Photobucket

Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

Visualizzazione post con etichetta pensieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri. Mostra tutti i post

martedì 9 ottobre 2012

LE COSE RACCONTATE - Visioni estemporanee


Non so. Forse le cose raccontate sono vere, o solo sono raccontate affinchè diventino tanto vere da diventare fantasie temibili, incubi da cui mai lasciarsi prendere. Se delle volte mi fermo a pensare alle peggiori ipotesi, allora esse diventano vere, tangibili, e mi sembra in un breve lasso di tempo d'essere diventata quel pensiero, quella indesiderata cosa. Poi, altre volte, credo davvero di non essere influenzabile e mi sento tanto forte da poter eludere orchi e draghi e spade puntate al mio petto. E non mi credo, non mi presto attenzione, mi derido. In fondo la mente si plasma con il pensiero, e se potessi pensare e plasmarmi nella donna perfetta, sarebbe tutto risolto. Ma non mi curo del presente e del vero significato del male, mi accetto per come sono, nel senso che mi amputo gli arti e la lingua per non credere all'evidenza. Mi distraggo a pensare che sono solo falsità della mente quelle sofferenze e imperfezioni e allora le percuoto, le sfiguro, le seziono come facevano i killer nei libri ottocenteschi, nell'ombra dell'orrore e della paura, intenta a trovare una via di fuga senza essere vista, senza essere presa dai gendarmi che mi braccano in lungo e in largo. Le lacrime siedono sempre a guardare le mie imprese; dietro le ciglia, fra la gola e il respiro, esse palpitano e seguono le mie vicissitudini senza mai staccare l'attenzione, senza mai inveire contro me quando sbaglio ed eccedo nel trasformare le idee. Quando mi alzo e cerco di camminare senza ruscirci mi sento in gabbia, catturata, presa e senza possibilità. L'adattamento mi rende nervosa e incomincio a non saper più eludere efficacemente le verità e le cose raccontate. E' un pò come vivere in libertà vigilata, con paletti intorno a limitare i movimenti e le lacrime, stoiche, a far la guardia. Se osservo qualcuno fare ciò che io stessa vorrei fare, è come un ricordo che affiora, e mi sento come quando potevo correre: senza mai averlo raccontato ad anima viva.


Federica Galetto

mercoledì 11 maggio 2011

Emil Cioran. Pasticcio e rose, le cene felici del grande apocalittico






Un ricordo del celebre pensatore nel centenario della nascita.Era spiritoso, lucido e demoniaco: ci faceva sentire a nostro agio celando le ombre che portava con sé.


Quando viveva Cioran, non c'era portone che varcassi con più gioia di quello di rue de l'Odèon, dove egli abitava. Non c'era ascensore (venne aggiunto più tardi). Una scala quasi a chiocciola si avvoltolava intorno a sé stessa, e ci abbandonava davanti alla bassa porta di una di quelle chambres de bonne dove i signori dell'Ottocento rinchiudevano le loro domestiche. Al suono del campanello, Cioran veniva ad aprire: esile, sorridente, trasformato nel fedele servo di sé stesso, ci pregava di chinarci per non battere la testa contro la cornice della porta.Eravamo entrati nel regno del piccolo, e si capiva che Cioran, per lunghi anni abitante di povere camere d'albergo, amava appassionatamente la sua casa, la sua conchiglia, il suo bozzolo, e a nessun costo l'avrebbe cambiata con un'altra. Tutto vi era incredibilmente minuscolo. Camera da letto lillipuziana, cucina invisibile, il pranzo posato su una tavola di vimini, fragili poltrone estive, il terrazzo con qualche vaso di rose che Simone curava e dove Cioran contemplava il suo infinito; e lo studio ricavato nel tetto. C'erano libri su una sedia e per terra. Ma dove erano tutte le altre decine di migliaia di libri, che quest'uomo coltissimo e insaziabile aveva letto durante la vita? Li aveva nascosti in cantina? Non credo: doveva averli mangiati, come il rotolo dolce e amaro che l'angelo offrì a Giovanni nell'Apocalisse. Infine varcavamo l'ultima porticina, ed entravamo nel "salotto" - nessuno lo chiamava così - , dove Simone e Cioran ricevevano. Di quelle sere conservo un ricordo straziante, perché non potranno ripetersi mai più, perché non potranno ritornare più dalle tenebre dove stanno nascoste; e insieme lietissimo, perché in poche sere della mia vita sono stato così compiutamente felice. Ci sedevamo a tavola. Simone portava il pasticcio o il pesce o il gigot, che aveva cucinato con le sue mani. E parlavamo. Nulla era più bello che conversare tra amici, di tutto e di niente, idee, libri, persone, aneddoti, ricordi, fantasie, secondo un libero ordine suggerito dal capriccio o dal cuore. Ogni parola era compresa; e portava subito la risposta, brillante come la domanda. Tutti erano a loro agio: perché Cioran celava per qualche ora le ombre che portava con sé. Sorrideva: o rideva a bocca aperta, con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante, e che ritornerà così di rado. Non ostentava autorità né prestigio. Odiava il potere, la fama, e amava infinitamente la libertà. Era spiritoso, lucidissimo, demoniaco; e così affettuoso, tenero e dolce verso tutti noi, e con tutti gli altri esseri umani che questo misantropo amava attraverso di noi. Mi scuso se ho scelto una strada così lunga per parlare di un libro stupendo, che Cioran ha scritto nel l964: La caduta nel tempo. Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare, gli direi: «Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso, ci attraversano la mente. Qui potrai trovarli riflessi in uno specchio impareggiabile». Sebbene Cioran non ami sé stesso, questo libro é una specie di diario: ogni cosa vi è esperienza personale o, che è lo stesso, frutto della sua potentissima e rapidissima immaginazione; eppure non c'è traccia diretta del suo io, perché le esperienze vengono portate - e accettate o condannate - davanti all'osservatorio di una mente impersonale. Come in Pascal, la tensione é così intensa, che ciò che è psicologico viene bruciato, e trasformato in un lampo metafisico. Ho fatto il nome di Pascal; e Cioran è una specie di Pascal moderno. Come lui, ha conosciuto le tentazioni dello scetticismo: si è annullato in Dio, e poi, a differenza di Pascal, non ha potuto reggere quella profondissima quiete, quel dialogo con l'Uno; e ha abbandonato Dio, vivendo tra i dubbi e i rottami della sua intelligenza. Non c'è scrittore moderno più denso di Cioran. Che mirabile concentrazione, che prosa drammaticamente prosciugata: cade ogni alone, ogni ombra, ogni eco, ogni indugio, ogni incertezza; assistiamo all'esplosione della verità, che di colpo splende e si incide nella carta. Non c'è mai un piano o un progetto. Cioran procede e torna indietro e balza di nuovo avanti, a lampi, scorci, baleni, andirivieni, grida. Sebbene abbia appreso il francese sui moralisti del Seicento e del Settecento, la sua prosa è quella di un tardo romantico: feroce, convulsa, apocalittica. Ora ha splendidi sarcasmi baudelairiani, ora trombe abbrunate, ora mortali disperazioni, ora disperazioni brillantissime e frivole, dove la forma dell'aforisma lo soggioga, ora ilarità romantiche, ora attimi di quiete buddista, ora aspirazioni a una leggerezza che gli sfugge. Sempre abbiamo l'impressione che egli non pensi, ma venga pensato: dal corpo, dai nervi, dalla forza stessa del pensiero. E per questo ci ferisce, e talora ci offende; e noi dobbiamo misurare il colpo e la portata di ogni ferita, riflettere su ogni parola, attraversando la quasi intollerabile densità della sua prosa. La caduta nel tempo comincia, come dovrebbe iniziare ogni libro, con un commento alla seconda scena della Genesi: il Paradiso terrestre, il peccato. Come Kafka, anche Cioran sogna non l'albero della conoscenza (da cui sono derivati tutti i nostri mali), ma l'Albero della vita: «esso solo è degno di essere conquistato, esso solo merita lo sforzo dei nostri rimpianti». Fino all'ultimo dei suoi libri, Cioran non ha mai dimenticato la sua vena mistica: l'innocenza, l'universo prima della caduta, l'uno, l'eterno, la quiete, «vivere acquattato nel più profondo del silenzio primordiale, nella beatitudine inarticolata, nel dolce stupore in cui giaceva la creazione prima del frastuono del Verbo». Rifiuta l'io, la natura umana, la conoscenza. Ma come è lontano da Kafka! Negli aforismi di Zurau, Kafka ci ricorda che il Giardino esiste ed è fatto per noi: che l'Indistruttibile in noi non é stato distrutto; e che, ancora oggi, viviamo nel Paradiso mentre soggiorniamo nel tempo, sebbene pochi o nessuno se ne rendano conto. Unico nei tempi moderni, Kafka vive sotto le foglie e il profumo dell'Albero della vita. L'atteggiamento di Cioran è molto diverso. Egli pensa che Dio abbia commesso la più grave delle colpe. Invece di restare solo nel suo silenzio, avvolto da una luce pura, Egli ha creato; e da lì deriva tutta la nostra attività, il nostro amore della dismisura e dei gesti. E l'uomo del Paradiso, anche prima del peccato, portava in cuore il proprio veleno: era sbagliato fin dalla nascita; non era che inquietudine, malessere, desiderio di tentazione, desiderio di morte, incapacità di essere felice, ansia, terrore. Non poteva che ribellarsi: cercare di essere individuo, «frattura e incrinatura dell'Essere». E quanto alla quiete, nella quale Kafka visse profondamente per qualche tempo, non è fatta per Cioran. Per un istante sogna «una vita rallentata, fatta di impressioni così impercettibili che sembrano inesistenti»; e poi, subito, ricade nell'inquietudine, nella convulsione, nella sofferenza. Così Cioran condivide con Dio e l'uomo una doppia caduta. Immagina di essere stato un dio, caduto molto più terribilmente degli dèi e dei dèmoni: non potrà mai dimenticarlo; e riscopre ogni momento l'orrore della caduta. Ma anche se non fosse un dio, chi è più simile di lui all'uomo cacciato dal Paradiso? Lo accusa di essere dominato dalla febbre, e nessuno più di lui conosce la febbre. Assale il Cristianesimo, ma è torturato dalla ferita cristiana. Vuole soffrire: chiede alla ragione gli strumenti dell'autotortura, le domanda argomenti contro sé stesso; e vede nella sofferenza l'unico fondamento della sua vita. «Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere». Malgrado i suoi sogni persistenti intorno all'Origine, egli è diviso, scisso, lontano dalla natura, come l'uomo moderno; e tutte le accuse che gli rivolge potrebbe rivolgerle a sé stesso. La sua visione dell'uomo è disperatamente romantica: «un disadattato esausto e infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perché sradicato: un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alla propria deficienza e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno sé; un devastatore che accumula misfatti». Il dio e l'uomo caduto hanno due possibilità di espressione: quella di negare e quella di dubitare di tutto, specialmente della negazione. In Cioran vi è l'eredità lontana di una missione diabolica: come Mefistofele, egli è lo spirito che nega, che distrugge e si autodistrugge: lo fa con angoscia e felicità; e nei suoi insulti contro l'uomo si raccoglie una rabbia terrificante. Ma la sua vera atmosfera è il dubbio, al quale dedica un saggio meraviglioso. Non importa che egli lo detesti e lo screditi: che egli ne dipinga l'aridità, la sterilità, l'inutilità filosofica, l'atmosfera di carcere. In realtà, egli vive e si nutre di dubbio; e questa condizione desolata, alla quale dà un impulso drammatico che lo scettico tradizionale ignora, gli conferisce una specie di gioia vitale. Attraverso il dubbio, egli vuole giungere altrove. Dubita, dubita, dubita di sé, dubita dei propri dubbi, recide l'ultimo legame che lo teneva attaccato a sé stesso; e a questo punto tutto svanisce e si volatilizza e si spalanca l'immenso Vuoto, che le origini gli avevano nascosto. Si chiede. «Che cosa faceva Dio quando non faceva nulla? In che modo riempiva, prima della creazione, i suoi terribili ozi?». E' l'immagine più profonda e grandiosa che Cioran abbia mai dato di sé stesso.La caduta nel tempo non ha una conclusione: perché il pensiero di Cioran non conclude mai, procede per contrasti polari, afferma ciò che aveva negato, capovolge ciò che sembrava pacifico, vede contemporaneamente i mille aspetti di un pensiero o di una condizione. Eppure c'è, in lui, intermittente ma indimenticabile, una nostalgia dell'Apocalisse, che assume due forme. La prima è mite: il sogno della fine della storia, quando forse si aprirà per l'uomo un'era senza desideri, liberata dal peso dell'antica maledizione, in cui «sarà dato ritrovare quell'impronta divina che portavamo prima della rottura con il resto della creazione». La seconda é terribile. Ora Cioran, che ha sempre conosciuto l'angoscia di vivere nel tempo, soffre una sventura che gli sembra più atroce: quella di venire rifiutato dal tempo. Non c'è più presente. Non c'è più istante o movimento. E gli sembra di cadere dal tempo, come si piomba in un carcere senza fondo; e laggiù incontra una specie di sottoeternità, una contraffazione della vera immortalità: inerzia, stagnazione, noia, irrealtà, inferno. Tremenda condanna. Ciò che avrebbe potuto essere beatitudine è soltanto orrore.


di Pietro Citati, la Repubblica, 24/03/2011

domenica 9 gennaio 2011

LA PARRESIA

martedì 24 agosto 2010

RIFLESSIONI SULLA NUOVA POESIA

photo Federica Nightingale







Se è vero che la “nuova poesia” degli anni Dieci sembra segnare il passo della non novità, mi domando quali siano i veri parametri per poterlo affermare con tanta certezza o, se non altro, per poter indicare come “non nuove” tutte quelle espressioni poetiche che non sperimentino in modo estremo l’uso della parola e del concetto. Se la sperimentazione non raggiunge apici di rilievo, come avvenne, per citare un esempio, con la poesia futurista, ciò non significa che non vi sia in atto una corrente di trasformazione sotterranea lenta ma molto forte, pronta a lasciarsi dietro ogni “incasellamento” o definizione pre-confezionata. Confusione? Strada eccentrica e centrale? E’ possibile che proprio l’eccentricità e l’espressione della giustificazione estetica delle proposizioni in auge, rappresentino la Bellezza della nuova corrente poetica nascente. Si possono scrivere versi apparentemente senza senso (apparentemente privi) e stilisticamente perfetti tanto da compiacere edonistici bisogni di una civiltà in cui il piacere racconta molte esperienze, e considerarli Poesia; questo perché la Poesia del nostro tempo nasce e cresce in un ambito senza risoluzione definita, con innumerevoli punti bianchi o evanescenti. Fotografia di ciò, i versi quasi privi di un senso che rimandi ad esperienze significative seppur vere.
Sono forse i connotati dell’invisibile, piccolo, cosmopolitismo dell’”io” un metro sufficientemente valido per valutare l’autenticità o meno di un verso? In che misura ciò si avverte fra le righe dei nuovi poeti emergenti? E cosa implica il ritorno al “privato” se non l’idea geniale e mai sorpassata (e non per questo da considerarsi “vecchia”) che vede l’umana condizione quale punto di partenza verso approdi non “a vista”, bensì molto al largo da ogni riferimento casuale o banale? Si, perché il punto di partenza deve necessariamente essere l’io, esente dal piccolo cosmopolitismo, punto focale di ogni traiettoria poetica che si rispetti.
Al di là delle prove stilistiche e meramente estetiche, giustificate forse da una ricerca di Bellezza estranea alla vita quotidiana e, a parer mio, non condannabili in alcun modo, la nuova poesia traccia possibili rotte da raggiungere in sordina, forse accattivanti perchè ricche di immaginari e immagini poco consueti, stilisticamente ineccepibili ma perfettamente criptati nel senso, non assente, ma amplificato da tracciati crittografati e vari. Si dipinge così un panorama eterogeneo che da mappare risulta difficile perché ancora in fase di lenta evoluzione e definizione, anche per i poeti stessi; il seme però è ormai gettato e si iniziano già a vedere i germogli. Il principiale, qui, porta in diverse corsie di smistamento ma il fulcro rimane lo scavo interiore che non si discosti mai troppo dall’apparire “a vista”, la proposta di individuazione, ricerca, di valori di riferimento ragionati e scoperti con fatica talvolta, o al contrario con immane leggerezza.
Per concludere, credo che l’affermare che vi sia un generale indirizzo di poesia ben scritta possa essere opinabile poiché esistono ancora nuove forme poetiche non ancora pronte al decollo, prive di personalità definita in un mare indefinito e vasto che fa perdere le coordinate, e che non hanno compreso fino in fondo quanto problematica sia la via verso l’autenticità.
L’autenticità è fatica che si rispecchia nell’assoluto rispetto dell’essere umano, nel suo volgere il capo senza timore verso i numeri possibili che creano le combinazioni creative del nostro Tempo. E questo rimanendo sempre “a vista” pur non essendolo affatto.



Federica Nightingale

mercoledì 28 aprile 2010

LAURE ALBIN GUILLOT (1879-1962)










Nel meravigliarmi della bellezza estrema delle immagini che vi presento, ho riflettuto sulla Poesia e sul significato che essa ha acquisito nell'era di Internet. Di recente, ricevo testi di giovani autori che non negano ma affermano con pacata tranquillità di essere stati invogliati a scrivere con la scoperta di Internet. Ciò che rimaneva prevalentemente richiuso in un cassetto buio e segreto, veniva finalmente alla luce sul web con estremo sollievo da parte di chi detestava essere letto in altre circostanze. Il web come mano amica a raccogliere versi intimi, parole mai dette, sogni, bisogni.Non tutto il male viene per nuocere, verrebbe da dire. Se nella ricerca personale di una propria voce, Internet, fungendo da mediatore riesce a scoprire e ad invogliare giovani autori ad emergere, questo non può essere che un bene. Le nuove generazioni, nate con l'avvento di Internet, esprimono quasi spontaneamente la propria vocazione poetica tramite questo mezzo, quasi come fosse passaggio naturale verso l'affermazione di sè. La Poesia che basta a sè stessa non ha più timore di dire invece il contrario, non teme più la sindrome dell'isolamento dal mondo, la vergogna dello scrivere di nascosto. La Poesia si diffonde rapidamente, benevolmente, alacremente e questo fa pensare a quanto sia stato più difficile per le generazioni passate "esistere" nella convivenza solipsistica con la scrittura. La maggior parte dei testi che mi giungono sono scritti da studenti universitari, professionisti, operai, madri di famiglia o persone che non hanno in realtà velleità letterarie e che nella vita intendono far (e fanno) altro. Eppure, sebbene non tutto possa essere degno di essere pubblicato (almeno non da me che sono di gusti difficili), è straordinario notare la passione che traspare dagli scritti, la ricerca spasmodica della propria dimensione umana, da affermare sempre e comunque alla luce della professione che si svolge nella vita quotidiana. Se uscire allo scoperto crea consapevolezza, se scrivere diventa un mezzo di conoscenza per sè e per gli altri, allora Internet davvero svolge una funzione di riguardo che non si limita certo alla diffusione di "sfoghi" personali, ma incentiva i talenti latenti ad accendersi e infervorarsi per confrontarsi e riconoscersi. Forse questo meccanismo può addirittura cambiare destini già pre-confezionati. Forse la Poesia può trasformare e far crescere chi credeva di essere già cresciuto e trasformato. Fantastico no?
Federica Nightingale













giovedì 11 febbraio 2010

C'ERA UNA VOLTA LA POESIA ON LINE

Eudora Welthy's library





Riporto qui di seguito parte di un commento lasciato da me oggi sul blog letterario Poetarum silva, qui http://poetarumsilva.wordpress.com/2010/02/11/cera-una-volta-nella-poesia-on-line/
a seguito di una sollecitazione di Alessandro Assiri sui destini della Poesia contemporanea nell’era dei blogs. Aggiungo qui alcune mie considerazioni in merito e vi invito a partecipare alla discussione.

La natura intimista della Poesia è stata, per certi versi, miracolosamente sopraffatta dalla tecnologia e dai nuovi mezzi di comunicazione che un tempo, nessun poeta neanche si sognava. Oggi, chiunque può sentirsi parte del mondo poetico scrivendo sul proprio blog o diffondendo le proprie idee in rete. Esiste oggi la possibilità di scrivere poesia nell’intima quiete della propria casa e contemporaneamente sapere che al di là di uno schermo, migliaia e migliaia di persone potranno leggerla e condividerla. Non vedo personalmente alcuna crisi in questo, anzi. Diffondere e far apprezzare la poesia è diventato più semplice e chiunque desideri avvicinarsi al verso può agevolmente farlo nello spazio di un clic, senza spostarsi di casa. La rete è anche un’ottima cassa di risonanza per gli eventi poetici organizzati al di fuori del web come readings o presentazioni di opere e riesce a raggiungere proprio tutti, molti di più di quanto fosse fattibile un tempo(neanche tanto lontano s’intende). Il principale problema che si pone, di fronte a questa nuova realtà, è la massificazione, la scarsa qualità imperante, il pressappochismo letterario, il calderone dove tutto bolle senza scrematura. Ma a questo credo ci si sia ormai abituati e anche “attrezzati”, molti sono i siti e i blogs letterari di qualità verso i quali orientarsi per un approccio ottimale. Non resta che lavorare molto e continuare nell’opera di diffusione e condivisione di arte e pensiero sfruttando al massimo i mezzi oggi a nostra disposizione. Chi scrive poesia, dal canto suo, è lievemente disorientato e forse fatica ad afferrare emotivamente questa rivoluzione tecnologica che corre velocemente, e ad inglobarla nei propri versi. La vita quotidiana è ormai scandita dai bits, dai networks, e questo è un nuovo percorso da esplorare, in cui riconoscersi e accettarsi anche se credo che nel panorama delle voci poetiche contemporanee nostrane non si accusi neanche troppo di questa transizione obbligata, come avviene invece negli Stati Uniti dove gli scrittori sono molto più influenzati, nel contenuto dei loro lavori, dal ritmo incalzante delle “realtà tecnologicamente avanzate” e questo probabilmente perché hanno da più tempo di noi avuto modo di sperimentarsi in questo senso. Gli americani non hanno però mai perso la voglia di fare e di costruire continui ponti culturali con la gente comune per far conoscere la poesia, sono iper-attivi e instancabili; si aggregano in forti comunità letterarie,creano idee e movimenti di pensiero, stampano, producono, diffondono, non si fermano mai. Noi si tende più a chiuderci in piccoli gruppi scelti e ad apparire talvolta snob, impedendo così ai “comuni mortali” non toccati dal Verbo, ma non solo a loro, di inserirsi e interagire. Chissà, forse il nostro retaggio culturale ci fa sentire sempre un po’ “di nicchia”. Ma dove va la Poesia oggi? Quali sono i territori su cui si inoltra e si misura? Dire che non c’è alcuna corrente poetica nuova è forse estremo, sebbene molti dei riferimenti sono ancora quelli del secolo appena trascorso se non addirittura quelli ottocenteschi. Fisiologico? Credo personalmente di si. Le nostre realtà quotidiane sono assolutamente più aride di quelle di un tempo,anche se dirlo appare un paradosso(basti pensare a cosa ha prodotto la cultura dell’anteguerra o del periodo a cavallo fra le due guerre mondiali), la società odierna non lascia spazio che alle brutture, ingigantite ed enfatizzate dai media. E si parla di meno, meno ci si incontra e si fa amicizia, perché tanto c’è Facebook. Tremendo dirlo ma ancora più tremendo rendersene conto al 100%. La Poesia è così sospesa fra le giornate di lavoro(precario),la famiglia, che ha perso la forma tradizionale ormai, gli svaghi, sempre meno possibili viste le condizioni economiche poco salutari degli italiani, che spesso si convogliano sul web, lo stress da isolamento forzato in tanti casi, e il mondo tutto che gira a favore dei potenti e dei ladri, della mercificazione dei corpi e dei soprusi sui bambini. Luoghi comuni? In fondo è così. Chi scrive vuole ricercare la bellezza e per quanto si sforzi non riesce proprio a trovarla attorno a sé, ecco allora che il verso poetico si spinge verso lidi lontani dal nostro quotidiano, oppure, per contrasto, verso un iper-realismo di maniera che non gratifica certo l’estetica e la grazia. Perchè non esistono più né bellezza, né estetica, né grazia. Dove cercarle allora se non nella rivalutazione dell’essere umano, nella ricerca spirituale, nello scavo interiore di noi esseri viventi, soli di fronte a un cambiamento globale che rivoluzionerà gli anni a venire? E’ un compito gravoso in un’epoca di transizione come questa, ma sono i Poeti di oggi che dovranno dire a quelli di domani quanto difficile sia oggi la loro condizione esistenziale e culturale fatta di vuoti permanenti, di quanto abbiano desiderio di delineare un profilo di sé stessi che sia nitido e chiaro. I Poeti contemporanei stanno già scrivendo la loro storia, bene o male lo stanno facendo. La Poesia deve andare, secondo me, verso una ricerca profonda delle nostre radici, verso l’autoanalisi dei nostri geni e delle nostre paure scardinando così i giunti delle barriere espressive che ci imprigionano perché non riusciamo più a capire chi siamo. E se i blogs e la rete web serviranno a fare questo, con tutte le contraddizioni che possono portare con sé, ben vengano. Il dibattito è aperto a tutti coloro che vorranno esprimersi in merito nei commenti qui sotto.


Federica Nightingale
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...