Photobucket

Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

mercoledì 20 luglio 2016

Terracqua di Mirella Crapanzano - Una nota di lettura









Ci si incammina assaporando il profumo del mare. Oltre le spiagge, il sentore del sale sugli orti e le case. Le sterne cantano attraversando con un volo radente il rollio delle onde e il loro frastuono. Così incomincia il viaggio attraverso “Terracqua”, luogo multiforme a cui il Poeta appartiene e di cui nutre la propria memoria. Vi sono sposalizi avvenuti sulla schiuma di un onda e anemoni sui fondali marini a raccontare un amore
(i fiori per la sposa giacciono/ in fondo distese brulicanti di anemoni/fanno una corolla nuziale),
l’avvicendarsi ciclico del giorno e della notte sotto cieli neri e venti sopiti, il silenzio della natura in un’isola di primigenia bellezza
(il vento tace sull’isola/ come un presagio/l’alta marea tra i seni/ il nero stellato intorno/a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano/le coste).
E il ricordo che brucia come lava di vulcano, lo stesso ricoperto di terra nera che aleggia nell’aria greve. Con una scrittura intensa ed elegante, Mirella Crapanzano ci conduce nel suo Eden personale, nel suo centro emozionale, nella sua radice di acqua, fuoco e terra di Sicilia dove l’autrice nasce. Nella mente i suoni liquidi del mare, le impalpabili luci dell’alba, i tramonti trafitti di rossi accesi, le notti nere senza luna, le risacche che sempre tornano: così è il mondo descritto dai versi armoniosi di questa autrice siciliana, nata ad Agrigento; un mondo percorso a piedi scalzi e con la salsedine sulla pelle
(un colore ti segue nella pienezza/delle ore/reclama la presenza di chi/cammina a piedi scalzi/e vede il mare/come qualcosa che gli somiglia),
in simbiosi con l’ambiente isolano che ospita il Poeta nel suo percorso esistenziale e lo rende colmo di un forte senso di appartenenza
(ho respirato a lungo sott’acqua/come un pesce/ una stella marina/un’alga/ed ero felice).
E’ viscere e cuore, echi d’Africa e fioriture di mandorli questa raccolta di poesie, un vorticoso avvicendarsi di colori, profumi e immagini nitide, tanto da poterle quasi toccare
(ero terra e nuvole a vista d’occhio/corrente ascensionale d’acqua/una vertigine intagliata sulla pelle).
La casa accoglie il verde dei prati e il rombo del mare: dalle sue finestre si vedono i ciliegi in fiore scuotere l’aria di profumi e il mare quando “s’arriccia e imbianca”. E le stagioni scorrono negli occhi di bambina e poi di donna, s’accendono le voci delle madri e dei padri, delle tradizioni mai perdute
(ho colorato i frutti di martorana/cucinato i biscotti/i pupiddi di zuccaru/ ca mi cercanu l’occhi/bacche mature speziate per la festa/nei giorni dei morti/vedi/ci sono bancarelle/di calia/ simenza e ciuri)
della terra e del suo grembo che porta l’amore e i suoi frutti
(in quel tempo mirabile/il punto dove si annidano i colori/crescono gli aranci)
Scorrono i mesi, le stagioni si avvicendano raccontando storie, eludendo i drammi dell’individuo che sòlo talvolta langue nel sentirsi tale; e poi la perdita di chi si ama che lascia “il vuoto sul divano” fino al giungere della passione, e della sorpresa al tocco di una mano, del profumo del desiderio (l’odore è quello della spremitura/dopo la pioggia .)
Fuori da una stanza in ombra (e come sere/ le finestre/hanno il bianco dei gelsomini) il sole cocente e il profumo di zagare e gelsomini, dentro le mura il dissolversi dei corpi; fino al tempo in cui scende la neve, che con la sua fragilità è metafora della vita e della sua inconsistente ma luminosa meraviglia. Finito il viaggio si ricomincia dall’acqua, e poi la terra, e il fuoco, e ancora il mare, in un moto circolare di eterno ritorno; perché gli elementi e le anime si appartengono, costituiscono uno spazio segreto tra ciò che è chiaro e ciò che è oscuro, tra cultura e natura, tra spirito e corpo, tra Dio e gli Uomini.

il senso che il divino oscilla
tra campi di stelle e umani
dagli occhi trasparenti all’invisibile


Federica Galetto


lunedì 2 marzo 2015

Meadowland:the private life of an English field – Prateria:vita privata di un campo Inglese

 pipit 




Sweet is the lore which
Nature brings;
Our meddling intellect
Mis-shapes the beauteous
forms of things
We murder to dissect.
Dolce è la tradizione che
la Natura porta;
L’intrusione del nostro intelletto
Deforma le bellissime
fogge delle cose
Che noi uccidiamo nel dissezionarle
William Wordsworth


§

The ice moon is already rising over Merlin’s Hill as I go down to the field at late evening to watch for snipe. There is real cold in the back edge of the wind, which rattles the dead tin-foil leaves left clinging on the river oaks. As I open the gate, my heart performs its usual little leap at the magnificence of the view: the great flatness of the field, its picture-frame od hedgerows,the sloping smoothness of Merlin’s Hill to the left, then right around me the forbidding dam wall of the Black Mountains. There is snow along the top of the mountains, snow as smooth as wedding cake. Stepping into the field is to step on to a vast square stage in wich I am the last person on earth. There is not a house or person or car to be seen. It is the sort of field where, as you step in, you breathe out. The snipe like the wet corner of the meadow, where the old ditch is broken, leaking out its contents, and where sharp sprigs of sedge have taken hegemony. The snipe have come in here late for the two nights past, where the ground is amiable to their dagger beaks and the sedge offers shelter. Frost already spectres the grass on the field. A small flock of brown meadow pipits rise up in front of me, as though hesitantly climbing invisible stairs, chattering as they go. The nondescript meadow pipit is gregarious in winter, and is a true bird of grassland. The bird’s Latin name is Anthus pratensis; pratensis is Latin for “of a meadow”.


§

La luna di ghiaccio sta già alzandosi su Merlin’s Hill mentre scendo al campo in tarda serata per osservare il beccaccino. Fa davvero freddo nel risvolto del vento contrario, che scuote rumorosamente le foglie morte argentate lasciate a ciondolare sulle querce lungo il fiume.  Mentre apro il cancello, il mio cuore ha come al solito un piccolo sussulto alla vista della magnificenza del panorama: la vasta piattezza del campo, la sua cornice di siepi, il dolce declivio di Merlin’s Hill sulla sinistra, poi tutto intorno a me la minacciosa barriera delle Black Mountains. C’è la neve sulle cime delle montagne, neve morbida come una torta nuziale. Camminare nel campo significa inoltrarsi in un vasto palco quadrato nel quale io sono l’ultima persona sulla terra. Non si vede una casa o una persona o un’auto. E’ il genere di campo in cui, mentre cammini, ti manca il fiato. Al beccaccino piace l’angolo umido del campo, dove il vecchio canale si interrompe, facendo fuoriuscire il suo contenuto, e dove affilati ramoscelli di falasco la fanno da padroni. Qui,il beccaccino si è fatto vedere tardi nelle ultime due notti passate, dove il terreno è favorevole al suo becco tagliente e il falasco offre riparo. Il gelo già rende spettrale l’erba del campo. Un piccolo stormo di pispole brune si alza in volo davanti a me, come se esitando scalasse scale invisibili, cinguettando nel mentre. La pispola comune di campo è gregaria in inverno, ed è un vero uccello di prato. Il nome Latino di questo uccello è Anthus pratensis; pratensis in Latino significa “pratense, di prato”.

Traduzione di Federica Galetto
meadowlandcover 
Brano tratto da: “Meadowland: the private life of an English field”, John Lewis – Stempel

giovedì 19 luglio 2012

Donato Di Poce : Poesismi







     DI POCE E I PENSIERI, SOSPESI FRA PROSA E POESISMI 
di Stefano Elefanti

Poesia. È il primo elemento che viene alla mente leggendo Poesismi e pensando a Donato Di Poce. Un artista innatamente poliedrico, partito proprio dal genere poetico e approdato, alla fine degli anni Novanta, all’aforistica senza abbandonare mai l’attività fotografica (“Il poeta vede l’invisibile / Il fotografo fornisce le prove”) e la critica d’arte, di cui è esperto conoscitore e che ritorna in alcuni pensieri (“L’arte entra nell’anima / La musica penetra ovunque”; “L’arte non è né un piacere / né una ricerca di verità / L’arte è una necessità”).
     La poesia è presente in ogni frammento dell’opera e spesso s’individua tra gli argomenti più frequentati dalla silloge mentre, in altri casi, essa pare avvolgere l’aforisma donandogli un’aura magica e, a tratti, quasi onirica (“Gli occhi dei poeti / Sono trappole di sogni”; “I poeti sono colpi di vento / Che cancellano le parole / Con un respiro”); proprio questa ibridazione tra due generi che sono ritenuti storicamente opposti e inconciliabili, è alla base della raccolta: qui, la piatta serietà contenutistica della forma breve incontra il linguaggio analogico e attraente della poesia, dando così vita ai Poesismi, in cui il concetto è associato alla preziosità della struttura e giunge al lettore sotto questa nuova veste, come aforisma poetico (“Tutti cercano la poesia / Ma solo i poeti / Sanno andare oltre”). La scelta stessa di disporre gli aforismi in versi senza però prevedere una regolare cadenza metrica, significa un’attitudine alla versatilità artistica e, in questo senso, Di Poce si conferma un autore costantemente in bilico tra prosa e poesia.
     Questa continua ricerca d’innovazione appartiene all’ambito dell’aforistica poetica, corrente letteraria di cui Di Poce è l’erede e che annovera talenti come Sbarbaro e Merini. Nonostante ciò, egli non tralascia di applicarsi ad alcune forme classiche del genere breve: appaiono così anche sentenze più pragmatiche e amaramente ironiche nelle quali echeggia la massima di derivazione francese, in particolare nello stile pungente e cinico oltre che per il concetto pratico che trasmettono; esse sono, in questo senso, come intuitivi lampi di verità in un cielo di ovattata astrattezza (“Il segreto della felicità eterna / È di vivere sogni a breve termine”; “Persone si nasce / Uomini si diventa”).
     Se l’incertezza era dominante e chiudeva Nuvole d’inchiostro (“Io non ho certezze / e non ne sono / nemmeno sicuro”) il tema resta aperto in Poesismi (“Da sempre cerco / Il senso della vita / Ma qualcosa mi sfugge”), lasciando spazio a Di Poce per spingere la creatività oltre i propri limiti, verso una profonda analisi interiore che indubbiamente avvince e conquista il lettore (“Si scrive per lasciare un segno / Si cancella per scavare tracce di verità”). Oltre alla poesia e al ruolo del poeta, altri temi trattati nella silloge sono la musica, la follia, l’arte e l’amore ma non mancano anche componenti paesistiche ed elementi naturali come il vento, i fiori e gli animali.
     Il titolo della raccolta è un omaggio all’efficace neologismo, pensato da Adriano Petta nel 1999 proprio per descrivere gli aforismi di Di Poce, ed è adeguato a presentare questa nuova forma letteraria, la quale, una volta lasciate alle spalle le rigide divisioni di genere, comprende al suo interno delle variazioni che spaziano dalla massima aforistica al frammento poetico e, continuano poi, fino all’appuntito epigramma. Sul tema è decisamente interessante la presentazione al libro, scritta da Fabrizio Caramagna e tesa a ricostruire in breve le origini e le caratteristiche dell’aforisma poetico.
     Poesismi è pertanto un felice connubio letterario, capace di attrarre per l’immediatezza e la piacevolezza di lettura ma anche di far pensare, poiché esso è abile a lasciare in poche righe, com’è consuetudine del genere, qualche traccia di sé dopo avere chiuso il libro.

Reggio Emilia, Luglio 2012

Stefano Elefanti

"Poesismi", Onirica Edizioni 2012




Poesismi di Donato Di Poce

Poesismi di Donato Di Poce

lunedì 7 maggio 2012

"Segreta" - Recensione di Donato di Poce










Ospito con grande piacere una recensione di Donato di Poce al libro "Segreta" di Daniela Cattani Rusich.
Daniela Cattani Rusich è nata a Milano nel 1964 da madre greca e padre friulano, e ha origini origini slave, turche e armene. Ha frequentato lo I.U.L.M. a Feltre e ottenuto il libretto di pubblicista dopo anni di praticantato presso due testate locali della provincia milanese. Ha svolto attività di bibliotecaria ed è stata insegnante per venticinque anni. Ha pubblicato la silloge Rendimi l’anima per Edigiò nel 2008, arrivata terza al concorso nazionale “Poetando”, Il romanzo corale Malta Femmina per Zona editrice nel 2009, con altre scrittrici di tutta la penisola, la silloge Segreta nel 2010 per Onirica Edizioni, arrivata tra i cinque finalisti assoluti al concorso “Massa città fiabesca di mare e di marmo”, e infine il romanzo “C’è Nessuno?” nel 2011. Primo premio al concorso internazionale “Them Romano” con il racconto Porrajmos-l’olocausto zingaro, primo premio al concorso “Un monte di poesia” con la lirica Segreta. Collabora con alcune case editrici, curando editing e antologie, fra le quali citiamo: Poetika vol I e II (poesia), Camera 213 (noir), Il Mercante di Fiabe(ragazzi) e Dal tramonto all’alba (poesia). Molti testi, sia in prosa che in versi, sono contenuti in opere antologiche, edite da Giulio Perrone, Aletti, Liminamentis, Liberodiscrivere, Onirica e Albus edizioni. Redattrice del sito Poetika.it, editor e direttore creativo di Onirica edizioni, ideatrice del circolo culturale Casteld’Arte. Organizza eventi, realizza videopoesie e booktrailer.





SEGRETA: L'AMPLESSO D'ARIA E FUOCO NELLA POESIA DI DANIELA CATTANI RUSICH 


di Donato Di Poce 



Verrebbe la tentazione di commentare con dei versi questo libro aureo e in gemmazione, ma questo non si può, non si deve nei confronti di un libro che profuma di poesia esistenziale e lirica, un libro oracolare e incantatorio che andrebbe sillabato verso per verso, come una catarsi liberatoria. 

Sto parlando di un libro appena letto SEGRETA di Daniela Cattani Rusich (che è anche performer, scrittrice in prosa e autrice di un recente poemetto in prosa “ Sei un prato azzurro”, edito sul sito MIGRANZE, di una bellezza e intensità da lasciare senza fiato). La poetica della Rusich, sembra sospesa tra nostalgia e desiderio, realtà e sogno dove le parole sono migrazioni di un vissuto spesso crudele e aspro che l'ha ferita e un desiderio di vita senza tempo e senza confini, verso una riconciliazione degli opposti come lei stessa ci introduce nella poesia a pag. 13 del libro: 
“...L'Anima è segreta/sorgente di profumi/amplesso d'Aria e Fuoco/fremente di poesia”. Segreta , è un libro pieno di energia, eppure intimo e leggero ( infatti l'aria e il vento sono elementi che attraversano la sua poesia), leggiamo con lei “L'aria è vita:/noi la respiriamo...” ;” Tu mi dicesti le nuvole vanno.../Risposi: Il vento a volte ritorna” etc... 

Eppure la sua poesia profuma di bellezza, di immagini e di visioni(da non dimenticare che suo papà scomparso era fotografo ) anche se lei ci avverte: “siamo pallidi fantasmi addormentati/appesi a un chiodo, dietro la parete” ...” come stelle cadenti in traiettorie confuse”. E non mancano nella sua poesia temi d'impegno civile e sociale come la violenza sulle donne e i bambini, l'infibulazione, l'anoressia, il genocidio, l'aborto etc...struggente la sua rivelazione nella poesia 21 grammi pag.64 : “...io ero tutta sguardi e spirito di pietra/nascosta dietro ossa sanguinanti e pure...” Solo vivendo avrei potuto amare/la mia illusione/in questo mondo in-fame” da notare anche nel dolore l'ironia accusatoria della parola in-fame (in-trattino fame)”. 

Da notare comunque l'originalità e la forza della sua sperimentazione linguistica in divenire sempre più contaminato, consapevole e personalizzato (dal verso libero al settenario, dalla stanza libera leopardiana, alle quartine, dall'haiku giapponese ai versi in prosa) ma dove regnano tra le figure retoriche utilizzate dall'autrice, l'ossimoro e la metafora, “ Il pensiero è mano/polpastrelli d'aria...”; “ “-non mi arrendo!-/ leccami il fiato sulle labbra...”; “ Vivo in una sete d'assenza/tagliente inganno/oltre il desiderio” è così che Daniela ci svela verso dopo verso i suoi pensieri d'Amore spettinati. Vengono in mente leggendo i suoi versi, la forza aforistica si Stanilsav Lec e l'esistenzialismo amoroso di Alda Merini, le crepe esistenziali di Amelia Rosselli e le trasudazioni amorose di Pablo Neruda, il piglio affabulatorio e conativo di Marina Cvetaeva e il surrealismo incantatorio di Garcia Lorca. 

Perché il suo libro è un canto d'Amore, non solo all'Eros e alla vita ma all'intera Umanità, il suo verso una sutura che rimargina ferite, un elisir di gioia futura : “ Dammi il respiro,io ti aprirò la notte/e sarai quello che non sei”. Solo l'Amore e la cultura di un nuovo umanesimo possono salvare l'uomo dalla crisi e dal buio che lo circonda, e questo la nostra autrice l''ha capito molto bene. Esemplare la chiusa del libro SEGRETA : “Conta solo il respiro, mentre il tempo/ignaro arresta il passo sulla soglia;/nevica adesso e ormai si è fatto tardi.../La parola soltanto, gronda sangue”. Segreta. 

Milano, 04.05.2012



§

"Segreta" - Daniela Cattani Rusich 

giovedì 20 ottobre 2011

"Acqualuna" di Ada Crippa

“Acqualuna” è la nuova raccolta poetica di Ada Crippa per i tipi di Onirica Edizioni. Una raccolta che sin dal primo sguardo appare lieve ed altalenante, sospesa fra le mezze tinte del cielo e del mare. Nei versi brevi e mai prevaricanti, il lettore si immerge in una dimensione di sogno palpabile, fatta di polvere di luna e spuma del mare. L’io poetico acquista man mano una forza che trascende le parole portando per gradi a comprendere senza sforzo alcuno l’ integrazione dell’uomo con le forze naturali, forze da cui trae la propria dimensione onirica e reale, laddove l’interscambio fra parola e immagine diventa una collezione di minuscoli quadri ad olio che rappresentano il paesaggio umano. Esistono in queste poesie molte sfumature di colore che vanno dall’azzurro tenue al nero della notte o delle insidiose acque lacustri, in un percorso ricco di riferimenti alle domande dell’esistenza (Dove vado se il luogo/a cui tendevo già mi ospita?/sostare/bagnarsi i piedi nell’acqua del lago/ e le mani/il viso/guardare poi il sole/e la luna ad occhi chiusi), ed ecco che dalle questioni più profonde dell’essere riemerge da profondità (in)sondate una speranza mitigata dai desideri costruiti giorno per giorno, fuori e dentro dimore mentali o reali (Da dimora in dimora/vado cercando pareti affrescate/da tenui colori magari fontane[…]) che contengono e trattengono antichi segreti per poter vivere un’esistenza meno lontana dall’Amore che nasce dal liquido originario che tutto contiene, una sorta di culla amniotica da cui tutti si proviene e alla quale vorremmo ritornare, in perfetta armonia (quelle stanze azzurre/come l’acqua e il cielo/da cui siamo venuti). Dell’amore, spesso imperfetto, recante dolore, Ada Crippa dipinge simbolicamente i contorni, ne lascia intravedere le tracce sulla sabbia di una spiaggia sconosciuta e non cercata per poi abbandonarsi al monologo di se stessa travolta dai ciottoli marini portati dall’onda che travolge e schiuma. C’è disincanto e magia nel tentativo di osservare la mitezza dello scorrere dei giorni, uno scorrere ineluttabile eppur prezioso per la conoscenza delle proprie radici. Il mondo rappresentato spesso come otre di squame e acque non sempre limpide, asseconda la necessità di impartire lezioni senza rigore, adagiando con grazia ogni dubbio o timore fra cielo e terra e acqua e sole. La luna, compagna indimenticabile del mare, assorta si chiede e domanda, trafuga significati ammutoliti dal sogno più intenso e ne fa oro. Non c’è tregua nel rincorrersi di immagini fatate e di delicato sentire in questa raccolta, ogni tessera è parte di un mosaico perfetto e speciale in cui ognuno può rivedere se stesso come specchio di umana sembianza. Da leggere e rileggere per confortarsi e confortare, da regalare a chi ama pensare senza peso ma solo in leggera bellezza, questo libro è un meraviglioso tocco di gioia che nasce dalle onde e fino alla luna risale, per guardare meglio da lassù, dove ogni nuova speranza vive.

Federica Galetto



Tuttazzurro


Una finestra di cielo
raccolgo dalla mia stanza tuttazzurro
funi di luce m’apposta alle pupille attese
l’infinito è aperto la gravità contraria del peso




Invito

Vieni vieni che mi piace
la casa a cui mi conduci
sogno non più sogno
quelle stanze azzurre
come l'acqua e il cielo
da cui siamo venuti.




End

Saliva la strada sulla collina
e noi a mani unite
verso la luna
fu quando la toccammo
che i ruscelli seppero
della polvere dei sogni
nelle loro acque.




Ritrovarsi

Acqua, sabbia e suono d'onde
ai piedi il passo
in danza muovono.
Scissa materia in armonia
nel ritrovarsi sulla riva.



Ada Crippa






Ada Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni. Proviene dal mondo operaio e dalla militanza politico-sindacale. Attualmente è coordinatrice del GLA (Gruppo Letterario Agratese) con il quale organizza eventi culturali, letture pubbliche e performance. Gestisce un sito di scrittura.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” - LietoColle (2007)
“Libero Suono” - plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” - “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” - “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.



"Acqualuna" - Onirica Edizioni -Silloge di componimenti brevi vincitrice del concorso "Le chicche di grano" 2010
978-88-96797-24-2
Euro 6

mercoledì 11 maggio 2011

Emil Cioran. Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico






Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.


Quando viveva Cioran, non c'era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l'Odèon, dove egli abitava. Non c'era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle chambres de bonne dove i signori dell'Ottocento rinchiudevano le loro domestiche. Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d'albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l'avrebbe cambiata con un'altra. Tutto vi era incredibilmente minuscolo. Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto. C'erano libri su una sedia e per terra. Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest'uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l'angelo offrì a Giovanni nell'Apocalisse. Infine varcavamo l'ultima porticina, ed entravamo nel "salotto" - nessuno lo chiamava così - , dove Simone e Cioran ricevevano. Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice. Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo. Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda. Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado. Non ostentava autorità né prestigio. Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà. Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi. Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel l964: La caduta nel tempo. Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile». Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro é una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c'è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate - e accettate o condannate - davanti all'osservatorio di una mente impersonale. Come in Pascal, la tensione é così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico. Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno. Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l'Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza. Non c'è scrittore moderno più denso di Cioran. Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all'esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta. Non c'è mai un piano o un progetto. Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida. Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica. Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell'aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge. Sempre abbiamo l'impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero. E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa. La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato. Come Kafka, anche Cioran sogna non l'albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l'Albero della vita: «esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti». Fino all'ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l'innocenza, l'universo prima della caduta, l'uno, l'eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l'io, la natura umana, la conoscenza. Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l'Indistruttibile in noi non é stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto. Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell'Albero della vita. L'atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe. Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti. E l'uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore. Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell'Essere». E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran. Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell'inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza. Così Cioran condivide con Dio e l'uomo una doppia caduta. Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l'orrore della caduta. Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all'uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell'autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l'unico fondamento della sua vita. «Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all'Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l'uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell'uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti». Il dio e l'uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione. In Cioran vi è l'eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l'uomo si raccoglie una rabbia terrificante. Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso. Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l'aridità, la sterilità, l'inutilità filosofica, l'atmosfera di carcere. In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale. Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove. Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l'ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l'immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto. Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?». E' l'immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione. Eppure c'è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell'Apocalisse, che assume due forme. La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l'uomo un'era senza desideri, liberata dal peso dell'antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell'impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione». La seconda é terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l'angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c'è più presente. Non c'è più istante o movimento. E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno. Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.


di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

sabato 8 gennaio 2011

The Poetry of Cooking: Maya Angelou, 'Great Food, All Day Long' | Food & Drink | Express Night Out





Maya Angelou ci accompagna in un percorso che partendo dalla cucina si snoda attraverso l'arte del sentire e del vivere l'esperienza della vita, adottando mezzi alternativi per creare e trovare se stessi. L'arte culinaria in un interessante parallelo con la Poesia. In inglese, l'intervista all'autrice a questo link:




The Poetry of Cooking: Maya Angelou, 'Great Food, All Day Long' | Food & Drink | Express Night Out

venerdì 29 ottobre 2010

TOLSTOJ INNAMORATO









E' in preparazione, per i tipi delle Edizioni Kolibris, un libro che si preannuncia decisamente gustoso e interessante. Di Ray Givans, questo libro credo sarà una chicca da tenere d'occhio; nel frattempo vi propongo un assaggio. Grazie a Chiara De Luca per queste prime battute in anteprima.

http://www.kolibrisbookshop.eu/store/



Tolstoj innamorato


Il cordone ombelicale di una quercia mi prende al laccio lo stivale,
serpeggia nel sottobosco tra fogliame in decomposizione
e licheni. Sotto la tettoia scricchiolante, il mio pastrano
(che strascica trentaquattro anni di ricordi)
mi ritrascina alle mie prime grida di neonato a Polyana.
Più avanti, sul ciglio della foresta di Zaseka,
la luce del sole s’insinua attraverso le chiome diradate,
giocando in nastri sulla spalla nuda di Sofja Andrejevna.
Lei indossa un abito bianco con la semplicità e la purezza
del giovane torrente che le dilava i piedi.
Palivanov si avvicina, in uniforme da cadetto,
i bottoni militari scintillano di steli di luce.
Ti spazza via in un walzer, tanto fluido e lieve
che potresti danzare sule schiene dei campi di granturco oscillante.
E io devo guardare, poggiare la testa contro le sopracciglia aggrottate
della quercia, protestare che sono troppo vecchio per danzare.
In una polla fangosa specchio la mia sagoma, la mia bruttezza.
Sono quel Principe Dublitzskj del tuo romanzo.

Eppure, un angelo sulla mia spalla combatte coi miei demoni
mi spinge in avanti nella luce del sole. Luce
“Sonja” come seme trasportato dal calice di un dente di leone
vola verso di me. Le tengo le mani. Il suo corpo,
aromatico, decanta cannella e pomander.
Trema come un uccello ferito, arrossisce come le avessero
messo il fard sulle guance. È troppo sperare
di essere resi belli dall’amore di una giovane donna?



Sonja Tolstoj


Sopra la fiamma gialla della candela guardavo
in angolo le pagine del mio scritto ritrarsi in onde
nere e marroni, finchè non potei più tenere i fogli
in mano. Li lanciai nel camino,
ipnotizzato dal pallore del fumo che saliva…

Al fresco della sera nel giardino della cucina
di Yasnaja Poljana, Lev Nikolaevich
mi lascia cogliere le fragole che vanno maturando;
succhi rossi mi striano le labbra e le dita.
La sua mano di lavoratore mi struscia contro l’abito.
Una vanessa, irrequieta, frulla al di sopra
di un mare pungente di timo e di menta.
Tocco un bottone d’ottone sul suo pastrano
da soldato, avverto il calore contraddittorio
e l’acciaio dei suoi occhi grigi mi assale.

E sono in fondo alla discesa di un covone di fieno
al sicuro nelle mani dello scrittore. Sto ridacchiando
e lui mi fa vorticare nell’aria;
inamorato della sua profonda voce vibrante.
Sul margine di rigogliosi campi di grano,
capelli si tendono nel vento; la mia giumenta, Belogubka,
galoppa all’unisono con il cavallo bianco del conte.
Quando entriamo nel crepuscolo della foresta di Zaseka
zoccoli schiantano rametti di betulla e sento
mia madre chiamare, “Sonja, entra a ripararti,
entra che è ora di dormire.”

Caccio un attizzatoio
Infilzo con un attizzatoio il cuore in fiamme
di carta carbonizzata; i petali di seta del margine
fumano; volteggianoin nubi di particelle. Perché,
perchè, mostrai al mio amato soldato-scrittore
questo romanzo novizio? Sperando il suo amore
si stesse facendo più profondo
come il lento gocciare d’acqua
raccolto nel barile sotto la grondaia a Poljana?

L’amore è un giardino d’erbe amare e lenitive.




La gelosia di Sonja Tolstoj


Scendendo questa mattina ho trovato la porta
spalancata. Odore fetido d’acqua sporca
e flusso d’aria fredda si mescolano sulla nostra soglia.
Quella donna, come china in preghiera,
lavorava, lenta, in senso orario, con la spazzola ansante.
Ci fermammo. Riconoscemmo moglie e amante.
Lei si piegò sulle anche robuste, arretrò,
tenendomi sotto il tiro di quegli occhi provocanti...

In un capanno desolato il suo fantasma mi filtra
sottopelle. Rabbrividisco al pensiero di vederla
ancora una volta; di guardare, di nuovo
nei grigi occhi del figlio bastardo di mio marito.
Una pagina di diario si apre: “Mai così tanto
innamorato... Contadini chini, covoni intrecciati
di fieno. Il sole si concentra su un letto di foglie
d’acero e noce. Lev strappa la camicetta
come un maiale che rufola tartufi, libera
dalle catene i seni della ssua duttile serva...
“Sonja!”
Fuori, i piedi di Zia Toinette falciano
alte erbe. Lascerò questa tana
al tramonto. Siederò alla tavola di fronte a Lev.
Il samovar fischierà e gorgoglierà tra noi.



Sonja Tolstoj piange per il figlio


Forse fu il brusio di formule del prete
ad attirarmi là. Oppure, forse, la finestra in vetro
colorato che rifrangeva la luce dal volto emaciato
di quell’Unico agonizzante. Eppure, bramo
la preghiera,visito umide stazioni di confessione,
bevo sottile ostia sciolta, snocciolo
il credo, senza conforto, consolazione ...

In volo afferro le ali di Aljosha,
scivolo sul cimitero di Nikolskoje
esposto allo scalpello del vento del nord.
Un cane solitario ulula quando raspo
la porta delle terre, chiusa su Vanichka ...

Inalo un pizzico di cera e incenso
che mi calma, dolce fragranza floreale.
Luce di candela inonda il volto di mio figlio.
Calore del suo fiato duole nelle praterie
delle veglie del giorno e della notte, verso la cessazione...

Pioggia cade dalle nubi umide di Mosca,
penetra fino alle radici dei miei capelli legati stretti.
Vanichka si alza, mi culla alla base
delle sue ali d’angelo, verso una frattura dell’orizzonte su Kiev.
Raggi di luce formano uno spettro
di colore. Il tocco delicato e il peso delle dita
di pianista di Tanejev scacciano
il cane nero che mugola alla luna velata.

domenica 13 giugno 2010

POETARUM SILVA - ANTOLOGIA DI PROSA E POESIA


POETARUM SILVA
ANTOLOGIA DI PROSA E POESIA a cura di ENZO CAMPI
A.A.V.V. ed. Samiszdat
Testi di
Alessandro Assiri, Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia, Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri, Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.
Post di presentazione su "La dimora del tempo sospeso"qui:
Per acquistare il libro online basta cliccare sul seguente link:
http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

mercoledì 16 dicembre 2009

GORAN SONNEVI











Liriche svedesi a ritmo di Jazz
Dal «Corriere della Sera» , 06/02/2007

Recensione di Sebastiano Grasso



La morte non c’è,

c’è come vita estrema,

al compimento dell’esistenza,

quando il lampo di luce arriva, e tutto cede
penetrami, o musica, estrema vita, morte,

polverizzata

in tutte le infinitesimali

diramazioni del corpo,

al medesimo tempo!



Goran Sonnevi





La poesia di Goran Sonnevi




Bruno Argenziano fa parte di quella colonia italiana di Stoccolma (Amelia Adamo, Francesco Saverio Alonzo, Marina Botta, Erika Halvarsson, Vincenzo Lanza, Giacomo Oreglia, Angelo Tajani, Ferruccio Rossetti, tanto per fare qualche nome) che fa di tutto per diffondere la cultura italiana in Svezia e, viceversa, quella svedese in Italia. Per una trentina d’anni ha insegnato Letteratura italiana all’università di Stoccolma; fra i libri da lui curati, il Teatro da camera di August Strindberg, in collaborazione con Luciano Codignola.Ecco, si devono proprio a lui queste Variazioni mozartiane ed altre poesie di Göran Sonnevi (Lund, 1939), antologia di uno dei più interessanti poeti svedesi contemporanei (Edizioni Pagliai Polistampa), al quale, due anni fa è stato assegnato il premio Svenka Akademiens Nordiska alla carriera, considerato il «piccolo Nobel» svedese.La poesia di Sonnevi abbraccia tutta la sua esistenza. Comincia col fulmine che incendia la sua casa quando ha nove anni. Lo choc lo rende muto per un paio di giorni. Quando riprenderà a parlare, la balbuzie non lo abbandonerà più. Tranne, incredibilmente, quando il poeta legge i suoi versi in pubblico.Nel ’61, a 22 anni, Sonnevi pubblica il primo libro, Irrealizzato: versi «razionali», in cui, osserva Argenziano, entrano anche «i nuovi orientamenti filosofico-linguistici». Sonnevi è un lirico, come lo sono, proprio «per indole», i poeti nordici. Ma egli si rende subito conto che il nuovo linguaggio, per arricchirsi, deve confrontarsi con la realtà continuamente modificata, e, quindi, anche con la politica.Marxista convinto (un Marx scoperto attraverso Karl Popper), sulla rivista dell’editore Bonniers scende in campo contro la guerra americana in Vietnam («I morti sono cifre che riposano, vorticano / come cristalli, nel vento dei campi. Si calcola / che sinora siano morti 2 milioni in Vietnam. / Qui quasi nessuno muore / se non per ragioni personali. Oggi come oggi / l’economia svedese non ne uccide / tanti, per lo meno / non qui in Svezia. Nessuno / fa la guerra al nostro Paese a difesa / dei propri interessi. Nessuno / ci brucia col napalm / a nome di feudali libertà [...] Ancora altri morti, altre giustificazioni / finchè tutto si ricopre di neve / in quella notte che definitivamente / muta la sua luce fuori dalle finestre»).I suoi versi provocano un intenso dibattito politico-letterario per cui, nel decennio ’65-’75, diventa il poeta della sinistra svedese.«È un fiume di poesia che scorre tranquillo nell’alveo delle problematiche esistenziali ma che a volte straripa quando la veemenza dell’impegno politico prende il sopravvento sull’abituale giudizio etico-sociale — precisa Argenziano —. Veemenza che scema sempre più quando la militanza di chiara ascendenza marxista subisce il contraccolpo del fallimento della politica comunista. Le nefandezze da essa perpetrate non possono non scuotere e offendere l’onestà intellettuale del poeta».Così, sconvolto dai crimini dei regimi comunisti europei e asiatici, e deluso, Sonnevi torna all’«incanto dell’amore» e alla «fascinazione della natura».Autore di una ventina di libri, tradotto in quindici lingue (fra cui il cinese e il turco) il poeta svedese vive a Jäfälla, in una delle tante villette sorte alla periferia di Stoccolma. Sonnevi assomiglia un pò al russo Evtusvenko: viso quasi infantile, statura minuta. Agilissimo, quando cammina sembra che saltelli. Esperto e amante di blues e jazz, ricrea, anche nella scansione dei suoi versi, lo stesso ritmo musicale, sincopato («Il mare / Gli occhi del mare / che osservano / te! / me! Attraverso gli strati / d’acqua / Una sera / sulla riva divenne / tutta l’acqua / trasparente / mi parve / di vedere più in basso di dove / la luce può arrivare, giù / attraverso gli strati / d’acqua / Cosa vidi? / Non lo so? / Vidi la mia / vista, più chiara / più trasparente, / più cieca degli / occhi / dei morti / io vidi»)«La scrittura è partitura. Göran Sonnevi e la musica», ha notato Jan Olov Ullén. Poesia erotica e poesia bucolica. Distese, entrambe, sul pentagramma. «Il verso arriva ad una paradossale altezza di fragilità e di forza, mai più vicina al suo collasso, al suo dubbio, con parole che non poggiano per terra, ma stanno per aria e riposano», ha spiegato Marie Silkeberg.Il Sonnevi poeta d’amore — «Quando ti toccai / con le mie dita di notte / ti sciogliesti anche tu / ed io ti avevo / come acqua / tra le mie dita». Ed ancora: «Il tuo corpo sa leggermente di sale [...]/ Vedo anche le cupe ansie del tuo corpo / Ti amo anche nel buio / dell’invecchiamento / Io ti sfioro velocemente con le dita / tu ti muovi su di me con la bocca» — va in parallelo con le variazioni mozartiane. Che, appunto, danno il titolo a questa antologia.



Göran Sonnevi "Variazioni mozartiane e altre poesie" a cura di Bruno Argenziano.

© Mauro Pagliai 2006,cm 12x17, pp. 208, br., € 12,00

sabato 27 giugno 2009

AMOR DE LONH di GABRIEL OLEARNIK

















Gabriel Olearnik, Amor de Lohn
Andromache Books, 2009
Recensione di Federica Nightingale


Amor de Lohn, è il titolo di un libro di poesia scritto da Gabriel Olearnik, un autore di origini polacche poi trasferitosi in Inghilterra e londinese per adozione.
Pubblicato dalla casa editrice Andromache Books di Londra (http://andromachebooks.co.uk/), nel panorama della poesia internazionale questo libro si distingue raccogliendo in sé una particolare vena di raffinatezza e profondità. Sradicata da una contemporaneità spesso carica di brutture stilistiche e contenuti troppo legati ad un realismo d’effetto , la poetica di Olearnik nuota nel mare dell’Alchimia e dei grandi Misteri esistenziali e filosofici come l’Amore, la Morte, la Trasformazione fisica e psichica dell’Uomo, la Passione e il Pensiero,la Bellezza ( The last pagan, Acid and optics).
Lo stile elegante, lirico,epico,dagli accenti stilistici di un Medioevo moderno, ci conduce in dimensioni in cui ogni essere vivente lotta costantemente per il raggiungimento di uno scopo nobile, toccando temi cari ad un certo tipo di letteratura visionaria e romantica, con accenni storici, viaggi che spaziano dall’Italia alla Thailandia, ad una Varsavia occupata nel 1944,ai giardini di Tripoli, sempre onorando la lingua inglese in tutto il suo ricco fascino. Picchi di malinconia estremi, uniti alla forza dell’Amore e della Memoria, tingono di passione e delicatezza le stanze poetiche ( in As the long days….) regalandoci non solo emozioni ma anche desiderio di riflessione su ciò che di più importante la nostra esistenza racchiude.
Per Gabriel Olearnik, la Poesia diviene mezzo di conoscenza, l’unico mezzo per accedere al mistero del mondo e comunicarne la propria personale visione, è cultura,arte,mito,storia e geografia in un macrocosmo imperfetto. La Natura offre spunti di immaginifica bellezza nel travaglio esistenziale(“In that wet season where my claws were tender/ I forgot the flavour of flesh, and filled my mouth with lemongrass /and the milks of broken nuts. My feet padded the mangrove roots /my pupils were the indigo veil of midnight /which knew no following day./ Reflected in my sight, /the fragments of the air came alive /and did more than live, in flight they blazed above every parrot and macaw/” in The Lady and the Tiger).
Le tante voci di questo autore si fondono generando un unico, prezioso mosaico di parole che sanno parlare al cuore, all’anima, alla mente di ciascuno sotto l’egida divina di una fervente Fede. Un libro completo che consiglio senz’altro, nella luce del futuro a seguire di questo autore.




Biografia:
Gabriel Olearnik è di origini polacche, cresciuto in Inghilterra ha frequentato i suoi studi a Londra. La sua formazione comprende studi di letteratura medioevale e storia. Il suo lavoro è apparso su Dappled Things(http://www.dappledthings.org/) (Pushcart Prize nominee) ed è stato adattato per una performance musicale dal compositore classico Premyslaw Salomonski .
Potete visionare un’anteprima dell’opera qui:
http://issuu.com/andromachebooks/docs/amor_de_lonh_web
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...