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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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giovedì 13 gennaio 2011

JEAN-CLAUDE TARDIF













COLLANA LIBELLULE
Poesia francese contemporanea
Jean-Claude Tardif, Della vita lenta
Prefazione e traduzione di Chiara De Luca
Con una nota di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-41-9
pp. 164, € 12,00

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Novembre non si agita, s’incolla alla consuetudine, ostinato e colmo di rappresaglie. Respira i mali del sale, più simile a un presagio che al terrore, più vicino a una nuova leggenda che all’eterno dimenticare. Dorme un indovino nell’autunno di queste pagine, una speranza che custodisce evocazione e modestia. Un’andatura paziente che scopre la vita nel suo incedere. Ci sono regole non scritte che trasformano la nostra esistenza. Che ci permettono di credere alle fiabe. Regole che arrivano da altrove. Dal fumo della pipa, da un treno che solca il bosco, dai piedi di una bimba che gioca a Mondo. Buttiamo il gessetto per terra. Chi andrà fino all’inferno? Chi ne ha preservato il ricordo? Una memoria di nomi impronunciabili emerge dal bordo dei giardini, amori affamati che hanno smarrito il ritorno– diventano lontananze, voli di piccioni. In questo libro di Jean Claude Tardif i confini sono aspri. Semplicità e silenzio come labbra di un’unica bocca, si contendono ogni sillaba, ogni piccolo tremore. Sulle panchine, un sole timido scalda le copertine dei libri. Tra un clacson lontano e le ultime tracce di rugiada, piccoli fuochi sonnecchiano nei riflessi delle finestre, concedendo ai versi il giusto tepore, l’eco di un cielo delicato. Da questi risvegli il reale affiora come uno spettacolo raro. Che va colto tra i fumi dei camini, nel vivere comune del pane sulle tavole. La poesia percorre vie impervie, tracciando un credo che non dà risposte. Si affaccia con rispetto alle soglie del racconto, in un movimento lieve, oltrepassa i rumori senza agonie. Sfugge al tempo, firma le ossa dello smarrimento. Qui nasce una misura senza la quale gli spasmi sarebbero violenti,un metro velato che accarezza il viso con dolcezza, donando al profondo un continuo riaffiorare di parole. Una febbre leggera che cesella storie brevi, alle quali è necessario prestate orecchio, per far si che il cuore ne assapori la natura di miele e lupi. L’anima di Della vita lenta è intrisa di rifugi, di periferie e vagabondi vicini alla danza della sera– d’un pianto che cerca l’angolo più caldo del libro, per perdere la pettinatura in un bacio, per sciogliere il destino delle atrocità, in un testo che si posa sui nostri occhi, attraversandoci, come fossimo salici al vento.

Gianluca Chierici


La difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come collana di parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, come “parole appese”, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta porge l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.


Dalla prefazione di Chiara De Luca




*

La nuit n’est ni plus sereine
ni plus inquiète

qu’au solstice

partagée simplement
entre le désir de mots
qui la contraignent

et les beautés du silence


*


La notte non è più serena
né più inquieta

che al solstizio

semplicemente contesa
tra il desiderio delle parole
che la opprimono

e le bellezze del silenzio



*


Silences où je n’oserai plus ton prénom
jonquille étrange des matins d’hiver
alors que le ciel sera si léger

Te soulever au-dessus de mon visage
sera souvenir de nuage,
histoire de neige

reflets de ces contes que je ne dirai plus
pour mieux les savoir sur tes lèvres
piquetées de chants d’oiseaux

et de la fièvre qui davantage
nous fait adorer nos vieilles jeunesses


*


Silenzi in cui non oserò più il tuo nome
strana giunchiglia dei mattini d’inverno
quando il cielo sarà così leggero

Sollevarti al di sopra del mio viso
sarà ricordo di nuvola,
storia di neve

riflessi dei racconti che non narrerò più
per meglio saperli sulle tue labbra
punteggiate di canti di uccelli

e la febbre che più a lungo
ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze


*


Il est des mots qui donnent à vivre
avec leur goût de thym, de miel ;
de pluies en novembre
quand les femmes ressemblent à leur tristesse
Des mots coupés, frais, sur la table,
pains blancs mangés des yeux
où s’abreuvent des îles
et des poitrines à jeun
tendues, voiles d’adolescente
qui rêve qu’elle ne rêve plus,
s’abandonne à la parole




*


Lui è delle parole che danno da vivere;
con il loro gusto di timo, di miele;
di piogge a novembre
quando le donne somigliano alla loro tristezza
Di parole tagliate, fresche, sulla tavola,
pani bianchi mangiati degli occhi
dove si abbeverano isole
e petti a digiuno
tesi, veli d’adolescente
che sogna di non sognare più,
si abbandona alla parola


*



Léger coup de vent ou chevelure qui se défait —
C’est la bise sur la draille de l’épaule,
par millier des rêves d’animaux qui s’épuisent

une odeur qui se fait plus tendre,
un arôme qui assigne le moindre frisson
du bonheur.
Sur le mur la lumière s’attise
au même instant que le matin
et déjà le regret des pluies,
des ombres dures comme la jeunesse ;
demain viendront les vêtements d’hiver
les armoires plus lourdes de chêne
où s’endorment
et le pain et les morts

ainsi que l’amour que le temps affame


*


Lieve colpo di vento o la pettinatura che si disfa –
È il bacio sulla draglia della spalla,
di migliaia di animali che si sfiancano

un odore che si fa più tenue,
un aroma che fissa il minimo brivido
di gioia.
Sul muro la luce si attizza
nello stesso istante in cui il mattino
è già il rimpianto delle piogge,
delle ombre dure come la gioventù;
domani verranno gli abiti invernali
gli armadi più pesanti di quercia
dove si addormentano
il pane e i morti

così come l’amore che il tempo affama.


*


Près de la grille
le schéma d’un verdier
coupable de trop de fatigue,
d’avoir révéré le vol

les plumes de sa queue
ont la sévérité d’un éventail
de pénitente
qu’on ne pourrait pas refermer
le temps manquant soudain
face à la béance du ventre ;
œil ouvert sur la fuite de
milliers de moucherons,
de petits insectes plus anonymes

connus seulement de la dent du chat


*



Accanto al cancello
la sagoma di un verdello
colpevole di troppa fatica,
di aver venerato il volo

le piume della coda
hanno la severità di un ventaglio
da penitente
che non si potrebbe chiudere
mancando all’improvviso il tempo
di fronte alla beanza del ventre;
occhio aperto sulla fuga di
migliaia di moscerini,
di piccoli insetti più anonimi

noti soltanto al dente del gatto


*



Faire halte au village,
la main de l’ami nous dit les souvenirs ;
la fraîcheur des petits matins sous le saule
alors que la tourterelle à collier
trace ses nouveaux territoires

La nuit a ôté ses fers
et les forges de l’aube
marquent les filles de joies nouvelles —
une jupe de vent léger,
une odeur de vanille qui bouleverse
le chèvrefeuille

un rien nous prie d’être au Monde

le friselis d’un Saint-Amour
comme une première faute à la fontaine
(plus tard nous y verrons notre seule hardiesse)

Faire halte au village
à présent que l’ami siège dans l’album du regard,
y attendre le crépuscule
pour mieux croire en son lendemain


*



Fare sosta al villaggio,
la mano dell’amico ci dice i ricordi;
la freschezza dell’alba sotto il salice
mentre la tortora dal collare
traccia i suoi nuovi territori

La notte ha tolto i suoi ferri
e le fucine dell’alba
marcano le ragazze di gioie nuove–
una gonna di vento lieve,
un odore di vaniglia che scompiglia
il caprifoglio

un niente ci prega d’essere al Mondo

il fruscìo di un Saint-Amour
come una prima volta alla fontana
(più tardi ci vedremo la nostra sola audacia)

Fare sosta al villaggio
ora che l’amico si trova nell’album dello sguardo,
attendere là il crepuscolo
per meglio credere nel proprio domani.


*


Devant moi la fontaine des hommes assis,
non pas muette
mais pleine de retenue
pour les mots qu’elle prononce,
l’eau n’y murmure plus
mais nous dit sa geste
d’un simple mouvement du vent,
d’une aile de mouette

Dans l’immeuble d’en face,
derrière des rideaux ajourés,
un enfant en bas-âge
pleure.
Le voilage n’étouffe pas tout à fait son cri
mais fait qu’on l’ignore davantage

Les pigeons trottinent éperdument
par peur de l’orage qui s’achève
et les fait se souvenir

Dos au square et aux jeux d’enfants
je lis L’homme indécis d’Hofmannsfhal

la pluie comme seul repère


*


Davanti a me la fontana degli uomini seduti,
non muta
ma piena di riserbo
per le parole che pronuncia,
l’acqua non vi mormora più
ma ci dice il suo gesto
con un semplice movimento del vento,
d’ala di un gabbiano

Nel palazzo di fronte,
dietro le tendine ricamate,
un bimbo piccolo
piange
Il velo non ne smorza affatto il grido
ma contribuisce a far sì che lo si ignori

I piccioni zampettano disperatamente
per paura del temporale che finisce
e fa loro ricordare

Schiena al giardinetto e ai giochi dei bambini
leggo L’uomo indeciso di Hofmannsfhal

la pioggia per unico riparo


*


Parce que tant serrés
sur la chambre du cœur
les mots suffisent à peine à vous dire,
l’on vous devine parfois
dans le creux du silence,
dans l’œil mouillé du dernier venu,
dans sa façon de vous offrir
gîte et couvert
après avoir sorti la nappe blanche
en points d’Assise
rangée, jusqu’alors, dans les combles d’une
armoire
pressée d’ombre et de modestie.
Nous nous savons chez nous
soudain connaissons le goût du tabac tendu
et mettons un nom sur les photos qui dorment


*


Perché tanto strette
sulla stanza del cuore
le parole appena bastano a dirvi,
vi s’indovina talvolta
nell’incavo del silenzio,
nell’occhio umido dell’ultimo venuto,
nel suo modo di offrirvi
asilo e riparo
dopo aver tirato fuori la tovaglia bianca
in punto d’Assisi
riposta, fino ad allora, nel pieno di un
armadio
pressata d’ombra e di modestia.
Noi ci sappiamo a casa
a un tratto conosciamo il gusto del tabacco teso
e mettiamo un nome sulle foto che dormono


*


J’aime ces soleils de novembre,
ceux-là même qui n’ont jamais cru à l’été
par réalisme
mais qui s’obstinent encore
à réchauffer ce fond de bourgogne
qui m’accompagne alors que je vous parle
comme on fait à l’ordinaire

D’en bas me viennent
des bruits de cocottes mêlés aux rires
c’est l’automne,
les dernières éclaircies du corps

Tout se blottit
petits bonheurs du jour,
meubles d’archange
en l’attente d’un soleil blanc,
d’empreintes profondes
escroquées à la nuit


*


Amo questi soli di novembre,
anche quelli che non hanno mai creduto all’estate
per realismo
eppure ancora si ostinano
a riscaldare questo fondo di borgogna
che mi accompagna mentre vi parlo
come si fa di consueto

Dalla strada provengono
versi di galline mescolati alle risa
è l’autunno
le ultime schiarite del corpo

Tutto si rannicchia
piccole gioie del giorno
mobili d’arcangelo
in attesa di un sole bianco,
d’impronte profonde
estorte alla notte



Jean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia. La presente raccolta è parte di una trilogia che comprende Orcus (La Bartavell, 1995) e L’homme de peau (La Dragonne, 2002).
Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…”

giovedì 2 dicembre 2010

COLETTE NYS-MAZURE










IL GRIDO DELL’ALBA
Colette Nys-Mazure

Etica del nord

In questi paesaggi senza altezza, dove lo sguardo salendo non incontra che nuvole a sostenerlo, non era forse un grido di campanile tra i pioppi, che non è costretto a cercare in se stesso l’altezza?

Quando tace il canticchiare del sole contro le finestre – per altri cieli il suo canto pieno – e s’indorano le fronde, è tempo di accendere le lampade, attizzare i fuochi, sprofondare di nuovo in se stessi alla ricerca di una via più rigorosa.

L’inverno sarà troppo dolce per aguzzarci i sensi: nelle piogge, nel nevischio, nelle nevi fugaci, si estenuerà la nostra sete di austerità. Dovremo resistere nel grigiore senza gloria del pantano e ancora resistere; in attesa di una improbabile primavera.

Che spunterà all’improvviso sotto le minuscole pozze di violette, nel bel mezzo della danza dei giacinti selvaggi, sotto le cascate dei frutteti in fiore, nei profumi opprimenti di narcisi e lillà.

Paesi temperati, paesi piatti privi di certezze, senza passioni, se non quelle oscure e sempre trattenute. Paesi di lente tenerezze e slanci discreti.

Regioni d’ombre fluide, agitati da venti che giocano nelle orme, faggi purpurei, vasti castagni; regioni d’acque lente, di colline basse. Territori interiori consegnati ai ferventi: agli attenti del piccolo mattino, ai pazienti del mezzogiorno, ai ritardatari del giorno. Terre di fedeli.
Che nulla muoia senza aver amato

Per entrare con tenerezza, tracciare un cerchio d’oblio, silenzio, solitudine; insediarsi nel presente più nudo, più folto; ancorarsi nell’istante, svegliarsi allo zampillo delle fami. Allora si dispiega la via immediata, che scava e s’invola, si dipana e si annoda.

Nel cavo della mano gira il ciottolo di una spalla, di un ginocchio; nella conca di un ventre tremola la spuma di una capigliatura; sulla spiaggia del dorso corre il soffio di una lunga carezza e alla bocca si apre una bocca straniera, familiare, l’urgenza del morso.

Portare in sé il miele e il fuoco, un riflesso di sole riposto fino alla prossima stagione. Senza viatico, chi potrebbe avanzare in terra ostile, nella desolazione del deserto?


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martedì 16 novembre 2010

JANE MCKIE, Morocco Rococo - Poesia Scozzese Contemporanea








Collana Guillemot -Poesia scozzese contemporanea
JANE MCKIE, Morocco Rococo
Presentazione e traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-36-5
pp. 114, € 12,00


“I disadattati non possono scrivere poesie all’interno, / non possono sedere tranquilli / su divani beige floreali, con le ginocchia unite.” Forse è per questo che la poetessa si muove inquieta, cambiando d’abito a ogni angolo, si getta fuori in ogni direzione, felicemente disadattata, si (ri)adatta alla forma delle cose o più spesso piega le cose ad assumere la forma dell’umano, per arare “l’anima come pane in cerca di nutrimento”, per cercare cioè nella sostanza del discorso, corpo del pane, l’origine del seme della parola gettata nel solco dell’ascolto. Come un granchio, “così goffa, così terribilmente maldestra”, la McKie si strappa di dosso i begli abiti sgargianti di Venere, spogliando il corpo della lingua, per indossare gli stracci vissuti di Atena “principessa nubile in armatura” (d’immagini e parole), costantemente in lotta contro l’immobilità, contro la forzata staticità di un linguaggio che indossiamo come un abito fuori misura. Noi seguiamo la poetessa in questa spoliazione, sotto il peso di immagini concretissime e taglienti. O che solo così sembrano, per poi crollarci invece addosso e svaporare, rivelando la sorridente astuzia della poesia che si fa vita, che appare improvvisa, per poi nascondersi dietro il primo superficiale velo del reale, sorretto dai pali del “cancello della fantasia”. Dove la visione indossa altra pelle, si modella in altre forme, per ricomparire ancora agli occhi sorpresi del lettore, che ancora non ha terminato di decodificare il quadro precedente. “Donna campana”, donna coi pugni stretti che canta alto, affermando la sua presenza ben oltre il desiderio ormai sgozzato di un tardivo dono di salvezza, ferita dal sale, e da esso poi protetta e indurita, soffocata dalle onde e da esse poi levigata e restituita. Per unirsi al coro delle nuvole che “abbaiano sui monti dell’Atlante”, con il cuore vulcano e il vulcano fucina d’altra vita, altro fuoco, per chi vuole “cavalcare, non riposare”, per chi si disfa in atomi portati dal vento harmattan “in un gioco di quattro venti e sabbia”, di dissoluzione e ricomposizione in qualcosa di più lieve, all’apparenza, che si posa aereo sulle cose e ce le ripropone, trasfigurate, reinterpretate, moltiplicate nell’intersezione di piani del sogno. La poetessa è “arpia che beve con avidità / da orme di zoccoli colme d’acqua”, sugge cioè vita da ogni traccia di vita che si fa direzione, nuovo inizio per fuggire il terrore “l’ombra, / la marionetta, la furtiva bête noir.” Per fuggire cioè se stessi e ritrovarsi al di fuori in nuova possibilità, risorti nell’ovunque e nell’altrove.

Chiara De Luca


Montgomeryshire, Scale Six Inches to One Mile

Surveyed 3882-84

You could wrap yourself in a map like this one –
wrap yourself naked as if it were a cloak,
roll on the ground, revel in the caress
of stressed paper stained lurid green
by the crush of fresh grass. Your knee
could rest on a tumulus, your breast on
Llanwyddelan, your tummy on Tregynon,
your pubic bone on Aberhafesp. The rifle range
above Penarth Wood could make a fine collar,
and, when you shift your body’s contour
around the creases of the map, Bron-Hafod Dingle
above Gregynog could become the perfect omphalos.





Montgomeryshire, Scala 1 cm: 1 km

Sorvegliato 3882-84

Potresti avvolgerti in una mappa come questa –
avvolgerti nudo come fosse un cappotto,
rotolare sul terreno, crogiolarti nella carezza
di carta stropicciata striata di verde sgargiante
dal frantumarsi di verde fresco. Il tuo ginocchio
potrebbe posare su un tumulo, il tuo torace su
Llanwyddelan, la tua pancia su Tregynon,
il tuo osso pubico su Aberhafesp. Il poligono
sopra Penarth Wood potrebbe formare un collare sottile,
e, quando sposti il contorno del tuo corpo
attorno alle pieghe della mappa, Bron-Hafod Dingle sopra
Gregynog potrebbe diventare il perfetto omphalos.





The Bosham Bell

Ye bell of Bosham, ring for me
For as ye ring, I ring wi’ ye.

I am ringing.
Ringing despite the hard salt of the marsh,
breasts tarnished, belly full of brine.

A womanly bell, I sit beyond the low tide-line
with bunched fists, unwilling to be rescued.
My predicament

is centuries old.
I slipped from the boat of invading Danes
into the harbour race – too deep to dredge

so here I remain. My call is plaintive, you
answer in kind. The tedium of repetition
has rusted my tongue

and now each peal is softer than the last.
Diminished conversation might pain you.
I look forward to letting it go.





La campana di Bosham*

Tu campana di Bosham, suona per me
Perché se tu suoni, io suono con te.

Sto suonando.
Suonando nonostante il sale duro della palude,
coi seni macchiati, il ventre colmo di salamoia.

Donna campana, io siedo oltre la linea di bassa marea
coi pugni stretti, non voglio essere salvata.
Le mie sventure

sono vecchie di secoli.
Scivolai dalla nave dei danesi invasori
nella corrente del porto – troppo a fondo per ripescarmi

così resto qui. Il mio richiamo è lugubre, tu
rispondi gentile. La noia della ripetizione
mi ha arrugginito la lingua

e ogni rintocco è adesso più fioco dell’ultimo.
Un conversare menomato potrebbe dolerti.
Non vedo l’ora di lasciar perdere.

* Bosham: piccolo villaggio costiero nel Distretto di Chichester (Sussex Occidentale).





Inside the Bottle


My masts abrade the slickest skies.
They are tinder thin and crooked, as if
the prevailing wind was westerly.

Tiny gunwales are locked in place
by a hard carapace of varnish. My ribs
refract myopically through bottle glass.

I sailed here like Odysseus to Calypso.
Escape is futile when the strings of rigging
tangle to fashion a matchstick cork.

But who made me? That’s the trick:
to identify whose hand pulled taught
the connecting thread to elevate heaven.





Dentro la bottiglia


Le mie antenne abradono i più lisci dei cieli.
Sono fini come ami e storte, come se
il vento dominante soffiasse verso Ovest.

Minuscole falchette fissate
da un duro carapace di vernice. Le mie costole
rifrangono miopi attraverso il vetro della bottiglia.

Salpai qui come Odisseo verso Calipso.
La fuga è futile quando i fili del sartiame
si aggrovigliano nel sughero di un fiammifero.

Ma chi mi creò? : È questo il trucco:
identificare di chi fu la mano tesa che indicò
il filo di connessione per elevare il cielo.





Crabwise


I fear you won’t even
acknowledge me
when towards you I scuttle
crabwise: jointed limbs, knock-knees,
so gauche, so terribly unsubtle.

I am, after all, ungainly.
My ribs on the outside,
I am a candelabrum
that stabs when you grab it
to light your way to the bedroom.

If I wasn’t this thorny,
I would declare my love.
Instead, I muffle the click-clack
of knitting-needle thighs, turn
my moon-white scalloped back.

No soft goddess,
no sweep of Botticelli cloth,
no seductive undulating:
more Athena than Venus,
I’m a spinster princess in armour-plating.





Come un granchio


Temo che mai
mi riconoscerai
quando mi precipito verso di te
come un granchio: gambe strette, ginocchia unite,
così goffa, così terribilmente maldestra.

Sono, nel complesso, sgraziata.
Ho costole sporgenti,
sono un candelabro
che taglia quando lo afferri
per far luce fino alla stanza da letto.

Se non fossi così spinosa,
ti dichiarerei il mio amore.
Invece, smorzo il click-clack
dei ferri da lana delle cosce, giro
la schiena smerlata bianco luna.

Non una tenera dea,
non uno strascico botticelliano
né una seducente ondulazione:
più Atena che Venere,
sono una principessa nubile in armatura.





Gazebo


The frame of your gazebo creaks
like debilitated cartilage.

I peer in, my face pressed beside
overgrown foliage up against a pane.

Peek-a-boo.

You are absent from your Wendy-house
of whispering dead wood today.

I still see your silhouette, cardboard-
cut-out marionette, dressed in black

granny boots.

The shape of you is a permanent hole
in the world, preserved like a book mark

in your place, on your favourite page.
Of course I will come tomorrow to play

hide-and-seek

and the next day and the next day.
Here I am, poking through floorboards,

a skinny winter grass. Here I am,
counting forwards, hands over eyes,
pretending not to look.





Gazebo


La cornice del tuo gazebo scricchiola
come una cartilagine decrepita.

Sbircio dentro, il mio viso preme accanto
al fogliame cresciuto alto contro un vetro.

Bubu Settetè.

Oggi sei assente dalla tua casetta
dei giochi in legno morto sussurrante.

Vedo ancora la tua figura, marionetta
in cartone ritagliato, che indossa neri

stivali allacciati.

La tua forma è una fossa che permane
nel mondo, preservata come un segnalibro

al tuo posto, sulla tua pagina preferita.
Ovviamente domani verrò a giocare

a nascondino

e il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Eccomi, spunto tra le assi del pavimento,

erba invernale scarnita. Eccomi,
continuo a contare, con le mani sugli occhi,
fingendo di non vedere.





Box Hedge


There is a shadow behind the hedge,
I can’t empty my mind of it.
It moves when I move –
sometimes in the shape of a high-stepping chicken,
sometimes a fly and barbarous fox.
Part of me wants to cannibalise it,
eat whatever is secreted there
witnessing my hesitation.
I decide that I hate it, then quickly relent,
all puff gone. The timorous leaves
rattle their assent: Who is the shadow,
the puppet, the skulking bête noir?

You are.





Siepe di bosso


C’è un’ombra dietro la siepe,
non posso liberarmene la mente.
Quando mi muovo si muove –
talvolta in forma di pollo balza in alto,
talvolta è una mosca e una volpe barbara.
Una parte di me vuole cannibalizzarla,
mangiare qualsiasi cosa vi sia custodita
a testimoniare la mia esitazione.
Decido che la odio, poi subito mi placo,
si dissolve. Le foglie timorose
acconsentono tremule: Chi è l’ombra,
la marionetta, la furtiva bête noir?

Sei tu.

venerdì 29 ottobre 2010

TOLSTOJ INNAMORATO









E' in preparazione, per i tipi delle Edizioni Kolibris, un libro che si preannuncia decisamente gustoso e interessante. Di Ray Givans, questo libro credo sarà una chicca da tenere d'occhio; nel frattempo vi propongo un assaggio. Grazie a Chiara De Luca per queste prime battute in anteprima.

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Tolstoj innamorato


Il cordone ombelicale di una quercia mi prende al laccio lo stivale,
serpeggia nel sottobosco tra fogliame in decomposizione
e licheni. Sotto la tettoia scricchiolante, il mio pastrano
(che strascica trentaquattro anni di ricordi)
mi ritrascina alle mie prime grida di neonato a Polyana.
Più avanti, sul ciglio della foresta di Zaseka,
la luce del sole s’insinua attraverso le chiome diradate,
giocando in nastri sulla spalla nuda di Sofja Andrejevna.
Lei indossa un abito bianco con la semplicità e la purezza
del giovane torrente che le dilava i piedi.
Palivanov si avvicina, in uniforme da cadetto,
i bottoni militari scintillano di steli di luce.
Ti spazza via in un walzer, tanto fluido e lieve
che potresti danzare sule schiene dei campi di granturco oscillante.
E io devo guardare, poggiare la testa contro le sopracciglia aggrottate
della quercia, protestare che sono troppo vecchio per danzare.
In una polla fangosa specchio la mia sagoma, la mia bruttezza.
Sono quel Principe Dublitzskj del tuo romanzo.

Eppure, un angelo sulla mia spalla combatte coi miei demoni
mi spinge in avanti nella luce del sole. Luce
“Sonja” come seme trasportato dal calice di un dente di leone
vola verso di me. Le tengo le mani. Il suo corpo,
aromatico, decanta cannella e pomander.
Trema come un uccello ferito, arrossisce come le avessero
messo il fard sulle guance. È troppo sperare
di essere resi belli dall’amore di una giovane donna?



Sonja Tolstoj


Sopra la fiamma gialla della candela guardavo
in angolo le pagine del mio scritto ritrarsi in onde
nere e marroni, finchè non potei più tenere i fogli
in mano. Li lanciai nel camino,
ipnotizzato dal pallore del fumo che saliva…

Al fresco della sera nel giardino della cucina
di Yasnaja Poljana, Lev Nikolaevich
mi lascia cogliere le fragole che vanno maturando;
succhi rossi mi striano le labbra e le dita.
La sua mano di lavoratore mi struscia contro l’abito.
Una vanessa, irrequieta, frulla al di sopra
di un mare pungente di timo e di menta.
Tocco un bottone d’ottone sul suo pastrano
da soldato, avverto il calore contraddittorio
e l’acciaio dei suoi occhi grigi mi assale.

E sono in fondo alla discesa di un covone di fieno
al sicuro nelle mani dello scrittore. Sto ridacchiando
e lui mi fa vorticare nell’aria;
inamorato della sua profonda voce vibrante.
Sul margine di rigogliosi campi di grano,
capelli si tendono nel vento; la mia giumenta, Belogubka,
galoppa all’unisono con il cavallo bianco del conte.
Quando entriamo nel crepuscolo della foresta di Zaseka
zoccoli schiantano rametti di betulla e sento
mia madre chiamare, “Sonja, entra a ripararti,
entra che è ora di dormire.”

Caccio un attizzatoio
Infilzo con un attizzatoio il cuore in fiamme
di carta carbonizzata; i petali di seta del margine
fumano; volteggianoin nubi di particelle. Perché,
perchè, mostrai al mio amato soldato-scrittore
questo romanzo novizio? Sperando il suo amore
si stesse facendo più profondo
come il lento gocciare d’acqua
raccolto nel barile sotto la grondaia a Poljana?

L’amore è un giardino d’erbe amare e lenitive.




La gelosia di Sonja Tolstoj


Scendendo questa mattina ho trovato la porta
spalancata. Odore fetido d’acqua sporca
e flusso d’aria fredda si mescolano sulla nostra soglia.
Quella donna, come china in preghiera,
lavorava, lenta, in senso orario, con la spazzola ansante.
Ci fermammo. Riconoscemmo moglie e amante.
Lei si piegò sulle anche robuste, arretrò,
tenendomi sotto il tiro di quegli occhi provocanti...

In un capanno desolato il suo fantasma mi filtra
sottopelle. Rabbrividisco al pensiero di vederla
ancora una volta; di guardare, di nuovo
nei grigi occhi del figlio bastardo di mio marito.
Una pagina di diario si apre: “Mai così tanto
innamorato... Contadini chini, covoni intrecciati
di fieno. Il sole si concentra su un letto di foglie
d’acero e noce. Lev strappa la camicetta
come un maiale che rufola tartufi, libera
dalle catene i seni della ssua duttile serva...
“Sonja!”
Fuori, i piedi di Zia Toinette falciano
alte erbe. Lascerò questa tana
al tramonto. Siederò alla tavola di fronte a Lev.
Il samovar fischierà e gorgoglierà tra noi.



Sonja Tolstoj piange per il figlio


Forse fu il brusio di formule del prete
ad attirarmi là. Oppure, forse, la finestra in vetro
colorato che rifrangeva la luce dal volto emaciato
di quell’Unico agonizzante. Eppure, bramo
la preghiera,visito umide stazioni di confessione,
bevo sottile ostia sciolta, snocciolo
il credo, senza conforto, consolazione ...

In volo afferro le ali di Aljosha,
scivolo sul cimitero di Nikolskoje
esposto allo scalpello del vento del nord.
Un cane solitario ulula quando raspo
la porta delle terre, chiusa su Vanichka ...

Inalo un pizzico di cera e incenso
che mi calma, dolce fragranza floreale.
Luce di candela inonda il volto di mio figlio.
Calore del suo fiato duole nelle praterie
delle veglie del giorno e della notte, verso la cessazione...

Pioggia cade dalle nubi umide di Mosca,
penetra fino alle radici dei miei capelli legati stretti.
Vanichka si alza, mi culla alla base
delle sue ali d’angelo, verso una frattura dell’orizzonte su Kiev.
Raggi di luce formano uno spettro
di colore. Il tocco delicato e il peso delle dita
di pianista di Tanejev scacciano
il cane nero che mugola alla luna velata.

domenica 3 ottobre 2010

VERA D'ATRI



Betsabea - Digital Collage di Federica Nightingale ©


Leggere Vera D'atri è accorgersi che la Poesia esiste e palpita, e vive respirando e muovendosi accorta fra le ore,i giorni,la vita. Una delicatezza acuta e straordinariamente di alto livello evocativo nonchè "visivo" ci trasporta senza bisogno di soffermarsi troppo sui versi e sulle parole. Tutto è assolutamente chiaro e comprensibile. E bellissimo, in perfetta armonia. La consiglio vivamente a tutti, credo si possa imparare moltissimo dalla sua scrittura e dal suo elegante e vivido sentire che, come accade quando si ha molto talento,appare naturale e semplice, pura Bellezza.

Federica Galetto









La prima luce cade verso l’alto,
come fumo, come nostalgia,
colmo di perle è il mare e arretra e
già depreda la marea questo sostare in vita tanto
incerto,
ch’io non indovinai,
io sciolsi nel silenzio la risposta
tra l’ombra liquida del pianto
e l’asciugare attento dei tuoi baci.

A giorno fatto, alla vedetta il verde delle ortiche
si rovescia dal costone giallo,
acrobata di circo sotto al cielo.
Il verde dissotterra il seme per l’esile rincorsa.
E con me l’azzurro cerca i suoi troni d’oro.
Piena di ami l’acqua.

A sera, raggi arruffando
d’una scarlatta ultima risorsa,
chiudo i pericolosi varchi dell’attesa
e nulla, in effetti, propaga l’orizzonte
tranne la notte
che plana oltre il ponente
e ammucchia irragionevoli perché
nel patchwork del mio sonno.

E ancora chiuso il ventaglio del rimedio
giunge amica infame la coscienza;
ora lei manda al macero ciò che ho compiuto.

Ma io sto al gioco senza interruzione
perché non c’è miglior tempo che la vita
né miglior vivere che fuggire nello spazio il tempo
e dargli l’infinito.

Ed ecco che qualcuno già si muove sugli appannati asfalti
e da più lenti battiti riprende l’interrotto.
L’utile va pel suo quadrante.
Il verde, l’azzurro e l’oro contrastano la pena.

Vera D'Atri, "Una data segnata per partire" Kolibris 2009


http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=23

martedì 28 settembre 2010

JOHN BARNIE - LA FORESTA SOTTO IL MARE








Collana Goldfinch - poesia gallese contemporanea
JOHN BARNIE, La foresta sotto il mare
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-34-1
pp. 126, € 12,00
http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=45






Artista camaleontico, con uno spiccato interesse per la fotografia e le arti visive, John Barnie è poeta, narratore, saggista e ha suonato la chitarra in numerose band di blues & poetry. Kolibris ha già pubblicato la sua raccolta poetica Tumulto in cielo, il romanzo in versi Ghiaccio, e sta preparando la pubblicazione dell’antologia di poesie scelte Gigli di mare. E presenta ora La sua più recente raccolta La foresta sotto il mare. Già soltanto i titoli di queste opere sintetizzano il movimento della poesia di John Barnie, il suo ampio, ambizioso raggio d’azione: dal cielo in tumulto, in cui attraverso una serie di incidenti, spesso minimi, reali o immaginari, storici o biblici, il poeta ritraccia l’intero percorso del genere umano, con tutte le ansie e le contraddizioni, le energie e le pulsioni che ne hanno determinano l’evoluzione, o involuzione; al ghiaccio che ricopre la Terra in un ipotetico futuro non lontano, seguito allo scioglimento dei ghiacci determinato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte dell’essere umano, condannato a vivere sotto terra, in tribù ridotte a lottare le une contro le altre in virtù di una stentata sopravvivenza. Nella Foresta sotto il mare John Barnie è di nuovo sulle tracce delle radici dell’umano, e Dio, assente in Ghiaccio, “Vecchio Burlone” pavido in Trouble in Heaven, torna, altrettanto improbabile ed evanescente, a osservare in disparte, nascosto o soltanto vagamente immaginato in lieve speranza. E il poeta continua la sua ricerca, stavolta armato di lente d’ingrandimento, tra le meraviglie in sordina del mondo naturale, tra le laboriose vite degli insetti e il travaglio dell’umano che barcolla tra le miserie del quotidiano e la minaccia della morte, tra la ben misera vittoria della sopraffazione sulla natura e le sue creature più indifese e l’inerme abbandono al proprio auto inflitto destino. Il poeta segue le tracce della vita, accoglie il rimbalzo dello sguardo sullo specchio fragile di una bellezza sempre minacciata. Coglie ciò che dell’integrità dell’origine riaffiora, come quei resti di radici e di tronchi, quegli anelli di corteccia testimoni di un mondo concentrico e complementare che altrove ancora respira: la foresta sotto il mare. La natura sommersa, assieme all’ipotesi di una città che in essa viveva e prosperava, svanita, così come gli abitanti di Banda in Ghiaccio. Alla poesia Barnie sembra perciò chiedere molto, ovvero di colmare come può il vuoto, la separazione tra l’uomo e sé stesso, tra l’uomo e la propria origine, (s)radicata in ciò che resta di un territorio vergine, sussurrata dal calice schiuso dei fiori, allusa nel ronzìo sommesso degli insetti, sfiorata nel canto fluttuante degli uccelli, che paiono sempre farsi tramite tra l’uomo e il proprio remoto desiderio d’infinito, tra la gravità dell’essere e l’ansia mai sopita del volo. L’immersione nel piccolo, nel minuscolo, nel nascosto è dunque riavvicinamento al buio dell’origine, è svanimento dell’umano in funzione di una nuova nascita, è riappropriazione e radicamento nella terra, sia essa cosparsa d’erba alta o di fango, sia essa trampolino di fuga o banchina d’approdo. È il corpo che “si sveglia” e invita il cervello: “Facciamoci un drink, mio tormentato amico.”

Chiara De Luca




No Going Back


There’s the statue to the Dignity of Man
toppled over and a hand pointing up through
brambles, and the rotting watchtower with its tannoy’d
voice singing, I did it my way; toadstools

push their heads through needles on the forest floor
like folk tales jumped out of the books;
so there was something to it, though we’ll never find
the witch and the gingerbread house now.


Senza ritorno


C’è una statua alla Dignità dell’Uomo
rovesciata la cui mano indica in alto tra i
rovi, e la torre di guardia in rovina con la voce dell’auto-
parlante che canta, Feci a modo mio; funghi velenosi

spingono le teste tra gli aghi sul fondo della foresta come
racconti popolari saltati fuori dai libri;
così c’era qualcosa che portava lì, anche se non troveremo
mai la strega e la casa di pan di zenzero ora.



Spider Crabs


If I can climb
over the backs of my brothers and sisters
to the hands manhandling this cage

I’ll tear them to red confetti
for a blood wedding;

pity is a word thrown overboard by Noah;
It tasted good,

said the lips of the shark.


Granchi ragno


Se riuscirò ad arrampicarmi
al di sopra delle spalle di fratelli e sorelle
fino alle mani che manipolano questa gabbia

le strapperò facendone confetti rossi
per un matrimonio di sangue;

pietà è una parola che fu
gettata in mare da Noè;
era buona,

dissero le labbra dello squalo.

sabato 15 maggio 2010

GABRIEL OLEARNIK, POESIE SCELTE IN TRADUZIONE

Arthur Hughes




Vi presento un assaggio delle mie traduzioni del poeta anglo-polacco Gabriel Olearnik. Al link




potrete trovare una rosa completa di poesie tradotte.

Ringrazio Chiara De Luca per l' ospitalità al mio lavoro, nel suo blog delle Edizioni Kolibris.



§



As the long days

As the long days of May draw out
I hear the azure cry of wandering birds
which call me to depart my native land
and recall a distant love.
Dour, my face fallen and neck bent:
both tender song and the hawthorn's flowers
are no dearer than Winter's ice and frost
The true king has blessed me
and shaped a longing for this distant love
but each pleasure is a doubled blow
for she is so very far away.
Ah! If I were a pilgrim
I would bring my staff and hooded cloak
before the fairness of her eyes.
Oh, how great my joy will be
when I ask for her hospitality
for the love of God it is given me
and at her pleasure her guest will be
close, though from a distant land.
In that far court, I shall sit beside her beauty
and draw sweet words from her mouth.




Nell’allungarsi dei giorni

Nell’allungarsi dei giorni di Maggio
odo l’azzurro pianto degli uccelli erranti
che mi chiamano a distaccarmi dalla mia terra natìa
e a ricordare un lontano amore.
Cupo, il mio volto caduto e il collo piegato:
sia la tenera canzone che i fiori di biancospino
non sono più cari del gelo e della brina d’inverno
Il legittimo re mi ha benedetto
e ha forgiato la brama di questo perduto amore
ma ogni piacere è un doppio colpo
poichè lei è lontanissima.
Ah! Se fossi un pellegrino
porterei il mio bastone e il mio tabarro
dinnanzi alla leggerezza dei suoi occhi.
Oh, quanto grande sarà la mia gioia
quando le chiederò ospitalità,
per l’amore di Dio che mi è stato dato
e per il suo piacere sarà il suo ospite a lei accanto,
benché da una terra remota.
In quella corte distante, siederò di fianco alla sua bellezza
e attingerò dolci parole dalla sua bocca.




The Last Pagan

There are varieties of death
and types of life
as many as the flowers of the field
for the life of man is a flower of grass
and death is the withering of that flower
and death is the failing of the glory
each death is a falling glory
and life is a fading glory
of grass
blessed be the god of the grass
of green and growing things
blessed be the master of the harvest
who buds men in the bellies of women
whose heralds are the angel in the barley
and a white wind fluttering the rye
I came from the fields
soil the colour of peppercorns
the air was filled with their scent
I stood splashed in sunlight
soaked in the silence
of my first withering
until the wind rose up
I saw a rush of air which brushes the rye
and it was something like speech
words terrible as armies
burning as battle, hot the heat of it
hearth-hungry, hewing fire;
as red as a ruined rout, raging, ravaging
fire in the fields, my flower
and a burning in the rye
three fires
one of barley
one of rye
one of pure silver


L’ultimo pagano

Ci sono tante varietà di morte
e tipi di vita
quanti sono i fiori del campo
perché la vita dell’uomo è un fiore d’erba
e la morte il rinsecchirsi di quel fiore
e la morte è il fallimento della gloria
ogni morte è una gloria che cade
e la vita è una gloria sbiadita
d’erba
benedetto sia il dio dell’erba
del verde e delle cose che crescono
benedetto sia il padrone del raccolto
che fa germogliare gli uomini nel ventre delle donne
i cui araldi sono gli angeli nell’orzo
e un bianco vento a scuotere la segale
Venivo dai campi
il suolo del colore dei grani di pepe
l’aria era colma del loro profumo
Restavo immerso nella luce del sole
Intriso del silenzio
del mio primo annichilire
fino al ribellarsi del vento
Vidi l’aria correre a spazzare la segale
ed era qualcosa come il linguaggio
parole terribili come armi
brucianti come la battaglia, rovente il suo calore
focolare affamato, fuoco che spacca;
rosso come una rovinosa disfatta, furioso,devastante
fuoco nei campi, mio fiore
e incendio nella segale
tre fuochi
uno di orzo
uno di segale
uno d’argento puro



Poesie tratte da "Amor de Lonh" di Gabriel Olearnik ©

Andromachebooks, 2009

Traduzione di poesie scelte di Federica Galetto ©

consultabili qui:

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