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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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venerdì 4 maggio 2012

Alessia D'Errigo





Ernst Wilhelm Nay






Alessia D'Errigo si esprime smorzando gli slanci, adotta versi brevi ma penetranti per descrivere profonde sacralità. Raccontano istanti concentrati le sue parole, nella ricerca di verità che faranno da contrappeso al suo intenso desiderio di scoprire strade non battute. Carnale, materica, ossessiva nel tendersi verso se stessa  e l'Altro, Alessia si porge come dono di carne e sangue nelle mani di un amore che ricorda la celebrazione d'un antico rito, si trasforma in creatura perfetta che ha compreso le debolezze e ora le rivendica permettendo al suo interlocutore di redimersi imponendogli una accorata richiesta di perdono. L'uso del colore che versa con pennellate sapientemente dosate riesce nell'intento di illuminare la propria condizione irrisolta, ad amplificare ciò che pare non arrivare mai e ad affermarsi in un'autodeterminazione esplicita verso desiderio e forma, (ri)trovata  essenza di sè. Nasce dall'essere donna e da un parto da cui ogni cosa ha origine il suo cammino di Cerca. Nei sogni, come lei stessa li definisce "impiccati" , trafuga tempo residuo per domandarsi se mai, a se stessa, è concesso accedere al desiderio di una bellezza imprendibile e potente che trasfigura l'intento rendendolo parte integrante di una natura matrigna che l'autrice sfida audacemente. La sua forza è nel dubbio, nel morire per rinascere consapevole, nell'immane fatica di un avvicinamento alle possibilità più remote.

Federica Galetto


e m'impicco all'albero più alto dei sogni
dove scorgo a lingua viola
il baleno fugace della bellezza


Alessia D'Errigo













l'impiccata

si è staccata
cadendo in pieno sole
(attrattiva speranza )
s'è rotta -  scuotendo e ustionando la pelle
come un travaso d'olio bollente
al margine dei mondi

e m'impicco all'albero più alto dei sogni
dove scorgo a lingua viola
il baleno fugace della bellezza

è il mio sesso a volerlo
la mia apertura estrema
dov'è nato iddio

il cielo che s'apriva
ora sventra al parto
e rapace l'inghiotte
(solstizio d'amore)

l'albero bianco
lascia cadere le sue foglie
di zinco e di rame
l'albero bianco dei sogni

i sogni miei - miei - riposti e addormentati:
            
           spoglio cedere di membra
           sale dell'ignoto vergine
           ti chiamo - t'invoco - aspetto
           son io ?
           son io a quell'albero spoglio ?
           o è la maschera del tempo che oscura ?
           albero bianco
           giglio-vita
           ecco che t'invoco
           con la lingua viola
           impiccata
           all'apice tuo volere



*


chiedimi perdono


girare nel tondo delle mani
girare le pose belle degli occhi
uno sgorgo salino di baci
di rivoli pieni e santi
girare nel tondo
nel mondo rotondo
che aspetta
l'incanto di vita
l'incanto di pelle
sola sommossa
sola e calma
dolente
informe
embrione-vita

(chiedimi perdono)


*


il tuo bacio che doveva essere il mio



di sangue mi faccio corpo
d'ombra rossa e margherite
il mio prato- uno stelo aperto al cielo

                                       (germogli in fiore)

il mio sangue che non è solo il mio
(ombra del tuo bacio)
e il bacio- ombra mia
il mio prato un germoglio in fiore

e raccolgo a mani aperte
lo scorrere delle labbra
(platani aperti)
il tuo bacio- che è il mio
                                      (germoglia il fiore)

cosa chiedo e chiedi -  radice di baci
cosa ami e temi - radice di baci
cosa danzi  - radice dei miei baci

il mio prato un germoglio in fiore

chiedimi ancora della notte - nascondimi
chiedimi ancora dell'amore - salvami
chiedimi ancora se l'amore e la notte...

                                     (germoglia il fiore)

amore

il tuo bacio che doveva essere il mio



Alessia D'Errigo





Biografia:

Alessia D'Errigo è Ricercatrice in campo teatrale e cinematografico.

Dopo un percorso classico come attrice comincia una ricerca personale sull'atto scenico e sulla reale necessità del suo manifestarsi.
 .
Nell'ambito teatrale la sua ricerca si dirige verso l'esplorazione degli archetipi femminili.
Lavora, molto spesso riscrivendo o in totale improvvisazione sulle figure più importanti della drammaturgia teatrale (Ibsen, Pasolini, Lorca, D'Annunzio...) e sui testi della Woolf, della Kane, della Dickinson, Merini, Sexton, Plath, Rosselli... portando in scena vari spettacoli .

Amante della poesia (che definisce il suo “sesto senso”), dedica una buona parte del suo lavoro ad essa, forse la parte più importante, quella che darà vita e che farà da filo conduttore a tutte le sue creazioni.

Da anni porta avanti un intenso lavoro sulla poesia parlata e scritta.

Successivamente, la sua ricerca si estende anche verso il cinema e la performance video-live nascono opere come "Mater- per Yerma", "Onde", "Women" di cui si occupa anche della regia e del montaggio video.

Nel 2004 apre, insieme al suo compagno, l'artista e regista Antonio Bilo Canella,
il “CineTeatro di Roma” centro di ricerca formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.

Proprio al CineTeatro inizia un lungo percorso sull'improvvisazione totale (la Performazione) portando in scena vari spettacoli.

Nel 2011 Alessia D'Errigo apre il progetto IMPROMPTU THEATRE (Teatro all'improvviso)
l'intento è quello  di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e teatro) in uno scenario d'improvvisazione totale. Progetto sancito dall'omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittore-performer Orodè Deoro e successivamente da un altro evento “Variazioni Belliche (LamentAzione)”.

Il linguaggio dei lavori presentati da Alessia D'Errigo ha una forma sempre diversa, si passa dalla performance video-live alla conversazione con il pubblico, dal lavoro sul corpo all'opera cinematografica, dalla scena dialogata all'alterazione vocale. Un lavoro il suo, che fa da specchio alle metamorfosi interiori che solo un'anima realmente in ricerca può avere.



giovedì 20 ottobre 2011

"Acqualuna" di Ada Crippa

“Acqualuna” è la nuova raccolta poetica di Ada Crippa per i tipi di Onirica Edizioni. Una raccolta che sin dal primo sguardo appare lieve ed altalenante, sospesa fra le mezze tinte del cielo e del mare. Nei versi brevi e mai prevaricanti, il lettore si immerge in una dimensione di sogno palpabile, fatta di polvere di luna e spuma del mare. L’io poetico acquista man mano una forza che trascende le parole portando per gradi a comprendere senza sforzo alcuno l’ integrazione dell’uomo con le forze naturali, forze da cui trae la propria dimensione onirica e reale, laddove l’interscambio fra parola e immagine diventa una collezione di minuscoli quadri ad olio che rappresentano il paesaggio umano. Esistono in queste poesie molte sfumature di colore che vanno dall’azzurro tenue al nero della notte o delle insidiose acque lacustri, in un percorso ricco di riferimenti alle domande dell’esistenza (Dove vado se il luogo/a cui tendevo già mi ospita?/sostare/bagnarsi i piedi nell’acqua del lago/ e le mani/il viso/guardare poi il sole/e la luna ad occhi chiusi), ed ecco che dalle questioni più profonde dell’essere riemerge da profondità (in)sondate una speranza mitigata dai desideri costruiti giorno per giorno, fuori e dentro dimore mentali o reali (Da dimora in dimora/vado cercando pareti affrescate/da tenui colori magari fontane[…]) che contengono e trattengono antichi segreti per poter vivere un’esistenza meno lontana dall’Amore che nasce dal liquido originario che tutto contiene, una sorta di culla amniotica da cui tutti si proviene e alla quale vorremmo ritornare, in perfetta armonia (quelle stanze azzurre/come l’acqua e il cielo/da cui siamo venuti). Dell’amore, spesso imperfetto, recante dolore, Ada Crippa dipinge simbolicamente i contorni, ne lascia intravedere le tracce sulla sabbia di una spiaggia sconosciuta e non cercata per poi abbandonarsi al monologo di se stessa travolta dai ciottoli marini portati dall’onda che travolge e schiuma. C’è disincanto e magia nel tentativo di osservare la mitezza dello scorrere dei giorni, uno scorrere ineluttabile eppur prezioso per la conoscenza delle proprie radici. Il mondo rappresentato spesso come otre di squame e acque non sempre limpide, asseconda la necessità di impartire lezioni senza rigore, adagiando con grazia ogni dubbio o timore fra cielo e terra e acqua e sole. La luna, compagna indimenticabile del mare, assorta si chiede e domanda, trafuga significati ammutoliti dal sogno più intenso e ne fa oro. Non c’è tregua nel rincorrersi di immagini fatate e di delicato sentire in questa raccolta, ogni tessera è parte di un mosaico perfetto e speciale in cui ognuno può rivedere se stesso come specchio di umana sembianza. Da leggere e rileggere per confortarsi e confortare, da regalare a chi ama pensare senza peso ma solo in leggera bellezza, questo libro è un meraviglioso tocco di gioia che nasce dalle onde e fino alla luna risale, per guardare meglio da lassù, dove ogni nuova speranza vive.

Federica Galetto



Tuttazzurro


Una finestra di cielo
raccolgo dalla mia stanza tuttazzurro
funi di luce m’apposta alle pupille attese
l’infinito è aperto la gravità contraria del peso




Invito

Vieni vieni che mi piace
la casa a cui mi conduci
sogno non più sogno
quelle stanze azzurre
come l'acqua e il cielo
da cui siamo venuti.




End

Saliva la strada sulla collina
e noi a mani unite
verso la luna
fu quando la toccammo
che i ruscelli seppero
della polvere dei sogni
nelle loro acque.




Ritrovarsi

Acqua, sabbia e suono d'onde
ai piedi il passo
in danza muovono.
Scissa materia in armonia
nel ritrovarsi sulla riva.



Ada Crippa






Ada Crippa è nata ad Agrate Brianza dove vive. Scrive poesie dall’età di otto anni. Proviene dal mondo operaio e dalla militanza politico-sindacale. Attualmente è coordinatrice del GLA (Gruppo Letterario Agratese) con il quale organizza eventi culturali, letture pubbliche e performance. Gestisce un sito di scrittura.

Sue pubblicazioni:
“Antimenti”- antologia a tre voci (1989)
“Vele” - LietoColle (2007)
“Libero Suono” - plaquette PulcinoElefante (2004)
“Albero” – plaquette PulcinoElefante (2005)

È presente in diverse antologie tra le quali: “Ti Bacio in bocca” – “Stagioni”- “Luce e notte” - “Milano verso Roma”- “Corale per opera prima”, Lietocolle; “Subdoli Voli” – Pragmata Edizioni; “Poeti Lombardi” G.Perrone Editore; “Donne si raccontano” - “Antologia otto marzo” – EditSantoro.
Ha ottenuto segnalazioni e premi in diversi concorsi letterari.



"Acqualuna" - Onirica Edizioni -Silloge di componimenti brevi vincitrice del concorso "Le chicche di grano" 2010
978-88-96797-24-2
Euro 6

domenica 11 settembre 2011

MARIA GRAZIA LENISA





Digital Collage di Federica Nightingale





Benritrovati. Riapro La Stanza dopo i mesi estivi presentando queste poesie di Maria Grazia Lenisa. Leggerle e soffermarsi su questi testi è già un commento al lavoro di questa donna che ci ha lasciato molteplici opere di grande valore. Sono versi di delicata bellezza e profonda intensità legate a temi diversi che rispondono a domande e sollecitazioni comuni all'Uomo; del Tempo che scorre inesorabile, dell'Amore e della Morte, uno sguardo emozionato dedicato alla Vergine Maria che racchiude una disarmante infinita dolcezza. Poesie dense e alte che corrono in sintonia con le stagioni della vita attraversandone luci ed ombre in un percorso circolare in cui riconoscersi.

Federica Galetto




Da “Il tempo muore con noi”

Udine, 13 febbraio 1955

IL TEMPO MUORE CON NOI


Sogno l’ebrezza di un vivere senza tempo:


l’anno che s’aggiunge all’anno

mi rende intensamente vecchia,

d’una vecchiezza che non ha rughe,

liscia come buccia di mela

ma l’anima, invisibile,

porta invisibili solchi.

Gli anni… Nessuno s’accorge che passano,

quando il sangue si carica di brividi,

se uno sguardo attraversa la carne innocente.

Poi un bacio vi lascia il segno

E l’ora acquista un tacito sapore angoscioso.

Il tempo che nell’infanzia muoveva

Lento come morbida onda di lago

S’incarna nell’uomo e corre col ritmo veloce

Del sangue, - e lo sentiamo per ogni vena.


Sì, il tempo muore con noi.





Da “L’ilarità di Apollo” (1979)


UN POSTO PER L’AMORE


ad Arnoldo Foà, suo interprete


Non c’è più al mondo un posto per l’amore

ma buchi enormi, grandi topi grigi, topi

sul letto, topi sul guanciale. E Lei

col corpo nudo da tremare… Ecco che viene

Il piffero stregato dal suono atroce,

i topi si rintanano (sento il tuo corpo amico

così caldo e lo squittire dei rimorsi

è vano). Crollano muri e dentro è processione

di scarafaggi odiosi della luce

(vecchio decano delle fogne, giudice

eccolo pronto a morderci l’orecchio).

Spandi il veleno tutt’intorno al letto,

tieni lontano dal suo corpo dolce

l’immonda bestia senza pelo.

Vedi, nel buio risplende il mio seno,

già mi ha morso i capezzoli, ho terrore

che in ventre attecchi lo spregiato seme.

Dappertutto c’è polvere, la tela del ragno

impenetrabile ci segue. Trova nel mondo

un posto per l’amore, non in archivi

tra le belle storie. Poi scrivi un canto

dove sono bruna con vivi, caldi riccioli

d’estate, trattieni il tempo che sopra

ci sputa. Forse c’è un posto, la speranza

ammicca fuori dal buio per un’ora, un giorno.

Già l’inverno trascorre con la vita.






Da “Incendio e fuga” (febbraio 2000)

AVE MARIA

alla Madre di frate Mike Peirano


Ave, Maria nella spuma del mare che inghirlanda

le nubi,

tra gli uccelli nel preludio che annuncia

il temporale, nel ridere, nel piangere, danzare.

Ave, Maria

che gioia te laudare, sentirti ovunque

bellezza si eterna (le palme in alto ad indicare

il cielo, le palme a terra ad ascoltare i passi

del Figlio-amante che cavalca il tempo).


Ave, Maria

nell’attesa di amare con le piume dell’angelo

a contare (“M’ama, non m’ama…”), Dio che sta

a guardare e ride l’aria, l’angelo s’impenna.

Ave, Maria

nel sogno d’esser madre a guardare

in cortile gli animali, a gridare felice: “E’ vita, è vita…”,

battendo i piedi sulle pietre sonanti.

Ave, Maria

ch’è madre, madre, madre e tutto La ricorda

ciò che nasce: i teneri animali e la terra e non c’è Dio

che non si senta Madre nell’atto di creare.


“O Figlio – chiede docile Maria – Dio nel mio

ventre e nel ventre di Dio non sono forse figlia?”


Maria che invecchia con il suo dolore, l’angelo

ha spine al posto delle piume… Maria - fachira sul letto

di chiodi sogna fluttuante d’avere una nube sotto

i piccoli piedi ed il serpente s’accascia calmo, svuotato

dal male.

Ave, Maria

trionfante sull’altare, unica chiave

d’accesso a tuo Figlio, mostraci il Figlio! Impara a camminare,

a braccia aperte e tiene l’equilibrio.

E’ già ragazzo, s’arrampica

agli alberi, è svelto e forte. Ne gode la Madre. Si è fatto uomo

tutto s’offre al mondo e non c’è madre a poterlo fermare.


La Madre ha il grembo vuoto del sepolcro, bocca d’attesa

per quell’altro nascere.



Maria Grazia Lenisa



Biografia:


Maria Grazia Lenisa è nata a Udine nel 1935, trasferitasi a Terni, vi ha passato gran parte della sua esistenza. Inizialmente ha aderito alla corrente antiermetica del Realismo Lirico. Le sue produzioni di poesia, hanno attirato l’attenzione di valenti critici quali A. Capasso, F. Flora, F. Palazzi, F. Pedrina ed E. Allodoli. Del 1955 è l’edizione de Il tempo muore con noi, successivamente seguita da libri come L’uccello nell’inverno e il brindisino I credenti. Gli anni settanta l’hanno condotta ad una revisione delle precedenti posizioni di poetica, sono nate così Terra violata e pura ed Erotica, libri che portano la Lenisa ad una svolta nel modo di intendere il ruolo della donna, in particolare, l’eros femminile, troppe volte misconosciuto, dalla società e dalla tradizione sessista. Del pari rivoluzionaria è l’opera successiva, L’ilarità di Apollo, caratterizzata da una ironia, disarmante e libera, su temi erotici ( non limitatamente sessuali) e più ampiamente di costume. Vi si adotta il verso fintamente narrativo ed è abbandonato il realismo lirico della giovinezza, per costituire una poetica metarealistica, incentrata sull’invenzione di un mondo, metaforico e pieno di stupore, regno della Poesia, liberata dalla servitù della vita.

Per la sua nuova impostazione, si sono rivelati determinanti il carteggio e l’amicizia con il critico-poeta G. Barberi Squarotti, prefatore di molte sue opere. La sua produzione è stata feconda, e consta di oltre venti libri. Molti sono antologizzati in Verso Bisanzio, ne ricordiamo, a titolo di esempio alcuni: La ragazza di Arthur ed altre poesie, L’acquario ardente, Laude dell’ identificazione con Maria, L’ agguato immortale, L’amoroso gaudio, Le Bonheur, La predilezione, L’ombelico d’oro, Incendio e fuga, La rosa indigesta., Amorose strategie e l’ultimo, ancora inedito, Il Canzoniere Unico.

Impegnata nella stesura di numerosi saggi di critica letteraria, Maria Grazia Lenisa si è dedicata a scrittori come: A. Capasso, G. Barberi Squarotti, A. Zanzotto, G. Ruggero, S. Spartà, V. Rossi, G. Mascioni, A. Coppola, M. Luzi, F. Delfi, A. Bonanno, A. Manuali e C. Calabrò. Ha pure incoraggiato molti giovani e seguito gli appassionati. Numerosi premi e riconoscimenti le sono stati attribuiti. E’ da segnalare, inoltre, un suo saggio di estetica comprensiva a carattere fenomenologico che riconsidera, sotto un’ottica polivalente, il ruolo dell’ispirazione, accedendo a contributi estetici diversi e innovativi. Il saggio in questione, elaborato insieme alla figlia e coautrice Francesca Alunni, ha come titolo: La dinamica del comprendere.

C’è poi la curiosità del romanzo, ancora inedito, La mela di coccio, unico esperimento per l’autrice. Nel novembre del 2003 è stata insignita del "Diploma honoris causa" dall'Istituto di Cultura Superiore del Mediterraneo di Palermo e Monreale. Ha curato, dalla fine degli anni ’80, la collana del Capricorno per la Casa Editrice Bastogi, svolgendovi un’intensa attività di consulenza e studio. La sua figura poetica è inserita nella Storia della Civiltà Letteraria. (UTET). Il 28 aprile 2009 è deceduta dopo una lunga malattia.

mercoledì 20 luglio 2011

MARIANGELA DE TOGNI












Mariangela De Togni scrive le sue poesie come trafitta da un velo di luce. Non vi sono ombre in questi versi di estrema delicatezza ma solo stupore e meraviglia. Nei suoi percorsi nella natura e nei luoghi che appaiono come mete assolate e magiche, si ritrovano i gesti dell'osservare incantati, assorti davanti alla Bellezza. La sua solitudine beata di occhiate intense ai particolari del mondo non sbiadisce e non s'appanna, arricchisce il lettore di quiete e agio, nel respirare il fiato del cuore amante della vita. Ama la vita Mariangela, e i suoi misteri, le sue ricerche mai affannate del buono che c'è in ognuno. Così, spaziando nel creato con vigile osservazione, la De Togni ci guida alla serena disposizione d'animo d'un giorno d'estate, dove luci e colori e suoni avvolgono e cullano. Una lettura molto piacevole, che lascia gioia e speranza nel cuore. Un libro che consiglio caldamente, una lettura docile e profonda sul senso della Natura e la sua Bellezza infinita, alla ricerca della pace interiore cui ciascuno anela. Un canto naturale, un sogno stretto fra le mani. Perchè il seme di magnolia faccia nascere gazzelle.

Federica Galetto





















DAGLI ANFRATTI DEL CUORE


Dagli anfratti del cuore

tutto fluiva nel vento

come un sospiro.

Nell’attesa che un sole bianco

d’impronte profonde

rubate alla notte,

scavasse pensieri,

all’ombra d’un salice

dalle chiome rarefatte dal gelo

simili ad arcate d’un monastero

medievale.


La salmodia

trasporta polline di cielo

nel chiostro capace di stupore.

Facendo risaltare

i marmi policromi

elusivi come un profumo

nel soffitto a volta

che pare lanciarsi nell’infinito.

Le stesse lontananze

di comete e siepi fiorite,

dei miei soli tramontati,

appaiono diverse

là dove le brune pareti d’argilla

palpitano

al colore della lampada

rosso rubino


Nascosto, un tordo intonò

il suo canto come un oceano

di onde raggelate

nell’immobilità.

Cristallo fuso nel liquido

silenzio della sera.





CROMATICO ASSOLO


Sfoglia a volte il mare

il silenzio . Come una farfalla

sul fiore m’indossa il colore

che perdura,

nell’impressione, come voce

d’un lontano richiamo

che inneggia l’oscurità

e fa d’un leggero lamento

di coro inascoltato,

un cromatico assolo,

nel tempo che scorre,

nel battito di un respiro.


Il colore sottilmente mutevole

del cielo d’autunno,

nella penombra della sera,

mentre spoglia il pensiero

col giallo del gelsomino invernale,

s’ammanta di sottili essenze

incorniciate dai ricordi.

Senza rompere l’incanto

della solitudine.

Suadente come il vento

del deserto

nel dilatarsi della notte.

Quasi un lembo di roccia

dove nascondere

il cuore.






LA GRATA



L’amore trapassa la grata

quando è vero.

Esse danno un limite

che separando

non dividono.

Ed è là il segno

dove mancano calcolo

e misura. Ed è risposta

al Tutto che scava dentro

un abisso di libertà.





ESTRATTI DAL CUORE


I pensieri oggi sono

grani estratti dal cuore.

Senza luogo né tempo.

Screziati di silenzio,

trasparenti come l’acqua,

fragili, tra increspature

sottili al centro dove

lo sguardo si frange

nel cerchio della ciotola

affogata di stelle

la notte.


E risorge l’eco nell’alba

appena verso il mare.

Verso la sete libera

dove, più estremo,

è il grido del sole.





QUESTO BAGAGLIO BREVE



A che tende

questo bagaglio breve

del cuore

nella notte sola

se in un giro d’albe

nel dipingersi del cielo

un fiore nel deserto,

piccola cenere di luce,

comparirà avvolto

di bellezza.


E’ immenso il mare.

Uno spazio diviso

dagli ulivi raccolti

in un pianto di rugiada.


E le stelle a ripetere

i profumi della notte

in cieli di velluto

come conchiglie di gioielli

piene di diamanti.


Ma a promettere la gioia,

a chi si lascia sconvolgere

dalla sua voce calda

di colore nell’ombra

della solitudine,

nell’ arco di un silenzio

che muta il volto

e l’essenza di ogni cosa,

è Colui che dorme

sul fondo della nostra barca,

ed è passato nei ripostigli

del nostro tempo.


Perché il seme di magnolia

faccia nascere gazzelle.





FU IL NIDO DEL PETTIROSSO



Fu il nido del pettirosso

a risvegliare il sole

sul candore nuziale

degli ulivi infreddoliti

dal vento che faceva

fremere l’alba.

Il mare tratteneva ombre

azzurrine

fra bagliori rosati

come nel compiersi

di una solenne liturgia.


Questo evento di stupore

che danza nell’anima,

è forse il volto di Dio,

la sua voce che salva?


Lembi di roccia ametista

sussurrano l’attesa

all’acero sull’angolo

della strada.


In un mormorio di sillabe.


Come una salmodia

impastata di sale.





SULLO STELO DEL VENTO


A volte,

quando la notte

si raccoglie sullo stelo

del vento,

un’onda di pensiero

mi sorprende,

nel silenzio,

come se la solitudine

fosse un sospiro

lungo

del cuore.

Perché freme, perché

vibra l’anima,

libellula abbacinata

dalla luce?


Intrisi di lontananza,

come scampoli

di sabbia bianca

dietro grigie mensole

di roccia,

indossiamo

l’umile saio che ci copre

la voce

nello stupore di tanta

beatitudine.





OGGI FINALMENTE


Oggi

nel silenzio profondo

che scava il cuore

come se da una roccia

fiorisse

la solitudine

finalmente

fiore.


Oggi

nel chiaro cielo

che si dipinge sul ciglio

del pensiero

finalmente

un piccolo cerchio

di luna

seguito da una stella

lucida d’oro.


Oggi

finalmente

sull’orizzonte appare

vestita di mare

la conca frantumata

della memoria

nello stupore profondo

di una foschia

leggera

come una trina.


Oggi

finalmente

il sole stringe gli ultimi

lembi di buio

la luce si fa azzurra

ei ciliegi in fiore

avvolti in una nuvola

di petali bianchi

sembrano seguire

le vie del vento

che soffia da oriente.


Oggi

finalmente

una conchiglia di vetro

e ardesia

fra le onde

trattiene la luce

come se il cuore

volesse perdersi nell’eco

lunga

di una lontananza

che regala

arcobaleni.






QUEL SAIO DI CIELO


Quel saio di cielo

a picco sul mare.

Quel tremito breve

di luna

sulle cose. Un’ombra

appena.

Su un ponte a navigare

con le stelle.






E ORA TU MI CHIAMI


Ritornando

da quel rifatto silenzio

un’ala bianca

solcò l’aurora in brividi

d’infinito.

E memorie

mi venivano incontro

con la voce del mare.

Passavano restavano indietro

a ridire salmodie inconsuete

nelle arcate di perla

delle conchiglie

glissando su tutte le corde

del cuore.


Il cielo intarsiato di lavanda

con ancora il profumo

della luna

scorreva le sue pagine

liquide di luce

sulla geometria dei pensieri.

Quali segreti nel lungo sospiro

del vento all’orizzonte?


E ora tu mi chiami

dal tempo che s’aggroviglia

come un ventaglio cromatico

sulle radici della vita.


Nell’umile bagaglio

dell’attesa.





NON SARO MAI SOLA


Non sarò mai sola

ad ascoltare il silenzio della notte,

né si perderanno i pensieri

sulla soglia del cuore

finché la luna sosterà

sull'arco dell'orizzonte.


Anche il sole ramato

che si specchia nell'ovale

di una pozzanghera

infreddolita dal gelo,

parla, oggi, nel tiglio

dalle foglie argentate di brina,

nel lungo sospiro solitario.

Nei passi ovattati dalla neve.


Non sarò mai sola

ad attendere l'aurora

con ancora le stelle

affisse al firmamento.

Finché sentirò il canto

dei canneti e nei cespugli

di rovi il pettirosso.

Lo scorrere del torrente

verso il mare.

E lo stupore dentro

la mia anima.




Mariangela De Togni, da “Fiori di Magnolia” Edizioni Helicon 2011

http://www.edizionihelicon.com/pagine/indice.asp?ind=360





Biografia:

Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora Orsolina presso l’Istituto Maria Immacolata di Piacenza. Insegnante, musicista e studiosa di musica antica. E’ membro dell’Accademia universale “G.Marconi” di Roma. Ha pubblicato numerose raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (Seledizioni, 1989), Nostalgia (Seledizioni,
1991), Una voce è il mio silenzio (Ibiskos Editrice, 1995), Chiostro dei nostri sospiri (Ibiskos Editrice 1997), Profumo di cedri (Ibiskos Editrice, 1998), Un saio lungo di sospiri (Ibiskos Editrice, 2000), Flauto di canna (Ibiskos Editrice, 2004), Nel sussurro del vento (silloge inserita in Quaderni di letteratura e arte Angeli e Poeti n.9 Guido Miano Editore 2005). Nel silenzio della memoria, silloge inserita nella mini-antologia Le Visioni del verso (Helicon Editrice 2008). A questo farà seguito Cristalli di mare (Ibiskos Editrice 2010). E’ presente nel Dizionario degli Autori Italiani del Secondo Novecento (Helicon 2002), nelle Storia della Letteratura Italiana Contemporanea (Helicon Editrice), nella Storia della Letteratura Italiana(Guido Miano Editore 2005), nel Nuovo Dizionario della letteratura Italiana (Helicon Editrice 2010), in agende e antologie di poesia contemporanea. Suoi testi poetici sono pubblicati su diverse riviste. Ha ottenuto numerosi premi e segnalazioni di merito in concorsi letterari. Tra i più recenti: “Le Stelle” (Savona), “Abbazia
del Cerreto” (Lodi), “Borgo Ligure” (La Spezia), “Premio alla Carriera” (Santuario Madonna di Gaggio), “Val di Magra – Roberto Micheloni” (la Spezia). “Borgo Ligure” (Santa Margherita Ligure),“Città di Salò” (Salò) “Portus Lunae” (Sestri Levante).
Inserita in “Lettera in versi”, rivista on-line di Bombacarta a cura di Rosa Elisa Giangoia e Margherita Faustini. Scrive nel sito di Poeti e poesia.

venerdì 8 luglio 2011

SYLVIA PALLARACCI









L'opera prima di Sylvia Pallaracci è un tuffo a piedi pari nei sensi. L'autrice si racconta espellendo,tramite la parola,tutte le possibili sfumature che il corpo riflette nella sua immagine ferma. Dalla sua posizione in apparenza immobile, ogni variazione si moltiplica addensandosi, pervadendo il lettore di contenuti che lo rendono intimamente partecipe di ciò che avviene, analizzando dettagli con occhio profondo eppur distaccato dall'evento. Riflette fra sè e sè Sylvia, trae conclusioni, dà avvertimenti, cita se stessa per timore di non essere ricordata, si autoafferma moderandosi talvolta, esagera l'impeto del corpo e della mente come costretta a soccombere ad un limite da non superare mai. Ferma eppure in movimento, essa vive una condizione innaturale della normale attitudine al dire di più, tenta i passi laddove non si cammina, cerca acqua dove c'è deserto. Si spinge sempre oltre, cosciente di non riuscire mai ad andare dove vorrebbe se non ferendosi o ferendo. Una poetica che pare si possa toccare, versi traino di una vita concreta che sembra mancare di leggerezza. Per non disturbare nessuno, le parole girano su se stesse sebbene non risparmiando, chiamando in causa compagni di strada distratti, promesse non mantenute, avventori di passaggio. La vita osservata, il corpo in mutevole subbuglio, la carne che brucia le migliori intenzioni e la fatica del credere che si può vivere entrando ed uscendo da una ferma immobilità materica per conquistare l'impalpabile e il non visto, il non detto, la verità. Gridandolo a voce alta.

Federica Galetto















Conditio sine qua non


Mi scopro sempre

qui, nell’alveo che converge

tutta la mia discendenza

ruvida e al femminile;

il puntaspilli di un rovescio

di mano in disuso

di prudenza

Dico e mai disdico

che la verità non sempre è vera

che ho amato ogni volta

le cose imperfette

perché al contrario

ho rilevato forme irregolari

mi sono riempita

di un irrequieto chiedere

per svuotarmi

di uno stentato esistere

l’indole mia reclama una pietà

che appartiene solo a me

e alla mia indecente anarchia;

altro non è dato sapere

e col dorso spigoloso del polso

ora asciugo le labbra

da tanta logorrea

Di me dite solo questo:

“Essere stata è la condizione

perché lei sia”





Eclissi


Fu così che ci inginocchiammo

intrisi di gloria e martirio

a cercare nell’esitazione della carne

il collasso della luce

scivolammo fragili

dentro percorsi inviolati

senza lasciare tracce

dei nostri gesti

indelebili

Così ci inginocchiamo

e scivoliamo fragili

mai stanchi

di vivere e morire




Fuggevole


Come l’ago

che imbastiva la trama

e mai bastava a (s)velarci

le parole

mi faccio piccola

perché tu abbia ora paura

a smarrirmi

perché quando entravi tutto

nel mio ventre

ti era difficile immaginarmi

altrove





È solo questione di…


Lasciami dimenare

dalle tue tregue

che mi riprendono

senza voce

e fammi scivolare a ritroso

dove il tuo fiume s’infiora

Curvami all’indietro

e risalimi

come un destino gelido

che rovina dentro il fuoco

Non è la mia voglia

che ora ti impone

ma l’inclemenza della tua gravità

sulla membrana che ci separa

E' solo questione di

Fiera, allo schiocco di frusta

mi volto

in uno scatto che prescinde

permessi e aduna pretese

nel tuo nome

urgenza selvatica di bruna ninfea

cuoriforme mi sfoglio

sulle contrazioni del tempo

all’infinito

e mi sei carne





Tacchi a spillo per l’estrema unzione


Non meravigliarti ora

se non riesci più

a trovarmi

chinata, a racimolare pietre

che accumulavano sabbia

hai sottovalutato

il rosso incerto delle profondità

e ti sembrò d’esser salvo

in quell’andare quieto

d’ombre agli angoli;

ma tu non sai la bellezza

che disvela una tenebra

quando una scheggia di sole

insidia i tramonti

non distingui quel tremore

di tacchi

nel continuo cigolio

delle spallate alla mia porta

[un solo gesto galante

le sarebbe olio naturale]

e tra un acuto e un basso

di gola, ti lascio

alla notte che semina e matura

i frutti che ti nutrono

alle spine




Dove ritorna la mia storia


Mi aggrappo al tuo corpo

come a un diritto naturale

e ti provoco l’amore

che mi dai

sottovoce

portando ai limiti

dell’inflessione i sottintesi

le tue labbra si disfano

con quella grinza che mi stende

e mi rimpolpa

i sensi

assuefatti alle ossa

mani rapaci -quasi crudeli,

per salvarmi-

afferrano i fianchi

sfrontata allento la presa

e mi lascio (s)finire

un nervo affilato di piombo

e mercurio attraversa le scapole,

mi scinde e mi precipita

fra inferno e paradiso

mentre mi faccio tempo e spazio

senza misura, per contenere

ciò che di te non si trattiene

perché tu sei sterminato,

simile alla terra,all’acqua,al fuoco

al ventre di mia madre




La costola di Adamo

io ti piango dentro il fianco

l'amore, che scava un punto

dove potermi ritrovare,

sola

tu fai un sospiro

come l'ultimo ruggito di un secolo

che non mi è appartenuto

quando eri custode fedele

di nicchie a fiero emblema di eventi

ti chiesi perché

scegliemmo i nostri occhi

per lasciarci dietro dio

e inchiodarci all' esistenza

tu non sapevi

io già non volevo sapere

e fu così che venimmo a patti

con le assenze, tra un punto e l'altro di sospensione

e vedemmo trasalire

il silenzio

agli echi delle stirpi di ogni tempo

selve di corallo tra inguini rocciosi

e sponde infrante da flutti sul morire

"ci sfalderemo assieme", ti urlai

quando capii il tormento

che avrebbe lasciato

sulla mia pelle

un sedimento aperto

da tutti i suoi domani.




Ora che non posso sentirmi,parlo con me…

dimmi

se tornerà

il buio pesto che ha svelato

la sua luce

se questi tremori nervosi

sono solo pelle

non più capace

di rientrarmi

o ultimi strascichi infreddoliti

di una primavera

tardiva

se sopravviverò a questa tragedia

della vita che cambia

nella mia forma che la fissa

invariabile

[dare un senso ai giorni che lascio andare

che non l’aspetto

mi assicura

la follia ]

nella consuetudine della pioggia

le nuvole si annodano

senza scomporsi

le parole risuonano

male sulle labbra indurite

e si spaccano

al rintocco improvviso

degli accordi di ieri

disgiunte le membra livide

di scuse,senza più fede

mi spalanco come una croce

di traverso

e resto a sorvegliare

l’assalto del dolore

a tradimento

nella mia assenza sconfinata




Sylvia Pallaracci, “Mi salvò l’ala sonora”, ed. LietoColle 2011







BIOGRAFIA

Sylvia Pallaracci nasce nel 1976 a Foligno – in provincia di Perugia – dove tuttora vive e lavora, occupandosi di scienze mediche.

Scrive da sempre, ma solo nell’età adulta ha scelto di portare in luce la sua intima passione, partecipando ad iniziative e concorsi letterari nei quali ha ricevuto premi e consensi da parte della critica.

Sue opere sono presenti in antologie poetiche; scrive inoltre per diversi blog e riviste culturali, alle quali collabora anche come recensore.

In Sylvia l’essere coincide con il sentire. Il suo dire attraversa e gela il fuoco e un’attenta distrazione la conduce incessantemente a perdersi – fino a scomparire – per ritrovarsi ogni volta, ininterrotta, nella parola.

“Mi salvò l’ala sonora” è la sua opera prima.

giovedì 12 maggio 2011

ELINA MITICOCCHIO





Vladimir Kutchinski




I versi di Elina Miticocchio paiono usciti di getto da una piuma. Non da una penna, non da una tastiera o una stilografica, ma da una piuma intinta nell'inchiostro.
Ci fa viaggiare in territori d'infantile memoria, ci sorregge nel passo con piglio morbido ma sicuro, accompagna il lettore poggiando delicatamente una mano sulla sua spalla e inizia a raccontare. Strada facendo. E ci vuole raccontare il "non visto" e l'invisibie che si cela in un gesto, in una casa, in un sorriso, nello sguardo muto di un bosco, del mare o di una fiamma. Sogna ad occhi aperti Elina, conduce il passo e parla del suo mondo sommerso, della Natura svelata e irrisolta nel suo specchio interno. Così " ad indicare un cielo inarrestabile in cui perdersi senza evadere
chi resta assente o visibile in altri luoghi" e ancora "Avevo voglia di alberi e acqua di pioggia a lavarmi la faccia", restituisce man mano ai nostri sensi la realtà sfacciata del sentire a fibre scoperte lasciandoci dolcezza e armonia laddove le ferite guardate troppo da vicino possono apparire ancora aperte.


Federica Nightingale






Oblò

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.

Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile.





In ombra. Un abbozzo appena

In ombra, un abbozzo a(p)pen(n)a
scrivere parole friabili
pane
senza burro né marmellata.
Gettare le alt(r)e luci
in raccolte notti senza stelle
giorni d’abbandono.
Praticare la distanza
un libro che scrivo ogni giorno
afferrando l’ultimo spartito.






Acqua smossa


Aveva gli occhi chiusi
come una pianura di grano
arso a mezzogiorno
ogni tanto li apriva
richiamata da un’ombra
sbucata da una riga
o da un mezzo rammendo
le parlavo di numeri
erano dita di nuvole
di peltro, lontane
che fatica impararli
mi diceva che non era grave
avrei avuto occhi grandi
per giocare coi papaveri
un giorno sospinta da troppa luce
bussato ad una porta
tenendo nella conca
della mano una minuta
linea di splendore inafferrabile
sarei sopravvissuta alle lusinghe
di farfalla disegnata con pochi colori
ingoiato acqua di fontana
fino a smuovere le radici
che l’amore aveva creato
un giorno e senza chiedermi il conto.











Fanno la fila

i ferri da stiro
quando evaporano lettere
che scrivo a me stessa
-a chi interesserebbe sapere
il colore di un comune calzino?-
a volte per le stanze danzano
foglie rosse autunnali
che nessuno sfiora con un dito
è più facile calpestare un sorriso
che esplorare un petalo di foglia
e ti chiedi perché non vivi
di quel solo colore
senza orologi che ti segnino il passo.






Incipit (giardino segreto)

Avevo voglia di alberi
e acqua di pioggia
a lavarmi la faccia

.

la luna si era arresa
al lento divagare
giocava distratta alle piccole angustie

.

al trascorrere delle ore
si formavano parole conosciute
come baci rimandati al mittente
matite oneste
ad indicare un cielo inarrestabile
in cui perdersi senza evadere
chi resta assente
o visibile in altri luoghi.





Come Psiche non ho riconosciuto amore


Ladro amore afflitto di speranze
esibito come l'appartenenza
al grembo che ci ha generato
schiavo di abitudini incurabili
geloso e senza lacrime
né concessione alcuna
come una scatola pronta
rammen-di un giorno inatteso
gambe tremule
alla stazione del sentimento.
I passi sfiniti d'assenza
fanno l'amore (e)sangue
dietro stelle cadute
dorme
per tornare embrione
sprofonda negli abissi.





Camera di ricordi


Nel sonno della notte
la bambina scalza
si muove sulle punte delle dita
canta una porta nascosta
un viale alberato
trattiene viole del pensiero
senza fine
per raggiungere il mio corpo
e abitarlo.
E' un pianto lieve
mentre mi viene incontro
la sua assenza.






Incipit (da un filo di fiato)



difendere le voglie d’infinito
chi- è -dono
da parte a parte

.

non disarmare le stagioni del loro
susseguirsi, eterno onere abbandonarci
stremati dal caldo e dal fitto inverno

.

lumi-nascere
sarò più bianco della neve.






Apprendo dalle ali stonate un canto sigillo di cure




Di chi erano le labbra, di chi le braccia a stringermi?
avvolgo le spalle nel nero
dello scialle canto l’essenza
pane spezzato, pane pegno d’amore
pregno di mancanza
senza alcun nome nato
segno col rosso il rigo
del dolore sarà il perfetto scorrere
scivolo in preghiera annoiata
scalpito urla di gioia
il Tuo cuore senza bende.






Dove crescono i sogni il pensiero gioca a moscacieca



ho verniciato le mie scarpe di sposa
chiesto in prestito un seme
lo pianterò sulla luna che nasce
alla stessa ora, senza rintocchi
un castello di sabbia bagnata
a farmi dimora
attenderò il risveglio del fiore
erboso il viaggio
prossima al respiro
della prima nascita ascolterò il vagito.




Elina Miticocchio




Biografia:


Elina Miticocchio nata a Foggia nel 1967, dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Bari.

Terminati gli studi giuridici diventa “girovaga di mestieri”:studia per il concorso da avvocato, fa l’assistente presso la facoltà di Giurisprudenza a Foggia, insegna materie giuridiche ed economiche nelle scuole di montagna.

Vince diversi concorsi nelle P.A e, infine, si trasferisce a Milano accettando un contratto a tempo indeterminato.

Dopo dieci anni rientra nella propria città natale dove attualmente vive e lavora.

La lettura, il teatro, sono i maggiori interessi che condivide spesso con la madre.

E’ presente con il testo “Oblò” nell’antologia poetica “Taggo e Ritraggo”, edita LietoColle e, sempre per la stessa casa editrice, nell’antologia “Il segreto delle fragole 2011 – poetico diario”.

giovedì 31 marzo 2011

ANTONELLA TARAVELLA





Antonella Taravella scrive il suo "Sbocciata nelle viscere" con mano veloce,non lascia respiro, pausa, tempo per soffermarsi a pensare. Tutta l'architettura poetica dei suoi versi è costruita con veloce perizia e sensualità debordante, quasi fosse un edificio dalle finestre spalancate da un temporale o il temporale stesso, a penetrare nei corridoi dell'intimità. Intinge le dita nei percorsi ardui e mai scontati, si fa beffa di destini e trafile inevitabili, e reagisce, si scontra, s'azzuffa, beve dalla coppa del nemico e lo invita nel suo letto di fiori e aghi, lo stordisce, lo adula, lo inganna. Lo vince. Fragilità nascoste o discoste. Una corsa a perdifiato nella bocca sensuale della vita e dell'amore.

"Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera" (A. Taravella)

Federica Galetto




Sbocciata nelle viscere


Confisco il respiro al tuo corpo con dita aperte,
creo rime di pelle mentre nuda m'infiammi contromano

e nelle vene sale la rivolta
come a sbocciarmi in fiore fra le labbra
livida scomposta in graffi di parole al cielo
contorto il mio muovermi crea onde
di fogliame e sospiri taciuti
temo la lamiera dei pensieri poco sotto il costato
un velo di cenere s'aggroviglia nei giorni a seguire
mentre le tue dita seguono l'ombra delle mie ossa
mi accadi di notte, fra queste lenzuola divine
all'ombra evasa di noi, nell'attimo fermo
fra le cosce a strusciarsi, timbro d'ingorda fame
e la notte si piega sul collo, nelle parole
nel dorsale frantumato dei nostri odori
colma nelle viscere ti dimentico dagli occhi
fuggendo dall'alchimia dei nostri sensi



fragmenta#4


Son tracimata in parole anarchiche
e quando piove,
fuori il tempo è freddo
come fiocchi di neve assorti









fragmenta#8


C'è il bisogno di andare e di non avere altro da dirsi e partire
come quando le parole dilatate crescevano sui palmi umidi
rami pungevano gli occhi gonfi di sguardi acerbi quando fuori
gocciolavano ombre da sudare fra le lenzuola assorte e fluide
e nell'incurvarsi delle tue labbra sulle mie quando ci esplodiamo.




Reflection [qui nel luogo e nella misura]


Ho pensato che quella goccia fosse una superstite da assolvere
un credo a gocciolare al vento, come un fiore gestito al contrario
essere, nelle ombre, nelle sicurezze note solo alle mani, nella confusione
ed esser certi, d'avere una direzione, parole da seguire a dita tremanti
collocandole nella lacrima, nei versi rovesciati, nella misura disperata
di quanto accade, voluto, da qualche parte e in qualche istante.



La liturgia degli occhi


La liturgia si sversa sugli occhi appena sotto il respiro, ma tu ed io sappiamo che il destino ha reso la vita rovinosa e malata,tutto ha un disegno e il nostro traccia due linee parallele ingovernabili, che non troveranno mai l'incrocio, non qui, non ora, non nel grembo di madre notte che trema di paura. Che ad occhi aperti, le lacrime non servono, nulla crea chiarezza che alla fine, di tregue ne ho piene le tasche, mentre mancano le parole segnate sui fianchi, i ritardi sulle gambe, la viscida inappetenza, perchè di sbranarsi si è bravi tutti è rimanere nel sangue che è un mestiere per pochi eletti. Nel credo d'ogni giorno, mi sussurro che non devo incaricare al prossimo la mia urgenza di vita, ma solo a me e devo discuterne in una riunione di condominio con festino annesso, perchè i festeggiamenti son sempre di rigore dopo, a chiarimenti avvenuti, quando poi tireremo fuori l'amore il fuggi fuggi sarà il peggiore del secolo, regalandomi dopo, le cose peggiori in pacchetti dalle carte aggraziate di rose ammuffite. Io solo mi so bastare, io solo mi so soffocare, io solo so venirmi a capo quando sto bene. Ed è nelle rarità che mi disperdo ed è tutto dannatamente bello, ha un sapore oscuro, quanto basta alla pancia per piegarsi d'amore assorto ed io so di te che m'avviluppi l'incertezza e me la coccoli con la lingua.
Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera.


Fragmenti, versi e discorsi tratti da "Sbocciata nelle viscere", ed.Smasher, ed.2011





Biografia:

Antonella Taravella nasce a Verona il 2 marzo 1977, dove risiede tutt’ora.
Il mio scrivere non media, lo offro totalmente nelle contraddizioni incidendo a fuoco immagini fluide quasi organiche, rivestendo di pelle e carne ogni mia emozione in parole, con intensità, andando a fondo nell’anima e graffiando i nervi scoperti.
Partecipa a molti concorsi ed è presente in parecchie antologie.
Tre le sillogi pubblicate:
-Gravida è la notte (Ed. Lulu 2008)
-Vertigini Scomposte (Edizioni Smasher 2009).
-Sbocciata nelle viscere (Edizioni Smasher, 2011) .

Il suo blog personale:

http://nevertearusapart.worpress.com/

Inizia a scrivere nel 2006 nel blog (htpp//never-tear-us-apart.splinder.com).
È pubblicata in sei antologie:
- Notte Finta scritta a 4 mani con Giovanni Berardinelli, per
l'antologia La Notte (Ed. Giulio Perrone Editore, 2008)
- Screpolati Polsi per l’antologia Il Desiderio (Ed. Giulio Perrone
Editore, 2009)
- Inverso per l'antologia del concorso letterario Pensieri D'inchiostro
(Ed. Giulio Perrone Editore, 2009).
- Dopo il tramonto per l’antologia La malinconia (Ed. Giulio Perrone Editore, 2009)
-Nimue per l’antologia “Rosso_tra erotismo e santità”(Ed.Lietocolle, 2010).
-Girasoli di Fuoco per l’antologia del concorso letterario Il peccato tra le righe (Ed. Casa Editrice&Libraria, 2010).
-Sbocciata nelle viscere per l’antologia Il Corpo (Ed.Giulio Perrone Editore, 2010)
-Zolla per l’antologia “Il segreto delle fragole”.(Ed.LietoColle, 2010)
-L’inverno sta nella lana de tuoi maglioni, amore per l’antologia “E’ solo poesia”.(Ed.GDS Edizioni, 2010)
I concorsi e iniziative a cui partecipa:
- L’attesa, bandito dall'Associazione Culturale “RossoVenexiano”,
2008.
- Volobliquo, indetto dall’omonimo multiblog classificandosi tra i primi
quattro finalisti.
- Donna... sulle tracce di Eva, ed. 2009, indetto dall’Associazione
Culturale “Il Faro” e “Viavai” classificandosi finalista.
- Premio Lorenzo Montano, arrivando alla selezione finale, con opera
inedita inserita nell’antologia della Rivista Letteraria Anterem, 2009.
- Premio Pensieri d'inchiostro, indetto dalla casa editrice Giulio Perrone,
selezionata per l’antologia finale, ed. 2009.
-“Il peccato tra le righe” indetto da Casa Editrice&Libraria-Taranto, ed.2010.
-“Il segreto delle fragole”, diario poetico, indetto dalla casa editrice LietoColle, ed.2010.
-“Verba Agrestia”, indetto dalla casa editrice LietoColle,ed.2010.
-“Premio Laurentum 2010”.
-“La solitudine” indetto dal collettivo Poesiaèrivoluzione, ed.2010.
-“E’ solo poesia” indetto da GDS EDIZIONI, ed.2010.
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