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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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domenica 6 dicembre 2009

VIAGGIO INDOTTO - LE NOTE DENTRO IL FONDO







Talvolta le cose accadono perchè ci sono indotte, perchè dovremmo farle da soli e non le facciamo,spauriti e senza coraggio le evitiamo;ma un bel giorno si ripresentano già fatte,impacchettate con nastri e carta dorata a lenire un vuoto che appare meno profondo di ciò che abbiamo perso. Da lì ci si incammina verso nuove esperienze e nuovi tratti da percorrere. Quando si aprono gli occhi, la mattina, si vorrebbero richiudere per non vedere le nuove forme della nostra esistenza, si pensa ad essere ancora come ieri sperando non sia vero che l'anima è volata altrove. L'altrove racchiude un vasto massiccio d'ombra da valicare, le ore dentro alla gola non si spengono mai e si sente freddo alle ossa. Mutazioni si avvicendano nel vortice che ci strema. Si prosegue fino a rendersi invisibili, ci si assottiglia lungo le pareti e strisciando ci si allontana da noi,dal vento che ha cambiato rotta e spinge contro. Una volta,due,tre,quattro....poi tutto improvvisamente si placa e il cuore fa male e si sente un brusco assestarsi del sè. Trasformarsi per diventare esseri consapevoli non è un facile viaggio e non è tortura fine a sè stessa, al fondo di strade conosciute esistono diramazioni che portano ad ampi viali alberati schermati da avvallamenti erbosi e boschi di ginestrone,con quelle infiorescenze giallo limone e spine aguzze come coltelli. C'è da camminare e farsi spazio, fra i rovi e gli spaccati d'orizzonte. Scelte fatte ci conducono dove vogliamo giungere, ma senza fretta indicano la strada; speranza dice che vuole vedere il sole e l'occhio perde la sua nuvola, fra rami alti volano i sogni, impigliati si raddrizzano e rompono le linee dell'immobilità. Certo si giunge all'altrove, con i capelli lunghi e le mani a tagli. Il futuro sfugge, resta la perseveranza dei gesti ad innalzare il cuore verso il cielo.



Federica Nightingale

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

lunedì 14 settembre 2009

NEL DISSOLVERSI

Gustav Klimt, 1907




NEL DISSOLVERSI

Delle cose vuote abbiamo trascinato abbastanza
Le mute stagioni remano alla costa
Tra i contorni si riducono i verbi
Le parole avanzano modellando i toni

Restituire alla soddisfatta sorte un desiderio
resta il fine
Abbattere le crespate onde riottose
e spianare i solchi improvvisi

Al mattino gli occhi gonfi si spengono
e si ricalcano i sogni
Come le donne di Rossetti si smuove
la gota verso il labbro
E si torna a cercare nel tondo fra le imprese
da finire

Sul fare del giorno ormai resta la voce
Ferma
Di chi intende voltarsi ancora per non
dissolversi
(Tramano le stagioni dietro i vetri)

***

Lei attraversò la stanza con la leggerezza muliebre dell’ectoplasma. Aveva la testa avvolta in un copricapo color porpora e grande tanto quanto una tinozza di zinco da cortile. Ma su di esso emergevano come per magia foglie e fiori di tulle impalpabile dai quali pendeva con grazia una veletta che scendeva fin sulle spalle e che lei rimandava all’indietro lasciandola cadere, come una lunga sciarpa,sulla schiena.
Sandy la osservava senza fiatare mentre nervosamente rollava una sigaretta con il tabacco che usava fumare nelle circostanze confuse.
“Penso di non farcela a parlare ancora. Torno a casa, le ore sono passate e non c’è stato alcun progresso fra noi. Sta diventando buio -(ma era dentro se stessa che non c’era più luce, pensava) - e temo la strada fino a casa. I tuoi cani ululano da dieci minuti senza sosta e questo mi rende inquieta e più a disagio di quanto già non sia. Prenderò le mie cose domattina. Forse manderò qualcuno a ritirarle”. –
Detto questo spostò con un gesto secco la coda del suo vestito verde cupo staccandolo con un fruscio dalla tappezzeria damascata. La bocca ebbe un cedere verso il basso, come una virgola accennata di fretta e posata per circostanza e non per necessità. La casa era silenziosa, scossa unicamente dai latrati dei cani che incessanti si lamentavano nell’imbrunire.
“Non c’è niente che si possa ancora dire o fare, suppongo. La tua non è una scelta del momento né un momento di scelta…..” – esclamò Sandy impassibile posando la mano sinistra sul legno del tavolo da fumo e guardandola fermamente negli occhi. Detestava osservarla tremare di sdegno e paura, non tollerava di pensare a lei con qualsivoglia sfumatura d’emozione o attitudine all’azione. La guardava senza vederla e la batteva senza toccarla. La sua vita strizzata lo nauseava ma il petto generoso aveva su di lui ancora un effetto ipnotico fastidioso che tentava di scacciare, volgendo altrove lo sguardo. Eppure non era mai stata bella e mai aveva suscitato in lui impulsi di sana carnalità. Mentiva nel pensare ciò, sapendo di mentire.
“No, niente. Hai come sempre distrutto ogni buon proposito e volontà disinteressata. Resta pure qui a fumare, non disturbarti ad accompagnarmi. Conosco la strada”. Disse con un filo di voce ed uscì.
I suoi passi furono inghiottiti, giù per lo scalone di marmo. Il portone si aprì cigolando e sbattè nel richiudersi. I cani poco dopo smisero di guaire.
Sandy gettò il mozzicone nella brace del caminetto, si ravviò i capelli e tossì forte. Da sopra la sua testa si udì il frastuono di uno stormo di uccelli prendere il volo. Il tetto parve allora deserto. Fra le mani strinse un minuto pezzetto di carta con sopra scritto il nome della donna. E lo ingoiò dopo averlo masticato per bene. Non più un solo cane lamentoso, nè alcun uccello o forma materiale di lei esistevano nell’aria circostante. Sdraiatosi nella penombra rise soddisfatto. Lei si era dissolta masticata da cani, uccelli e denti umani. I pensieri, quelli, avrebbero fatto il resto.

giovedì 16 luglio 2009

LE NOTE DENTRO IL FONDO









































....C'erano le tortore appese all'aria del mattino, lungo i bordi i prati sfilavano via veloci. In un certo qual modo mi domandai perchè non riuscivo a smettere di chiacchierare con i pensieri notturni; erano ancora bianchi i suoni del corpo, immersi nel tendersi della luce che s'invaghiva di calura. I presupposti erano così ardenti da farmi pensare che solo un viaggio avrebbe potuto cambiare le cose. Ma i viaggi non erano la mia tazza di the e neppure le cose tanto lontane avevano potere su di me che prediligevo quiete ore ad osservare gli alberi e le parole, senza preoccuparmi di valigie e voli da prendere. C'era un antro delizioso fatto di mattoni e vetrate incorniciate da ferro turchese oltre le strade curve della collina. Restai a guardare.

*

There were some turtledoves hanging on the morning’s air, the meadows passed quickly along the borders. In a certain way I asked myself why I couldn’t quit to chat with the thoughts of darkness; the sounds of the body were still white, immersed in the tension of a falling in love with the heat’s light. Presuppositions were so hot to make me think that only a journey could change that status. But trips were not my cup of tea and nor the far things had power on me who preferred quiet hours spent to observe trees and words, without worrying about suitcases and flights to take. There was a lovely court made of bricks and glasses framed by a turquoise iron behind the curved roads of the hill. I stood staring.



Foto, testo e traduzione di Federica Nightingale ©
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