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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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martedì 16 novembre 2010

JANE MCKIE, Morocco Rococo - Poesia Scozzese Contemporanea








Collana Guillemot -Poesia scozzese contemporanea
JANE MCKIE, Morocco Rococo
Presentazione e traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-36-5
pp. 114, € 12,00


“I disadattati non possono scrivere poesie all’interno, / non possono sedere tranquilli / su divani beige floreali, con le ginocchia unite.” Forse è per questo che la poetessa si muove inquieta, cambiando d’abito a ogni angolo, si getta fuori in ogni direzione, felicemente disadattata, si (ri)adatta alla forma delle cose o più spesso piega le cose ad assumere la forma dell’umano, per arare “l’anima come pane in cerca di nutrimento”, per cercare cioè nella sostanza del discorso, corpo del pane, l’origine del seme della parola gettata nel solco dell’ascolto. Come un granchio, “così goffa, così terribilmente maldestra”, la McKie si strappa di dosso i begli abiti sgargianti di Venere, spogliando il corpo della lingua, per indossare gli stracci vissuti di Atena “principessa nubile in armatura” (d’immagini e parole), costantemente in lotta contro l’immobilità, contro la forzata staticità di un linguaggio che indossiamo come un abito fuori misura. Noi seguiamo la poetessa in questa spoliazione, sotto il peso di immagini concretissime e taglienti. O che solo così sembrano, per poi crollarci invece addosso e svaporare, rivelando la sorridente astuzia della poesia che si fa vita, che appare improvvisa, per poi nascondersi dietro il primo superficiale velo del reale, sorretto dai pali del “cancello della fantasia”. Dove la visione indossa altra pelle, si modella in altre forme, per ricomparire ancora agli occhi sorpresi del lettore, che ancora non ha terminato di decodificare il quadro precedente. “Donna campana”, donna coi pugni stretti che canta alto, affermando la sua presenza ben oltre il desiderio ormai sgozzato di un tardivo dono di salvezza, ferita dal sale, e da esso poi protetta e indurita, soffocata dalle onde e da esse poi levigata e restituita. Per unirsi al coro delle nuvole che “abbaiano sui monti dell’Atlante”, con il cuore vulcano e il vulcano fucina d’altra vita, altro fuoco, per chi vuole “cavalcare, non riposare”, per chi si disfa in atomi portati dal vento harmattan “in un gioco di quattro venti e sabbia”, di dissoluzione e ricomposizione in qualcosa di più lieve, all’apparenza, che si posa aereo sulle cose e ce le ripropone, trasfigurate, reinterpretate, moltiplicate nell’intersezione di piani del sogno. La poetessa è “arpia che beve con avidità / da orme di zoccoli colme d’acqua”, sugge cioè vita da ogni traccia di vita che si fa direzione, nuovo inizio per fuggire il terrore “l’ombra, / la marionetta, la furtiva bête noir.” Per fuggire cioè se stessi e ritrovarsi al di fuori in nuova possibilità, risorti nell’ovunque e nell’altrove.

Chiara De Luca


Montgomeryshire, Scale Six Inches to One Mile

Surveyed 3882-84

You could wrap yourself in a map like this one –
wrap yourself naked as if it were a cloak,
roll on the ground, revel in the caress
of stressed paper stained lurid green
by the crush of fresh grass. Your knee
could rest on a tumulus, your breast on
Llanwyddelan, your tummy on Tregynon,
your pubic bone on Aberhafesp. The rifle range
above Penarth Wood could make a fine collar,
and, when you shift your body’s contour
around the creases of the map, Bron-Hafod Dingle
above Gregynog could become the perfect omphalos.





Montgomeryshire, Scala 1 cm: 1 km

Sorvegliato 3882-84

Potresti avvolgerti in una mappa come questa –
avvolgerti nudo come fosse un cappotto,
rotolare sul terreno, crogiolarti nella carezza
di carta stropicciata striata di verde sgargiante
dal frantumarsi di verde fresco. Il tuo ginocchio
potrebbe posare su un tumulo, il tuo torace su
Llanwyddelan, la tua pancia su Tregynon,
il tuo osso pubico su Aberhafesp. Il poligono
sopra Penarth Wood potrebbe formare un collare sottile,
e, quando sposti il contorno del tuo corpo
attorno alle pieghe della mappa, Bron-Hafod Dingle sopra
Gregynog potrebbe diventare il perfetto omphalos.





The Bosham Bell

Ye bell of Bosham, ring for me
For as ye ring, I ring wi’ ye.

I am ringing.
Ringing despite the hard salt of the marsh,
breasts tarnished, belly full of brine.

A womanly bell, I sit beyond the low tide-line
with bunched fists, unwilling to be rescued.
My predicament

is centuries old.
I slipped from the boat of invading Danes
into the harbour race – too deep to dredge

so here I remain. My call is plaintive, you
answer in kind. The tedium of repetition
has rusted my tongue

and now each peal is softer than the last.
Diminished conversation might pain you.
I look forward to letting it go.





La campana di Bosham*

Tu campana di Bosham, suona per me
Perché se tu suoni, io suono con te.

Sto suonando.
Suonando nonostante il sale duro della palude,
coi seni macchiati, il ventre colmo di salamoia.

Donna campana, io siedo oltre la linea di bassa marea
coi pugni stretti, non voglio essere salvata.
Le mie sventure

sono vecchie di secoli.
Scivolai dalla nave dei danesi invasori
nella corrente del porto – troppo a fondo per ripescarmi

così resto qui. Il mio richiamo è lugubre, tu
rispondi gentile. La noia della ripetizione
mi ha arrugginito la lingua

e ogni rintocco è adesso più fioco dell’ultimo.
Un conversare menomato potrebbe dolerti.
Non vedo l’ora di lasciar perdere.

* Bosham: piccolo villaggio costiero nel Distretto di Chichester (Sussex Occidentale).





Inside the Bottle


My masts abrade the slickest skies.
They are tinder thin and crooked, as if
the prevailing wind was westerly.

Tiny gunwales are locked in place
by a hard carapace of varnish. My ribs
refract myopically through bottle glass.

I sailed here like Odysseus to Calypso.
Escape is futile when the strings of rigging
tangle to fashion a matchstick cork.

But who made me? That’s the trick:
to identify whose hand pulled taught
the connecting thread to elevate heaven.





Dentro la bottiglia


Le mie antenne abradono i più lisci dei cieli.
Sono fini come ami e storte, come se
il vento dominante soffiasse verso Ovest.

Minuscole falchette fissate
da un duro carapace di vernice. Le mie costole
rifrangono miopi attraverso il vetro della bottiglia.

Salpai qui come Odisseo verso Calipso.
La fuga è futile quando i fili del sartiame
si aggrovigliano nel sughero di un fiammifero.

Ma chi mi creò? : È questo il trucco:
identificare di chi fu la mano tesa che indicò
il filo di connessione per elevare il cielo.





Crabwise


I fear you won’t even
acknowledge me
when towards you I scuttle
crabwise: jointed limbs, knock-knees,
so gauche, so terribly unsubtle.

I am, after all, ungainly.
My ribs on the outside,
I am a candelabrum
that stabs when you grab it
to light your way to the bedroom.

If I wasn’t this thorny,
I would declare my love.
Instead, I muffle the click-clack
of knitting-needle thighs, turn
my moon-white scalloped back.

No soft goddess,
no sweep of Botticelli cloth,
no seductive undulating:
more Athena than Venus,
I’m a spinster princess in armour-plating.





Come un granchio


Temo che mai
mi riconoscerai
quando mi precipito verso di te
come un granchio: gambe strette, ginocchia unite,
così goffa, così terribilmente maldestra.

Sono, nel complesso, sgraziata.
Ho costole sporgenti,
sono un candelabro
che taglia quando lo afferri
per far luce fino alla stanza da letto.

Se non fossi così spinosa,
ti dichiarerei il mio amore.
Invece, smorzo il click-clack
dei ferri da lana delle cosce, giro
la schiena smerlata bianco luna.

Non una tenera dea,
non uno strascico botticelliano
né una seducente ondulazione:
più Atena che Venere,
sono una principessa nubile in armatura.





Gazebo


The frame of your gazebo creaks
like debilitated cartilage.

I peer in, my face pressed beside
overgrown foliage up against a pane.

Peek-a-boo.

You are absent from your Wendy-house
of whispering dead wood today.

I still see your silhouette, cardboard-
cut-out marionette, dressed in black

granny boots.

The shape of you is a permanent hole
in the world, preserved like a book mark

in your place, on your favourite page.
Of course I will come tomorrow to play

hide-and-seek

and the next day and the next day.
Here I am, poking through floorboards,

a skinny winter grass. Here I am,
counting forwards, hands over eyes,
pretending not to look.





Gazebo


La cornice del tuo gazebo scricchiola
come una cartilagine decrepita.

Sbircio dentro, il mio viso preme accanto
al fogliame cresciuto alto contro un vetro.

Bubu Settetè.

Oggi sei assente dalla tua casetta
dei giochi in legno morto sussurrante.

Vedo ancora la tua figura, marionetta
in cartone ritagliato, che indossa neri

stivali allacciati.

La tua forma è una fossa che permane
nel mondo, preservata come un segnalibro

al tuo posto, sulla tua pagina preferita.
Ovviamente domani verrò a giocare

a nascondino

e il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Eccomi, spunto tra le assi del pavimento,

erba invernale scarnita. Eccomi,
continuo a contare, con le mani sugli occhi,
fingendo di non vedere.





Box Hedge


There is a shadow behind the hedge,
I can’t empty my mind of it.
It moves when I move –
sometimes in the shape of a high-stepping chicken,
sometimes a fly and barbarous fox.
Part of me wants to cannibalise it,
eat whatever is secreted there
witnessing my hesitation.
I decide that I hate it, then quickly relent,
all puff gone. The timorous leaves
rattle their assent: Who is the shadow,
the puppet, the skulking bête noir?

You are.





Siepe di bosso


C’è un’ombra dietro la siepe,
non posso liberarmene la mente.
Quando mi muovo si muove –
talvolta in forma di pollo balza in alto,
talvolta è una mosca e una volpe barbara.
Una parte di me vuole cannibalizzarla,
mangiare qualsiasi cosa vi sia custodita
a testimoniare la mia esitazione.
Decido che la odio, poi subito mi placo,
si dissolve. Le foglie timorose
acconsentono tremule: Chi è l’ombra,
la marionetta, la furtiva bête noir?

Sei tu.

venerdì 29 ottobre 2010

TOLSTOJ INNAMORATO









E' in preparazione, per i tipi delle Edizioni Kolibris, un libro che si preannuncia decisamente gustoso e interessante. Di Ray Givans, questo libro credo sarà una chicca da tenere d'occhio; nel frattempo vi propongo un assaggio. Grazie a Chiara De Luca per queste prime battute in anteprima.

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Tolstoj innamorato


Il cordone ombelicale di una quercia mi prende al laccio lo stivale,
serpeggia nel sottobosco tra fogliame in decomposizione
e licheni. Sotto la tettoia scricchiolante, il mio pastrano
(che strascica trentaquattro anni di ricordi)
mi ritrascina alle mie prime grida di neonato a Polyana.
Più avanti, sul ciglio della foresta di Zaseka,
la luce del sole s’insinua attraverso le chiome diradate,
giocando in nastri sulla spalla nuda di Sofja Andrejevna.
Lei indossa un abito bianco con la semplicità e la purezza
del giovane torrente che le dilava i piedi.
Palivanov si avvicina, in uniforme da cadetto,
i bottoni militari scintillano di steli di luce.
Ti spazza via in un walzer, tanto fluido e lieve
che potresti danzare sule schiene dei campi di granturco oscillante.
E io devo guardare, poggiare la testa contro le sopracciglia aggrottate
della quercia, protestare che sono troppo vecchio per danzare.
In una polla fangosa specchio la mia sagoma, la mia bruttezza.
Sono quel Principe Dublitzskj del tuo romanzo.

Eppure, un angelo sulla mia spalla combatte coi miei demoni
mi spinge in avanti nella luce del sole. Luce
“Sonja” come seme trasportato dal calice di un dente di leone
vola verso di me. Le tengo le mani. Il suo corpo,
aromatico, decanta cannella e pomander.
Trema come un uccello ferito, arrossisce come le avessero
messo il fard sulle guance. È troppo sperare
di essere resi belli dall’amore di una giovane donna?



Sonja Tolstoj


Sopra la fiamma gialla della candela guardavo
in angolo le pagine del mio scritto ritrarsi in onde
nere e marroni, finchè non potei più tenere i fogli
in mano. Li lanciai nel camino,
ipnotizzato dal pallore del fumo che saliva…

Al fresco della sera nel giardino della cucina
di Yasnaja Poljana, Lev Nikolaevich
mi lascia cogliere le fragole che vanno maturando;
succhi rossi mi striano le labbra e le dita.
La sua mano di lavoratore mi struscia contro l’abito.
Una vanessa, irrequieta, frulla al di sopra
di un mare pungente di timo e di menta.
Tocco un bottone d’ottone sul suo pastrano
da soldato, avverto il calore contraddittorio
e l’acciaio dei suoi occhi grigi mi assale.

E sono in fondo alla discesa di un covone di fieno
al sicuro nelle mani dello scrittore. Sto ridacchiando
e lui mi fa vorticare nell’aria;
inamorato della sua profonda voce vibrante.
Sul margine di rigogliosi campi di grano,
capelli si tendono nel vento; la mia giumenta, Belogubka,
galoppa all’unisono con il cavallo bianco del conte.
Quando entriamo nel crepuscolo della foresta di Zaseka
zoccoli schiantano rametti di betulla e sento
mia madre chiamare, “Sonja, entra a ripararti,
entra che è ora di dormire.”

Caccio un attizzatoio
Infilzo con un attizzatoio il cuore in fiamme
di carta carbonizzata; i petali di seta del margine
fumano; volteggianoin nubi di particelle. Perché,
perchè, mostrai al mio amato soldato-scrittore
questo romanzo novizio? Sperando il suo amore
si stesse facendo più profondo
come il lento gocciare d’acqua
raccolto nel barile sotto la grondaia a Poljana?

L’amore è un giardino d’erbe amare e lenitive.




La gelosia di Sonja Tolstoj


Scendendo questa mattina ho trovato la porta
spalancata. Odore fetido d’acqua sporca
e flusso d’aria fredda si mescolano sulla nostra soglia.
Quella donna, come china in preghiera,
lavorava, lenta, in senso orario, con la spazzola ansante.
Ci fermammo. Riconoscemmo moglie e amante.
Lei si piegò sulle anche robuste, arretrò,
tenendomi sotto il tiro di quegli occhi provocanti...

In un capanno desolato il suo fantasma mi filtra
sottopelle. Rabbrividisco al pensiero di vederla
ancora una volta; di guardare, di nuovo
nei grigi occhi del figlio bastardo di mio marito.
Una pagina di diario si apre: “Mai così tanto
innamorato... Contadini chini, covoni intrecciati
di fieno. Il sole si concentra su un letto di foglie
d’acero e noce. Lev strappa la camicetta
come un maiale che rufola tartufi, libera
dalle catene i seni della ssua duttile serva...
“Sonja!”
Fuori, i piedi di Zia Toinette falciano
alte erbe. Lascerò questa tana
al tramonto. Siederò alla tavola di fronte a Lev.
Il samovar fischierà e gorgoglierà tra noi.



Sonja Tolstoj piange per il figlio


Forse fu il brusio di formule del prete
ad attirarmi là. Oppure, forse, la finestra in vetro
colorato che rifrangeva la luce dal volto emaciato
di quell’Unico agonizzante. Eppure, bramo
la preghiera,visito umide stazioni di confessione,
bevo sottile ostia sciolta, snocciolo
il credo, senza conforto, consolazione ...

In volo afferro le ali di Aljosha,
scivolo sul cimitero di Nikolskoje
esposto allo scalpello del vento del nord.
Un cane solitario ulula quando raspo
la porta delle terre, chiusa su Vanichka ...

Inalo un pizzico di cera e incenso
che mi calma, dolce fragranza floreale.
Luce di candela inonda il volto di mio figlio.
Calore del suo fiato duole nelle praterie
delle veglie del giorno e della notte, verso la cessazione...

Pioggia cade dalle nubi umide di Mosca,
penetra fino alle radici dei miei capelli legati stretti.
Vanichka si alza, mi culla alla base
delle sue ali d’angelo, verso una frattura dell’orizzonte su Kiev.
Raggi di luce formano uno spettro
di colore. Il tocco delicato e il peso delle dita
di pianista di Tanejev scacciano
il cane nero che mugola alla luna velata.

martedì 28 settembre 2010

JOHN BARNIE - LA FORESTA SOTTO IL MARE








Collana Goldfinch - poesia gallese contemporanea
JOHN BARNIE, La foresta sotto il mare
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-34-1
pp. 126, € 12,00
http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=45






Artista camaleontico, con uno spiccato interesse per la fotografia e le arti visive, John Barnie è poeta, narratore, saggista e ha suonato la chitarra in numerose band di blues & poetry. Kolibris ha già pubblicato la sua raccolta poetica Tumulto in cielo, il romanzo in versi Ghiaccio, e sta preparando la pubblicazione dell’antologia di poesie scelte Gigli di mare. E presenta ora La sua più recente raccolta La foresta sotto il mare. Già soltanto i titoli di queste opere sintetizzano il movimento della poesia di John Barnie, il suo ampio, ambizioso raggio d’azione: dal cielo in tumulto, in cui attraverso una serie di incidenti, spesso minimi, reali o immaginari, storici o biblici, il poeta ritraccia l’intero percorso del genere umano, con tutte le ansie e le contraddizioni, le energie e le pulsioni che ne hanno determinano l’evoluzione, o involuzione; al ghiaccio che ricopre la Terra in un ipotetico futuro non lontano, seguito allo scioglimento dei ghiacci determinato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte dell’essere umano, condannato a vivere sotto terra, in tribù ridotte a lottare le une contro le altre in virtù di una stentata sopravvivenza. Nella Foresta sotto il mare John Barnie è di nuovo sulle tracce delle radici dell’umano, e Dio, assente in Ghiaccio, “Vecchio Burlone” pavido in Trouble in Heaven, torna, altrettanto improbabile ed evanescente, a osservare in disparte, nascosto o soltanto vagamente immaginato in lieve speranza. E il poeta continua la sua ricerca, stavolta armato di lente d’ingrandimento, tra le meraviglie in sordina del mondo naturale, tra le laboriose vite degli insetti e il travaglio dell’umano che barcolla tra le miserie del quotidiano e la minaccia della morte, tra la ben misera vittoria della sopraffazione sulla natura e le sue creature più indifese e l’inerme abbandono al proprio auto inflitto destino. Il poeta segue le tracce della vita, accoglie il rimbalzo dello sguardo sullo specchio fragile di una bellezza sempre minacciata. Coglie ciò che dell’integrità dell’origine riaffiora, come quei resti di radici e di tronchi, quegli anelli di corteccia testimoni di un mondo concentrico e complementare che altrove ancora respira: la foresta sotto il mare. La natura sommersa, assieme all’ipotesi di una città che in essa viveva e prosperava, svanita, così come gli abitanti di Banda in Ghiaccio. Alla poesia Barnie sembra perciò chiedere molto, ovvero di colmare come può il vuoto, la separazione tra l’uomo e sé stesso, tra l’uomo e la propria origine, (s)radicata in ciò che resta di un territorio vergine, sussurrata dal calice schiuso dei fiori, allusa nel ronzìo sommesso degli insetti, sfiorata nel canto fluttuante degli uccelli, che paiono sempre farsi tramite tra l’uomo e il proprio remoto desiderio d’infinito, tra la gravità dell’essere e l’ansia mai sopita del volo. L’immersione nel piccolo, nel minuscolo, nel nascosto è dunque riavvicinamento al buio dell’origine, è svanimento dell’umano in funzione di una nuova nascita, è riappropriazione e radicamento nella terra, sia essa cosparsa d’erba alta o di fango, sia essa trampolino di fuga o banchina d’approdo. È il corpo che “si sveglia” e invita il cervello: “Facciamoci un drink, mio tormentato amico.”

Chiara De Luca




No Going Back


There’s the statue to the Dignity of Man
toppled over and a hand pointing up through
brambles, and the rotting watchtower with its tannoy’d
voice singing, I did it my way; toadstools

push their heads through needles on the forest floor
like folk tales jumped out of the books;
so there was something to it, though we’ll never find
the witch and the gingerbread house now.


Senza ritorno


C’è una statua alla Dignità dell’Uomo
rovesciata la cui mano indica in alto tra i
rovi, e la torre di guardia in rovina con la voce dell’auto-
parlante che canta, Feci a modo mio; funghi velenosi

spingono le teste tra gli aghi sul fondo della foresta come
racconti popolari saltati fuori dai libri;
così c’era qualcosa che portava lì, anche se non troveremo
mai la strega e la casa di pan di zenzero ora.



Spider Crabs


If I can climb
over the backs of my brothers and sisters
to the hands manhandling this cage

I’ll tear them to red confetti
for a blood wedding;

pity is a word thrown overboard by Noah;
It tasted good,

said the lips of the shark.


Granchi ragno


Se riuscirò ad arrampicarmi
al di sopra delle spalle di fratelli e sorelle
fino alle mani che manipolano questa gabbia

le strapperò facendone confetti rossi
per un matrimonio di sangue;

pietà è una parola che fu
gettata in mare da Noè;
era buona,

dissero le labbra dello squalo.

lunedì 30 agosto 2010

EDWIN MORGAN (1920-2010)













Per ricordare Edwin Morgan, uno dei migliori poeti scozzesi, morto nella sua Glasgow all'età di 90 anni.
Traduzione di Chiara De Luca




§





Da Onda planetaria




In principio
(20 bilioni a.C.)

Non chiedetemi e non ditemi. Ero là.
Fu uno scoppio e fu grande. Non so
che avvenne prima, uscii dall’esplosione.
Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.
Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo
come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-tempo,
pilucco una luna o due, ti guardo.
Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.
Sono il testimone, non l’imputato.
Amo la materia e amo l’antimateria.
Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

Oh, che giorno (se giorno era) fu!
Fu come se un pugno avesse stretto
una densa particella troppo calda da tenere
e le dita si fossero aperte all’improvviso
e il carbone ardente, il meccanismo radiante
fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,
uno in quel che era nuovo spazio, fuori
nel battito del tempo, fuori, miei padroni,
fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,
il ruggito di un leone, levrieri liberati,
denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,
una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,
nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda
sopra onda di elio e idrogeno,
anelli e spirali e nodi di fuoco,
sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;
e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare
che lapislazzulava i grani di polvere –
Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,
zigzagai e schivai il fracasso delle meteore
mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in
parole, in questa sublime stretta del nove
vorticante nella Corrievreckan del sole.
L’universo era solo appena cominciato.
Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!



La terra giovane
(3 bilioni a.C.)

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti
nelle proprie orbite, attorno al lord d’oro,
loro padre, non fosse che non è il padre,
erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:
che avrebbe profetizzato la scissione danzante,
le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –
Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,
cari amici, sapete quanto siete rari?
Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?
Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:
sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,
e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,
craterato da migliaia di schizzi asciutti
rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,
un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.
A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?
Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore
al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore
nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.
Dovete aver pazienza con la storia.

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa
appena emersa e raffreddata.
C’erano più distese di nubi che terremoti.
Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.
Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.
Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse
di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,
ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,
era vita infine, che emergeva dal mare,
strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola
che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.
Una scia di contrazioni semitrasparenti!
Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!
E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!
Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?
Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.



Fine dei dinosauri
(65 milioni a.C.)

Se vuoi la vita, quel che segue ci somiglia.
Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là
potevo vedere savane boschive in distanza
ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare
di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.
Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,
una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo
dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,
era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,
i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?
Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,
fendevano sfrecciando l’aria torrida.

Ascoltate,
se volete, gli scricchiolii di fronde e rami
ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.
Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori
colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,
un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –
velocirapti dispersi come conigli.

Non durò. Non poteva? Non lo so.
Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli
di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?
Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:
panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,
a infrangersi onda nera sopra terra e mare,
spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più
poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna
lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun
tuonare di vivi toni fragorosi disturbò
il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,
solo i gemiti, solo i rantoli di morte
degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,
soltanto, alla fine, crani e costole e uova
rotte in paludi e deserti
lasciati agli eredi –
amici miei, siamo voi e io
biforcazioni di alberi diversi:
cosa dovremmo fare, o essere?



Nella caverna
(30.000 a.C.)

Buia era la caverna quando scoprii l’uomo,
ma lui, a modo suo, la rese luminosa.
La caverna in sé era un atrio ampio
con un labirinto di gallerie. Bambini ponevano
lampade su ripiani. Donne soffiavano su un focolare.
All’improvviso con una fiammata biforcuta delle torce
uomini rientrarono in gruppo dalla caccia, deposero
masse sfilacciate di carne, si sfilarono pellicce
accanto al fuoco finché seminudi, scintillanti
di sudore, tozzi farabutti intelligenti,
resero viva la caverna con rapidi discorsi taglienti.
Vi aspettavate un grugnito o due? Non fu così.
E certo non musica? Una musica così non l’avete mai
sentita, ve lo posso assicurare, mentre i tronchi si spezzavano
e la carne sfrigolava, quando alcuni con corni e tamburi
posero echi nei favi dei corridoi.
Non era ruggito di dinosauri.

Mi unii a loro per il pasto. Avevano un bardo,
un cantastorie. Proprio come me, dissi.
Gli narrai tempi distanti. M’interruppe.
“Non penso di poterci credere. Sei uno sciamano?
Se è così, dov’è il tuo cappotto di renna? Fatti un altro drink.
Se tu muti le forme, io racconto il vero.
Bevi, la chiamiamo birra, è forte, è buona.
Avresti dovuto essere con noi là fuori oggi,
non capita ogni giorno di prendere un mammuth,
ci fornisce cibo per una settimana, e pelliccia, zanne –
ma nulla è perduto. Frecce e arco,
sono quel che ti serve, e un buon gruppo di ragazzi,
vai a radunarli. Prendi un po’ di birra ancora, avanti.
Vedi i mammuth? Non sai quanto son stupidi.
Se cadono a terra non possono rialzarsi. Fottuti.
Lo so, lo so, sciamàno, noi resteremo qui ben oltre
il tempo in cui i mammuth saranno morti.”
Balzò in piedi, afferrò una torcia enorme, corse
lungo la parete, creando un’onda tale di scintille
che i mammuth dipinti caddero e ripresero a scalciare.

Un corno profondo diede a quell’interferenza il voto.



Il grande diluvio
(10.000 a.C.)

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,
pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni
finché qua e là la terra tremò burbera e gettò
enormi ondate sul Mar Medio,
enormi ondate sul Medio Oriente,
enormi ondate e pioggia enormi ondate
a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.
Vidi l’acqua crescere in livello:
invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!
Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.
Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.
Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via
dalle misere mura malridotte del villaggio.
Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare
questi fragili esseri ansimanti senza branchie!
Martelli giorno e notte sull’altopiano!
Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,
un’enorme barca, una nave, un marinaio,
coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata
di vita, umana, animale, commestibile,
benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,
partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto
solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena
sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,
spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.
Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.
E poi un arcobaleno: risi, era troppo.
Ma quando barcollarono fuori con fagotti,
ceste di utensili, bimbi, capre,
per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi
pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata
che sta per seppellirli.

Acqua
da cui veniamo, cui potremmo tornare.
Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!
È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!


[…]




from Planet Wave



In the Beginning
(20 Billion BC)

Don’t ask me and don’t tell me. I was there.
It was a bang and it was big. I don’t know
what went before, I came out with it.
Think about that if you want my credentials.
Think about that, me, it, imagine it
as I recall it now, swinging in my spacetime hammock,
nibbling a moon or two, watching you.
What am I? You don’t know. It doesn’t matter.
I am the witness, I am not in the dock.
I love matter and I love anti-matter.
Listen to me, listen to my patter.

Oh what a day (if it was day) that was!
It was as if a fist had been holding fast
one dense packed particle too hot to keep
and the fingers had suddenly sprung open
and the burning coal, the radiant mechanism
had burst and scattered the seeds of everything,
out through what was now space, out
into the pulse of time, out, my masters,
out, my friends, so, like a darting shoal,
like a lion’s roar, like greyhounds released,
like blown dandelions, like Pandora’s box,
like a shaken cornucopia, like an ejaculation –

I was amazed at the beauty of it all,
those slowly cooling rosy clouds of gas,
wave upon wave of hydrogen and helium,
spirals and rings and knots of fire, silhouettes
of dust in towers, thunderheads, tornadoes;
and then the stars, and the blue glow of starlight
lapislazuliing the dust-grains –
I laughed, rolled like a ball, flew like a dragon,
zigzagged and dodged the clatter of meteorites
as they clumped and clashed and clustered into
worlds, into this best clutch of nine
whirled in the Corrievreckan of the Sun.
The universe had only just begun.
I’m off, my dears. My story’s still to run!




The Early Earth
(3 Billion BC)

Planets, planets – they seem to have settled
into their orbits, round their golden lord,
their father, except he’s not their father,
they were all born together, in that majestic wave
of million-degree froth and jet and muck:
who would have prophesied the dancelike separation,
the nine globes, with their moons and rings, rare –
do you know how rare it is, dear listeners,
dear friends, do you know how rare you are?
Don’t you want to be thankful? You suffer too much?
I’ll give you suffering, but first comes thanks.

Think of that early wild rough world of earth:
lurid, restless, cracking, groaning, heaving,
swishing through space garbage and flak,
cratered with a thousand dry splashdowns
painted over in molten granite. Think of hell,
a mineral hell of fire and smoke. You’re there.
What’s it all for? Is this the lucky planet?
Can you down a pint of lava, make love
to the Grand Canyon, tuck a thunderbolt
in its cradle? Yes and no, folks, yes and no.
You must have patience with the story.

I took myself to the crest of a ridge
once it was pushed up and cooled.
There were more cloudscapes than earthquakes.
You could walk on rock and feel rain.
You shivered but smiled in the fine tang.
Then I came down to stand in the shallows
of a great ocean, my collar up to the wind,
but listen, it was more than the wind I heard,
it was life at last, emerging from the sea,
shuffling, sliding, sucking, scuttling, so small
that on hands and knees I had to strain my eyes.
A trail of half-transparent twitchings!
A scum of algae! A greening! A breathing!
And no one would stop them, volcanoes wouldn’t stop them!
How far would they go? What would they not try?
I punched the sky, my friends, I punched the sky.






End of the Dinosaurs
(65 Million BC)

If you want life, this is something like it.
I made myself a tree-house, and from there
I could see distant scrubby savannas
but mostly it was jungle, lush to bursting
with ferns, palms, creepers, reeds, and the first flowers.
Somewhere a half-seen slither of giant snakes,
a steamy swamp, a crocodile-drift
in and out of sunlight. But all this, I must tell you,
was only background for the rulers of life,
the dinosaurs. Who could stand against them?
They pounded the earth, they lazed in lakes,
they razored through the sultry air.

Hear,
if you will, the scrunchings of frond and branch
but also of joint and gristle. It’s not a game.
I watched a tyrannosaurus rise on its hindlegs
to slice a browsing diplodocus, just like that,
a hiss, a squirm, a shake, a supper –
velociraptors scattered like rabbits.

It didn’t last. It couldn’t? I don’t know.
Were they too big, too monstrous, yet wonderful
with all the wonder of terror. Were there other plans?
I saw the very day the asteroid struck:
mass panic, mass destruction, mass smoke and mass ash
that broke like a black wave over land and sea,
billowing, thickening, choking, until no sun
could pierce the pall and no plants grew and no
lizards however terrible found food and no
thundering of armoured living tons disturbed
the forest floor and there was no dawn roar,
only the moans, only the dying groans
of those bewildered clinker-throated ex-time-lords,
only, at the end, skulls and ribs and hatchless
eggs in swamps and deserts
left for the inheritors –
my friends, that’s you and me
branched on a different tree:
what shall we do, or be?





In the Cave
(30,000 BC)

Dark was the cave where I discovered man,
but he made it, in his own way, bright.
The cavern itself was like a vast hall
within a labyrinth of tunnels. Children
set lamps on ledges. Women fanned a hearth.
Suddenly with a jagged flare of torches
men trooped in from the hunt, threw down
jagged masses of meat, peeled off furs
by the fire till they were half-naked, glistening
with sweat, stocky intelligent ruffians,
brought the cave alive with rapid jagged speech.
You expected a grunt or two? Not so.
And music, surely not? You never heard
such music, I assure you, as the logs crackled
and the meat sizzled, when some with horns and drums
placed echoes in the honeycomb of corridors.
This was no roaring of dinosaurs.

I joined them for their meal. They had a bard,
a storyteller. Just like me, I said.
I told him about distant times. He interrupted.
‘I don’t think I believe that. Are you a shaman?
If so, where’s your reindeer coat? Have another drink.
If you’re a shape-shifter, I’m a truth-teller.
Drink up, we call it beer, it’s strong, it’s good.
You should’ve been out with us today,
it isn’t every day you catch a mammoth,
keep us fed for a week, fur too, tusks –
nothing wasted. Spears and arrows both,
that’s what you need, plus a good crowd a boys,
goo’ crowda boys. Take s’more beer, go on.
See mamm’ths? Mamm’ths’re fuck’n stupit.
Once they’re down they can’t get up. Fuck em.
Y’know this, y’know this, ole shaman-man,
we’ll be here long after mamm’ths’re gone.’

He stumbled to his feet, seized a huge torch and ran
along the wall, making such a wave of sparks
the painted mammoths kicked and keeled once more.

A deep horn gave that movie flicker its score.




The Great Flood
(10,000 BC)

Rain, rain, and rain again, and still more rain,
rain and lightning, rain and mist, a month of downpours
till the earth quaked gruffly somewhere and sent
tidal waves over the Middle Sea,
tidal waves over the Middle East,
tidal wave and rain and tidal wave
to rave and rove over road and river and grove.
I skimmed the water-level as it rose:
invisible the delta! gone the headman’s hut!
drowned at last even the stony jebel!

I groaned at whole families swept out to sea.
Strong horses swam and swam but sank at last.
Little treasures, toys, amulets were licked
off pitiful ramshackle village walls.


Weapons, with the hands that held them, vanished.

So what to do? Oh never underestimate
those feeble scrabbling panting gill-less beings!
Hammers night and day on the high plateau!
Bitumen smoking! Foremen swearing! A boat,
an enormous boat, a ship, a seafarer,
caulked, battened, be-sailed, oar-banked, crammed
with life, human, animal, comestible,
holy with hope, bobbing above the tree-tops,
set off to shouts and songs into the unknown
through rags and carcases and cold storks’ nests.

The waters did go down. A whaleback mountain
shouldered up in a brief gleam of sludge,
nudged the ark and grounded it. Hatches gaped.
Heads smelt the air. Some bird was chirping.
And then a rainbow: I laughed, it was too much.
But as they tottered out with their bundles,
their baskets of tools, their goats, their babies,
and broke like a wave over the boulders and mosses,
I thought it was a better wave than the wet one
that had almost buried them all.

Water
we came from, to water we may return.
But keep webbed feet at arm’s length! Build!
That’s what I told them: rebuild, but build!






Bio: http://en.wikipedia.org/wiki/Edwin_Morgan_(poet)

sabato 15 maggio 2010

GABRIEL OLEARNIK, POESIE SCELTE IN TRADUZIONE

Arthur Hughes




Vi presento un assaggio delle mie traduzioni del poeta anglo-polacco Gabriel Olearnik. Al link




potrete trovare una rosa completa di poesie tradotte.

Ringrazio Chiara De Luca per l' ospitalità al mio lavoro, nel suo blog delle Edizioni Kolibris.



§



As the long days

As the long days of May draw out
I hear the azure cry of wandering birds
which call me to depart my native land
and recall a distant love.
Dour, my face fallen and neck bent:
both tender song and the hawthorn's flowers
are no dearer than Winter's ice and frost
The true king has blessed me
and shaped a longing for this distant love
but each pleasure is a doubled blow
for she is so very far away.
Ah! If I were a pilgrim
I would bring my staff and hooded cloak
before the fairness of her eyes.
Oh, how great my joy will be
when I ask for her hospitality
for the love of God it is given me
and at her pleasure her guest will be
close, though from a distant land.
In that far court, I shall sit beside her beauty
and draw sweet words from her mouth.




Nell’allungarsi dei giorni

Nell’allungarsi dei giorni di Maggio
odo l’azzurro pianto degli uccelli erranti
che mi chiamano a distaccarmi dalla mia terra natìa
e a ricordare un lontano amore.
Cupo, il mio volto caduto e il collo piegato:
sia la tenera canzone che i fiori di biancospino
non sono più cari del gelo e della brina d’inverno
Il legittimo re mi ha benedetto
e ha forgiato la brama di questo perduto amore
ma ogni piacere è un doppio colpo
poichè lei è lontanissima.
Ah! Se fossi un pellegrino
porterei il mio bastone e il mio tabarro
dinnanzi alla leggerezza dei suoi occhi.
Oh, quanto grande sarà la mia gioia
quando le chiederò ospitalità,
per l’amore di Dio che mi è stato dato
e per il suo piacere sarà il suo ospite a lei accanto,
benché da una terra remota.
In quella corte distante, siederò di fianco alla sua bellezza
e attingerò dolci parole dalla sua bocca.




The Last Pagan

There are varieties of death
and types of life
as many as the flowers of the field
for the life of man is a flower of grass
and death is the withering of that flower
and death is the failing of the glory
each death is a falling glory
and life is a fading glory
of grass
blessed be the god of the grass
of green and growing things
blessed be the master of the harvest
who buds men in the bellies of women
whose heralds are the angel in the barley
and a white wind fluttering the rye
I came from the fields
soil the colour of peppercorns
the air was filled with their scent
I stood splashed in sunlight
soaked in the silence
of my first withering
until the wind rose up
I saw a rush of air which brushes the rye
and it was something like speech
words terrible as armies
burning as battle, hot the heat of it
hearth-hungry, hewing fire;
as red as a ruined rout, raging, ravaging
fire in the fields, my flower
and a burning in the rye
three fires
one of barley
one of rye
one of pure silver


L’ultimo pagano

Ci sono tante varietà di morte
e tipi di vita
quanti sono i fiori del campo
perché la vita dell’uomo è un fiore d’erba
e la morte il rinsecchirsi di quel fiore
e la morte è il fallimento della gloria
ogni morte è una gloria che cade
e la vita è una gloria sbiadita
d’erba
benedetto sia il dio dell’erba
del verde e delle cose che crescono
benedetto sia il padrone del raccolto
che fa germogliare gli uomini nel ventre delle donne
i cui araldi sono gli angeli nell’orzo
e un bianco vento a scuotere la segale
Venivo dai campi
il suolo del colore dei grani di pepe
l’aria era colma del loro profumo
Restavo immerso nella luce del sole
Intriso del silenzio
del mio primo annichilire
fino al ribellarsi del vento
Vidi l’aria correre a spazzare la segale
ed era qualcosa come il linguaggio
parole terribili come armi
brucianti come la battaglia, rovente il suo calore
focolare affamato, fuoco che spacca;
rosso come una rovinosa disfatta, furioso,devastante
fuoco nei campi, mio fiore
e incendio nella segale
tre fuochi
uno di orzo
uno di segale
uno d’argento puro



Poesie tratte da "Amor de Lonh" di Gabriel Olearnik ©

Andromachebooks, 2009

Traduzione di poesie scelte di Federica Galetto ©

consultabili qui:

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