ogni lettera d’alfabeto zittita
o suicidata per mancanza d’affetto ricevuta.


*

Gli oggetti hanno la cura dei ricordi
i misteri gaudiosi e gli alfabeti degli affetti,
una traccia ne rimane
nei nostri occhi di carbone
di fosforo, tanto azzurri da rivoltare il fuoco
e la pioggia, in rimpianti a cantilena
mansueti sverniamo
è un’odissea senza fretta
lunghi perimetri di parole e perdoni ci richiamano
in fondo a te sto ad ondate
ed ancora parlo plurale
infiniti segnali meravigliano la mano di gesti
un cerchio tribale, l’istinto dell’abbondanza
si proietta, ma i giorni sono sfiniti in questa casa
estratti nel giardino d’inverno e seppelliti
sotto una costellazione di morte che di notte applaude.


Met Sambiase

Testi Inediti già pubblicati su "L'estroverso", il 2 febbraio 2015
http://www.lestroverso.it/gli-oggetti-e-la-cura/?fb_action_ids=950148604997893&fb_action_types=og.likes&fb_source=feed_opengraph&action_object_map={%22950148604997893%22%3A808737129198210}&action_type_map={%22950148604997893%22%3A%22og.likes%22}&action_ref_map=%5B%5D


mercoledì 16 gennaio 2013

Stanze del Nord, recensione di Maria Gisella Catuogno




Recensione a Stanze del Nord, Onirica Edizioni 2011

a cura di Maria Gisella Catuogno

La poesia di Federica Galetto si dipana in un universo esistenziale costituito dai temi di un rapporto affettivo complesso e variegato; di un anelito, seppure destinato allo smacco, all’assoluto; di una costante e fruttuosa ricerca di sé, dei caratteri della propria interiorità e orgogliosa individualità; di un’affollata presenza di creature animali e vegetali che acquistano talvolta sembianze umane; di una implacabile e salvifica urgenza di scrittura.
Il rapporto con l’altro per eccellenza, con chi non di rado è chiamato amore, è fonte di attesa trepidante e ansiosa:

assolta come sposa resto/sui gradini della chiesa/ad aspettare il tuo arrivo
ti leggo e ti sento arrivare come il raggio/del mattino sui colli
t’aspetto come s’aspetta un tuono in Creata e fatta  immagine;
mentre riaffiora il ricordo dello stupore di scoprirsi innamorati e disegnare progetti di felicità in Desto le cose:

di anni che di venti ne avevamo/e cieli ci ospitavano gravidi/dei figli nostri sognati la notte/sulle panchine del parco e nei viali

Ma la complessità del rapporto amoroso si conferma in Riverberi di sbeccati contrasti, dove le opposizioni diventano cirri densi di diversità in abisso mentre in Dicotomie sterili nei contrapposti si evidenzia la lacerazione, lo scontro, la sterilità comunicativa. Una sterilità che viene ribadita nel titolo fortemente icastico Hai cosparso di sale la mia terra con conseguenze che l’io poetico non esita a denunciare:

senza speranza non sorrido/né apro al mattino la porta

Il desiderio di essa comunque non viene meno, pur nel riconoscimento degli enigmi dell’attrazione/repulsione, tanto che qualche verso dopo si ammette:

Era tempo di distendersi ad aspettare ancora/che la felicità sgorgasse da quelle rocce fragili
anche se l’amore non sazia/non sazia/non sazia! riempie caverne/case di marmo nella lirica Nei polsi deboli dove il sentimento è riconosciuto incapace di fondere davvero due creature, perché le individualità restano spiccate e irriducibili. Tanto che nella penultima poesia della silloge, Te l’ho detto, l’io lirico, attraverso un lessico insolitamente piano e dimentico di ogni ermetismo, si offre al suo amore come casa/ostia/cibo per il cuore acquistando il tono dell’avvertimento e dell’esortazione in una dignitosa affermazione di un sé perché è spirito di carne/ o carne di spirito e si nutre d’abbagli e di gusci/pieni di quel nascondersi per farsi vedere.
Come a sottolineare che la diversità non può venire colmata ma deve essere conosciuta e rispettata: esclusivamente su tali premesse è possibile la declinazione gratificante degli “amorosi sensi”.
Se il rapporto con il partner può essere problematico, quello con la natura solitamente offre pozzi di sollievo come in Altri inverni verranno e tutta quanta la raccolta ospita una miriade di creature, specialmente alate: tortore colombe gazze libellule corvi cigni tordi farfalle meduse conchiglie cicale leprotti fagiani, ma accoglie anche alberi e fiori, in cui pare che la flora acquisti sembianze e comportamenti umani e l’autrice si chiede se parlano le ortensie alle viole/come distese sul letto a confessare (Mutazioni).
Se l’ascolto da parte di Dio non è assicurato Perché non sei rimasto in ascolto Dio/non volevo che acquiescenza sul male/un getto di pace nel buio/ossia speranza intricata e ferma, è invece salvifico, seppure faticoso, l’approdo alla scrittura:
Mi schianto di versi e di freddo/per sapere ancora di essere intera in E scendo e in Me ne curo poco, non è retorico il chiedersi Ma cosa farei senza pane da scrivere.
Nelle Stanze del nord, dove si offuscano i toni decalcificando muri e giardini immobili il linguaggio, parallelamente alla complessità e profondità dei temi trattati, appare spesso aspro, originale, prezioso ed ermetico; ma dove la tensione esistenziale s’allenta, cedendo il passo a soste e respiri d’armonia, il lessico diventa piano, comprensibile, quasi quotidiano. Come un gomitolo che si dipana lentamente, sciogliendo nodi cammin facendo, e del quale la poetessa sa tenere ben saldo il filo e governarlo a dovere.
Del resto, come non ritenerla capace, se lei, come confessa, sa persino ammansire colombe?


Maria Gisella Catuogno
gennaio 2013 


venerdì 11 gennaio 2013

Taravella e Galetto in un Canto Breve



Foto dal web



Canto breve



il passo affrettato che gira come cardine sciolto
il riflesso trapassa scola nel polso aggrappato al bordo
inceppato di un rosa spietato - ora che mi cammini
sono ad un passo dal viso - in un bacio
che disarma anche l'inchiostro
(A. Taravella)


*

delle brume svanite ai caldi ristagni
dei polsi aggrappati di rosso tradire
le gonne anche alzate o rimosse
per strada
con sogni richiusi i portoni
domestici ricordi apparenti
di giorni trascorsi a non farsi male
le curve appiattite nel petto
respirando miele
(F. Galetto)




Il blog di Antonella Taravella

http://nevertearusapart.wordpress.com/

lunedì 19 novembre 2012

Meth Sambiase








La Poesia di Meth Sambiase si racconta e si lagna, s’infervora e si redime, s’appende ai sogni  e si rassegna, il tutto in un’atmosfera di mesta rivoluzione che vuole vincere ma non dimenticare.

I versi brevi contengono le verità del poeta, nell’intensità espressa con un piglio talvolta candido, talvolta agguerrito di chi cerca una giustizia ed una verità non lontane ma forse, proprio per questo irraggiungibili.

La vita, segreto e grata soffocanti, tiene racchiusa in sé l’instabile e il non vissuto mentre le illusioni persistono nel configurare percorsi di cui fidarsi ancora, in un rito quotidiano votato alla speranza di una vittoria, una riuscita migliore.

I versi racchiudono molto desiderio di uscire allo scoperto per riscattarsi dai tranelli dell’esistenza, la forza di imparare ancora per sbagliare ancora, o forse di  ritornare indietro e guardare ciò che si è fatto e ricordarlo come fosse la prima volta. 

Cammina da sola Meth,  anche senza il conforto degli ideali comuni e dei progetti. Pensa ad alta voce. Scende e sale in un percorso disseminato di schegge che feriscono e guariscono, lenite dagli intenti di mostrarsi nella luce e nel  riscatto. Una Poesia fatta di coraggio e lucida analisi che mai si perde nello sconforto ma rema contro e avanza, in un senso circolare di vita perpetua e imperfetta che vale sempre, comunque, la pena di essere vissuta.

Federica Galetto








(D’un tratto dovetti cantare –
e non sapevo perché.
-La sera però piansi lacrime amare.
Else Lasker-Schuler)





*

Storie si dondolano
si sentono tra le grate, si,
come altalene che oscillano e forano
ma la rimembranza è il viaggio d'andata
e la s'imbusta
io
tu
mai noi
forse un arcipelago forse un umano vulcano
una giornata che deve quadrare
una quadra, una conta
e conto uno
e conto un errore
uno specchio d’inganni
ma devo mostrarmi:
lascia che mi illuminino e possa risplenderti.


*
Anche i gatti sono sacri
seppur distratti, come mia madre di ventre
che mi ha perso quando sono nata
nella nidiata sotto un cavolo cupo
e non mi ha ancora ritrovata.

*

Insonne pensa all'inferno
che potrebbe essere vivo davvero
nell'oltre di un sonno perso
così l'immagina, tappando gli occhi le finestre,
dai segreti e dalle grate come meandri
soffocanti per l'immensa vita non vissuta,
in recessione di prudenza e stagni
dove dorme, e manualmente
s'oppone o si converte alle voglie
a groppa di cause perse e perdute
le radici d'illusioni malnate
in poco respiro, ruotando in ogive perfette.
Ruotante, ha comprato dei semi
e dei raggi di luce nuova
che appenderà perpendicolarmente
alla quadreria dell'ultimo letto,
quasi un capezzale del purgatorio
dove genuflettere e chiedersi perdono


ma Giuda era ad un tiro di schioppo
e ha figliato come le perle nei fiumi.


*

Allora lei, aspetta di risorgere
così tornando indietro bestemmierà su se stessa
artigliando con le unghie
ma il viaggio sarà breve
- siate comodi -
dalla riva del Nilo al suo delta
solo un volo di mosche
a perdersi in una resurrezione.

******

Due estratti da Leporis, (in)canti matrigni



******

Ho  visto  di  notte  il  mio  trapasso.
Ero  al  centro  del  vortice
tu  mi  sorpassavi  
e  quadravi  la  mia  spirale.
Avevo  un  ragionevole  ronzio
che  mi  assicurava  al  mondo  
come  anarchica  sognatrice.
Mi  hai  indicato
e  son  caduta  dalla  tana  delle  spine.

*

E' nel limite
pur si gode la forma che dissolve
una curva piena d'acqua
e fra le mani le cosce, a contare
il trascorrere corporale del disgelo
e tu dici che la colpa è nell'essere
di marzo nata in sottoveste
ghirlanda di sirena in allarme
che gode a girare le spalle e gli abiti
a chiazze di chimera negli armadi;
il canto della nuova stagione
se arriverà, ne scioglierà di brina i sensi.



Biografia:

Meth è Simonetta Sambiase. 
Studi artistici (MIchele Sovente come docente di Letteratura contemporanea) e la passione della scrittura. Ha vinto nel 2011 il Woman in Art, sezione poesia, presidente della giuria Milo De Angelis da cui nasce il libro con la raccolta vincitrice Coniugazione Singolare, postfazione della giuria del WIA
Nel 2012 è stata segnalata al premio Giorgi, ed è stata scelta nel concorso per la V edizione di 8 poetesse per l'8 marzo. E' fra i finalisti del premio Verba Agrestia X edizione 2012, II Posto al Concorso di Poesia Città di Fusecchio 2012.
Libri di poesie pubblicati: Tempo inaspettato e Una Clessidra di grazia, edizioni Rupe Mutevole.
Una Clessidra di Grazia ha ottenuto il terzo posto del premio Leandro Polverini del 2011.
A dicembre 2011, la plaquette   Leporis (in)canti matrigni, edizioni Limina Mentis.
E' stata segnalata nel 2011 al XIII premio San Vitale di Bologna e al II Premio Franco Fortini
Varie partecipazioni in antologie, le ultime in uscita sono A che punto è la notte,  Ai Propilei del cuore, Edizioni Cfr, e Il Coro, edizioni LunaNera.
Ha curato i progetti culturale di Duplice complice e Senza abbassare lo sguardo, Fibrarosa (inserito nei Biblioday 2012 di Reggio Emilia)
Tra le cose del passato, presenze in alcune antologie, fra le quali Fragmenta,  della casa editrice Smasher, per il progetto di Ulteriora Mirari e alcune raccolte di  Poesiaérivoluzione, Aletti Editrice, Edizioni Rei e Samperi editore;  nel web, l'antologia erotica di Vir-Us.
Varie partecipazioni fra cui ama ricordare  Le strade della Poesia  di Guardia Lombardi e Poesia a strappo (Crema)
Cura la pagina poetica ElegiaStella sul sito RainStars.net, ed è  redattrice del blog culturale WSF.
I suoi blog di poesie e pensieri vaghi sono su Io bloggo  e WordPress

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giovedì 1 novembre 2012

Casa di perduto sonno



Photo Imogen Cunningham






Ho scritto questa poesia dedicandola ai miei nonni: Maria e Federico. Vissero insieme per breve tempo poiché mio nonno, a seguito di un incidente sul lavoro, perse la vita poco più che trentenne, fulminato mentre riparava una centralina elettrica. Mia nonna, donna forte e straordinaria, sarta finissima, crebbe due figli da sola e visse qui, nella casa dove ora io vivo, senza mai più risposarsi. Li ricordo con un affetto immutato e delicato. La sera, quando scendono le ombre, i loro passi mi fanno compagnia e il loro ricordo s’addensa e mi culla.




CASA DI PERDUTO SONNO


In questa casa di perduto sonno,
che la nebbia in fioca luce respira appena,
e le finestre di colli
e le pianure allargate sul Tempo spurio,
i rumori quieti su per le scale di ripida memoria.
La voce degli alberi  s’allena nel vento,
cielo scuro puntellato di stelle,
colmo il soffitto d’intraviste storie
appese a vagolare rimpianti d’estate.
Sulla terrazza una faina s’addorme,
stanca di rincorse ai tetti,
riemerge il fiato stillato nell’aria ferma.

Shhhhhhh…si svegliano i bambini
scarmigliati e inermi,
un abbraccio inghiottito è fantasma,
le gonne imbastite sul tavolo,
i gessi e i fili da punto perfetto
sul comò della sposa.
Vuota la sala prove nel salotto buono,
le ombre delle signore eleganti si rincorrono
e tu china a imbastire orli come scultura
mai scalfita che t’affanni, senza uomo né
vita, a vestire sogni d’altri.

In questa casa di perduto sonno s’accorcia
la distanza e la luce, un lusso che prese
la sua vita e la tua nel giorno più lungo
della giovinezza remota, quando aspettavi
sulla soglia il suo ritorno, l’abito verde acqua
con collo di pizzo  e mio padre a corrergli
sulla strada incontro.
Vi vedo ancora abbracciati nel sole di maggio
dove nulla scopriva il futuro e la vita
sbocciava robusta, fra i boschi e i campi,
quando le cicche spente fra le labbra ornavano
un sorriso a metà, i bambini ridevano allacciati
al collo e nell’aria il profumo di tiglio infieriva
con dolcezza su quell’amore breve.

Nel ripido andare all’indietro vi sento,
sferragliare con pressa il side car rosso,
la bellezza della campagna assolata e gli
occhi fieri di modernità raggiunta.
Sposi diletti, asserviti all’amore, è qui
che vi rivedo, per sempre uniti, nel bisbigliare
ardito d’una passione indenne, al Tempo.


Nightingale

mercoledì 3 ottobre 2012

ANILA HANXHARI








I versi di Hanxhari hanno un impatto visivo potente. Difficile leggere senza che la mente scorra davanti a sè un turbinio di immagini più o meno piacevoli. L'emozione viene filtrata dall'immagine e dall'immaginario dell'autrice che riesce così a raggiungere il lettore. Alacremente, come gli insetti che pervadono i suoi versi, Anila lavora nell'osservazione dei propri mondi interiori tentando di cederli all'esterno senza mai arrendersi all'ovvio o al già sentito. Spesso le metafore accolgono un'impronta disturbante, talvolta fuorviante, e seguono percorsi di consapevolezza poco battuti. Non è una lettura di facile comprensione, non immediata almeno. Sempre ammesso che la Poesia vada capita. Qui si capisce poco e si immagina molto, si guarda un cortometraggio interessante di breve durata ad alta intensità. Il "vecchio che nasconde le briciole nella barba" diventa un'icona della passione umana che va per il mondo accogliendo i resti del vissuto, e pare quasi di sentirla quella "risata muta dei ragni", di provare profonda pena per i "mozziconi di farfalla", perchè la vita ci mette davanti ciò che non vogliamo affrontare, fino a quando siamo costretti a farlo:

I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare













Mi fuoriesce l’erba in sciame

Mi fuoriesce l’erba in sciame
Di api che nevicano ombre d’altare
Qualcuno mi strappò la placenta
Per chiedermi del sonnambulo
Dei crampi di quercia giù per la pancia
Con l’ombra cieca come grano di talpe
Che sbatte su e giù per le pietre dei fiumi
Tanto da strizzare l’uomo
Che come prete lo confessa
E appoggiare il capo nudo
Quando le spalle rese sorelle
La riconosceranno come proprio
La lontananza che dà il castigo
È la stessa che ha gli occhi allenati al furto
E al crocifisso


Uscendo dalle pagine sapevo
Un segnalibro porta vento

Io nascevo a singhiozzi
In una casa condivisa da ospiti
Su cento alberi e un brano
Raggiungendo la libertà senza parlarne
Con la valigia di veli a luce piatta
Malgrado il falegname di esili
Scolpiva la dote della Venere
Avevo mozziconi di farfalle
Le persiane sconfitte dai tamburi
I pezzi del mare ammucchiato
Fra i banchi
In un brivido a ombrello
I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare
A fare orli di donna con i seni
A sfamare di latte gli angeli
E l’impasto crudo dei passi
Origliando il grido che raggela e tinge
Le maschere di lieviti dei profeti
Sull’ombelico bruciato delle cagne
L’ora che spera di durare l’amore


Nell’incognita mi decifreranno il passaporto
E la mia indoli segreta di sopportazione
Io che sono nata dal drink di due calici
E dalla risata muta dei ragni
Da quando mia madre gli stava alle calcagna
Ho compreso gli artigli sui muri
E una toppa sui naufraghi
A furia di arredare fiamme
Non ci sono più nascondigli
Tutto si gioca
Facendo finta di calarsi dai volti
Tutto ciò che passa ricomincia da solo

La nostalgia è mettere in ordine le albe
Dentro un vecchio che nasconde briciole nella barba
E una ruga sul guanciale
Ha ancora denti di latte
Un tatuaggio di rami sulla fronte
Passa una mano tra i capelli
Pettinando gli anni intoppati
Tutto ciò che passa ricomincia da solo
Su un cerume di luce nelle unghie
Prima di andare mette le ciglia sull’erbario
La lingua sotto la parola
Lo alzerà e scorreranno insetti dappertutto
Come albe
Per accordare le dita ingiallite nella saliva
La caduta della pelle sotto i peli
Ha i figli su un rene li lascia e si rilassa
Il vecchio è una nostalgia di posacenere
La nostalgia è un vecchio rilegato.

Anila Hanxhari

poesie tratte da "Cicatrici d'acqua" (ed. Noubs)




Biografia:
Anila Hanxhari è nata nel 1974 a Durazzo (Albania), vive a Lanciano (Chieti). Ha al suo attivo per la poesia le raccolte Io tu e l’anima Ed. Ianieri, Assopita erba dell’Est (Noubs, 2002), Cicatrici d’acqua (Noubs, 2007 - prefazione di Giuseppe Conte, con una nota di Massimo Pamio), è presente nell’Antologia “Nuovissima poesia italiana”, a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2005. Nell’antologia “ I poeti Italiani per l’Abruzzo e l’Aquila” Ed. Tracce. Sue poesie sono apparse su “Lo Specchio de La Stampa”. Ha vinto vari premi (tra cui il Premio Camaiore-Proposta 2002, il Premio Matacotta opera prima 2003, concorso RAI Miss Poesia 2006, il Premio Valle Senio, il premio Poesia nella vita 2011)e tanti altri, è stata invitata in diverse manifestazioni letterarie (tra cui il Festivaletteratura di Mantova 2006). È Presidente dell’Associazione Culturale “Italfida”, con cui ha ideato e curato molte rassegne di letteratura e arte. È anche pittrice presente in diverse mostre collettive e narratrice. In uscita "Brindisi degli angeli" (La vita felice)


lunedì 9 luglio 2012

"Dolore" - Patanè legge Galetto

Sebastiano Patanè legge la mia poesia "Dolore".  Un regalo prezioso che vorrei condividere. Grazie Sebastiano, la Poesia è un'emozione grande, una nota salvifica, un racconto silenzioso che canta nei suoi accapo, ma quando la si legge mette le ali e arriva davvero al Cielo.








Dolore,
o mio dolore
non rimanere invano
ritraendoti
rauco
il midollo in testa
la pelle sottile in controluce
ché giacevi
come gatto bulimico
sopraffino detentore
d’erba medica
ghiotta inaffidabile bestia
accucciata senza respiro
o movenza attratta
dall’esile incandescenza spirata
dai molli giunti
sopra le sedie lasciando tracce
della bava e del vento rotto
perché sapendo
urtare quei rami sul selciato
caduti e atterriti d’ansia
divoravi
lettere e parole
merce contraffatta e lacrime
come se mai avessi visto prima
come se mai avessi vissuto
Tu dolore sgrana
dalle orbite insulse di occhi
quel candore esausto e prendi
prendi(mi) dentro le braccia più strette
a gonfiare di perle ai minimi
termini                    (fausses, fausses , sont les perles)
D’illeso convoglio partire
per difender le notti
stese ad asciugare
nei limbi tortuosi del fardello che trascino
Allora dolore, vieni
a spezzare
le inconsistenti armi che sono
i pensieri
triboli rei d’esistere
per me maniaca del vero
in questa notte
come un tormento sfilato ai sogni
(dal cui unico lato s’esce senza tornare)
per dire che siamo tanti
aggrappati
fuori dai finestrini
stracciati dalla furia di te
istrionico  
bugiardo
evirato
mo-los-so
mo
loss(o)
MOLOSSO







Federica Galetto

venerdì 4 maggio 2012

Alessia D'Errigo





Ernst Wilhelm Nay






Alessia D'Errigo si esprime smorzando gli slanci, adotta versi brevi ma penetranti per descrivere profonde sacralità. Raccontano istanti concentrati le sue parole, nella ricerca di verità che faranno da contrappeso al suo intenso desiderio di scoprire strade non battute. Carnale, materica, ossessiva nel tendersi verso se stessa  e l'Altro, Alessia si porge come dono di carne e sangue nelle mani di un amore che ricorda la celebrazione d'un antico rito, si trasforma in creatura perfetta che ha compreso le debolezze e ora le rivendica permettendo al suo interlocutore di redimersi imponendogli una accorata richiesta di perdono. L'uso del colore che versa con pennellate sapientemente dosate riesce nell'intento di illuminare la propria condizione irrisolta, ad amplificare ciò che pare non arrivare mai e ad affermarsi in un'autodeterminazione esplicita verso desiderio e forma, (ri)trovata  essenza di sè. Nasce dall'essere donna e da un parto da cui ogni cosa ha origine il suo cammino di Cerca. Nei sogni, come lei stessa li definisce "impiccati" , trafuga tempo residuo per domandarsi se mai, a se stessa, è concesso accedere al desiderio di una bellezza imprendibile e potente che trasfigura l'intento rendendolo parte integrante di una natura matrigna che l'autrice sfida audacemente. La sua forza è nel dubbio, nel morire per rinascere consapevole, nell'immane fatica di un avvicinamento alle possibilità più remote.

Federica Galetto


e m'impicco all'albero più alto dei sogni
dove scorgo a lingua viola
il baleno fugace della bellezza


Alessia D'Errigo













l'impiccata

si è staccata
cadendo in pieno sole
(attrattiva speranza )
s'è rotta -  scuotendo e ustionando la pelle
come un travaso d'olio bollente
al margine dei mondi

e m'impicco all'albero più alto dei sogni
dove scorgo a lingua viola
il baleno fugace della bellezza

è il mio sesso a volerlo
la mia apertura estrema
dov'è nato iddio

il cielo che s'apriva
ora sventra al parto
e rapace l'inghiotte
(solstizio d'amore)

l'albero bianco
lascia cadere le sue foglie
di zinco e di rame
l'albero bianco dei sogni

i sogni miei - miei - riposti e addormentati:
            
           spoglio cedere di membra
           sale dell'ignoto vergine
           ti chiamo - t'invoco - aspetto
           son io ?
           son io a quell'albero spoglio ?
           o è la maschera del tempo che oscura ?
           albero bianco
           giglio-vita
           ecco che t'invoco
           con la lingua viola
           impiccata
           all'apice tuo volere



*


chiedimi perdono


girare nel tondo delle mani
girare le pose belle degli occhi
uno sgorgo salino di baci
di rivoli pieni e santi
girare nel tondo
nel mondo rotondo
che aspetta
l'incanto di vita
l'incanto di pelle
sola sommossa
sola e calma
dolente
informe
embrione-vita

(chiedimi perdono)


*


il tuo bacio che doveva essere il mio



di sangue mi faccio corpo
d'ombra rossa e margherite
il mio prato- uno stelo aperto al cielo

                                       (germogli in fiore)

il mio sangue che non è solo il mio
(ombra del tuo bacio)
e il bacio- ombra mia
il mio prato un germoglio in fiore

e raccolgo a mani aperte
lo scorrere delle labbra
(platani aperti)
il tuo bacio- che è il mio
                                      (germoglia il fiore)

cosa chiedo e chiedi -  radice di baci
cosa ami e temi - radice di baci
cosa danzi  - radice dei miei baci

il mio prato un germoglio in fiore

chiedimi ancora della notte - nascondimi
chiedimi ancora dell'amore - salvami
chiedimi ancora se l'amore e la notte...

                                     (germoglia il fiore)

amore

il tuo bacio che doveva essere il mio



Alessia D'Errigo





Biografia:

Alessia D'Errigo è Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico.

Dopo un percorso classico come attrice comincia una ricerca personale sull'atto scenico e sulla reale necessità del suo manifestarsi.
 .
Nell'ambito teatrale la sua ricerca si dirige verso l'esplorazione degli archetipi femminili.
Lavora, molto spesso riscrivendo o in totale improvvisazione sulle figure più importanti della drammaturgia teatrale (Ibsen, Pasolini, Lorca, D'Annunzio...) e sui testi della Woolf, della Kane, della Dickinson, Merini, Sexton, Plath, Rosselli... portando in scena vari spettacoli .

Amante della poesia (che definisce il suo “sesto senso”), dedica una buona parte del suo lavoro ad essa, forse la parte più importante, quella che darà vita e che farà da filo conduttore a tutte le sue creazioni.

Da anni porta avanti un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta.

Successivamente, la sua ricerca si estende anche verso il cinema e la performance video-live nascono opere come "Mater- per Yerma", "Onde", "Women" di cui si occupa anche della regia e del montaggio video.

Nel 2004 apre, insieme al suo compagno, l'artista e regista Antonio Bilo Canella,
il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.

Proprio al CineTeatro inizia un lungo percorso sull'improvvisazione totale (la Performazione) portando in scena vari spettacoli.

Nel 2011 Alessia D'Errigo apre il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all'improvviso)
l'intento è quello  di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d'improvvisazione totale. Progetto sancito dall'omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”.

Il linguaggio dei lavori presentati da Alessia D'Errigo ha una forma sempre diversa, si passa dalla performance video-live alla conversazione con il pubblico, dal lavoro sul corpo all'opera cinematografica, dalla scena dialogata all'alterazione vocale. Un lavoro il suo, che fa da specchio alle metamorfosi interiori che solo un'anima realmente in ricerca può avere.



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