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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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venerdì 16 marzo 2012

Antonio Bux - Disgrafie




Joselito Sabogal















Antonio Bux, ci presenta alcuni estratti dal suo libro di prossima pubblicazione "Disgrafie".
L'Uomo che parla all'uomo domandando(si), all'/nell'Universo, stravolto dai silenzi che invadono le membra dei giorni e del singolo, ad annichilire un'ora o una spaziosa fetta di vita che appartiene solo al vuoto (dove tutto si ascolta tacendo). Un ascolto attento del battere del cuore e del moto ondoso delle acque (limacciose e senza risciacquo) che possediamo, tutti, dentro. Il Mistero insondabile dell'Essere e dell'Esistere, l'impotenza davanti agli avvenimenti che bruciano, lasciando solo deserti alle spalle. Non si è, non si esiste nella ricerca di un punto luce tra sonno e veglia, sprofondati in una condizione di "non allerta" in vita, senza sogni. Si dorme o solo non si esiste mancando il terreno fertile del sogno e dei desideri? (Si muore di un sonno/ che è quel non esserci) e poi ancora ( Poiché tutto è labirinto /scrivendo di schiena). Si nega alla vita, le volta la schiena Bux, ne dice male e la chiama senza parole, con il silenzio che da solo la plasma rendendone indietro solo punti e non prospettive. Una poetica a tratti claustrofobica, senza vie d'uscita, senza risposte a ciò che la realtà impone d'osservare fino ad arrivare all'antropofagia delle percezioni sottili, al consumo di occhi e capelli ( che ti fa simulacro di mia fame ) triturati per essere consumati nella fame eterna dell'amore, amore inghiottito con vorace tensione per non disperderne neanche una sola briciola e trattenerlo nel proprio corpo, e fare a meno del distacco e del ricordo di occhi tremanti e pupille celesti e ancora piedi legati nell'impossibilità di fuggire. Amore perduto, rifiutato, fagocitato nelle interiora come erba che può rinascere. Non si sa se possa essere vero o solo illusione quel dannarsi a possedere qualcosa o qualcuno che non ti riconosce o ti rifiuta, per poco o per sempre, un attimo, un secondo, tutta la vita. Bux spara a zero nei suoi versi e manca spesso il bersaglio, coinvolto in una rabbia irrisolta, fitta, senza rete sotto a ripararne la caduta. Ci prova e continuamente insiste nel voler marcare un territorio invisibile e inafferrabile, ma indispensabile nella sua ostile indisponibilità. Poesia coraggiosa e di sfida, a tratti solo apparentemente arrendevole e mite che si specchia, senza demordere, nell'ignoto su cui l'Uomo non ha controllo. Ci prova Bux, e tira, colpendo i propri fantasmi, ma senza riuscire ad ucciderli. Da leggere con l'ausilio di un bicchiere di Whiskey, giusto per scandagliarne meglio le profondità.

Federica Galetto













Dal CAPITOLO II
TIMELESS



RESTI D’ALTRO OLTRE


Della chiusa fronte s’immagina
una mente cresciuta retrocedere
dal mondo che è universo nel dare
suono a quel vuoto che tutto sente,

ma manca l’uomo all’uomo, l’irreale
spazio non dato a vedere per essere
punto di non ritorno oltre cammino
passo nel passo d’eterno destinarsi.

Dove tutto si ascolta tacendo
-anche l’acqua cantare la notte-
nel mare ospitando le ultime stelle
e sabbia germogliare dall’onda
come fermo il mondo scorrendo
trasparente nel vuoto del respiro;

e siamo invisibile richiesta sapendo,
dimenticando d’essere anche un rivelare
silenzioso terreno dell’inascoltato
inumana domanda nel rivolgerci parole:

“dì noi ancora, precipizio del tempo
del mietere ricordi utili a dimenticare
il miracolo del mondo e le redini
dei cavalli d’una mente universale,
e lascia vita uccidere i suoi uomini
e parole scorrere invano dagli occhi”;

ché vanno nell’andare deserto
pensieri bagnati di fonte
straniera nello scorrere
a valle del delta pensiero,
e parole splendenti di sale
cristallizzando un muto mistero.







Dal CAPITOLO III
MALENERA


DELL’ANTROPOFAGIA E D’ALTRI SCEMPI


Ho pranzato con te, ieri l’altro:
v’erano i tuoi resti, capelli confusi
tra le mani, un cuore avvizzito
sfiancato, giaceva tra gli avanzi
dei tuoi occhi tremanti; e le pupille celesti
così fragili, come le gambe sottili allungatesi
sull’infinito tavolo di una notte,
coi piedi contratti nel movimento
a indicar l’impossibile fuga
nel durante di una lunga attesa,
che ti fa simulacro di mia fame
nel nutrire avulso da ogni ragione
morso dopo morso, mai di te
mai sazio mai.






Dal CAPITOLO IV
A MINIMAL SOUL


BUIOLUCE


Si muore
di un sonno, che è
quel non esserci,
nell’abituarsi alla morte
ad ogni voltura notturna
quando non c’è sogno
in vita, ma sonnolenza
-ché gli occhi marciscono-
nel cercare una luce.






Dal CAPITOLO IV
LA RADICEMENTIFICAZIONE



LA RADICEMENTIFICAZIONE


Si può vedere nella notte
come il fiume si contorce
e sfuria tra le rapide correnti
del mondano oltre le dighe
d’occidente tra i bastioni
inquinati al rispecchiare
del riflesso basso, il livello
come un’onda lo sconforto
marino che gorgoglia
il mero volto delle alghe;
e si sente anche i giunchi
adirarsi tra le turbini fredde,
nei vortici dell’umano disperdere
di quei molteplici scarichi:
riemergono da quelli
tutti i mali dei fondali,
quel risciacquo senza
schiuma o compassione
che l’asciutta baia di città
più non deterge.






Dal CAPITOLO VI
NEL METAVERSO
(sintomi di agrafia)


GIARDINI D’INCHIOSTRO


Poiché tutto è labirinto
scrivendo di schiena,
s’apre al silenzio
l’essere sentiero dell’altro
nell’attraversare
giardini d’inchiostro;
e non serve parlare
all’ombra per oltrepassare
voci a specchio, quando
nel gorgo di parole
riemergono solo i punti.



Antonio Bux







Biografia


Antonio Bux (pseudonimo di Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982.
Dopo aver terminato gli studi inizia a coltivare esperienze di vita e lavorative nella propria città natale e al di fuori di essa, soprattutto a Firenze, dove trascorre un intenso periodo, per poi espatriare in seguito all’estero. Difatti va a risiedere in Spagna, a Barcellona, dove passa questi ultimi anni.
Le sue opere sono tutte inedite, anche se ultimamente alcune sue poesie sono apparse su diverse antologie e su alcune importanti riviste letterarie di poesia sia nazionali che internazionali, dato che moltissimi suoi lavori sono stati tradotti in lingua castigliana, inglese, francese, tedesca e serba, mentre di recente, oltre ad apparire con molti testi su vari e importanti blog e siti letterari di poesia, ha incominciato ad intensificare il lavoro di traduzione dallo spagnolo di altri autori contemporanei, sia iberici che latinoamericani.
Hanno letto e commentato positivamente la sua poesia e si sono occupati dei suoi versi, alcuni tra i più importanti poeti e critici letterari.
Questa sua prima raccolta “Disgrafie” verrà pubblicata nei prossimi mesi presso un editore campano.
Sta lavorando contemporaneamente alla traduzione di alcuni poeti e alla stesura di un nuovo libro.

e-mail: redellemosche@gmail.com

pagina web: http://disgrafie.blogspot.com/

giovedì 1 marzo 2012

Luigi Diego Eléna



Photo by Rodney Smith






La scrittura di Luigi Diego Eléna sfugge ad ogni schema precostituito o pensato (prima). In realtà, ciò che il Poeta ci comunica nei suoi versi lunghi e privi di punteggiatura è un racconto miniaturizzato del suo vivere gli eventi, a volte un elenco fatto di dettagli, altre volte ancora una istantanea ritoccata dalla sensibilità presa d'assalto, un gesto veloce, una traccia scavata nelle pieghe del suo mosaico. Spesso è l'effetto domino a rendere la sua Poesia così peculiare, oppure gli innumerevoli incastri di Voci che si susseguono e raccontano ognuna la propria canzone. Matrioske letterarie o lucidi sogni ad occhi aperti. In ogni sequenza visiva si intrufola la parola fitta e descrittiva, il volgere all'infinito qualcosa di imperturbabile agli occhi e mutevole ai sensi come se il Poeta tentasse di rincorrere l'imprendibile e volesse farlo in fretta, per non perdere mai, nemmeno per un secondo, il pathos che regala l'attimo unico, insostituibile, perfetto. Una lettura concatenata a significati multipli, non di immediata assimilazione ma certo uno scrivere diretto alla meta, un tentativo mozzafiato di rendere la realtà fruibile senza che venga intaccata da altre distrazioni. Da centellinare con pazienza, senza fretta, questa Poesia restituisce al lettore l'intento dello scrivente in una modalità inversa. Se i versi scritti danno l'impressione di correre, la lettura necessita di pause e riflessioni obbligatorie. Così la corsa diventa fermo, l'affanno si trasforma in quiete, il significato ultimo un dono speciale per chi avrà la premura di soffermarsi per capire la sua fretta.

Federica Galetto




Il cigno d'ebano






Ha gli occhi da gatto del mattino il caffè a luci fredde di un nevo della notte
appena fuori inizio è dal suo paradiso imbacuccata nebbia furto quieto sulla siepe.
Il biancospino lo conosci dal profumo il suo serpente nella cella d’un’ape a vagare
la tunica candida brugmansia in quel biondo fanciulla che vorresti incontrare.
La mezzanotte col mezzogiorno veleno a meta ai primi ardori già  amari a scorrere quasi
il corso d’una tremolante corda amore per amore gli abili inganni ben accolti presto o tardi.
S’agita il turibolo nube su nube deserto fatuo vapora da un ramo al tempo delle gemme
conosce l’oggi per il lumi dei lampioni che si spengono azzurro e oro di ruggine in polvere.
Il cigno d’ebano così sottile e dolce irrompe si dissolve nodo stanco d’errare.
Un’ora io giacevo ma tu sei madre.




§






Gli scogli di muschio





Scelgo sempre gli scogli di muschio a scivolare il fuoco quelli che portano la collina
al mare e da lassù al mantello del sole da sollevare e poi a cascata lasciarmi ariete
ad un doppio futuro per sottrarmi al solito alato ritratto che non sa svoltare.
Una sfera di colore azzurro nuvole e gabbiani bimbi sulla stessa spiaggia a litigare
cieco sordo muto duello le amicizie vive non quelle davanti ad un edicola altare.
Quante sono le foto per ogni testa a fermarsi per salutarti come un pettine tra i nodi
una tazza un cappello una fumata un sogno che potrebbe essere sulle ginocchia salvato.
Sono in una valigia per un bel mondo molto lontano dal sapere vent’anni di nuovo a casa
sulle labbra di mia madre ch’è solo un graffio questo essere grande un addio auto usate.
Frainteso dove credo ma nato lì le mani legate e i tacchi d’alzare senza oltrepassare
quel guscio rotante tanto tempo eppure così poco ingresso bolle nel nervo trave
e molti anni buio segreto stinto dell’orologio sole eco dei coppi di ponente levante.
Bautta e muro immerso nella ciotola d’alghe affilate ai due lati da amante ad amante.




§




Fin troppo il cielo m'illude





Un paradiso in questa nube per i fantasmi in catene e corone come bracciali
corpo e terra elmi se poi ai dubbi si depongono sul muschio onori recisi mazzi di fiori.
Una scena dominata che lascia orme solo di giornata o un urlo o un sospiro
o uno scalpitio distratto di circostanza granello che si inceppa per le gioie
quelle d’inventario che termine mai hanno basta continuare a camminare.
Un enorme drago dalle facili lacrime sotto un baldacchino re incoronato
l’ombrello sotto la sorgente palpebre abbassate le vesti in cenere al cielo
grigio da cerimoniale e i greggi lenti in quella sabbia colonnati ad aspettare.
Nicchi fermi binari su di un tappeto per la sua lingua ad ogni gusto la sua morale
un effimero questa nostra notte di superstizione e quegli ultimi muri già pressappoco.
Fin troppo il cielo m’illude.




Luigi Diego Eléna


mercoledì 18 gennaio 2012

ANTONIO CARANO

Philip Mercier





Una poetica interessante e ricca di spunti lessicali inusuali e ricercati. I significati s'appoggiano ad una sensibilità acuta e penetrante che rende ogni verso un'esperienza unica nella comprensione di un intimo sentire affilato e determinante. Vede ogni cosa nel suo più nudo essere Carano, spoglia senza alcuna remora le possibilità e ne fa concetto vivo e palpitante, come se ogni sua percezione fosse anch'essa carne e sangue, ininterrottamente domandandosi e scoprendosi in orizzonti lontani o nascosti; la menzogna è culla di amori resistenti, incrollabili nel doppio risvolto del dolore e gli affanni rappresentano forche da attraversare con spada e scudo, all'ombra d'una tenerezza mai sopita che aleggia, e dispone ancora del suo potere, nelle parole pronunciate, nel corpo, nel tentativo d'una salvifica catarsi. Un autore raffinato, una lettura da centellinare e gustare. Per palati esigenti. 

Federica Galetto







Indugia lo sguardo sul gorgo degli 
occhi: equoreo accesso, ingorgo, recesso 
schiuso all’ingenuo interludio del giorno, all’inquieto ritorno tra 
mosaici di luoghi spersi, di 
sobborghi. Incubo o sogno - confuso 
prodigio in un luglio di porte 
serrate, dèmoni, luci e acque 
morte - è quest’ansia 
di lontananze, di sembianze distorte: inespugnate 
leggende di ali e voci risorte. 



* 


Agile l’alce glissa gli aculei 
e gigli e gaggie culla o l’àulico 
salice ascoso ai suoi occhi. 
Al lago segue la losca luce 
glauca (la logica glossa?) che
scuce ali al cielo e lega a lise 
agogiche la gola. Chi sei elisa? 
E io? 


* 


L’antro e poi, ancora, 
il bosco. Esco o, forse.
Persa è 
la memoria del passaggio,
la parola chiave, e
poco rimane, tra occhi
e mani, di minime
eredità di
luce. Solo neve cuce,
ora, su fosforo e
fosfeni, un intervallo
d’anni, di strappi feroci
e affanni, mentre
bulimici centurioni,
custodi del nulla,
spartiscono ancora, ignari morti,
inganni e panni.


*


Non mi sorprendi più come
quelle parole arcane, amate,
incantate e
già lontane, sfiorite, svuotate.
Ed estraneo è,
ora, il tuo corpo, come
fosco è il limite estremo
del prato, il fraseggio del bosco,
il brusco precipitare
del fosso, il fruscio del bosso.
Eppure, amore, in
quest’ottuso rumore di folle,
in quest’osceno dolore -
tra verbo o silenzio - sei
tu l’attonita menzogna,
la bestemmia in cui mi riconosco.


*


Mi parlavi del silenzio – una
remota stanza – e anche l’assenza
cullata dal tuo riso – infantile
prodigio – mutava viso. Beffata
era l’ansia della morte, di quello
sbattere di porte tra isole assorte,
sporte su sgomenti di ombre corte.
E anche ora, che la tua voce tace,
resta un quieto gioco nel sole
il labirinto delle ore: fola
arresa al senso della tua parola.


Antonio Carano



Biografia:


Antonio Carano, nato a Campobasso, dove vive e lavora, è laureato in pedagogia. Diverse le riviste letterarie, italiane e straniere, che si sono occupate della sua attività o hanno pubblicato suoi testi, tra cui: “Nuovi Argomenti”, “Tam Tam”, “Salvo Imprevisti”, “Anterem”, “Semicerchio”, “Tratti”, “Offerta Speciale”, “Il Banco di Lettura”, “Arenaria”, “Lo Spartivento”, “Tracce”, “Nuove lettere”, “L’Immaginazione”, “La Clessidra”, “Il Monte Analogo”, “Novilunio”, “Osiris”, “O”, “Kokusai Haiku Kiokal”, “Gradiva”, “Albatroz”. Ha, inoltre, pubblicato le raccolte di versi “La quieta follia del bosco”, con prefazione di Renato Minore e “Afonie”, con prefazione di Gio Ferri.
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