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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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venerdì 17 settembre 2010

PREMIO LORENZO MONTANO 24esima EDIZ.- PAOLA CASULLI





Annie Louisa Swinnerton



Premio di Poesia Lorenzo Montano
V e n t i q u a t t r e s i m a E d i z i o n e

XXIV Edizione (2010) - Esiti del premio Una poesia inedita

La Giuria del Premio ha deciso altresì di menzionare alcuni autori, per le opere particolarmente interessanti che hanno presentato:
Giovanni Ariola, In città; Giuseppe Barreca, La carovana delle malinconie; Marco Bellini, Nella fodera dello schermo; Dario Benzi, L’apparire; Davide Antonino Burgio, Per un attimo; Stefano Cappelletti, Allogeno al vento; Maria Grazia Carraroli, Pelle di luna; Paola Casulli, Ciò che non resta; Luigi Emanuele D’Isernia, Sciamani; Valeria Ferraro, Codice; Renata Morresi, Monologo della tavola; Eugenio Nastasi, Mercoledì delle ceneri; Luisa Pianzola, Coltivazione del deserto; Margherita Rimi, Questa doveva essere la casa; Chiara Rolandi, Come le cose si lascino premere; Clara Serra, La nebbia si stacca sfrangiandosi; Liliana Tedeschi Libera, La perfezione inusitata del silenzio; Simone Turco, Lento eone; Giuseppe Vetromile, Obbligo di catene a bordo; Giovanna Vizzari, Questo amarvi infaticabilmente, alla rinfusa; Liliana Zinetti, Risuonino i rami, le gaure.






Ciò che non resta - METAMORFOSI DI UN ALBRATOS –

Non escludo di essere morto.
Benché ci sia terra nelle fessure dei miei tasti
suono ancora musica
tento di soverchiare il fetore del pensiero.
Scavo e ammasso pietre.
Per chi, per cosa? Non ho memoria
Si dissolvono nel cavo della mano,
corrose lentamente dal mare,
queste rughe camuse.

Avanzo
sulla rena
A fatica i lombi inseguono l’onda
La battigia è muscolo più forte
ad accogliere il flutto
Ostentare la forza è gridare nudi,
agli albatri, folli di salde ragioni, ammaliati superstiti,
di non porsi sulla tolda
ad attendere l’incombente mortalità.

Sotto la pelle s’agita la luce
Rigenerata anima o Fenice
Non hai peso che di uomo libero
Non hai sangue che l’oceano invidi
Sudario che foglia non ricopra
Rotea di nudità sfera, di carne rendici
A redimerci dalla grazia
Che ci incide al vangelo che tace.

Corpi sospesi
S’incrociano spettri di nudità smarriti
Sotto i piedi un’improvvisa calma
squarcia l’aria fredda
Non c’è nessuno ad accogliere
il tutt’ Uno
Nessun guardiano giunge da riva
a trasportare il nostro goffo ventre gravido
di umori e vermi
sulle spiagge
affollate di maree.

Nuvoloso giunge solo il Dolore
Acqueo, colui che con mani sicure
raccoglie i morti artritici
all’imbocco del sonno.
Burrasca improvvisa di crimini e condanne
tregua e opaco groviglio di perdoni
attraversa la vallata
dove anche i lupi attendono
e gli aironi si asciugano dalle piume
la gratitudine dei grandi laghi
e persino i dodici siedono tranquilli:
uccidono lo stupore
che tremolava sotto la lama, dopo che da pescatori
divennero martiri.


Paola Casulli ©

sabato 11 settembre 2010

DOPO MEZZANOTTE - AFTER MIDNIGHT

 





collage digitale di Federica Nightingale
Posted by Picasa

giovedì 9 settembre 2010

SEBASTIANO A. PATANE'






F.C. Cowper





Com’è fatta una poetessa…


Com’è fatta una poetessa? Con tutti quegli occhi
che non si vedono, quei cuori nascosti dietro le parole
ed una reflex per cellula sempre in posizione…

E’ sostanza rarefatta sui gradini della sera
e compensa l’umano nei primitivi suoni

Senza riparo lungo la bufera, quindi,
una poetessa è sola!
"come le pizie cumane
io canto il dolore di tutti" (Alda Merini)

ed io che parlo con te, quindi, sono solo anch’io…
e poeta…!
e noi, noi…
quale sostanza ci avvinghia, dunque?
Di che amore è fatto il disprezzo d’ogni libertà
schiavi come siamo di noi, di te e di me
che da fuori della porta ci bussiamo inuditi?

*

Alabastro e rame?
No, carne sopravvissuta alla stanchezza senza più
coltelli a punta dura che aprono parole e sottoparole
fino all’estinzione.
Muro di sensi e filtro d’armonie come abete sulla neve
e cielo nel tramonto. Passa dietro al costone e guarda giù
dove la somma è soltanto un piccolo
frammento di poesia, e canta senza voce né spartito

l’inquietudine…

*

(Sarà un altro scampolo di cielo, di quell’
azzurro che non c‘è? oppure una collina con
testa di capra e di leone? )

Il ricordo, il ricordo spegne e accende ogni sospiro
la caldera della mente zolfo e rosa
rigida zampogna di luminosi suoni e flaccido tamburo

Abisso e cuore, embrione statico, salta la sponda
dell’ultima parola ferma nella congiunzione…
si muove labirinto, si muove…

*

Richiama i canti col muovere le dita
la poetessa, vive gli emisferi nei bicchieri
di rosso in equilibrio col pulsare della sete
e la donna? spesso, dimentica di esserlo
tra gli intonaci spagnoli del suo andirivieni

Non cerca meraviglie o argenti ma arcani
seppur minori, nel groviglio di parole
tra lucine di microonde e risciacqui ammorbidenti…

Com’è fatta una poetessa?








Carne mia


Guardi. Io ti guardo che t’avvampi
seno di terra e acqua. Vaso

Sotto la gonna i sensi radunati

Preso d’assalto afferro il tono, a mez-
zocielo quasi volessi disgregare
le misure e il fondo

Dimmi. Ti dico t’amo giglio e carne
mia








# 2 del ricordo

Acerba mela la tua bocca fino a tarda sera.

Sulla rotta delle cicogne i tetti del riposo
e sentivamo il polso della terra respirare ancora
dopo il lungo abbraccio e giorni e giorni
a cercare nel frastuono di una lacrima
dove scartato il profano rimaneva amore
preso nella rete dei soliti gesti. Gradino
di sole appena sciolto nella calce
delle strade di campagna
fra l’obliquo segno delle spine
ed il rosso rotto delle arance,
fra una gobba e l’altra dell’ultima passione,
in un sospiro perso tra i ciuffi delle canne.

Adesso il treno passa e fa rumore



Sebastiano A. Patanè ©




Biografia:

Nota

Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”
Presente in diverse riviste ed antologie del periodo, abbandonò la scrittura e cominciò a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più.

lunedì 6 settembre 2010

LUIGI DIEGO ELENA






Anke Merzbach



Solo per il solo


In basso questa scala ad imbuto connette ogni passaggio varco
gonfia di consumati sassi e gramigna solo per il solo muro di vento.
Cieco ed acuto il sordo al suo bastone lega il fido cane randagio
l’uno guarda l’altro tra le mani in pace senza essere padrone osservato.
Scorrere di ritorni con le orme corrimano un irreprensibile pappagallo
di risapute cose sempre nuove come la fine del cielo ad interrogare il silenzio.
Chi si sporge nei bisbigli molti ne emana a persiane chiuse non agli occhi
né alle unghie prue nei salotti d’angolo sazio gatto effusioni al riparo.
Un gomitolo di specchi molti passaggi e la notte di gesso accanto.
Che si guardano.


Luigi Diego Elena ©

domenica 5 settembre 2010

ARSENIJ TARKOVSKIJ





Giovanni Boldini







L'uomo ha un corpo solo,
solo come la solitudine.
L'anima è stanca
di questo involucro senza connessure,
fatto d'orecchi e d'occhi,
quattro soldi di grandezza
e di pelle, cicatrice su cicatrice,
tirata sulle ossa.
Dalla cornea vola dunque via
nel pozzo spalancato del cielo,
sulla ruota di ghiaccio,
sulle ali d'un uccello,
e sente dalle inferriate
della sua vivente prigione
il sussurrare dei boschi e dei campi,
il rombo dei sette mari.
Senza corpo l'anima si vergogna,
come un corpo svestito.
Né pensieri né azione né progetti né scritti,
un enigma senza soluzione.
Chi ritorna sui suoi passi
dopo aver ballato sul palco
dove nessuno ballò?
E sogno io un'anima diversa,
in una nuova veste,
che arde passando dal timore alla speranza
come fiamma che s'alimenta nell'alcool,
priva d'ombra,
che vaghi per la terra
lasciando a suo ricordo, sul tavolo,
un lillà.
Corri, bambino,
non piangere sulla misera Euridice.
Con la tua piccola asta,
per le vie del mondo,
sospingi ancora il tuo cerchio di rame.
Anche se udibile
solo per un piccolo quarto,
in risposta ad ogni tuo passo,
allegra ed asciutta,
la Terra ti mormora nelle orecchie.

Arsenij Tarkovskij

sabato 4 settembre 2010

LETICIA AUSTRIA






Edmund Tarbell







Leticia Austria, ex suora cattolica, scrive versi delicatissimi. Un soffio di rara eleganza e bellezza pervade i suoi testi. Appassionata di lingua e cultura italiana, molti i riferimenti nella sua Poesia rivolti alla nostra terra. E' una poetessa fuori dalle righe contemporanee, una gemma da portare sul cuore.

F. Galetto






PASSEGGIATA (I)


Walk with me.
The path beckons, winking in the dawn-light,
And the pines' drowsy whisperings call us
To quiet joy. The sun through the branches
Welcomes our like hearts with perceptive arms
Limpid with the memory of darkness.
Now is our moment of peace. We are led
On this narrow way through familiar lands
Defined in my mind; for I have mapped out
All my memories in these woods and fields;
Each blade and limb and stone has its country,
And all sing to me of God's sure blessing.
Could He begrudge me your dear company,
Poignant and wistful as the rain lily
I pressed among words of silent longing?
You are here, beloved, bright in my heart,
Mine alone for this all-too-fleeting joy,
This, my moment of highest fulfillment:
My spirit and yours, walking together
Hand in hand.



Cammina con me.
Il sentiero accenna, ammiccando nella luce dell’alba,
E il sussurrare sonnolento dei pini ci chiama
Ad acquietare la gioia. Il sole fra i rami
Accoglie i nostri cuori con braccia perspicaci
Limpido con la memoria del buio.
Ora è il nostro momento di pace. Siamo condotti
Su questa stretta via attraverso terre familiari
Definite nella mia mente; perché ho mappato
Tutti i miei ricordi in questi boschi e campi;
Ogni filo d’erba e ramo e pietra ha la sua patria,
E tutto canta a me della certa benedizione di Dio.
Potrebbe Lui invidiarmi la tua cara compagnia,
commovente e malinconica come il giglio selvatico
da me pressato fra le parole di desiderio silente?
Tu sei qui, adorato, radioso nel mio cuore,
il mio solo per tutta questa troppo fuggevole gioia,
Questo, il mio momento di maggiore appagamento:
Il mio spirito ed il tuo, a camminare insieme
Mano nella mano.






PASSEGGIATA (II)
I wonder how the wind feels where you are,
How slowly move the clouds over the trees;
If raindrops have the same pattered footstep
That spots the path winding before me here.
What are the boughs that nod above your head?
Do they smell of past suns cleansed by heaven?
Do they weep slow tears on your opened palm,
Mourning your solitude, though you may not?
Listen to the wind; it perhaps can tell
What I cannot. See how loath are the clouds
To leave your presence; they know my longing.
Let the raindrops lead you to where I am,
Walking lonely among these weeping pines,
Wondering if you wonder as I do. 






Mi domando come il vento avverta dove tu sei,
come lentamente muova le nubi sugli alberi;
Se le gocce di pioggia hanno lo stesso picchiettio del passo
Che macchia il sentiero tortuoso che qui mi precede.
Cosa sono i ramoscelli che fanno un cenno sul tuo capo?
Profumano di passati soli ripuliti dal paradiso?
Piangono lente lacrime sul tuo palmo aperto,
portando il lutto per la tua solitudine, benché tu non possa?
Ascolta il vento; esso può dire forse
Cosa io non posso. Vedi quanto restie sono le nubi
A lasciare la tua presenza; esse conoscono il mio desiderio.
Lascia che le gocce di pioggia ti conducano dove io sono,
camminando solitaria fra questi pini lamentosi,
domandandomi se anche tu come me ti domandi.



Leticia Austria ©

Traduzione di Federica Galetto




Biografia:
Leticia Austria vive a San Antonio, Texas.
Dopo aver lavorato per 25 anni come insegnante d'opera, 15 dei quali al Huston Grand Opera, Leticia segue la vocazione ad una vita contemplativa e vive felicemente per due anni e quattro mesi in un Monastero Cattolico. Lo abbandona nel 2006 con dispiacere, lasciando il velo, per vivere con i genitori, aiutando sua madre a prendersi cura del padre. Riscoperta la passione dell'infanzia per la Poesia inizia nuovamente a scrivere e alcuni suoi testi vengono pubblicati su alcune riviste letterarie americane.

lunedì 30 agosto 2010

EDWIN MORGAN (1920-2010)













Per ricordare Edwin Morgan, uno dei migliori poeti scozzesi, morto nella sua Glasgow all'età di 90 anni.
Traduzione di Chiara De Luca




§





Da Onda planetaria




In principio
(20 bilioni a.C.)

Non chiedetemi e non ditemi. Ero là.
Fu uno scoppio e fu grande. Non so
che avvenne prima, uscii dall’esplosione.
Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.
Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo
come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-tempo,
pilucco una luna o due, ti guardo.
Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.
Sono il testimone, non l’imputato.
Amo la materia e amo l’antimateria.
Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

Oh, che giorno (se giorno era) fu!
Fu come se un pugno avesse stretto
una densa particella troppo calda da tenere
e le dita si fossero aperte all’improvviso
e il carbone ardente, il meccanismo radiante
fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,
uno in quel che era nuovo spazio, fuori
nel battito del tempo, fuori, miei padroni,
fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,
il ruggito di un leone, levrieri liberati,
denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,
una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,
nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda
sopra onda di elio e idrogeno,
anelli e spirali e nodi di fuoco,
sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;
e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare
che lapislazzulava i grani di polvere –
Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,
zigzagai e schivai il fracasso delle meteore
mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in
parole, in questa sublime stretta del nove
vorticante nella Corrievreckan del sole.
L’universo era solo appena cominciato.
Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!



La terra giovane
(3 bilioni a.C.)

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti
nelle proprie orbite, attorno al lord d’oro,
loro padre, non fosse che non è il padre,
erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:
che avrebbe profetizzato la scissione danzante,
le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –
Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,
cari amici, sapete quanto siete rari?
Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?
Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:
sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,
e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,
craterato da migliaia di schizzi asciutti
rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,
un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.
A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?
Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore
al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore
nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.
Dovete aver pazienza con la storia.

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa
appena emersa e raffreddata.
C’erano più distese di nubi che terremoti.
Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.
Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.
Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse
di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,
ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,
era vita infine, che emergeva dal mare,
strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola
che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.
Una scia di contrazioni semitrasparenti!
Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!
E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!
Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?
Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.



Fine dei dinosauri
(65 milioni a.C.)

Se vuoi la vita, quel che segue ci somiglia.
Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là
potevo vedere savane boschive in distanza
ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare
di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.
Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,
una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo
dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,
era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,
i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?
Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,
fendevano sfrecciando l’aria torrida.

Ascoltate,
se volete, gli scricchiolii di fronde e rami
ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.
Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori
colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,
un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –
velocirapti dispersi come conigli.

Non durò. Non poteva? Non lo so.
Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli
di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?
Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:
panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,
a infrangersi onda nera sopra terra e mare,
spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più
poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna
lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun
tuonare di vivi toni fragorosi disturbò
il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,
solo i gemiti, solo i rantoli di morte
degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,
soltanto, alla fine, crani e costole e uova
rotte in paludi e deserti
lasciati agli eredi –
amici miei, siamo voi e io
biforcazioni di alberi diversi:
cosa dovremmo fare, o essere?



Nella caverna
(30.000 a.C.)

Buia era la caverna quando scoprii l’uomo,
ma lui, a modo suo, la rese luminosa.
La caverna in sé era un atrio ampio
con un labirinto di gallerie. Bambini ponevano
lampade su ripiani. Donne soffiavano su un focolare.
All’improvviso con una fiammata biforcuta delle torce
uomini rientrarono in gruppo dalla caccia, deposero
masse sfilacciate di carne, si sfilarono pellicce
accanto al fuoco finché seminudi, scintillanti
di sudore, tozzi farabutti intelligenti,
resero viva la caverna con rapidi discorsi taglienti.
Vi aspettavate un grugnito o due? Non fu così.
E certo non musica? Una musica così non l’avete mai
sentita, ve lo posso assicurare, mentre i tronchi si spezzavano
e la carne sfrigolava, quando alcuni con corni e tamburi
posero echi nei favi dei corridoi.
Non era ruggito di dinosauri.

Mi unii a loro per il pasto. Avevano un bardo,
un cantastorie. Proprio come me, dissi.
Gli narrai tempi distanti. M’interruppe.
“Non penso di poterci credere. Sei uno sciamano?
Se è così, dov’è il tuo cappotto di renna? Fatti un altro drink.
Se tu muti le forme, io racconto il vero.
Bevi, la chiamiamo birra, è forte, è buona.
Avresti dovuto essere con noi là fuori oggi,
non capita ogni giorno di prendere un mammuth,
ci fornisce cibo per una settimana, e pelliccia, zanne –
ma nulla è perduto. Frecce e arco,
sono quel che ti serve, e un buon gruppo di ragazzi,
vai a radunarli. Prendi un po’ di birra ancora, avanti.
Vedi i mammuth? Non sai quanto son stupidi.
Se cadono a terra non possono rialzarsi. Fottuti.
Lo so, lo so, sciamàno, noi resteremo qui ben oltre
il tempo in cui i mammuth saranno morti.”
Balzò in piedi, afferrò una torcia enorme, corse
lungo la parete, creando un’onda tale di scintille
che i mammuth dipinti caddero e ripresero a scalciare.

Un corno profondo diede a quell’interferenza il voto.



Il grande diluvio
(10.000 a.C.)

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,
pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni
finché qua e là la terra tremò burbera e gettò
enormi ondate sul Mar Medio,
enormi ondate sul Medio Oriente,
enormi ondate e pioggia enormi ondate
a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.
Vidi l’acqua crescere in livello:
invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!
Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.
Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.
Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via
dalle misere mura malridotte del villaggio.
Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare
questi fragili esseri ansimanti senza branchie!
Martelli giorno e notte sull’altopiano!
Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,
un’enorme barca, una nave, un marinaio,
coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata
di vita, umana, animale, commestibile,
benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,
partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto
solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena
sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,
spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.
Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.
E poi un arcobaleno: risi, era troppo.
Ma quando barcollarono fuori con fagotti,
ceste di utensili, bimbi, capre,
per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi
pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata
che sta per seppellirli.

Acqua
da cui veniamo, cui potremmo tornare.
Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!
È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!


[…]




from Planet Wave



In the Beginning
(20 Billion BC)

Don’t ask me and don’t tell me. I was there.
It was a bang and it was big. I don’t know
what went before, I came out with it.
Think about that if you want my credentials.
Think about that, me, it, imagine it
as I recall it now, swinging in my spacetime hammock,
nibbling a moon or two, watching you.
What am I? You don’t know. It doesn’t matter.
I am the witness, I am not in the dock.
I love matter and I love anti-matter.
Listen to me, listen to my patter.

Oh what a day (if it was day) that was!
It was as if a fist had been holding fast
one dense packed particle too hot to keep
and the fingers had suddenly sprung open
and the burning coal, the radiant mechanism
had burst and scattered the seeds of everything,
out through what was now space, out
into the pulse of time, out, my masters,
out, my friends, so, like a darting shoal,
like a lion’s roar, like greyhounds released,
like blown dandelions, like Pandora’s box,
like a shaken cornucopia, like an ejaculation –

I was amazed at the beauty of it all,
those slowly cooling rosy clouds of gas,
wave upon wave of hydrogen and helium,
spirals and rings and knots of fire, silhouettes
of dust in towers, thunderheads, tornadoes;
and then the stars, and the blue glow of starlight
lapislazuliing the dust-grains –
I laughed, rolled like a ball, flew like a dragon,
zigzagged and dodged the clatter of meteorites
as they clumped and clashed and clustered into
worlds, into this best clutch of nine
whirled in the Corrievreckan of the Sun.
The universe had only just begun.
I’m off, my dears. My story’s still to run!




The Early Earth
(3 Billion BC)

Planets, planets – they seem to have settled
into their orbits, round their golden lord,
their father, except he’s not their father,
they were all born together, in that majestic wave
of million-degree froth and jet and muck:
who would have prophesied the dancelike separation,
the nine globes, with their moons and rings, rare –
do you know how rare it is, dear listeners,
dear friends, do you know how rare you are?
Don’t you want to be thankful? You suffer too much?
I’ll give you suffering, but first comes thanks.

Think of that early wild rough world of earth:
lurid, restless, cracking, groaning, heaving,
swishing through space garbage and flak,
cratered with a thousand dry splashdowns
painted over in molten granite. Think of hell,
a mineral hell of fire and smoke. You’re there.
What’s it all for? Is this the lucky planet?
Can you down a pint of lava, make love
to the Grand Canyon, tuck a thunderbolt
in its cradle? Yes and no, folks, yes and no.
You must have patience with the story.

I took myself to the crest of a ridge
once it was pushed up and cooled.
There were more cloudscapes than earthquakes.
You could walk on rock and feel rain.
You shivered but smiled in the fine tang.
Then I came down to stand in the shallows
of a great ocean, my collar up to the wind,
but listen, it was more than the wind I heard,
it was life at last, emerging from the sea,
shuffling, sliding, sucking, scuttling, so small
that on hands and knees I had to strain my eyes.
A trail of half-transparent twitchings!
A scum of algae! A greening! A breathing!
And no one would stop them, volcanoes wouldn’t stop them!
How far would they go? What would they not try?
I punched the sky, my friends, I punched the sky.






End of the Dinosaurs
(65 Million BC)

If you want life, this is something like it.
I made myself a tree-house, and from there
I could see distant scrubby savannas
but mostly it was jungle, lush to bursting
with ferns, palms, creepers, reeds, and the first flowers.
Somewhere a half-seen slither of giant snakes,
a steamy swamp, a crocodile-drift
in and out of sunlight. But all this, I must tell you,
was only background for the rulers of life,
the dinosaurs. Who could stand against them?
They pounded the earth, they lazed in lakes,
they razored through the sultry air.

Hear,
if you will, the scrunchings of frond and branch
but also of joint and gristle. It’s not a game.
I watched a tyrannosaurus rise on its hindlegs
to slice a browsing diplodocus, just like that,
a hiss, a squirm, a shake, a supper –
velociraptors scattered like rabbits.

It didn’t last. It couldn’t? I don’t know.
Were they too big, too monstrous, yet wonderful
with all the wonder of terror. Were there other plans?
I saw the very day the asteroid struck:
mass panic, mass destruction, mass smoke and mass ash
that broke like a black wave over land and sea,
billowing, thickening, choking, until no sun
could pierce the pall and no plants grew and no
lizards however terrible found food and no
thundering of armoured living tons disturbed
the forest floor and there was no dawn roar,
only the moans, only the dying groans
of those bewildered clinker-throated ex-time-lords,
only, at the end, skulls and ribs and hatchless
eggs in swamps and deserts
left for the inheritors –
my friends, that’s you and me
branched on a different tree:
what shall we do, or be?





In the Cave
(30,000 BC)

Dark was the cave where I discovered man,
but he made it, in his own way, bright.
The cavern itself was like a vast hall
within a labyrinth of tunnels. Children
set lamps on ledges. Women fanned a hearth.
Suddenly with a jagged flare of torches
men trooped in from the hunt, threw down
jagged masses of meat, peeled off furs
by the fire till they were half-naked, glistening
with sweat, stocky intelligent ruffians,
brought the cave alive with rapid jagged speech.
You expected a grunt or two? Not so.
And music, surely not? You never heard
such music, I assure you, as the logs crackled
and the meat sizzled, when some with horns and drums
placed echoes in the honeycomb of corridors.
This was no roaring of dinosaurs.

I joined them for their meal. They had a bard,
a storyteller. Just like me, I said.
I told him about distant times. He interrupted.
‘I don’t think I believe that. Are you a shaman?
If so, where’s your reindeer coat? Have another drink.
If you’re a shape-shifter, I’m a truth-teller.
Drink up, we call it beer, it’s strong, it’s good.
You should’ve been out with us today,
it isn’t every day you catch a mammoth,
keep us fed for a week, fur too, tusks –
nothing wasted. Spears and arrows both,
that’s what you need, plus a good crowd a boys,
goo’ crowda boys. Take s’more beer, go on.
See mamm’ths? Mamm’ths’re fuck’n stupit.
Once they’re down they can’t get up. Fuck em.
Y’know this, y’know this, ole shaman-man,
we’ll be here long after mamm’ths’re gone.’

He stumbled to his feet, seized a huge torch and ran
along the wall, making such a wave of sparks
the painted mammoths kicked and keeled once more.

A deep horn gave that movie flicker its score.




The Great Flood
(10,000 BC)

Rain, rain, and rain again, and still more rain,
rain and lightning, rain and mist, a month of downpours
till the earth quaked gruffly somewhere and sent
tidal waves over the Middle Sea,
tidal waves over the Middle East,
tidal wave and rain and tidal wave
to rave and rove over road and river and grove.
I skimmed the water-level as it rose:
invisible the delta! gone the headman’s hut!
drowned at last even the stony jebel!

I groaned at whole families swept out to sea.
Strong horses swam and swam but sank at last.
Little treasures, toys, amulets were licked
off pitiful ramshackle village walls.


Weapons, with the hands that held them, vanished.

So what to do? Oh never underestimate
those feeble scrabbling panting gill-less beings!
Hammers night and day on the high plateau!
Bitumen smoking! Foremen swearing! A boat,
an enormous boat, a ship, a seafarer,
caulked, battened, be-sailed, oar-banked, crammed
with life, human, animal, comestible,
holy with hope, bobbing above the tree-tops,
set off to shouts and songs into the unknown
through rags and carcases and cold storks’ nests.

The waters did go down. A whaleback mountain
shouldered up in a brief gleam of sludge,
nudged the ark and grounded it. Hatches gaped.
Heads smelt the air. Some bird was chirping.
And then a rainbow: I laughed, it was too much.
But as they tottered out with their bundles,
their baskets of tools, their goats, their babies,
and broke like a wave over the boulders and mosses,
I thought it was a better wave than the wet one
that had almost buried them all.

Water
we came from, to water we may return.
But keep webbed feet at arm’s length! Build!
That’s what I told them: rebuild, but build!






Bio: http://en.wikipedia.org/wiki/Edwin_Morgan_(poet)

martedì 24 agosto 2010

RIFLESSIONI SULLA NUOVA POESIA

photo Federica Nightingale







Se è vero che la “nuova poesia” degli anni Dieci sembra segnare il passo della non novità, mi domando quali siano i veri parametri per poterlo affermare con tanta certezza o, se non altro, per poter indicare come “non nuove” tutte quelle espressioni poetiche che non sperimentino in modo estremo l’uso della parola e del concetto. Se la sperimentazione non raggiunge apici di rilievo, come avvenne, per citare un esempio, con la poesia futurista, ciò non significa che non vi sia in atto una corrente di trasformazione sotterranea lenta ma molto forte, pronta a lasciarsi dietro ogni “incasellamento” o definizione pre-confezionata. Confusione? Strada eccentrica e centrale? E’ possibile che proprio l’eccentricità e l’espressione della giustificazione estetica delle proposizioni in auge, rappresentino la Bellezza della nuova corrente poetica nascente. Si possono scrivere versi apparentemente senza senso (apparentemente privi) e stilisticamente perfetti tanto da compiacere edonistici bisogni di una civiltà in cui il piacere racconta molte esperienze, e considerarli Poesia; questo perché la Poesia del nostro tempo nasce e cresce in un ambito senza risoluzione definita, con innumerevoli punti bianchi o evanescenti. Fotografia di ciò, i versi quasi privi di un senso che rimandi ad esperienze significative seppur vere.
Sono forse i connotati dell’invisibile, piccolo, cosmopolitismo dell’”io” un metro sufficientemente valido per valutare l’autenticità o meno di un verso? In che misura ciò si avverte fra le righe dei nuovi poeti emergenti? E cosa implica il ritorno al “privato” se non l’idea geniale e mai sorpassata (e non per questo da considerarsi “vecchia”) che vede l’umana condizione quale punto di partenza verso approdi non “a vista”, bensì molto al largo da ogni riferimento casuale o banale? Si, perché il punto di partenza deve necessariamente essere l’io, esente dal piccolo cosmopolitismo, punto focale di ogni traiettoria poetica che si rispetti.
Al di là delle prove stilistiche e meramente estetiche, giustificate forse da una ricerca di Bellezza estranea alla vita quotidiana e, a parer mio, non condannabili in alcun modo, la nuova poesia traccia possibili rotte da raggiungere in sordina, forse accattivanti perchè ricche di immaginari e immagini poco consueti, stilisticamente ineccepibili ma perfettamente criptati nel senso, non assente, ma amplificato da tracciati crittografati e vari. Si dipinge così un panorama eterogeneo che da mappare risulta difficile perché ancora in fase di lenta evoluzione e definizione, anche per i poeti stessi; il seme però è ormai gettato e si iniziano già a vedere i germogli. Il principiale, qui, porta in diverse corsie di smistamento ma il fulcro rimane lo scavo interiore che non si discosti mai troppo dall’apparire “a vista”, la proposta di individuazione, ricerca, di valori di riferimento ragionati e scoperti con fatica talvolta, o al contrario con immane leggerezza.
Per concludere, credo che l’affermare che vi sia un generale indirizzo di poesia ben scritta possa essere opinabile poiché esistono ancora nuove forme poetiche non ancora pronte al decollo, prive di personalità definita in un mare indefinito e vasto che fa perdere le coordinate, e che non hanno compreso fino in fondo quanto problematica sia la via verso l’autenticità.
L’autenticità è fatica che si rispecchia nell’assoluto rispetto dell’essere umano, nel suo volgere il capo senza timore verso i numeri possibili che creano le combinazioni creative del nostro Tempo. E questo rimanendo sempre “a vista” pur non essendolo affatto.



Federica Nightingale

domenica 8 agosto 2010

CONCORSO "DONNE IN OPERA"








Donne in Opera: bando 2010



Donne in opera 2010 è un concorso organizzato dalla consulta per le pari opportunità della Valle d’Aosta, giunto alla sesta edizione e che ogni anno vede un numero di partecipanti sempre crescente su base nazionale. Annualmente viene scelto un tema sul quale i partecipanti sono chiamati ad esprimersi mediante la scrittura, le immagini, la poesia, la fumettistica. Il tema del concorso di quest’anno sarà “Il corpo racconta” e la partecipazione deve avere come format unico la cartolina postale.
Il concorso vuole coinvolgere nell’iniziativa tutta la società civile, soprattutto femminile.
Tutte le opere raccolte nel corso di questi ultimi cinque anni in occasione delle precedenti edizioni del concorso sono state pubblicate nel volume dal titolo “Libro d’oro- cinque anni di creatività femminile” .

Bando di concorso “Donne in opera 2010″
Regolamento:
La Consulta Regionale femminile della Valle d’Aosta, con il patrocinio dell’Ufficio della Consigliera Regionale di Parità e con il coordinamento organizzativo dell’associazione culturale Solal, promuove la sesta edizione del concorso letterario, fotografico e per illustrazioni “Donne in opera – 2010″.
Il tema del concorso è: IL CORPO RACCONTA
Racconti, poesie, fotografie e illustrazioni dovranno mettere in evidenza ed esprimere in senso artistico il significato simbolico e culturale del corpo delle donne e raccontarne l’uso mediatico in contrapposizione con il vissuto e l’esperienza quotidiana delle “donne reali”.
Al concorso possono partecipare bambine, ragazze e donne di qualunque nazionalità.
Sono ammesse al concorso quattro differenti tipologie di elaborati:
RACCONTO BREVE
POESIA
FOTOGRAFIA
ILLUSTRAZIONE
Sono previste due differenti sezioni del concorso: una riservata ai racconti e alle poesie e l’altra alle fotografie e alle illustrazioni.
I racconti e le poesie vanno scritti sull’apposita cartolina e inviati alla Consulta regionale femminile, viale Partigiani 52 -11100 Aosta, entro il 20 settembre 2010.
I racconti e le poesie possono essere redatti in italiano, in francese, in francoprovenzale o in tich.
Le illustrazioni devono essere realizzate sull’apposita cartolina e inviate alla Consulta regionale femminile, viale Partigiani 52 -11100 Aosta, entro il 20 settembre 2010.
Per illustrazioni si intendono: disegni, collage, fumetti e qualunque altra produzione grafica o pittorica originale, realizzata anche con tecnica mista. Sono ammesse anche foto o fotocopie di illustrazioni purché incollate sull’apposita cartolina.
Le fotografie devono essere incollate sull’apposita cartolina e inviate alla Consulta regionale femminile, viale Partigiani 52 -11100 Aosta, entro il 20 settembre 2010.
Ogni autrice può partecipare a ciascuna delle due sezioni previste dal concorso con un massimo di 4 cartoline. Le opere – racconto, poesia, fotografia o illustrazione – possono anche essere realizzate utilizzando 4 cartoline ordinate in sequenza. Su ogni cartolina deve essere indicato il titolo dell’opera.
Su ogni cartolina deve essere indicato il proprio nome, cognome, indirizzo postale, e-mail e recapito telefonico.
La cartolina per la partecipazione al concorso ha il seguente formato: cm 19 x 13. Sono utilizzabili tutti gli spazi bianchi.
Verranno selezionati da un’apposita giuria fino ad un massimo di 20 racconti/poesie e 20 foto/ illustrazioni.
Tutte le opere selezionate verranno pubblicate in un’antologia che sarà presentata durante la cerimonia di premiazione.
Le opere – racconti, poesie, foto e disegni – non verranno restituite.
Le partecipanti al concorso acconsentono al trattamento dei propri dati personali ai sensi del D. Lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).
Info: 347 7722541/347 0909185 solal@corpo12.it

giovedì 5 agosto 2010


collage digitale di Federica Nightingale
Posted by Picasa

martedì 3 agosto 2010

ANNA - ELIZABETH DE NOAILLES (1876-1933)

Philip de Laszlo











Poème de l’amour, Paris, Fayard, 1924
Anna-Elisabeth de Noailles
Traduzione di Andrea Breda Minello





I
Ce fut long, difficile et triste
De te révéler ma tendresse ;
La voix s’élance et puis résiste,
La fierté succombe et se blesse.
Je ne sais vraiment pas comment
J’ai pu t’avouer mon amour ;
J’ai craint l’ombre et l’étonnement
De ton bel oeil couleur du jour.
Je t’ai porté cette nouvelle !
Je t’ai tout dit ! je m’y résigne ;
Et tout de même, comme un cygne,
Je mets ma tête sous mon aile…


*


Fu cosa lenta, difficile, triste
Rivelarti la mia tenerezza
La voce s’innalza e poi resiste
La fierezza soccombe e si ferisce.
Veramente non so come ho potuto
Confessarti il mio amore;
Ho temuto l’ombra e lo stupore
Del tuo occhio bello color del giorno.
Ti ho portato questa novella!
Ti ho detto tutto, e mi ci rassegno!
Ed egualmente, simile a un cigno,
ripiego il capo sotto l’ala…






XV

S’il te plait de savoir jusqu’où
Irait mon amour triste et fort,
Jusqu’où, dans son terrible essor,
S’avancerait, à pas de loup,
Le long de ton destin retors,
Mon besoin, mon désir, mon goût
De ta pensée et de ton corps :
Je t’aimerais même fou,
Je t’aimerais même mort !


*


Se ti va di sapere fino a dove
L’amore mio triste e forte andrebbe
Fino a dove, nel suo terribile slancio,
A passi di lupo, avanzerebbe
Lungo il tuo destino ritorto
Il mio bisogno, desio, gusto
Del tuo pensiero e del tuo corpo :
Ti amerei anche folle!
Ti amerei anche morto!






LXIX
Si vraiment les mots t’embarrassent,
Ne dire rien. Rêve. N’aie pas froid ;
C’est moi qui parle et qui t’embrasse ;
Laisse-moi répandre sur toi,
Comme le doux vent dans le bois,
Ce murmure immense, à voix basse…



*


Se veramente le parole ti imbarazzano,
Non dire niente. Sogna. Che tu non abbia
freddo.
Sono io che ti parlo, che ti abbraccio;
Lasciami stendere su di te,
Come il dolce vento nel bosco,
Un murmure immenso, a bassa voce…




LXVI
Un soir où tu ne parlais pas,
Où tu me regardais à peine,
Mes yeux erraient à petits pas
Sur ton visage aux belles peines,
Et j’ai fait avec ton ennui
Un étrange et mystique pacte
Où tout me dessert et me nuit ;
Et, depuis, mes rêves, mes actes,
A travers les jours et les nuits,
L’éloignement, l’atroce ennui,
S’en vont, résolus, invincibles,
Vers ton corps que j’ai pris pour cible…


*


Una sera in cui non parlavi,
In cui mi guardavi appena,
I miei occhi erravano a piccoli passi
Sul tuo viso dalle belle pene.
Ed ho stretto col tuo tedio
Uno strano e mistico patto
Ove tutto mi benefica e nuoce;
E, da allora, i miei sogni, i miei atti,
Attraverso i giorni e le notti,
La lontananza, l’atroce tedio,
Se ne vanno, risoluti, invincibili,
Verso il tuo corpo che ho preso come bersaglio…



LXXX
Tu vis, – moi je porte la faix
De ton étrange et dur destin,
Puisque le mal que tu me fais
Tu ne peux pas en être atteint !
– Mes voeux devraient être arrêtés
Par ta grâce décente et sage,
Et pourtant c’est ton pur visage
Qui fait ta fière nudité.


*


Tu vivi – io porto il peso
Del tuo strano e duro destino,
Poiché dal male che tu mi fai
Non puoi essere scalfito!
– Le mie voluttà dovrebbero esser fermate
Dalla tua grazia pudica e saggia,
E tuttavia è il tuo puro viso
A delineare la tua fiera nudità.



LXXXIX
Peut-être faut-il accepter,
Dans la détresse de l’amour,
Ces grandes douleurs sans contours
Pareilles à la sainteté.
– Je ne veux pas que l’on retire
A mon coeur, sans autre habitude
Désormais que ce doux martyre,
L’affligeante béatitude !


*


Forse è necessario accettare,
Nella disperazione dell’amore,
Questi grandi dolori senza contorni
Simili alla santità.
– Non voglio che il mio cuore
Si privi, senza altra abitudine
Oramai che questo dolce martirio,
Dell’afflitta beatitudine!


CXXII
Je n’ai pas écrit par raison.
Ni pour fuir un destin obscur,
Mais pour séduire les saisons
Et plaire à l’ineffable azur,
Et pour posséder chaque jour
Sans défaillance, sans remords,
Et jusqu’au moment de la mort,
Des droits infinis dans l’amour…


*


Non ho scritto secondo ragione,
Né per fuggire un destino oscuro,
Ma per sedurre le stagioni
E piacere all’ineffabile azzurro,
E per possedere ogni giorno,
Senza smarrimento, senza scorno,
E sino al momento della mia morte,
Dei diritti infiniti sull’amore…



CXLI
Je me taisais, j’avais fait voeu
De ne te jamais reprocher
Ton esprit net, sobre, empêché
De tout élan, de tout aveu ;
Mais ce soir où le ciel d’automne
Effeuille un soleil languissant,
Laisse que ma voix s’abandonne
A trahir les secrets du sang :
– Entends-tu, cher coeur sans tendresse,
Chère ame insensible et têtue,
En ce jour où je te confesse
Ma native et fière tristesse,
Combien de fois je me suis tue ?


*


Tacevo, avevo fatto voto
Di non rimproverarti mai
Il tuo spirito netto, parco, negato
A ogni slancio, a ogni rivelazione;
Ma questa sera in cui il cielo d’autunno
Sfoglia un sole languido,
Lascia che la mia voce si abbandoni
A tradire i segreti del sangue:
– Lo senti tu, caro cuore senza tenerezza,
Cara anima insensibile e testarda,
In questo giorno che ti confesso
La mia natia e fiera tristezza,
Quante volte mi sono uccisa?




sabato 31 luglio 2010

OHRAN PAMUK

Vermeer








SCRIVO PERCHE' di Orhan Pamuk




Scrivo perché ne ho voglia.
Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altri.
Scrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere.

Scrivo perché ce l'ho con voi tutti, contro il mondo.

Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno.

Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola.

Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia.

Scrivo perché amo l'odore della carta e dell'inchiostro.
Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell'arte del romanzo.
Scrivo per abitudine, per passione.

Scrivo perché ho paura di essere dimenticato.
Scrivo perché apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano. Scrivo per star solo.

Scrivo nella speranza di capire perché ce l'ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero.

Scrivo perché mi piace essere letto.

Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato.

Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me.
Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri.

Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante.
Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita.

Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla.

Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni.

Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia.

Scrivo per essere felice.



Ohran Pamuk
http://it.wikipedia.org/wiki/Orhan_Pamuk

lunedì 26 luglio 2010

MONDO NON LEDERMI DOLENTE


De Sotomayor







Musica : Ludovico Einaudi - In un'altra vita
http://www.youtube.com/watch?v=pYnQv2NfVmg&feature=player_embedded




Mondo non ledermi dolente
Piacendo ai fiori che m’incolpano
Le strette d’occhi pieni d’assoluto
rigore
Destandomi ai piedi delle nubi m’odo
recitare preghiere del mattino
Alitare su pietre mai levigate dai venti
Ruggendo di spine mi volto di spalle
Devo ancora capire se il Pater volato
nei gorghi bluastri s’accende di gioia
O se forse ancora mi scalda appena di
sola natura insoluta nei passi decisi della vita
Mi piace desinare a pane e acqua sognando le
rose che apristi per me nel tempo di maggio
Assolato e desueto nei contorni obliqui
delle carezze incomplete
Mio Signore ricordati che voglio restare in piedi
su questa terra abbagliata dalla tua luce sovrana
E ricordati che piango lacrime e rido diamanti
Che le sole mie ritrosie discendono il tuo petto
M’innalzano ai grigi poderi della rinuncia e della
Parola invocata
a decidere che sia manna o assenzio
bruciato sui pendii
Corrimi da cima a fondo
Non volgermi altro che lieve soppesare
d’anima libera
E spargimi per il mondo come seme fecondo
A dire le cose che mai si diranno
A redimere le agonie dei giusti
A formare catene di cotone con la lingua
Tremando nel fiato corto dell’inseguimento
Dammi le gambe per volare e la voce per
gridare amore
e amore per legare le mie sofferenze
Mondo non ledermi dolente
che mi accascio a sorprendermi
Di che suono è il mio strumento



Federica Galetto ©

domenica 25 luglio 2010

FEDERICA GALETTO - POESIE da "SCORRONO LE COSE CONTROVENTO"


















NON SO DIRE QUANTO ANCORA



Non so dire quanto ancora

s'invade la soglia di sole

o le ombre - scagliate da fuori

Le gesta paiono appena più miti

fra gorgogliare di suoni mai pesi

Ridotte corde infilate fra sassi

e speranze risorte di vuoti mai pieni



Aspetto che cambi la sera

Per quanto si dica, mai appare serena

né il giorno si sfrangia distratto

fra cenci e schermaglie

Le ore non sono che storie

Arsure di vita e fratte bagnate



Sempre rileggo un copione consunto

né posso stracciarne le trame o gettarle

Sono me, le rime le pause

i punti e i gobbi nascosti



Rileggo e rileggo che poi

mi addormento

Da sola

Il cuore contento






NULLA MI PIANGE DI PIÙ



Ma lente s'intersecano le opposizioni

gli istanti brutali d'agonia

le mosse a spezzare dignità complesse

Ritorni di fuoco ormai arsi

da disprezzo fossile

Non è la verità e lo so bene

che mi distrugge il solo verbo

lanciato come boomerang fra

costole e cuore

L'estate sorride

e al mio bene più caro solo abbracci

e baci sottili di rondini e sole

Se madre nell'ennesima potenza

dell'essere si spezza come vetro

di spergiuri vestiti di nero e rimasugli

sbordanti le ferite, conto

i luccicori delle mie viscere

in ogni giorno che mi abbandona

Nulla è più forte di questa

mano stretta

Nulla mi piange di più

se non l'attentato al parto fecondo

di un giovane seme attaccato alla mia gonna

un uomo in fasce che mi rischiara il sangue

Se anche dovessi morirne






LE PARODIE DEL DISGELO



Non mi giungono inoffensive

le parodie del disgelo

Avverto i singolari movimenti dell'oltre

nei secchi viatici

Rotonde le paure accartocciano un imprevisto

e della vita non mi cruccio

se non quando la sera ghiaccio

tra i fornelli e il buio di fuori

le nebbie dei vuoti e le tende bianche

Assecondarmi per non metterti alla porta

Da lontano l'esigenza chiede perdono

che a vivere si fa fatica

e non mi domando perché ci sono arrivata

a questa ruota ferma che mi distrae i sogni

Mettendo un solo accento sui vizi

raccolgo infinitesimali briciole di luce

mentre sto come la notte sui pendii

nell'accartoccio di semine malate

mai riuscite come la polvere dopo la pioggia

Ho paura a tenerti che non so stringerti

vorrei diluirmi e consolidarmi

Anche senza passato





LE ORE NON SONO AL POSTO GIUSTO



Le ore non sono al posto giusto

né i minuti straziano di meno

al lume d'un mozzicone di cera

che non si vede e non respira

dietro i tendoni spessi d'apparenza



Restano a guardare le attese

Mai senza un calice pieno a brindare

ché l'effetto finale si contorce

in un marchio che pare mai ripulirsi

I segni seguitano a incidere



Le ore non sono al posto giusto

né i ritardi ottusi comandano i battiti

dei polsi, le vene aperte



Le conclusioni, le inadeguatezze

Non c'è una sola quiete

che bruci in questa stanza


Federica Galetto © - da "Scorrono le cose controvento" - Edizioni Lietocolle 2010

sabato 24 luglio 2010

LUIGI DIEGO ELENA - una poesia









Foto dal web




Gli uomini impagliati



Scarno il narciso che si rannicchia al gambo quando al tramonto nebbia a
respirare

quel tarassaco soffione nei prati e negli incolti mosso da chi fugge dagli uomini impagliati.

Metri sul livello quieto d’un ramo a palmo per raccogliere gomitoli di gesti
fronde

quella pazienza ch’arriva a sera in quel lento fiume al regno mare il cannibale d’incontro.

Perpetua le porzioni nella piazza all’oblio in cui finisce col ritornello d’un riposo unione.

È il gobbo soddisfatto di essere sempre più vicino all’ombra del sole alle spalle che lo spinge.

Volgersi è la solita penitenza d’alba con l’obiettivo d’un tramonto rosso e devoto
un inginocchiatoio da cui tutto è stato visto e piaciuto un gemellare abusi e violazioni.

Un piccolo palco l’icona d’ignoto autore.



Luigi Diego Elena ©

mercoledì 21 luglio 2010

CRISTINA BOVE






Thomas Dodd ©







Quadratura del cerchio


Come una siepe frangivento
ha lacrime di mastice sfrondate
nel libeccio
e chiede perché mai l'hai contagiata
del tuo bene di vivere
lei che di resti in mano ha solo frange
e di muscolo in petto stonature
foriere dell'altrove.

Tu che le porti fuochi ed incensi
che te ne fai delle sue strade a sera
dei suoi giorni a settembre
del suo mondo distante dalle ore?


Qualcuno dice che si è fortunati
a non essere morti un giovedì
e a non avere lapidi nel cuore.

Che lei possa pensare
di tempi già finiti
a completare un cerchio d'ali
malgrado le ragioni
stasera è una finestra spalancata
su piccoli dolori
ed è il segnale della resa
manca
soltanto un frullo.




*



Pausa d'irriflessione


Pensavo di starmene con le mani in mano

a rimediare poche cose

uno sguardo alle tende in trasparenza

fuori camelie in boccio

il gallo ancora canta

ed è stagione che non lascia scampo

lui finirà nel forno, io forse andrò all'inferno

se credessi all'inferno.


Intanto resto qui con le mie cose inutili

carabattole e pochi soprammobili

- li ho sempre riciclati -

quelli rimasti fanno da ricordi.


Come disse quel saggio

aiutati che il cielo non t'aiuta

o forse era il contrario

Ma giunti a questo punto

che si riveli un angelo o un demonio

non fa gran differenza

all'annunciare di giornate ovvie

anche una rana alata può bastare.


E questa che mi prende e non vuole finire

paranoia

da versi mentecatti


dovrò scegliere il punto

da tranciare.




*



Però si vada


Nei giardini abusivi

non si piangono tegole e traslochi

o straniamenti

il cuore nomade ha nel sangue

la sua diaspora

non è un mar rosso che si possa aprire

a salvarlo dai vortici.


Lanterne di coraggio

- così credevano le mani

quando ancora curavano -

era invece il bisogno.

E da quello non nascono le rose


Ci si ammala di sogni ed incostanze

i figli hanno ferite trascurate

la verità è che non esiste casa

che rammendi la vita.

Tragedie scivolate sulla pelle

sono buchi nell'acqua

(io stessa fuggo ancora da quel pianto).

Nel bilancio

ora mi sento un secchio senza fondo

appeso ad un cancello.




*



Di latitanze


mi avvincerai con il presente

eternità sommaria e frammentata

spianata nei deserti

non più da attraversare.


nè fiordi che mi fanno verticale

mentre me stessa scalo.


Tu

generico tu

che ti sparpagli nella notte in astri

a me sei buio

da cui non posso uscire.


mentre danzo la folle sarabanda

in continua caduta dai dirupi

e non ti trovo.

Tu

che tieni in sospeso

ore e minuti.



Ed è per questo che mi basta un tu

specifico e mortale

che mi salvi da questa

solitudine.





Cristina Bove ©






Biografia:

Cristina dice:

"Sono nata a Napoli il 16 settembre 1942, vivo a Roma dal '63.

Ho cominciato, piccolissima, i miei primi paesaggi creati disponendo nel piatto i residui del minestrone, poi mi regalarono gessetti, acquerelli, tempere.

Di pari passo con con la passione per la lettura, quindi la scultura, infine la scrittura, soprattutto la poesia.

Non ho mai rincorso il successo perché, dovendomi occupare di quattro figli, ho solo potuto rubare ritagli di tempo per coltivare la mia arte. Oggi scrivo anche, soprattutto poesia.

Mi sento testimone del mio tempo e della mia esistenza.

Amo la libertà e la giustizia, penso che il rispetto della diversità sia un valore fondante tra gli esseri umani.

Sono alla costante ricerca di un significato in questo infinito mistero in cui mi sento immersa, ma non mi faccio più domande inutili.

Amo la vita, i miei cari, e tutti gli esseri umani dal cuore buono e dalla mente aperta.


Sono presente in diversi e-book, in svariati siti.

Diverse antologie tra cui:

Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli)

La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo)

Antologia del Giardino dei poeti


Ho pubblicato tre raccolte di poesie Fiori e fulmini, Il respiro della luna e Attraversamenti verticali per la casa editrice Il Foglio Letterario.


Conduco un mio blog personale http://cristinabove.splinder.com/
un altro blog aperto a poeti diversi http://giardinodeipoeti.splinder.com/

e partecipo ad alcuni collettivi tra cui http://poetarumsilva.wordpress.com/"

martedì 13 luglio 2010

lunedì 12 luglio 2010

TIZIANO FERRO: POESIA IN MUSICA DEL NOSTRO TEMPO











Tiziano Ferro, giovane poeta e musicista del nostro tempo.
I suoi testi sono perfetti gusci per le note che scaturiscono malinconiche o agguerrite nella forza del dire, un dire forte che ausculta l'animo umano nelle molteplici variazioni e nei movimenti.Battiato, il maestro guru della poesia in musica l'ha affiancato nel cd "Alla mia età", con loro anche Ivano Fossati e altri grandi artisti contemporanei.
Un poeta che canta i suoi versi attraverso strade di note che arrangiano ogni singola immagine.
Un poeta vero, che canta. E canta.E stranisce, per bravura ed emozione.
Un video per ogni suo testo. Enjoy. Godetevelo.






Il tempo stesso
http://www.youtube.com/watch?v=5ifWBvSNwjA



Messo a dura prova
anche un pragmatico convinto
fissa il mondo e perde molto tempo
come me.
L'evidenza degli eventi
che rinneghi
favorisce il trascorrere del tempo
e il logorio che lo pervade.
Dipendenza da dominio del mio tempo
madre della smania mia
di anticipare il tempo stesso.
Un dolor quotidiano cambia
cresce pari al corso del suo tempo.
Proporzioni dirette o inverse
il legame tra tempo e gioie perse.
E un amor quotidiano cambia
cresce pari al corso del suo tempo.
Dubbi eterni sul diretto nesso
tra i legami e il tempo stesso.
Messo a dura prova
anche un pragmatico convinto
fissa il mondo e perde molto tempo come me.
Fu mio amico,
il complice dei dubbi di una vita:
il tempo accondiscende e occulta ogni cosa fallita.
Un dolor quotidiano cambia...
Pietà rubata ai miei pensieri
che il tempo scoprirà fantasma mio
di ieri.
Non so convincerlo a restare
mentre cambio qualsiasi cosa
e sbaglio.
Sbaglio e cambio, cambio e sbaglio,
sbaglio e cambio
Un dolor quotidiano cambia...






*





Fotografie della tua assenza
http://www.youtube.com/watch?v=yb9UDbOGKMA&feature=related



Non guarderò mia più negli occhi
la mia gelosia
e tornerà l' indifferenza
a farmi compagnia
fai spazio,
fai spazio,
fai spazio
più che puoi,
più che se ne può fare
ognuno ha il diritto di dire
ognuno quello di non ascoltare
E sono passati dei mesi
e l'esperienza non provoca cambi
che ad avvicinarci nel tempo
ormai sono i danni non sono più gli anni
la vita che passa e va via
vivendola meglio mi vendicherò
scusa se non ti accompagno
ma ognuno prende la strada che può
Che anno era quando il temporale
non voleva farci uscire più
che giorno era, quale calendario
se ci provo non me lo ricordo
e conto i giorni al contrario
e come sempre la stessa innocenza
e mi sorprendo sempre quando
troverò ogni parvenza
di tracce tue e del tuo nome
anche se vivo ormai senza
fotografate da Dio in persona
fotografie della tua assenza
Mentre in molti si avvicinano a te
senza riuscirci mai
non riesco a dare forma a un destino
che si avvicini a noi
ed ho così perso coraggio
che è facile cadere in uno sbaglio
e cerco tra tutta la gente
almeno un tuo dettaglio
ho in testa recrudescenze della
tua ultima carezza
e aspetto stordito chi con un sorriso
mi dia la mia salvezza
Che anno era quando...
Cosa ci sia dietro è un segreto
cosa davanti lo vedo
e il viso triste, sopra ogni dubbio
non lo nascondo
e se lo faccio
sbaglio, io sbaglio
solo fotografie
della tua assenza...





*




Non me lo so spiegare
http://www.youtube.com/watch?v=lIZo65qUNTU



Un po’ mi manca l’aria che tirava
O semplicemente la tua bianca schiena
E quell’orologio non girava
Stava fermo sempre da mattina a sera
Come me lui ti fissava
Io non piango mai per te
Non farò niente di simile.No no no no
Si, lo ammetto, un po’ ti penso
Ma mi scanso
Non mi tocchi più

Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare
E credere di stare bene quando è inverno e te
Togli le tue mani calde
Non mi abbracci e mi ripeti che son grande,
mi ricordi che rivivo in tante cose

Case,
libri,
auto,
viaggi,
fogli di giornale

Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare
E se hai voglia, di lasciarti camminare
Scusa, sai, non ti vorrei mai disturbare
Ma vuoi dirmi come questo può finire?
Non me lo so spiegare
Io no me lo so spiegare

La notte fonda e la luna piena
Ci offrivano da dono solo l’atmosfera
Ma l’amavo e l’amo ancora
Ogni dettaglio è aria che mi manca
E se sto così
sarà la primavera
Ma non regge più la scusa

Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare
E credere di stare bene quando è inverno e te
Togli le tue mani calde
Non mi abbracci e mi ripeti che son grande,
mi ricordi che rivivo in tante cose

Case,
libri,
auto,
viaggi,
fogli di giornale

Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare
Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare
E credere di stare bene quando è inverno e te
Togli le tue mani calde
Non mi abbracci e mi ripeti che son grande,
mi ricordi che rivivo in tante cose

Case,
libri,
auto,
viaggi,
fogli di giornale

Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare
E se hai voglia, di lasciarti camminare
Scusa, sai, non ti vorrei mai disturbare
Ma vuoi dirmi come questo può finire?




Tiziano Ferro


Biografia qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tiziano_Ferro

venerdì 9 luglio 2010

GIUSY DI FATO





Rodney Smith















discernimento



distinguo tra il bene e il male

tra l’incedere e lo stormire dei passi quelli del fare

senza esporsi troppo alla vertigine di un quadro

copia carbone di un Toulouse ultima maniera


quella zona d’ombra, quel franco confine

dove tutto é sacro persino il nulla profano

prostrarsi davanti a nudità di sale fino, al prossimo

baratto delle mani, come tra vergini convenute a nozze


sette per l’appunto savie, meno due che rimasero

a macchiarsi il volto dentro il tre, Santissimo dei santi

riscattando con l’olio dell’inganno il vino, santo

brulé, lacrima Christi, da pasto o da pastura che non lava


l’anima dalle notti sui registri, a fine corsa

ci sarà il tempo per la resa, dei conti ne faremo un fascio

per “profumarci il petto e il crine” ma cadrà di Sabato

perciò terremo accesa la lanterna ché lo sposo ritrovi


la sua casa




*



se tengo a mente



Se questo è amore


allora, Maria Antonietta che converge sul viale

degli illustri, è quasi al tramonto

(ed anche il più bello)


lì dove la pulzella

cade

brucia

nel suo petto

la fiamma

( il marmo vince, pensò la rondine tornata

dalla guerra)

in un giorno di sole

neanche tanto ventoso, e

non sembra vero

testata giornalistica compresa!


quel ricucirsi le mani, lontane anni luce dagli odori

delle orbite nei muri,

sulle asole del cuore

riposa l’impasto


ché le parole tengono insieme i sogni, mi suggeriscono le anime progresse

e, si allacciano alle tempie


sul giocai giocammo a nascondino

(fidandoci del bene che non si perderà

se tengo a mente il cinque)

prima che il pane

se resti ora che è sera


comprasse il pegno del peccato




*



di me


così mi lasci orizzontale al pulsare

di meccaniche celesti, più sulla punta di un rosa

senza volute se non boccioli di spine e di me

qualcosa ricorderà l’inverno col suo gesso


forse il centro oppure quell’ellisse meno un no

forse la mano che torna scalza lungo

la siepe senza potatura, certo!

che come un randagio ai lati della bocca


avrei potuto indossare un futuro, il primo a caso

solo per rubare all’assenzio la sua giacca

e frantumarci dentro la vertigine del giorno

con quel suo bianco occhieggiare dal proscenio



ma chi riempirà la mia alcova dopo … ?



dopo



vorrei che la forma del ventre avesse un nome

finalmente






Giusy Di Fato ©





Biografia:

Giusy Di Fato nasce a Catania nel 1967. Ha frequentato gli studi classici e scrive da quando aveva dieci anni. Dopo un lungo periodo di silenzio,riprende a scrivere due anni fa. L'autrice dice: "Ho compreso quanto "l'impermanenza", sia l'unica cosa permanente (quindi dobbiamo cercare di essere più veloci, della veloce mutazione che permea ogni istante della quotidianità)".
Ama la fotogarafia e leggere.
Sue poesie sono state pubblicate sull'Annuario dell'Accademia Eliodoro, sull'agenda Le Pagine del Poeta 2009 e 2010, nell'antologia edita da Penna d'Autore e dall'Aletti editore.

giovedì 1 luglio 2010

STELVIO DI SPIGNO




Foto di Patrick Scott Vickers










Da “La nudità” (Pequod 2010)


Fondamenti


Difendi la memoria del cielo
che non hai mai visto dalla trapunta dei rami
del pineto e dei tigli che coprono la finestra dello studio
lasciali entrare nella mente oscillante
e se fossero qualcosa di invisibile
che proprio non riesci a cancellare,
allontanali da te, una volta per sempre,
senza pensarli come avi o genitori.
Ma non farne delle teche, dove morirebbero
per il caldo e gli insetti e se proprio
li credi qualcosa di sacro,
prega che non scompaiano, che facciano tutt’uno
con l’occhio che li ha prodotti, col cuore
che li ha protetti, con l’aria che li trattiene.



Ruolo


Il casolare colore della steppa è incasellato
come un sipario calato nei colori dell’iride,
mentre l’occhio vi si fonde e soltanto condivide
un calendario o un divario tra i fondali di stagione,
un diario del mais o un cottage d’ornamento.
Ora racconto che il casolare è passato
non tanto veloce e c’è la noia di chi guida
tra i sentieri tutti interi e marchigiani
e non sa come fare, cosa dire, dove andare
per trasferirsi dall’altra parte della vita:
se restare tra le larve come un nudista nel giorno
o chiudersi per sempre lontano dal suo mondo.



Verso nord


Proprio qui da Vicenza dove è la clinica dei matti
nella quale mi riposo come un vecchio già da giovane
e la parola mare non suona più come parola familiare
ma solo come distanza dai nomi portati tutti falsamente
si vede meglio come la retrovia della vita
abbia ancora bisogno di un colpo di sole
che la consegni alla pace senza tanta ripugnanza
come nel silenzio delle Prealpi in lontananza
si riascoltano i morti, ora nudi ora vestiti,
a seconda del bel tempo e del vento stizzito
o del ricordo cui manca sempre o spesso
il respiro, una devianza, un freno della mente
che lo renda preciso e incostante.



Pratica


Se lavori a giornata con ogni tua parola
e qualcuna la perdi per caso o per strada,
è perché sono alberi o pareti, facili da dire,
e servono a chi ascolta per restare in piedi,
non perdiamo un compagno o un fratello
ma chi non vuole entrare nel discorso
e vuole tacere per noi e per se stesso
ramazzando e lasciandoci al futuro
per fare pulizia nella mente e nel cuore.
Se poi è la strada o la lingua che si perde,
ricorda che è soltanto un racconto fatto al mondo
di parole messe al centro tra legname e fascine,
e se le insegui, ti ci stanchi o le rincontri,
ci metti dell’impegno e valichi il tuo tempo
scordando nel camino la tua vita da bruciare.



Visita


Ho visto il cielo restare senza voce
un cielo caldo di mattina tra le case
poi di nuovo restare senza voce
e farsi più luminoso come una minaccia
ho visto che era un cielo di morti,
di gente che non ha sonno da regalare
né fiori freschi da portare a questa parte di mondo
che ribolliva rimanendo estranea.
Come si può vedere farsi caldo il sole
ho quasi visto un’anima isolata
contrattare un parcheggio di se stessa e di me
per convivere col suo ricordo
senza averne dolore, e per una volta sola
l’ho chiamata per nome, era tornata qui,
era lei che parlava anche per me.


Stelvio Di Spigno ©





Biografia:


Stelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2ed. accresciuta Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco (Manni, Lecce 2007), La nudità (Pequod, Ancona 2010) e la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Vive a Gaeta.
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