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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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giovedì 18 marzo 2010

HANS ULRICH TREICHEL






Albrecht Durer




Da: “Tarantella. Gedichte”


In den Bruchwiesen

Wege im Abendlicht,
die summenden Pumpen des Klärwerks,
Butterblumen am betonierten Ufer des kleinen Kanals,
verwachsene Weiden, wie mit dem Zirkel gezogen
der westfälische Horizont.

Hier gingen wir,
in der Tasche Tabakkrümel, die rostigen
Nägel, die Buckower Elegien aus der Leihbücherei,
hier gingen wir, vom Hammerschlag
der großen Städte träumend.



Nei campi paludosi

Sentieri nel crepuscolo,
le pompe ronzanti dei depuratori,
ranuncoli sulla sponda asfaltata del piccolo canale,
salici ricurvi, come dettato da un compasso
l’orizzonte vestfalico.

Qui venivamo,
nelle tasche briciole di tabacco, le unghie
rugginose, le Elegie di Buckower prese in prestito
qui venivamo, i colpi d’incudine
delle grandi città sognando.


DA: “Liebe Not. Gedichte”


Die Väter

Zuerst gehen die Väter
und lassen uns den Geruch ihrer
ledernen Schweißbänder, die gelben Häute
der Prothesen, große Siegelringe
an gedunkelten Händen.

Zuerst gehen die Väter
aus ihrem gewalttätigen Leben,
aus ihren jagenden Geschäften,
und lassen uns die steifen Hemden
und die Salzränder über
dem Herzen.





I padri

Dapprima vanno i padri
e ci lasciano l’odore dei loro
incerati di cuoio, le pelli giallastre
delle protesi, grandi anelli con sigillo
sulle mani imbrunite.

Dapprima vanno i padri
dalle loro vite brutali,
dai loro affari avidi,
e ci lasciano camicie inamidate
ed orli salini
sul cuore.

Als wär es mein Leben

Schreibe nachts keine Briefe,
bei keinem Licht, in kein Land.
Und der rasende Fahrstuhl erschreckt
mich nicht mehr, seit der Schlaf
mich ans Fallen gewöhnt.

Im Abendlicht leuchtet von nun an
auf alle Zeiten mein gelber Balkon.
Salzige Wiesen, zerstochene Hügel,
ihr erschreckt mich nicht mehr.

Als wär es mein Leben,
schließ ich die Fenster, esse
Brot, spare Strom.





Come se fosse la mia vita

Di notte non scrivo lettere,
qualunque sia la luce, ovunque io sia.
E non mi spaventa più l’ascensore
vertiginoso, da quando il sonno
mi abituò alla caduta.

Nella luce dell’ora tarda ancora brilla
per sempre il mio balcone ambrato.
Campi salmastri, tumuli bucherellati
non mi spaventate più.

Come se fosse la mia vita,
chiudo le finestre, vivo di
pane, risparmio energia.



Letzte Rettung

So weit, so gut.
Nun ist sie da, die große Flut,
in der wir einsam stehn und schrein:
auch diese Welt muß untergehen.

Nicht heute, aber bald.
Ein schwacher Trost, daß du mir
in die Achseln hauchst: Was uns nicht
umbringt, macht uns kalt.





Ultima salvezza

Fin qui, tutto bene
Ma ora è qui, il grande diluvio,
in cui soli siamo e gridiamo:
anche questo mondo deve affondare.

Non oggi, ma presto.
Una magra consolazione che tu mi
soffi nelle ascelle: quel che non ci
uccide, ci raggela.





DA: “Seit Tagen kein Wunder. Gedichte”


Drei Lieder über den Schnee


I

Schnee, den ich loben will,
der die Bäume in weiße Wolken
verwandelt, den du sammelst
wie Silber auf deine Schultern,
der die Spuren vor unseren Türen
verwischt, Schnee, der sich
opfert für dich und für mich.


II

Es ist ein Schnee gefallen
Geliebter dein Mund ist so kalt
Wenn wir beieinanderliegen
Ich weiß: wir vergehen bald

Geliebter dein Bett ist aus Eisen
Der Himmel so hoch und so leer
Es ist ein Schnee gefallen:
Ich wünsche es fiele noch mehr


III

Als die Erde verlassen war
von unseren Schritten und nur
noch Schnee fiel auf Schnee
als die Erde verlassen war
von unseren Worten und nur noch
Wind ging mit Wind als die
Erde verlassen war von unseren
Wünschen fiel auch kein Schnee
mehr ging auch kein Wind



Tre canti alla neve


I

Neve che io lodare voglio,
che gli alberi trasforma in
bianche nubi che tu raccogli
come argento sulle spalle,
che le orme dalle nostre soglie
cancella, neve che si
sacrifica per te e per me.


II

E’ caduta una distesa di neve
Amore, che bocca gelida!
Quando giacciamo insieme
Lo so: presto periamo

Amore, il tuo letto è di ferro
Il cielo così alto e spoglio
E’ caduta una distesa di neve
Ed io tanta ancora ne voglio


III

Quando la terra fu abbandonata
dai nostri passi e solo
neve cadeva su neve
quando la terra fu abbandonata
dalle nostre parole e solo più
il vento accompagnava il vento quando la
terra fu abbandonata dai nostri
desideri non cadeva più
neve non si udiva il vento



Traduzione di Roberta Mentigazzi ©

giovedì 4 marzo 2010

UNA POESIA DI CARL SANDBURG

Edward Burne Jones











At A Window






Give me hunger,
O you gods that sit and give
The world its orders.
Give me hunger, pain and want,
Shut me out with shame and failure
From your doors of gold and fame,
Give me your shabbiest, weariest hunger!
But leave me a little love,
A voice to speak to me in the day end,
A hand to touch me in the dark room
Breaking the long loneliness.
In the dusk of day-shapes
Blurring the sunset,
One little wandering, western star
Thrust out from the changing shores of shadow.
Let me go to the window,
Watch there the day-shapes of dusk
And wait and know the coming
Of a little love.



Carl Sandburg







Alla finestra




Datemi fame,
o voi déi che sedete e date
ordini al mondo.
Datemi fame, dolore e mancanza,
chiudetemi fuori dalle vostre porte
d’oro e fama
con vergogna e fallimento,
datemi la vostra più meschina, sfinita fame!

Ma lasciatemi un po’ d’amore,
una voce che mi parli sul finire del giorno,
una mano che mi tocchi nella stanza buia
a spezzare la lunga solitudine.
Nel crepuscolo dello spettro del giorno
che offusca il tramonto,
una piccola errante stella d’occidente
che mi spinga fuori dalle mutanti rive dell’ombra.
Lasciatemi andare alla finestra,
e là guardare le figure del giorno all’imbrunire,
e aspettare, sapendo dell’arrivo di un po’ d’amore.




Traduzione di Federica Nightingale

venerdì 26 febbraio 2010

SCRITTURE SINTATTICHE

Jane Lewis ©






Nella poesia che segue di Francesco Marotta, un capolavoro di perfezione stilistica e di contenuti, mi è piaciuto abbinare un testo di David Shumate, un altro eccellente esempio di perfezione, qui semplice e diretta, ma carica di significati da elaborare e scoprire come una scatola cinese. Ho infine voluto abbinare una mia poesia, non perché possa competere con le due precedenti, ma perché contiene a mio parere riferimenti comuni ad entrambe i testi.
Il tema dello scrivere non è che un punto nei diversi testi qui presentati, ai quali aggiungo la traduzione dall’inglese dove richiesta. Tradurre fornisce un’ulteriore lettura di spessore, apre un varco nuovo nella comprensione e nella sintassi. Ho voluto dipanare un filo comune per farne un gomitolo spesso.




§

Scrivere è un’ora covata dal destino
Ha a che fare con quel tipo di tristezza
che porta la primavera
Ma non mangio le mie virgole,
le pause riflesse, mi sazio,
senza inghiottire
There’s something so familiar
about it


§

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore

la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle

perché essere cenere, sostanza di vento

è inciso da sempre a lettere di fuoco

nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere

infimo, un breviario di passi senza orma

tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia

dalla brocca silente che disseta il labbro,

quando parole malate d’aria si staccano dalle mani

precipitano nell’impercettibile abisso

di una pagina –

scrivere è un’ora covata dal destino

la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte

e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne

fino a che sanguinano anche i sogni,

fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente

gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra

per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,

sono questi gli accenti

che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente

dove la morte è presagio di stagioni,

oracolo dei frutti e del ricordo)


Francesco Marotta ©





Translating a poem

Some say they run their fingers over the page as if
it were a message from the dead. Others say a
word is a kind of fruit. You slice it open and catch
the juices in a bowl. Still others recommend
carrying the poem with you into a dream where it
might become a bird or a fish. I have a poem in
front of me now. Its Chinese lines are delicate.
Papery. The thin strand of its meter is like the breath
of a sleeping child. I’ve just translated the first line.
It has to do with that kind of sadness spring
brings. There’s something so familiar about it. As
if I’ve just bumped into the poet outside a market
and we’ve both dropped our bags. We get down on
our knees. She picks up my head of lettuce. I reach
for her apricots as they roll into the gutter.

David Shumate ©




Tradurre una poesia


Alcuni dicono che scorrono le loro dita sulla pagina
come se fosse un messaggio che viene dalla morte.
Altri dicono che una poesia è una specie di frutto.
Lo apri lo sbucci e racchiudi il suo succo in una ciotola.
Altri ancora raccomandano di portare con te
la poesia dentro un sogno dove potrebbe diventare
un uccello o un pesce.
Ho una poesia davanti a me ora.
Le sue linee cinesi sono delicate.
Sottili come carta. Il leggero filo del suo metro
è come il respiro di un bimbo dormiente.
Ho appena tradotto la prima riga.
Ha a che fare con quel tipo di tristezza che
porta la primavera.
C’è qualcosa di così familiare in essa.
Come se fossi appena andato a sbattere contro
il poeta fuori da un mercato e a entrambi fossero
cadute le borse.
Ci buttiamo in ginocchio.
Lei raccoglie il mio cespo di lattuga.
Io allungo la mano per prendere le sue albicocche
mentre rotolano in strada.

Traduzione di Federica Nightingale ©





Che cosa fai sulle guglie del mio capo

Che cosa fai/ sulle guglie del mio capo/restante a bandire/ che temo il fiato uscire/dalla bocca/non sento le parole/ stracciate come carta/ non respiro/ se mi tieni chiusa/ nei pozzi/dove vorresti mai/ andare senza colpe/al mio risveglio/ potrei morire/senza aver capito/ chi sono/senza aver compreso/ le meraviglie di me/non c’è che nero/ vigore d’intercalare/ nelle conche /esterrefatte e umide/di un giorno/ che ho detto si/e poi un altro/ che ho taciuto/morsi del passato/ non tagliano/recidono/ le certezze del vivere/ accanto ai miei libri/alle mie gambe ferme/ai pettirossi sui rami/ai conti sempre rossi/e bambini che corrono/gli occhi pieni/di poesia/ma non mangio/le mie virgole/le pause riflesse/mi sazio/senza inghiottire/ho perso/ho perso le mie scarpe/e le viole sul davanzale/i miei sorrisi trasparenti/le ore di sonno/che cosa fai/mi tieni alla catena/senza acqua/ma io scrivo/senza penna/senza niente/adopero i pasti di ieri/mi ricostruisco proteine/le modello sul mio sangue/e non sento il freddo/aprendomi ai chiari di sole in febbraio/ti ho sotto i denti e ti divoro/m’ingegno a triturarti/che vorrei solo andare/la mattina a prendere la rugiada/che cosa fai/di me non avrai/mai nulla/cavalcherò la mia morte sul tuo cranio/avrai me per intero/addosso per sempre/in estranea congiunzione/asse rigido a toglierti la dignità/che non avrò perso/fra i denti.

Federica Nightingale ©

mercoledì 13 gennaio 2010

JOHN BARNIE






DECISION

It came purring up to the
Dictator; black cat with yellow
eyes, countless bacteria
between the teeth; Shall it be war,
Puss; the Dictator stands
astride, hands thrust in coat
pockets, blazer-wise; cats
can’t play Saint’s
advocate; peace a word like grit;
a tiny bone in the throat.


DECISIONE
Arrivò facendo le fusa al
Dittatore; gatto nero dagli occhi
gialli, infiniti batteri
tra i denti; Sarà la guerra,
Micio; Il Dittatore sta in piedi
a gambe aperte, le mani in fondo alle tasche
del cappotto, sprezzante; i gatti
non possono fare l’avvocato
del Diavolo; pace, una parola come arenaria;
un osso minuscolo in gola.


DESTRUCTION OF PARADISE

1 There Was No Shortage Of Fuel
Adam drops to one knee,
feeling the impression of tank
tracks in the earth; the braille
of the species; the rush of grass
and flowers had not obliterated
them in the growing season;
at a pass in the hills Guderian
waits with an armoured division;
we have been here before, he
writes, and will be again; the engines
charged to the squeaking of metal
as the tanks advance; white-
tailed deer kicking away
through shadow and sunlight under
the trees, as the man comes on.


2 Moving On
Smoke cleared and General
Guderian found them in
huts of asbestos and plaster-
board, lean-to’s erected
against the breached, ruined wall;
Paradwys? he asked in their
language;
an old man
chopping lignum vitae for fuel
looked up; built by the angels,
he replied, but the angels
are gone;
here, on the banks of
Aleph, where the tanks are parked,
where engineers assemble
bridges for the advance? the
general pointed with his baton; Aleph
flowed silently, grey as quicksilver from gold mines in the
hills; the man shrugged, added
sticks of lignum to the fire under
the belly of the pot.


3 Earth Air Fire Water
What was the first river to
tumble from Eden; some say Aleph,
some Tigris, rushing small
fish out into the world to be
stalked by ibis and heron
with beak traps;
later
General Guderian lent a hand
with a panzer division, shattering
the walls, the great
trees; parrots screamed up
in a broken rainbow of wings, snakes
too found that fleeing was best;
some say Adam’s footprints
have been unearthed, skirting a
volcano; to discover
where he was heading, you’d
have to excavate the World.


4 He Had Many Things On His Mind
Guderian looked out of the Condor’s window at Berlin
where people pushed handcarts loaded with belongings;
the shadow of the plane’s wings rippled across the façades
that would some day be rebuilt
but not by Guderian and Son,
great buildings re-emerging out of sandstone;
the pilot turned and pointed ‘down’;
there was the aerodrome and, beyond, the quiet puffs of explosions;
Paradwys, he remembered, he had driven there once
where the ruins were covered with moss;
the sun glittered in his eyes as the Condor banked;
‘Four billion years more of shining,’ he said to his adjutant,
who smiled and didn’t understand.


DISTRUZIONE DEL PARADISO

1 Non fu carenza di combustibile
Adamo si lasciò andare su un ginocchio,
avvertendo tracce di carro
armato sulla terra; il braille
delle specie; la ressa d’erba
e fiori non le aveva cancellate
nel rigoglio della stagione;
a un valico delle colline Guderian
attende con una divisione corazzata;
qui siamo già stati, scrive
e ci torneremo; i motori
su di giri fanno stridere il metallo
mentre il carro armato avanza; code
bianche di cervi in fuga scalciando
tra ombra e sole sotto
gli alberi, all’arrivo dell’uomo.


2 Avanzando
Il fumo si dissolse e il Generale
Guderian li trovò in
baracche di amianto e assi
di gesso, dépendance ritte
contro la parete squarciata, crollata;
Paraduiso? chiese nella loro
lingua;
un vecchio
che spaccava guaiaco da bruciare
alzò gli occhi; costruite dagli angeli,
rispose, ma gli angeli
se ne sono andati;
qui, sulle sponde del fiume
Aleph, dove sono parcheggiati i carri armati,
dove gli ingegneri assemblano
ponti per l’avanzata? il
generale indicò con il bastone; Aleph
scorreva in silenzio, grigio
come il mercurio delle miniere d’oro nelle
colline; l’uomo fece spallucce, aggiunse
stecche di guaiaco nel fuoco sotto
il ventre della pentola.



3 Terra aria fuoco acqua
Quale fu il primo fiume a
precipitare dall’Eden; alcuni dicono Aleph,
alcuni Tigris, trascinando fuori piccolo
pesce nel mondo per essere
insidiato da ibis e airone
con becchi trappola;
in seguito
il Generale Guderian prestò manforte
con una divisione di panzer, fracassando
le pareti, i grandi
alberi; pappagalli si librarono strillando
in un arcobaleno d’ali spezzato, anche i serpenti
considerarono la fuga come
la migliore soluzione;
alcuni dicono che vennero portate in luce
le impronte di Adamo, costeggiavano un
vulcano; per scoprire
dove stesse andando, dovreste
trivellare il Mondo.


4 Aveva molte cose in mente
Guderian guardò fuori dalla finestra del Condor a Berlino
dove la gente spingeva carretti carichi dei propri beni;
ombre d’ali di aeroplano ondeggiavano sulle facciate
che un giorno avrebbero ricostruito
ma non Guderian e Figlio,
grandi edifici riemergevano dall’arenaria;
il pilota virò e puntò ‘giù’;
c’era l’aerodromo e, più oltre, gli sbuffi calmi delle esplosioni;
Paraduiso, ricordò, un tempo aveva fatto rotta là
dove il muschio copriva le rovine;
il sole gli scintillò negli occhi quando il Condor s’inclinò in virata;
“Quattro bilioni di anni ancora di splendore” disse al suo assistente,
che sorrise e non capì.



BRUTAL

And there he was again
in the sands of materialization,
brought forth
not by the mother-goddess
with the hawk’s head
to feed him prey,
but in a desert hut
where women knew the rules,
or a Texas mansion
where the father looked in
between signing executions;
there he is,
and the war machines
greater than the sun
to the front-line trenchman
watching the sand trickle,
the clouds of smoke,
the tanks advancing like a universal hearse.


BRUTALE

Ed eccolo di nuovo là
nelle sabbie della materializzazione,
trascinato
non dalla madre dea
con la testa di falco
per usarlo da esca,
ma in una capanna deserta
dove le donne sapevano le regole,
o in un palazzo in Texas
dove il padre guardava nel
mezzo decretando esecuzioni;
eccolo là,
e le macchine da guerra
grandi più del sole
allo scavatore della prima linea
che guarda la sabbia stillare,
le nuvole di fumo,
i panzer avanzare come un carro funebre universale.



THE COMING WAR

Who was the ghost
whistling on the parapet
as the goatherd passed by; the sky
was a blind of blue as always
drawn across the stars;
Allah must be a good book-keeper,
with so many heroes
there could be a short-fall of
houris in the twenty-first century;
unthinkable, but the advancing tanks
are a visor against the prayers
of the just
that patter like knuckledusters
on steel; nobody’s
impatient any more;
Death puts on the cloak
of the inevitable and
trudges out.



LA GUERRA IMMINENTE

Chi era il fantasma
che fischiava sul parapetto
quando il capraio passò; il cielo
era una tapparella di blu come sempre
tirata sulle stelle;
Allah deve essere un buon contabile,
con così tanti eroi
potrebbe esserci penuria di
donne affascinanti nel ventunesimo secolo;
impensabile, ma i panzer in avanzata
sono uno scudo contro le preghiere
del giusto
quel tic toc di tirapugni
sull’acciaio; nessuno è
più impaziente ormai;
la Morte indossa il mantello
dell’inevitabile e
si trascina fuori.




Da JOHN BARNIE, Tumulto in cielo. Traduzione di Chiara De Luca (Kolibris, Bologna 2009)
http://kolibris.wordpress.com/2009/10/02/john-barnie-tumulto-in-cielo/

giovedì 10 dicembre 2009

SUBHANKAR DAS

Foto di Gabriel Tibaldi ©








PLEASURE




Who wants to recover

As if to get back to the normal state

The sharpness of the smoke that burns the eyes will abate

Will the heart call all the birds and talk

Deliver a great speech about the usefulness of a heavy wing

All the muscles of the leg will one day know

all the artistry of a failed flight

As the white of the teeth becomes familiar with the

free and easy parched-peas like this

Ages passed on account of prestige and

position or weight and importance just like a dog

As the fear and the whiteleciousness pry at every step they

cannot get familiar

or knowing everything to enjoy defeat they munch on time

This very pleasure he also knew halogen lights lie like the moonlight

The accounts of the day are drying up

and we have decorated all sides with wings



Subhankar Das ©







PIACERE





Chi vuole guarire
Come a tornare allo stato normale
L’asprezza del fumo che brucia gli occhi si calmerà
Richiamerà il cuore tutti gli uccelli a parlare
Consegnando un grande discorso sull’inutilità di un’ala greve
Tutti i muscoli della gamba un giorno sapranno
della maestria di un volo fallito
Come il divenire intimo del bianco dei denti
con questi piselli riarsi
Gli anni passati per merito o prestigio
posizione o peso e importanza alla stregua di un cane
Mentre il timore e il delizioso biancore indiscreti ad ogni passo
non possono diventare intimi
o conoscere ogni cosa per godere della sconfitta rosicata sul tempo
Questo grande piacere conosceva anch’egli
Luci alogene mentono come il chiaro di luna
I conteggi del giorno si stanno a seccare
e noi ne abbiamo decorato ogni lato
con ali



Traduzione di Federica Nightingale

Testo originale scritto in Bangla




Biografia:



Subhankar Das è poeta e scrittore indiano. E' editor del blog

martedì 10 novembre 2009

SYLVIA PLATH

Waterhouse - Ophelia



I'M VERTICAL



I’m vertical
But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them--
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.








SONO VERTICALE



Sono verticale
Ma vorrei piuttosto essere orizzontale.
Non sono un albero con le radici nella terra
A succhiare minerali e amore materno
Così che ogni Marzo che viene io possa luccicare in una foglia,
e nemmeno sono la bellezza di un’aiuola del giardino
ad attrarre la meraviglia d’essere dipinta in modo spettacolare,
inconsapevole che dovrò presto perdere i petali.

Paragonato a me, un albero è immortale
E la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e io è la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra che voglio

Stanotte, nell’infinitesimale luce delle stelle,
gli alberi e i fiori hanno sparso il loro fresco profumo.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro pare accorgersene.
Talvolta penso che mentre dormo
forse rassomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Mi riesce più naturale stare sdraiata.
Così il cielo ed io siamo in conversazione aperta,
e sarò utile quando rimarrò stesa per sempre:
allora forse gli alberi mi toccheranno per una volta,
e i fiori avranno tempo per me.



Sylvia Plath ©


Traduzione di Federica Nightingale ©

mercoledì 15 luglio 2009

ALEXANDRA PETROVA



Dipinto di Jane Corsellis






Persona cara, non conosco la tua lingua.

Una mela cade oltre le nuvole.Aspettiamo la pioggia.

Ormai per l’ennesima notte ci accompagniamo l’un l’altro.

Non ci amiamo fino a morirne, ma fino

al lavaggio delle strade,

fino al sole rivolto di profilo verso il Sud.
C’è sempre più spazio tra queste pareti; ecco che di nuovo

l’ultimo ripiano della libreria oggi si è reso trasparente,

ma il nostro legame è tanto oscuro e infido quanto

l’ortografia dello jat*;

tu hai detto una parola, io non l’ho capita, anche se

probabilmente è quella giusta.
Le tende sono strappate, le porte spalancate, una mano

è trattenuta appena nella stretta – macché…

Anche tu sei farina degli eventi, che di colpo si è sollevata;

una corrente, e nessuno che ci metta una toppa.

*jat: lettera dell’antico alfabeto slavo ecclesiastico

Da “POESIA”(dicembre 2002)


*




Ai non addetti




Andarsene da sé, nel deserto postprandiale di luglio, in giro per una città del sud, calpestando foglie e fiori sfioriti fruscianti, pennacchi marroni caduti, stami e pistilli usati. Il ricordo di un'unione trascorsa, che va in polvere. Molli gondoni accanto alle macchine, in un parcheggio abbandonato.Scivolare via da sé, in giro per le strade notturne dell’urbe, in un’estate appena cominciata e già soffocante, lungo i tunnel creati dai pini, nel verde nero delle nuvole
inchiodate sul cobalto del cielo. Estraniarsi lentamente da sé, come da qualcosa di avvenuto e definito; da sé, dalcentro, trasferendosi al confine.

La città alle quattro di mattina. Un negro impallidito. Dall’oscurità, lungo la brusca virata di un’automobile, sotto la luce abbagliante dei lampioni, gambe nude e muscolose in bilico sui tacchi.Travestiti sorridenti, colti di sorpresa, a piccoli branchi spediscono baci nell’aria.
Quando non ami nessuno, sembra strano che tu possa aver amato qualcuno prima. Non ti ricordi più com’è stato, anche se è successo poco tempo fa. L’amore gira attorno a quello stesso centro con cui ti fondi; dopo, ti ritrovi nel mondo come in una località sconosciuta, in una periferia invasa dall’erba.

Uno di loro giace sulla schiena nella via sorda, cerca invano di aggrapparsi al corpo della macchina, si rialza a fatica dall’asfalto. Sotto la luce dei fari un volto tutto insanguinato, capelli lunghi, seno superbo, tra le gambe glabre e scomposte il membro, color mattone. Un povero centauro, che tenta di compensare l’assenza di una chiarezza centripeta con la sua tragica audacia, che è la parodia di qualunque chiarezza. Dio sa che noi fabbrichiamo noi stessi in
una periferia inaccessibile all’occhio e che solo i lebbrosi e gli spavaldi sanno ammetterlo. Benché il mondo sia andato in frantumi da tempo, benché tutti sappiano tutto da tempo, tuttora in alcune città del sud ti chiedono se hai il fidanzato e se nel corso di qualche festa conversi a lungo con qualcuno che non è lui, cominciano tutti a sentirsi in imbarazzo, lo stesso “fidanzato” torna a casa sconcertato e la gente del posto ti guarda con un malcelato sorriso.

La mia città del sud, dove sono capitata qualche anno fa, possedeva una lunga storia. Già dal nome però appariva lampante la sua incongruenza con se stessa. Che rapporto aveva con quel glorioso passato? Col centro del mondo — concetto elaborato da lei stessa per la prima volta, trasformando l’universo abitato in provincia e irradiandosi in tutte le direzioni ?
Una volta era piena di giardini e di orti e anche adesso, ogni tanto, ricorda la campagna. Solo in tempi assai recenti il sindaco ha vietato di tenervi animali da cortile e uccelli, nonostante, come un tempo, raccogliessero la messe degli alberi da frutto e talvolta, alle quattro del mattino, un forsennato gallo di contrabbando emettesse il suo chicchirichì.
Il popolo che l’abitava tendeva al meticciato. La sua lingua era rozza e oscura. I suoi costumi, in gran parte, selvaggi. Il suo carattere, all’apparenza bonario, si rivelava sospettoso e chiuso.

Conquistarsi la sua fiducia pareva difficile, se non addirittura impossibile, soprattutto se non possedevi quell’arte della raccomandazione, dell’appartenenza e dell’entratura qui virtuosisticamente coltivata. Questo popolo era dotato di funzioni sessuali e digerenti assai sviluppate, soprattutto quest’ultimo aspetto era accompagnato da autentico entusiasmo e aveva un significato pressoché pannazionale.
Il primo invece era condizionato da secoli di cattolica ipocrisia. Qui la vita extrafamiliare era fondata sulla gerarchia sociale, su una lotta segreta condotta attraverso una sottile malevolenza, mai espressa direttamente, a dire il vero.

Sarebbe stato impossibile stupire i Mani con checchessia; anche se all’improvviso il Papa si fosse convertito alla religione musulmana, oppure se due elefanti, l’uno in groppa all’altro, fossero passati in volo sulla città, loro avrebbero sentenziato: già visto. I loro concetti di buon gusto, cattivo gusto, irriconoscenza, infantilismo sociale coincidevano stranamente con i nostri concetti di falsità, insincerità, ruffianeria, tradimento. I Mani sono dei finissimi psicologi, quasi a livello animale, sensuale; perciò i Rani, con la loro impetuosa semplicità, ci cascano e si lasciano abbindolare più facilmente degli altri.

Non esistono caratteri più opposti di quelli dei Rani e dei Mani. Tra loro non ci sono quasi punti di contatto (a parte i luoghi comuni e, lo ammetto, il sistema burocratico complicatissimo). Il significato della famiglia in questa città è inviolabile. Ogni anno, il ventiquattro di dicembre, loro si riuniscono e stanno a tavola fino al mattino, una portata dietro l’altra, ciascuno nella sua sconfinata famiglia, teneri coniugi traditori, nonne, bisnonne e perfino bisnonni, perché, a
differenza dei Rani, i Mani sono vitali e imperituri. In generale, la mia prima impressione fu che, nonostante i principî rivoluzionari del passato, si trattasse di una società inerte e soffocante, intenta a rincorrere la propria coda. Però, per la sua bellezza e irripetibilità, questa città non teme rivali al mondo. E così, perdendomi di vista sempre più, ho finito per amare anche i Mani. Il mio sguardo rettilineo non prendeva in considerazione tortuosità e caverne; eppure proprio in esse, talvolta, nasce la vita. Il loro cinismo ha resecato i cocuzzoli della mia magniloquenza — buona, in fin dei conti, neanche a condire l’insalata.

Il tramonto si stava diffondendo nel cielo e, in effetti, solo la sovrabbondanza d’acqua della mia città natale doveva impedire alle lacrime di scendere. Perché proprio in quel momento vidi come una pioggia improvvisa, facendo straripare
le vasche delle fontane, scorresse dalle vele tese degli ombrelli. Mentre ero impegnata a asciugarmi le guance, arrivò il mio quarantesimo compleanno. Possibile che un giorno avessi potuto dubitare di un simile avvenimento?
Ovviamente, come tutti i bambini, Al si sentiva stabilmente al centro dell’universo. Un centro dove, fra l’altro, udiva più spesso la parola “pigrizia” che il verbo “stabilirsi”, ossia un posto dove tutti sono svogliati, pigri, prigionieri. Il centro che aveva trovato spazio in Al era tuttavia alquanto misterioso: un centro segreto. Pareva che tutti si fossero messi d’accordo appositamente per far finta di niente, per non rivelare dove si trovasse esattamente. La madre era distratta, come estranea; il padre, da una parte, era gonfio di vento (proprio dalla parte delle sue ali ricurve, appena abbozzate...), dall’altra colmo di un pathos edificante che richiedeva, di tanto in tanto, di essere applicato.

La nonna...Beh, meglio lasciar perdere. Ma, visto che ormai ci siamo, è evidente che la nonna era una strega. E sebbene la chiamassero teneramente nonnina (o, meglio, sebbene lei stessa avesse deciso che dovevano chiamarla così), questo nomignolo contribuiva soltanto a smascherare ancor più la sua carne forestiera che, talvolta, luceva di una lontana, palustre azzurrità. Un’azzurrità al neon. Così luceva anche Košej l’Immortale, che appariva in un cerchio roteante in fondo al corridoio, dalla camera dei bambini al gabinetto, di corsa, no, anzi, lentamente, ansimando in
silenzio, con pause che duravano milioni di anni. (La solitudine che Al provava nel corridoio è paragonabile solo al tunnel che le sarebbe toccato percorrere al momento della morte. Ma di questo, forse, parleremo in seguito). Con la nonnina invece era in corso una guerra di nervi ai massimi livelli. Ad esempio: non accettare da lei caramelle, peggio, sputare la carne della minestra (non masticata fino in fondo, perché filamentosa) nel gabinetto, attendere nascosta
sotto il tavolo la sua apparizione e agitare su di lei la falda grigia di una bacchetta, nella quale abitava uno spirito. A questo spirito sovraintendeva la sorella, che spingeva Al a forza nella stanza buia e evocava lo spirito, agitando bruscamente la bacchetta. Ma una volta la bacchetta (dimenticata dalla sorella) come il bastone di Aronne, fu portata fuori dal suo angolo per scacciare, in un sacro soffio, il male dalla nonna, che si era appostata. Bisognava agitare su di
lei la bacchetta animata dallo spirito, spezzare i suoi incantesimi e salvare mamma e papà. Accadde proprio nella sua stanza. Ella si contrasse e cominciò a sibilare, ora avanzando, ora retrocedendo... ma l’accordo era di tacere e di non raccontare di questo a nessuno, altrimenti tutti gli esorcismi sarebbero stati inutili. Guardarla soltanto, immobile, con occhi blu blu blu. Non sono stata io, l’ha fatto un’altra bambina, Olja.

Beh, allora puniremo Olja, dov’è dov’è questa Olja, carognetta — domandarono i miei genitori. Sì, da qualche parte esisteva quest’Olja insolente, con la schiena dritta e le gambe magre di ballerina. Si comportava male, ma riusciva sempre a sottrarsi alle punizioni. Tuttavia, il corso degli eventi instaurava qualche forma di rapporto tra Al e Olja.
Quando Olja giocava i suoi brutti tiri, anche a Al rimordeva la coscienza. Forse Olja esisteva in un mondo al di là dello specchio, dall’altra parte, sul ciglio di una strada che rasentava, sia pur incidentalmente, la sfera di Al, oppure da qualche altra parte ancora. Ma era chiaro che se Olja esisteva, Al non era più soltanto Al, ma era anche Olja, seppur con i difetti causati da una fiacca tensione esistenziale. Il fatto che il centro nel quale si trovava Al a volte potesse rispecchiarsi, cambiava molte cose. Se una parte qualsiasi di Al (sia pure un riflesso) si trovava all’esterno, ne
conseguiva che Al non era più il centro. Le cose non erano uguali a se stesse. Ovviamente, non nello stesso senso di quando lei e la sorellina vestivano il gatto Dymša con gli abiti della bambola Katjuša; con la cuffietta, tutto baffuto, lui s’infuriava, ma poi veniva domato.

Nel caso del gatto Katjuša, tutto sommato era evidente che si trattava di una mascherata; Olja invece rimaneva sempre Olja, come una grandezza costante. Il centro che dà un’occhiata alla periferia cessa di essere centro, viene contaminato dall’ambiente circostante, come un fiore. Tuttavia, senza di lei esso è impensabile. Così, rifluendo l’uno nell’altra, essi si scambiano la loro massa, come una stella gigante con una nana. Nel mondo delle banali opposizioni binarie, volente o nolente, finisci col pensare al centro. Per il nostro piatto modo di pensare, la cosa più semplice ovviamente era immaginare questo centro inesistente come la metà del segmento tra due punti. Ma il segmento è un raggio e il centro il suo semiraggio. La periferia tende al centro, la forza di quest’attrazione la rende così incandescente che il calore l’aiuta a spostarsi verso il centro, inondandolo come lava. La periferia è l’ultimo margine, un precipizio, sabbie mobili.
Solo nel punto più estremo e desolato, sull’orlo dell’abisso, può nascere un nuovo, autentico centro. Nel caso delle città è possibile, ovviamente, una traslazione a latere della posizione geografica, ma nulla più. Mosca, tutto sommato, è la terza Roma, provincia di Bisanzio che, a sua volta, è provincia di Roma, provincia della civiltà etrusca.

Con la nonna invece tutto accadde così. Lei si lamentò che Al avesse agitato la bacchetta su di lei; lei (la nonna) era a malapena riuscita a schivare il colpo! La nipotina aveva alzato la mano sulla sua vecchia nonna — dichiarò la nonninanonnetta. La nipotina terribile si era rivoltata contro la sua nonnarella. Ecco che cosa le insegnavano! I genitori si consultarono brevemente e iniziarono a dare la caccia a Olja. La cercarono. Non troppo a lungo. E, come al solito, non la trovarono da nessuna parte. E poi successe una cosa terribile. La mamma si sdraiò sull’ottomana, il papà prese Al per il braccio e la mise col volto alla parete. Alle spalle di Al qualcosa scricchiolò, poi tintinnò e poi arrivò come una specie di dolore. Ossia, avrebbe dovuto essere dolore, ma Al non lo sentiva. Al, cioè io, ormai, si voltò indietro, verso la mamma che guardava dalla sua loggia la platea della stanza. La mamma contemplava tranquillamente come la cinghia danzantesollevasse folate di vento e come i nastri azzurri da lei legati ancora ieri fluttuassero dalle treccine arruffate.C’era
naturalmente qualcosa di ignominoso in quello stare in piedi col volto rivolto al muro. Il centro che si trovava in Al, cioè in me, come una luce disinnescata, si rattrappì per un istante. Sulla carta da parati crescevano fiorellini gialli e azzurri.

Io entrai in questo campo in fiore e ricordai come una volta mi avessero dato una mela. Stavo seduta su un cassettone di legno rosso in una stanza enorme, loro mi diedero una mela perché non piangessi, perché quando gli adulti gridavano o si picchiavano dopo volevano tranquilizzarmi. Mi vestivano come un orsetto e io avevo sempre caldo, forse per questo adesso ho sempre freddo.
Stavo seduta impellicciata molto in alto o, almeno, così mi pareva allora. La mela era così grande, pesante e sfericamente perfetta che mi si mozzò il fiato. Avevo capito che lo spazio è poroso, che è pieno di porte e di tasche.
Ora, finalmente, la sparizione di alcune cose si spiegava. A volte, una palla, una perlina, una parola rotolava via e non tornava mai più. Adesso, camminando nel campo in fiore, pensai che anche le persone non possono essere perenni.

“Quando muori, io sputerò sulla tua tomba e ci ballerò sopra”, disse una volta la nonnina a mia mamma. Immaginai una nonna nana danzante, che ballava sfrenata sul umido dentro cui mia madre giaceva, senza poter uscire di lì. La mamma diceva che la nonna, in realtà, era sua mamma. Mi dispiaceva che le fosse andata così male. La mia mamma era molto meglio: almeno era bella, non aveva il volto così allungato come NanoNaso e non mi voleva seppellire nella terra e saltarci sopra, perché non ne potessi uscire. Alla sola idea iniziai a soffocare. Presi a inghiottire l’aria. Il campo in fiore cominciò a ondeggiare e io caddi di piatto.

Ogni domenica io e mio padre andiamo a fare una passeggiata. Al in compagnia di un uomo lunghiiiiissimo va a fare una passeggiata. Di solito, passano sotto l’arco con l’enorme orologio. Passare oltre quell’orologio è piuttosto imbarazzante, perché esso sembra sapere (o controllare) qualcosa, e quando Al percorre quel tratto, di solito, china la testa. Poi escono sulla piazza
enorme, al centro della quale si eleva una colonna rosabordeaux. Ovviamente, si tratta della colonna più alta del mondo e, come tutto ciò che è grande, mette i brividi, soprattutto quando s’ingigantisce e s’incurva, mano a mano che tu t’avvicini, cosicché a volte tocca girarsi, per non correre pericoli. Sul suo piedistallo hanno luogo i giochi di Al. Girare intorno alla colonna molte volte in un senso e poi nell’altro, correre intorno alla colonna in un senso e poi nell’altro,
camminare senza calpestare le crepe nell’asfalto, camminare, mettendo il piede ogni due crepe, stare seduta sul piedistallo. Dall’angolo a sud, dall’angolo a nord, dall’angolo a est, dall’angolo a ovest. Dal primo si vede una casa a quattro piani con piccole finestrelle in basso e, dietro di lei, il fiume, la Mojka. Dal secondo un’altra casa grandegrande e un passaggio che non porta da nessuna parte, dal terzo (da dove abitualmente spira il vento) si vede un giardino sconfinato e un palazzo color rossomarrone che chiamano semplicemente d’Inverno, perché là si trova il giardino pubblico invernale dove Al, d’inverno, passeggia di solito con i bambini dell’asilo. E appena un po' più in là scorre la Neva. Dal quarto angolo si vede una casa gialla semicircolare con un doppio arco gigante. Sull’arco ci sono dei cavalli al galoppo, sei folli cavalli; ai lati dei forzuti con delle lance e al centro un omino alato su un cocchio. Se si passa sotto l’arco, la casa sembra vicina. Di solito accanto al palazzo d’Inverno, in autunno e in primavera, ci sono delle impalcature di ferro con le quali costruiscono a lungo una tribuna che arriva all’ultimo piano del palazzo. Sulla piazza marciano in su e in giù soldati e la voce al megafono grida:

“Asssinistra!” “Adddestra!” Poi, dopo un po', sulla tribuna che hanno costruito, coperta di rossa, si arrampicano dei vecchietti e tutta la piazza si riempie di persone che sfilano a passo di marcia (come Al durante le lezioni di ballo all’asilo) e gridano “Urrà”, in risposta alla voce metallica e assordante degli vecchietti asserragliati lassù. La voce grida:
“Viva l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche” e altre cose ancora, che cominciano sempre con “Viva”. I grassi vecchietti agitano la mano dall’alto, la gente trascina in spalla bandiere e manifesti e si gonfia tutta orgogliosa, passando oltre i vecchietti. A parte i ritratti di questi vecchietti, sulla piazza sono esposti dappertutto quelli di un altro tizio ancora. I ritratti di un uomogigante. Quando passi sotto di lui, in spalla a papà, sembra che ti voglia schiacciare con la suola sollevata della scarpa. Di solito sbuca fuori in berretto grigio, con la barba e un nastrino rosso sul petto.
Spesso la gente porta anche lui sui suoi manifesti. Qualcuno mi ha detto che è il mio nonno, sento di essere cattiva, ma non mi piace e quando arriva sulla mia piazza, ho paura di lui.





Alexandra Petrova / trad.Valentina Parisi & Ph.Pogam
(Sud, rivista europea, 4/5 - 2005)


Biografia:


Alexandra Petrova nasce a Leningrado nel 1964. Ha vissuto a lungo in Israele e risiede in Italia dal 1999. Oltre a varie collaborazioni con riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1994 la raccolta poetica “Linia Otriva”(Punto di distacco)e nel 2000 il libro di prose e poesie “Vib na dijitelstvo”(Vedute sull’esistenza). Nel 2003 pubblica l’operetta filosofica “I pastori di Dolly”. La sua ultima raccolta di poesie “Altri fuochi”, è stata pubblicata da Crocetti nel 2005.
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