Traducendo Einsamkeit
STANZE DEL NORD
SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO
ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS
A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale
EMILY DICKINSON
venerdì 1 giugno 2012
Anna Maria Curci traduce Christian Morgenstern
E' con grande piacere che ospito fra le mie pagine Anna Maria Curci con sue traduzioni di Christian Morgenstern. Sue anche le note di lettura ed esplicative.
§
Christian Morgenstern (1871 - 1914) compose i Galgenlieder (Canti della forca) durante il suo soggiorno a Berlino, iniziato nel 1895. Sono componimenti poetici che all'epoca furono riproposti con grande successo dai più celebri cabaret berlinesi. Successivamente, nel 1905, furono raccolti in volume. Dai Canti della forca propongo, seguita dall’originale, il Canto dei gabbiani.
Christian Morgenstern
Canto dei gabbiani
Han tutti l’aria, i gabbiani,
di avere il nome Emma.
Ratina bianca indossano
e di granaglie impallinar si fanno.
Non sparo, io, ai gabbiani,
vivi li preferisco - -
con pan di segale li nutro
e zibibbo rossiccio.
Umano, neppur per caso il volo
dei gabbiani raggiungere potrai.
Dovessi chiamarti Emma, accontentati
allora di aver pari sembiante.
(traduzione di Anna Maria Curci)
Möwenlied
Die Möwen sehen alle aus,
als ob sie Emma hießen.
Sie tragen einen weißen Flaus
und sind mit Schrot zu schießen.
Ich schieße keine Möwe tot,
Ich lass sie lieber leben --
und füttre sie mit Roggenbrot
und rötlichen Zibeben.
O Mensch, du wirst nie nebenbei
der Möwe Flug erreichen.
Wofern du Emma heißest, sei
zufrieden, ihr zu gleichen.
Qui http://www.christian-morgenstern.de/dcma/index.php5?title=M%C3%B6wenlied la traduzione in italiano di Anselmo Turazza http://www.christian-morgenstern.de/dcma/index.php5?title=Palmstroem_e_altri_Galgenlieder, insieme alle versioni inglese e olandese.
Di Morgenstern trovo irresistibile la capacità di mettere in rima il sarcasmo, con un'attenzione formale che sembra contraddire, ma in realtà consolida e conferma, il suo slancio dissacrante. Proprio così, prodigiosamente e con esiti raramente eguagliati, il sarcasmo si fa 'leggero leggero', prende il volo e traversa epoche, giungendo a noi con la forza e l'impatto inaspettato di un allegro e sonoro manrovescio. Anche in questo vedo vicini Christian Morgenstern e Thomas Bernhard, il quale amava parlare di scrittura come "Selbstwatschen", "autoschiaffeggiarsi", ovvero, come mi è capitato di scrivere una volta, "Soliman rovescio".
http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/2010/07/soliman-rovescio.html
Palmström, la poesia che appare qui nella mia traduzione seguita dall'originale in tedesco, è anche il titolo di un volumetto di poesie che risale al 1910 e il nome del personaggio di fantasia attorno al quale ruotano diverse poesie del ciclo.
Christian Morgenstern
Palmström
Palmström sta presso uno stagno
spiega un fazzoletto rosso:
Sulla stoffa c’è una quercia
ed un uomo con un libro
Palmström soffiarcisi il naso non osa, -
Di quegli allocchi è della schiera
che sovente, ratta e fiera,
del bello assal reverenzial paura.
Delicato lui ripiega
Quel che vien dal dispiegare,
E nessun maledirà
Se insoffiato ripartirà.
(traduzione di Anna Maria Curci)
Palmström
Palmström steht an einem Teiche
und entfaltet groß ein rotes Taschentuch:
Auf dem Tuch ist eine Eiche
dargestellt, sowie ein Mensch mit einem Buch.
Palmström wagt nicht, sich hineinzuschneuzen, -
Er gehört zu jenen Käuzen,
die oft unvermittelt-nackt
Ehrfurcht vor dem Schönen packt.
Zärtlich faltet er zusammen,
was er eben erst entbreitet.
Und kein Fühlender wird ihn verdammen,
weil er ungeschneuzt entschreitet.
Qui http://www.christian-morgenstern.de/dcma/index.php5?title=Palmstr%C3%B6m è possibile leggere, accanto a una traduzione in norvegese e a una in esperanto, la traduzione in italiano (1955) di Anselmo Turazza
Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna. Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“ http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/, su “Unterwegs/In cammino” http://ws081amcu.wordpress.com/ ed è tra i redattori di “Poetarum Silva” http://poetarumsilva.wordpress.com/. Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie; Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso http://rebstein.wordpress.com/, La poesia e lo spirito http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/ ,Neobar http://neobar.wordpress.com/ , Carte sensibili http://cartesensibili.wordpress.com/, VDBD- Viadellebelledonne http://viadellebelledonne.wordpress.com/, e sul sito “Poeti del parco” http://www.poetidelparco.it/. La silloge Inciampi e marcapiano è del 2011. Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Michael Krüger, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
mercoledì 21 marzo 2012
Giornata mondiale della Poesia : Joseph Tusiani
Nox Americana
O Maledictio! Me facis istos scandere versus
Dum cupidi in terra mortales mente revolvunt
Non coeli sed amati auri commercia cuncta.
O, maledictus sum, si solus in urbe tremenda
Oblivisci omnes non possum qui sine pane
Ac sine tecto acris transcurrunt tempora noctis
In triviis, umbrae cum umbris. Ecce aurifera ora
Quae ad lunam misit fulgente satellite nautas
Ast hanc pauperiem funestam extinguere nescit.
Musa, mihi dicta nova et ebria carmina amoris
Ne tantos memorem squalores... aut, mihi crede,
Crastina me inveniet vecordem Aurora serena.
1986 (da Carmina latina)
Notte americana - O Maledizione! / mi fai scandire questi versi, / mentre in terra cupidi mortali / pensano solo ad ogni genere / di commerci non di cielo, / ma di amato oro. / Oh, sono io maledetto, se io solo / in questa città tremenda / non posso dimenticare / quanti senza pace e senza casa / trascorrono il tempo della triste notte / nei trivi, ombre tra le ombre. / Ecco la terra dorata / che inviò nauti alla luna / con una nave fulgente, / non sa distruggere / questa funesta miseria. / Musa, dettami / nuovi ed ebbri carmi d'amore, / perché io più non ricordi tanto squallore... / oppure, credimi, / domani l'aurora serena / mi troverà folle. (Trad. E. Bandiera)
da A Garland for Manhattan
1
Enmeshed in mist, an alpine peak expects
sunrise and song. What is a summit, then,
'til rays and rhythm liven it afresh?
Longing for valleys where the streaming light
already brightens buds and tickles birds;
longing for the arcane, new happiness
of music heard and limpidness beheld.
But, mantled yet in night, the lonesome peak
cannot remember all it does possess -
a regal robe to wear, made of entrancing
rubies and pearls and gold (oh, bold, enfolding
prancing of lively hours) and so forgets
the only reason for its blissful height,
the ultimate enchantment of its life.
1997
da Ghirlanda per Manhattan – 1. - Irretito di nebbia, un picco alpestre / aspetta il sole e il canto. Cos’è, dunque, / una vetta senza ritmo né luce? / Desiderio di valle dove il raggio / irradia gemme e vèllica gli uccelli, / desiderio di gioia arcana e nuova / a una musica o alla limpidità. / Ma solingo ed avvolto nella notte, / il picco è immemore di ciò che ha - / una veste regale di abbaglianti / rubini e perle e oro (oh, avvolgente / danza di vive ore) e perciò scorda / della sua altitudine beata / l’incanto primo e la ragione estrema. (Trad. C. Siani)
La poesia è ora in In quattro lingue, a c. d. Cosma Siani, Cofine, Roma, 2001
Intervista qui:
http://www.dazebaonews.it/cultura/letteratura/item/9243-intervista-a-joseph-tusiani-il-poeta-che-ha-percorso-loceano-crudele-alla-ricerca-di-sillabe
venerdì 23 dicembre 2011
Buone Feste
L'Albero di Natale
A sud del golfo di Finlandia
la notte vicino al mare brumoso
l'albero di Natale scintilla tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni e ciminiere di fabbriche
l'albero di Natale
l'albero di Natale canta sulla piazza bianca di neve
canzoni dell'Estonia
lunghissimo scintillante pagliuzzato d'oro
l'albero di Natale
tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla
le ciglia azzurre sono io
che l'ho appesa mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà
con le mie parole
le mie speranze
le mie carezze a tutti gli alberi di Natale
a tutti gli alberi
a tutti i balconi
le finestre
i chiodi
le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.
Nazim Hikmet
Con gli auguri di un sereno e gioioso Natale a voi tutti
giovedì 24 novembre 2011
SARA TEASDALE - Poesia in Traduzione

CHANGE
di Sara Teasdale
Remember me as I was then;
Turn from me now, but always see
The laughing shadowy girl who stood
At midnight by the flowering tree,
With eyes that love had made as bright
As the trembling stars of the summer night.
Turn from me now, but always hear
The muted laughter in the dew
Of that one year of youth we had,
The only youth we ever knew --
Turn from me now, or you will see
What other years have done to me.
CAMBIAMENTO
Ricordami dunque com’ero;
Voltati da me ora, ma sempre vedi
La ragazza sorridente e ombrosa che stava
A mezzanotte presso l’albero in fiore,
con gli occhi che l’amore aveva reso luminosi
come le stelle tremanti della notte estiva.
Voltati da me ora, ma sempre ascolta
La tenue risata nella rugiada
Di quell’anno di giovinezza che avemmo,
l’unica giovinezza da noi mai conosciuta –
Voltati da me ora, o vedrai
Ciò che gli altri anni m' hanno fatto
Traduzione di Federica Galetto
Biografia:
Sara Teasdale (1884 -1933)
Scrittrice americana di St. Louis, scrisse molte raccolte di poesie e nel 1918 vinse il Premio Pulitzer. Morì suicida nel 1933. Nel 2010, le opere di Sara Teasdale vengono pubblicate in Italia per la prima volta, "Gli amorosi incanti", con la traduzione di Silvio Raffo per i tipi di Crocetti Editore ("Nei suoi versi eleganti e struggenti, offerti qui al lettore italiano nella sapiente versione di Silvio Raffo, s'impone con irruenza l'eterno tema dell'amore, distillato e dosato con incantevole sprezzatura, in perfetto equilibrio tra passione e ironia" - dalla scheda di lettura di Crocetti Editore)
lunedì 14 novembre 2011
REINER MARIA RILKE - La Pantera - Poesia in traduzione

Fonte immagine: topipittori.blogspot.com
Rainer Maria Rilke
Der Panther
Im Jardin des Plantes, Paris
Sein Blick ist vom Vorübergehn der Stäbe
so müd geworden, daß er nichts mehr hält.
Ihm ist, als ob es tausend Stäbe gäbe
und hinter tausend Stäben keine Welt.
Der weiche Gang geschmeidig starker Schritte,
der sich im allerkleinsten Kreise dreht,
ist wie ein Tanz von Kraft um eine Mitte,
in der betäubt ein großer Wille steht.
Nur manchmal schiebt der Vorhang der Pupille
sich lautlos auf -. Dann geht ein Bild hinein,
geht durch der Glieder angespannte Stille -
und hört im Herzen auf zu sein.
La pantera
Per il va e vieni, tanto stanco è divenuto il suo sguardo
che nulla più trattiene
E’ come ci fossero mille sbarre
E dietro mille sbarre nessun mondo
Nel molle andare più flessuoso il passo
Che nel minor cerchio ruota,
è come danza di forza attorno a un centro,
ove stordita una gran volontà rimane
solo talvolta silenzioso il velo della
pupilla si solleva – poi penetra un’immagine
attraverso il silenzio teso delle membra -
E nel cuore si smorza
Traduzione di Federica Galetto
martedì 14 giugno 2011
CAROL ANN DUFFY - Poesia in traduzione

Standing Female Nude (1985)
Six hours like this for a few francs.
Belly nipple arse in the window light,
he drains the colour from me. Further to the right,
Madame. And do try to be still.
I shall be represented analytically and hung
in great museums. The bourgeoisie will coo
at such an image of a river whore. They call it Art.
Maybe. He is concerned with volume, space,
I with the next meal. You’re getting thin,
Madame, this is not good. My breasts hang
slightly low, the studio is cold. In the tea-leaves,
I can see the Queen of England gazing
on my shape. Magnificent, she murmurs,
moving on. It makes me laugh. His name
is Georges. They tell me he’s a genius.
There are times he does not concentrate
and stiffens for my warmth.
He possesses me on canvas, as he dips the brush
repeatedly into the paint. Little man,
you’ve not the money for the arts I sell.
Both poor, we make our living how we can.
I ask him, Why do you do this? Because
I have to. There’s no choice. Don’t talk.
My smile confuses him. These artists
take themselves too seriously. At night I fill myself
with wine and dance around the bars. When it’s finished
he shows me proudly, lights a cigarette. I say
Twelve francs, and get my shawl. It does not look like me.
Nudo di donna in piedi (1985)
Sei ore così per pochi franchi.
Ventre seni fondoschiena alla luce della finestra,
mi prosciuga tutto il colore. Un po’ più a destra,
Madame. E cerchi di stare ferma.
Verrò ritratta nel dettaglio e appesa
nei grandi musei. La borghesia andrà in visibilio
davanti al quadro di una puttana del Lungosenna.
La chiamano Arte.
Sarà. Lui si preoccupa di volume e spazio,
io della mia prossima cena. Sta dimagrendo,
Madame, e questo non va bene. I miei seni pendono
leggermente verso il basso, lo studio è freddo. Nelle
foglie di the, riesco a vedere la Regina d’Inghilterra
fissare la mia figura. Magnifico, mormora lei,
e passa oltre. Mi viene da ridere. Si chiama Georges.
Mi dicono sia un genio. Ci sono volte che non si
concentra e il mio calore lo eccita.
Mi possiede sulla tela, mentre affonda ripetutamente
il pennello nel colore. Poveruomo,
non li hai i soldi per le arti che vendo io.
Poveri entrambi, ci guadagniamo da vivere come possiamo.
Gli chiedo, Perché fai questo? Perché devo.
Non ho scelta. Non parlare.
Il mio sorriso lo confonde.
Questi artisti si prendono troppo sul serio.
La notte mi riempio di vino e ballo nei bar.
Quando è finito me lo mostra con orgoglio,
accende una sigaretta.Dico Dodici franchi,
e prendo lo scialle. Non sembro neppure io.
Death and the Moon (2002)
The moon is nearer than where death took you
at the end of the old year. Cold as cash
in the sky's dark pocket, its hard old face
is gold as a mask tonight. I break the ice
over the fish in my frozen pond, look up
as the ghosts of my wordless breath reach
for the stars. If I stood on the tip of my toes
and stretched, I could touch the edge of the moon.
I stooped at the lip of your open grave
to gather a fistful of earth, hard rain,
tough confetti, and tossed it down. It stuttered
like morse on the wood over your eyes, your tongue,
your soundless ears. Then as I slept my living sleep
the ground gulped you, swallowed you whole,
and though I was there when you died,
in the red cave of your widow's unbearable cry,
and measured the space between last words
and silence, I cannot say where you are. Unreachable
by prayer, even if poems are prayers. Unseeable
in the air, even if souls are stars. I turn
to the house, its windows tender with light, the moon,
surely, only as far again as the roof. The goldfish
are tongues in the water's mouth. The black night
is huge, mute, and you are further forever than that.
La Morte e la Luna (2002)
La luna è più vicina di quando la morte ti prese
alla fine dell’anno passato. Fredda come moneta
nella tasca oscura del cielo, il suo volto indurito e invecchiato
è come una maschera d’oro stanotte.
Rompo il ghiaccio sopra i pesci nel laghetto gelato,
guardo in su mentre i fantasmi del mio fiato senza parole
raggiungono le stelle.
Se stessi in punta di piedi e mi allungassi,
potrei toccare il bordo della luna.
Mi sono chinata sull’orlo della tua tomba aperta
a raccogliere un pugno di terra, pioggia greve,
duri coriandoli, e li ho lanciati. Sopra i tuoi occhi,
la tua lingua, le tue orecchie sorde, un tartagliare
come d’un codice Morse sul legno. Poi, mentre dormivo
il mio sonno vivo
il suolo ti ha inghiottito, ingoiandoti tutto,
e benché fossi là alla tua morte,
nella grotta rossa d’insopportabile pianto di vedova,
e ho misurato lo spazio fra le ultime parole e il silenzio,
non so dire dove tu sia. Irraggiungibile dalla preghiera,
anche se le poesie sono preghiere. Inaccessibile
alla vista, nonostante le anime siano stelle.
Mi volgo verso la casa, le sue finestre nella tenera luce, la luna,
certamente, lontana ancora una volta solo tanto quanto il tetto.
I pesci rossi come lingue nella bocca dell’acqua.
La notte scura è enorme, muta, e tu sei ancora più lontano di così,
per sempre.
Premonitions (2009)
Dedicated with love to the
memory of Ursula Fanthorpe (English poet, 22 July 1929 – 28 April 2009)
We first met when your last breath
cooled in my palm like an egg;
you dead, and a thrush outside
sang it was morning.
I backed out of the room, feeling
the flowers freshen and shine in my arms.
The night before, we met again, to unsay
unbearable farewells, to see
our eyes brighten with re-strung tears.
O I had my sudden wish -
though I barely knew you -
to stand at the door of your house,
feeling my heartbeat calm,
as they carried you in, home, home and healing.
Then slow weeks, removing the wheelchair, the drugs,
the oxygen mask and tank, the commode,
the appointment cards,
until it was summer again
and I saw you open the doors to the gift of your garden.
Strange and beautiful to see
the roses close to their own premonitions,
the grass sweeten and cool and green
where a blackbird eased a worm into the lawn.
There you were,
a glass of lemony wine in each hand,
walking towards me always, your magnolia tree
marrying itself to the May air.
How you talked! And how I listened,
spellbound, humbled, daughterly,
to your tall tales, your wise words,
the joy of your accent, unenglish, dancey, humorous;
watching your ash hair flare and redden,
the loving litany of who we had been
making me place my hands in your warm hands,
younger than mine are now.
Then time only the moon. And the balm of dusk.
And you my mother.
Premonizioni (2009)
Dedicata con affetto
alla memoria di Ursula Fanthorpe (Poetessa inglese, 22 Luglio 1929 – 28 Aprile 2009)
Ci incontrammo la prima volta quando il tuo ultimo respiro
si raffreddò come un uovo nel mio palmo;
tu morta, e un tordo fuori a cantare ch’era mattina.
Uscii dal retro della stanza, sentendo
i fiori rinfrescare e splendere fra le mie braccia.
La notte precedente, c'eravamo incontrate di nuovo, a ritrattare
insostenibili addii, per vedere
i nostri occhi brillare di lacrime rinfilate.
O all’improvviso ebbi il desiderio -
benché ti conoscessi appena –
di stare alla porta della tua casa,
sentendo il calmo battito del cuore,
mentre ti portavano dentro, casa, casa e guarigione.
Poi settimane lente, eliminando la sedia a rotelle, le medicine,
la maschera dell’ossigeno e la bombola, la seggetta,
le carte degli appuntamenti,
fino a che fu di nuovo estate
e ti vidi aprire le porte al dono del tuo giardino.
Strano e bellissimo vedere
le rose strette alle loro premonizioni,
l’erba profumata, fresca e verde
dove un merlo rilasciava un verme sul prato.
Eccoti là,
un bicchiere di limonata in ciascuna mano,
camminando sempre verso me, il tuo albero di magnolia
sposarsi all’aria di Maggio.
Come parlavi! E come ascoltavo io,
incantata, umile, come una figlia,
i tuoi incredibili racconti, le tue sagge parole,
la gioia del tuo accento, non inglese, ballerino, spiritoso;
guardando i tuoi capelli cinerini infiammarsi di rosso,
l’amata litania di chi eravamo state
facendo posto alle mie mani nelle tue mani calde,
ora più giovani delle mie.
Poi solo la luna a scandire il tempo. E il ristoro del crepuscolo.
E tu madre mia.
Carol Ann Duffy
Traduzione di Federica Galetto
Carol Ann Duffy su Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Carol_Ann_Duffy
martedì 24 maggio 2011
DANIELLE BARAKA

Photo credit: Danielle Baraka
La poesia di Danielle Baraka affonda le radici nei semplici gesti d'ascolto del mondo esterno ed interno. E' contraddistinta da una spiccata visionarietà che la porta su sentieri percorsi da vecchi miti e leggende che nei suoi versi si intravedono nitidamente. La Morte, la Solitudine,l'Amore, la condizione esistenziale dell'Uomo sono temi che le sono cari, che scruta a volte da lontano, a volte da una distanza ravvicinata, a volte dal di dentro, come se lei stessa fosse pietra, morte o sole splendente. Una poetica interessante, semplice, minimale; essenziale nel dire, molto meno nel sentire.
Nightingale
His name
Twirling in my head
Like million poppies
Blossoming in my breast
Like water lilies
Caressing my belly
Like sweet daisies
His name
Letters
Gathered
In signification
Hanging upon
My silent
Mouth
Il suo nome
Mi ronza in testa
Come milioni di papaveri
Che fioriscono nel mio petto
Come ninfee d’acqua
Che mi carezzano il ventre
Come dolci margherite
Il suo nome
Lettere
Raccolte
In significanza
Appese sulla
mia bocca
Silenziosa
Too late to meet in the garden
Too late to share the dance
The dizzy grace
Of an enchanted dawn
His hands
Building up
Sleepy palaces
Cultivating
Magnificent sterile gardens
Silent
Powerful master of the place
Inviolable fortresses
Among stones
Of magnificent coldness
Alone,
In bare armor,
I am the warrior
cut by the icy wind
of an uncompromising winter
Walking toward
The warmth of a smiling sun
Colored bright desires
Hurt in their unhappy corolla
The heart
In a thundering bang
Feeling the lost of a passion
Of a treacherous failure
Entanglements
Of suffocating resignation
In the devastated field
Of irreversible disunion
Troppo tardi per incontrarsi in giardino
Troppo tardi per condividere la danza
La grazia vertiginosa
di un’alba incantata
Le sue mani
Che costruiscono
palazzi dormienti
Coltivando
magnifici giardini sterili
Silente
Potente padrone del luogo
Inviolabili fortezze
fra le pietre
di magnifica freddezza
Solo,
in una nuda corazza,
io sono il guerriero
sferzato dal gelido vento
d’un inverno inflessibile
che cammina verso
il tepore d’un sole sorridente
Desideri colorati e luminosi
dolgono
nella loro infelice corolla
Feriscono il cuore
in un’ assordante esplosione
Nel sentire la perdita di una passione
Un insidioso fallimento
Grovigli
di soffocante rassegnazione
Nel campo devastato
d’ irreversibile disunione
The fear
Of the night to come
Hanging on white sheets
The only calming down gesture
In this primal anxiety
Shadows
Dancing in the night
Threatening
As I try to retain
The beauty of a rose
In my confused mind
The fountain
With the birds nearby
In the broad daylight
I try to unfold the ritual
Of a familiar song
A sweet lullaby of comfort
That could chase the shadows away
But the candle goes out quickly
The melody becomes a murmur
A sigh
Vanishing in the dark
Of a fast beating heart
The fight seems like
The ultimate one
A fight of no return
Until tomorrow night
La paura
del giungere della notte
Appesa a teli bianchi
L’unico gesto di calma
in quest’ ansia originaria
Ombre
che danzano nella notte
Minacciose
Mentre cerco di trattenere
la bellezza di una rosa
nella mia mente confusa
La fontana
con gli uccelli vicini
Nel pieno giorno
tento di dispiegare il rituale
d’una canzone familiare
Una dolce ninnananna di conforto
che potrebbe cacciar via le ombre
Ma la candela consuma rapidamente
La melodia diventa un mormorio
Un sospiro
Svanendo nel buio
d’un cuore che batte veloce
La lotta sembra quella finale
Una lotta senza ritorno
Fino a domani notte
Cold sweat
I hang on to
The saving thin white light
Under the bedroom door
The smothered voices of adults
In the room nearby
The changing intonations
Of the TV program
Confined there,
I understand,
Become aware
Of
Death
Merciless, irreversible
The wave,
That will take us away
Late, in the silent night
Where thoughts learn how to grow
Familiar echoes
Reverberate
As I still cannot sleep
In the tired
Uncalmed
Adult body clay
Sudore freddo
M’aggrappo
alla fioca, bianca luce salvifica
sotto la porta della camera
Le voci soffocate degli adulti
nella stanza accanto
Le intonazioni che cambiano
nel programma in TV
Confinata là,
io capisco,
io prendo coscienza
della
Morte
Senza pietà, irreversibile,
L’onda,
che ci porterà via tutti
Tardi, nella notte silente
dove i pensieri imparano a crescere
Echi familiari
si diffondono
E io ancora non riesco a dormire
Nella stanca
Inquieta
Argilla del corpo adulto
Danielle Baraka
Traduzione dall'inglese di Federica Galetto
Bio:
Danielle Baraka è francese. Insegnante di scuola elementare, vive e lavora in un villaggio nel centro della Francia. Il suo blog:
http://danylicorne.blogspot.com/
giovedì 21 aprile 2011
FOCAULT'S PENDULUM - Subhankar Das

Photo credit Nightingale
Focault's Pendulum
How are you
Are you still a bird
Or a deer of the dawn
Jumping the red blue signals
I search for my forest
Thickets, under woods, nook and corners
Are flushed with the sun
The forlorn noonday of the city
Are so far away from me
As if they are crossing the border everyday
I put the shadows and a tiny piece of memory
Of this sea afloat
A sms like this an emptiness in this stark sunshine
Just cannot take it anymore
Just think a whole sea or a bunch of dry bindweed
Drying up on the table
Which the deer’s might come some day to eat
Flaring up and down red blue of the city
Maybe are casting their shadows
Images of dry sweat and the salt of the water
Of naked chaotic lane by lanes getting stuck
While trying to make way brushing past
The continuous prattle of other memories
And a safety pin of a time of split-colours
Dangles like a pendant
Il Pendolo di Focault
Come stai
Sei un uccello, ancora
O un cervo dell’alba
che salta i segnali rossi e blu
Cerco la mia foresta
Fratte, sotto bosco, cantucci e angoli
sono scivolati via con il sole,
il misero mezzogiorno cittadino
Sono così lontani da me
Come se attraversassero il confine ogni giorno
Tengo le ombre e un minuscolo pezzo di ricordo
di questo mare, a galla
Un sms come questo è un vuoto nel sole desolato
Non lo sopporto più
Penso solo ad un intero mare o ad un mazzo di convolvolo secco
che inaridiscono sul tavolo
a cui possa un giorno il cervo venire a nutrirsi
nell’infiammarsi alterno dei rossi e blu della città
Forse stanno plasmando le loro ombre
Immagini di sudore asciutto e il sale dell’acqua
Di un viale caotico e nudo presso viali congestionati
Tentando di farsi strada nel grattar via il passato
Il continuo cianciare di altri ricordi
E la spilla di sicurezza di un tempo dai colori screpolati
dondola, come un pendaglio
Subhankar Das
(First published on Negative Suck - Pubblicata su Negative Suck)
Traduzione di Federica Galetto
giovedì 14 aprile 2011
KATHERINE MANSFIELD - POESIA IN TRADUZIONE

Collage Federica Nightingale
Spring Wind in London (1909)
I blow across the stagnant world,
I blow across the sea,
For me, the sailor's flag unfurled,
For me, the uprooted tree.
My challenge to the world is hurled;
The world must bow to me.
I drive the clouds across the sky,
I huddle them like sheep;
Merciless shepherd-dog am I
And shepherd-watch I keep.
If in the quiet vales they lie
I blow them up the steep.
Lo! In the tree-tops do I hide,
In every living thing;
On the moon's yellow wings I glide,
On the wild rose I swing;
On the sea-horse's back I ride,
And what then do I bring?
And when a little child is ill
I pause, and with my hand
I wave the window curtain's frill
That he may understand
Outside the wind is blowing still
...It is a pleasant land.
O stranger in a foreign place
See what I bring to you.
This rain--is tears upon your face;
I tell you--tell you true
I came from that forgotten place
Where once the wattle grew.
All the wild sweetness of the flower
Tangled against the wall.
It was that magic, silent hour
The branches grew so tall
They twined themselves into a bower.
The sun shown... and the fall
Of yellow blossom on the grass!
You feel that golden rain
Both of you could not hold, alas,
Both of you tried, in vain.
A memory, stranger. So I pass
It will not come again
Loneliness (1910)
Now it is Loneliness who comes at night
Instead of Sleep, to sit beside my bed.
Like a tired child I lie and wait her tread,
I watch her softly blowing out the light.
Motionless sitting, neither left or right
She turns, and weary, weary droops her head.
She, too, is old; she, too, has fought the fight.
So, with the laurel she is garlanded.
Through the sad dark the slowly ebbing tide
Breaks on a barren shore, unsatisfied.
A strange wind flows... then silence. I am fain
To turn to Loneliness, to take her hand,
Cling to her, waiting, till the barren land
Fills with the dreadful monotone of rain.
Vento di primavera a Londra
M’involo attraverso il mondo stagnante,
m’involo attraversando il mare,
Per me, la bandiera del marinaio dispiegata,
Per me, l’albero sradicato.
Lanciata è la mia sfida al mondo;
il mondo deve inchinarsi a me.
Guido le nubi in cielo,
le raggruppo come pecore;
Sono spietato cane da pastore,
guardia del pastore rimango,
Se giacciono nelle quiete valli
Le sospingo su per il pendio.
Ecco! Sulle cime degli alberi mi nascondo,
in ogni cosa vivente;
volo sulle ali gialle della luna,
sulla rosa selvatica dondolo;
Cavalco il dorso del cavalluccio marino,
e cosa porto dunque?
E quando un bambinetto è malato
Mi fermo, muovendo con la mano il volant
della tendina alla finestra
affinché possa intendere
che all’esterno il vento ancora soffia
Ed è una terra amena.
O straniero in terra straniera
Guarda cosa porto per te.
Questa pioggia è come lacrime sul tuo volto;
Ti dico – ti dico in verità
Ch’io vengo da quel luogo dimenticato
Dove un tempo cresceva l’acacia.
Tutta la selvatica dolcezza del fiore
Aggrovigliato contro il muro.
Era quella magica, silente ora
I rami crescevano tanto alti
da avvolgersi in un pergolato.
Il sole splendeva e quel cadere
di gialli boccioli sull’erba!
Sentite quella pioggia dorata
Entrambi senza riuscire a trattenerla, ahimè,
entrambi avete tentato invano.
Un ricordo, straniero. Così, io passo oltre
Tutto ciò non tornerà più.
Solitudine
Ora è la Solitudine che giunge la notte
Al posto del sonno, e siede accanto al mio letto.
Come un bambino stanco rimango distesa
E attendo il suo passo,
la guardo spegnere dolcemente la luce.
Sedere immobile, neanche a voltarsi a sinistra
O a destra, ed esausta, esausta chinare il capo.
Anche lei è vecchia. Anche lei ha combattuto la battaglia.
Così, è incoronata d’alloro.
Attraverso il buio mesto la lenta marea rifluente
Si spezza sull’arida riva, insoddisfatta.
Monta uno strano vento, poi il silenzio.
Sono pronta a volgermi alla Solitudine,
a prenderle la mano, aggrapparmi a lei,
aspettando, fino a che la terra brulla
si sarà riempita
con la tremenda monotonia della pioggia.
Poesie di Katherine Mansfield
Traduzione di Federica Galetto
venerdì 4 febbraio 2011
ELSE LASKER SCHUELER
http://www.poesia.it/servizi/LASKER_SCHULER.pdf
L’ultima stella
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria,
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
Der letzte Stern
Mein silbernes Blicken rieselt durch die Leere,
Nie ahnte ich, daß das Leben hohl sei.
Auf meinem leichtesten Strahl
Gleite ich wie über Gewebe von Luft
Die Zeit rundauf, kugelab,
Unermüdlicher tanzte nie der Tanz.
Schlangenkühl schnellt der Atem der Winde,
Säulen aus blassen Ringen sich auf
Und zerfallen wieder.
Was soll das klanglose Luftgelüste,
Dieses Schwanken unter mir,
Wenn ich über die Lende der Zeit mich drehe.
Eine sanfte Farbe ist mein Bewegen
Und doch küßte nie das frische Auftagen,
Nicht das jubelnde Blühen eines Morgen mich.
Es naht der siebente Tag –
Und noch ist das Ende nicht erschaffen.
Tropfen an Tropfen erlöschen
Und reiben sich wieder,
In den Tiefen taumeln die Wasser
Und drängen hin und stürzen erdenab.
Wilde, schimmernde Rauscharme
Schäumen auf und verlieren sich,
Und wie alles drängt und sich engt
Ins letzte Bewegen.
Kürzer atmet die Zeit
Im Schoß der Zeitlosen.
Hohle Lüfte schleichen
Und erreichen das Ende nicht,
Und ein Punkt wird mein Tanz
In der Blindnis.

O Dio
Dovunque solo più breve sonno
Nell’uomo, nel verde, nel calice del convolvolo.
Ognuno fa ritorno nel suo morto cuore.
– Vorrei che il mondo fosse ancora un bambino –
E a me sapesse raccontare dal primo respiro.
Prima era una grande devozione per il cielo,
Le stelle si mettevano a leggere la Bibbia.
Potessi una volta prendere la mano di Dio
O vedere la luna al suo dito.
O Dio, Dio, come ti sono lontana io!
O Gott
Überall nur kurzer Schlaf
Im Mensch, im Grün, im Kelch der Winde.
Jeder kehrt in sein totes Herz heim.
– Ich wollt die Welt wär noch ein Kind –
Und wüßte mir vom ersten Atem zu erzählen.
Früher war eine große Frömmigkeit am Himmel,
Gaben sich die Sterne die Bibel zu lesen.
Könnte ich einmal Gottes Hand fassen
Oder den Mond an seinem Finger sehn.
O Gott, o Gott, wie weit bin ich von dir!
Sono triste
I tuoi baci fanno buio, sulla mia bocca.
Io non ti sono più cara.
E come giungesti –!
Azzurro di paradiso;
Alla tua più dolce fonte
Il mio cuore faceva il giocoliere.
Ora lo voglio truccare
Come le puttane il rosa
Appassito dei fianchi di rosso.
I nostri occhi sono socchiusi,
Come un cielo morente –
La luna è invecchiata.
La notte non si sveglia più.
Tu non ti ricordi di me.
Dove me ne andrò con questo cuore?
Ich bin traurig
Deine Küsse dunkeln, auf meinem Mund.
Du hast mich nicht mehr lieb.
Und wie du kamst –!
Blau vor Paradies;
Um deinen süßesten Brunnen
Gaukelte mein Herz.
Nun will ich es schminken,
Wie die Freudenmädchen
Die welke Rose ihrer Lende röten.
Unsere Augen sind halb geschlossen,
Wie sterbende Himmel –
Alt ist der Mond geworden.
Die Nacht wird nicht mehr wach.
Du erinnerst dich meiner kaum.
Wo soll ich mit meinem Herzen hin?

Il mio popolo
La roccia è fradicia
Da cui sgorgo
E i miei inni innalzo a Dio…
All’improvviso cado a precipizio dal corso
E fluisco in me
Lontano, sola sopra lamentosa pietra
Verso il mare.
Mi sono scorsa
Dal mosto-fermentato
Del mio sangue.
E ancora, ancora l’eco
In me,
Quando orribile verso oriente
La roccia d’ossa fradice,
Il mio popolo,
Grida a Dio.
Mein Volk
Der Fels wird morsch,
Dem ich entspringe
Und meine Gotteslieder singe…
Jäh stürz ich vom Weg
Und riesele ganz in mir
Fernab, allein über Klagegestein
Dem Meer zu.
Hab mich so abgeströmt
Von meines Blutes
Mostvergorenheit.
Und immer, immer noch der Widerhall
In mir,
Wenn schauerlich gen Ost
Das morsche Felsgebein,
Mein Volk,
Zu Gott schreit.
Il mio piano azzurro
A casa ho un piano azzurro,
Ma note non conosco.
Sta all’ombra della porta della cantina
Da quando il mondo è perduto.
Lo suonano quattro mani di stelle
– La Donnaluna cantava nella barca –
Ora danzano i ratti nel cigolio.
Rotta è la tastiera…
Io piango l’azzurra morta.
Ah, caro angelo, aprimi
– Il pane amaro ho mangiato –
Nonostante il divieto
A me viva la porta del cielo.
Mein blaues Klavier
Ich habe zu Hause ein blaues Klavier
Und kenne doch keine Note.
Es steht im Dunkel der Kellertür,
Seitdem die Welt verrohte.
Es spielen Sternenhände vier
– Die Mondfrau sang im Boote –
Nun tanzen die Ratten im Geklirr.
Zerbrochen ist die Klaviatür
Ich beweine die blaue Tote.
Ach liebe Engel öffnet mir
– Ich aß vom bitteren Brote –
Mir lebend schon die Himmelstür –
Auch wider dem Verbote.
giovedì 13 gennaio 2011
JEAN-CLAUDE TARDIF

COLLANA LIBELLULE
Poesia francese contemporanea
Jean-Claude Tardif, Della vita lenta
Prefazione e traduzione di Chiara De Luca
Con una nota di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-41-9
pp. 164, € 12,00
qui per acquistare:
http://www.kolibrisbookshop.eu/store/?p=productMore&iProduct=51
Novembre non si agita, s’incolla alla consuetudine, ostinato e colmo di rappresaglie. Respira i mali del sale, più simile a un presagio che al terrore, più vicino a una nuova leggenda che all’eterno dimenticare. Dorme un indovino nell’autunno di queste pagine, una speranza che custodisce evocazione e modestia. Un’andatura paziente che scopre la vita nel suo incedere. Ci sono regole non scritte che trasformano la nostra esistenza. Che ci permettono di credere alle fiabe. Regole che arrivano da altrove. Dal fumo della pipa, da un treno che solca il bosco, dai piedi di una bimba che gioca a Mondo. Buttiamo il gessetto per terra. Chi andrà fino all’inferno? Chi ne ha preservato il ricordo? Una memoria di nomi impronunciabili emerge dal bordo dei giardini, amori affamati che hanno smarrito il ritorno– diventano lontananze, voli di piccioni. In questo libro di Jean Claude Tardif i confini sono aspri. Semplicità e silenzio come labbra di un’unica bocca, si contendono ogni sillaba, ogni piccolo tremore. Sulle panchine, un sole timido scalda le copertine dei libri. Tra un clacson lontano e le ultime tracce di rugiada, piccoli fuochi sonnecchiano nei riflessi delle finestre, concedendo ai versi il giusto tepore, l’eco di un cielo delicato. Da questi risvegli il reale affiora come uno spettacolo raro. Che va colto tra i fumi dei camini, nel vivere comune del pane sulle tavole. La poesia percorre vie impervie, tracciando un credo che non dà risposte. Si affaccia con rispetto alle soglie del racconto, in un movimento lieve, oltrepassa i rumori senza agonie. Sfugge al tempo, firma le ossa dello smarrimento. Qui nasce una misura senza la quale gli spasmi sarebbero violenti,un metro velato che accarezza il viso con dolcezza, donando al profondo un continuo riaffiorare di parole. Una febbre leggera che cesella storie brevi, alle quali è necessario prestate orecchio, per far si che il cuore ne assapori la natura di miele e lupi. L’anima di Della vita lenta è intrisa di rifugi, di periferie e vagabondi vicini alla danza della sera– d’un pianto che cerca l’angolo più caldo del libro, per perdere la pettinatura in un bacio, per sciogliere il destino delle atrocità, in un testo che si posa sui nostri occhi, attraversandoci, come fossimo salici al vento.
Gianluca Chierici
La difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come collana di parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, come “parole appese”, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta porge l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.
Dalla prefazione di Chiara De Luca
*
La nuit n’est ni plus sereine
ni plus inquiète
qu’au solstice
partagée simplement
entre le désir de mots
qui la contraignent
et les beautés du silence
*
La notte non è più serena
né più inquieta
che al solstizio
semplicemente contesa
tra il desiderio delle parole
che la opprimono
e le bellezze del silenzio
*
Silences où je n’oserai plus ton prénom
jonquille étrange des matins d’hiver
alors que le ciel sera si léger
Te soulever au-dessus de mon visage
sera souvenir de nuage,
histoire de neige
reflets de ces contes que je ne dirai plus
pour mieux les savoir sur tes lèvres
piquetées de chants d’oiseaux
et de la fièvre qui davantage
nous fait adorer nos vieilles jeunesses
*
Silenzi in cui non oserò più il tuo nome
strana giunchiglia dei mattini d’inverno
quando il cielo sarà così leggero
Sollevarti al di sopra del mio viso
sarà ricordo di nuvola,
storia di neve
riflessi dei racconti che non narrerò più
per meglio saperli sulle tue labbra
punteggiate di canti di uccelli
e la febbre che più a lungo
ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze
*
Il est des mots qui donnent à vivre
avec leur goût de thym, de miel ;
de pluies en novembre
quand les femmes ressemblent à leur tristesse
Des mots coupés, frais, sur la table,
pains blancs mangés des yeux
où s’abreuvent des îles
et des poitrines à jeun
tendues, voiles d’adolescente
qui rêve qu’elle ne rêve plus,
s’abandonne à la parole
*
Lui è delle parole che danno da vivere;
con il loro gusto di timo, di miele;
di piogge a novembre
quando le donne somigliano alla loro tristezza
Di parole tagliate, fresche, sulla tavola,
pani bianchi mangiati degli occhi
dove si abbeverano isole
e petti a digiuno
tesi, veli d’adolescente
che sogna di non sognare più,
si abbandona alla parola
*
Léger coup de vent ou chevelure qui se défait —
C’est la bise sur la draille de l’épaule,
par millier des rêves d’animaux qui s’épuisent
une odeur qui se fait plus tendre,
un arôme qui assigne le moindre frisson
du bonheur.
Sur le mur la lumière s’attise
au même instant que le matin
et déjà le regret des pluies,
des ombres dures comme la jeunesse ;
demain viendront les vêtements d’hiver
les armoires plus lourdes de chêne
où s’endorment
et le pain et les morts
ainsi que l’amour que le temps affame
*
Lieve colpo di vento o la pettinatura che si disfa –
È il bacio sulla draglia della spalla,
di migliaia di animali che si sfiancano
un odore che si fa più tenue,
un aroma che fissa il minimo brivido
di gioia.
Sul muro la luce si attizza
nello stesso istante in cui il mattino
è già il rimpianto delle piogge,
delle ombre dure come la gioventù;
domani verranno gli abiti invernali
gli armadi più pesanti di quercia
dove si addormentano
il pane e i morti
così come l’amore che il tempo affama.
*
Près de la grille
le schéma d’un verdier
coupable de trop de fatigue,
d’avoir révéré le vol
les plumes de sa queue
ont la sévérité d’un éventail
de pénitente
qu’on ne pourrait pas refermer
le temps manquant soudain
face à la béance du ventre ;
œil ouvert sur la fuite de
milliers de moucherons,
de petits insectes plus anonymes
connus seulement de la dent du chat
*
Accanto al cancello
la sagoma di un verdello
colpevole di troppa fatica,
di aver venerato il volo
le piume della coda
hanno la severità di un ventaglio
da penitente
che non si potrebbe chiudere
mancando all’improvviso il tempo
di fronte alla beanza del ventre;
occhio aperto sulla fuga di
migliaia di moscerini,
di piccoli insetti più anonimi
noti soltanto al dente del gatto
*
Faire halte au village,
la main de l’ami nous dit les souvenirs ;
la fraîcheur des petits matins sous le saule
alors que la tourterelle à collier
trace ses nouveaux territoires
La nuit a ôté ses fers
et les forges de l’aube
marquent les filles de joies nouvelles —
une jupe de vent léger,
une odeur de vanille qui bouleverse
le chèvrefeuille
un rien nous prie d’être au Monde
le friselis d’un Saint-Amour
comme une première faute à la fontaine
(plus tard nous y verrons notre seule hardiesse)
Faire halte au village
à présent que l’ami siège dans l’album du regard,
y attendre le crépuscule
pour mieux croire en son lendemain
*
Fare sosta al villaggio,
la mano dell’amico ci dice i ricordi;
la freschezza dell’alba sotto il salice
mentre la tortora dal collare
traccia i suoi nuovi territori
La notte ha tolto i suoi ferri
e le fucine dell’alba
marcano le ragazze di gioie nuove–
una gonna di vento lieve,
un odore di vaniglia che scompiglia
il caprifoglio
un niente ci prega d’essere al Mondo
il fruscìo di un Saint-Amour
come una prima volta alla fontana
(più tardi ci vedremo la nostra sola audacia)
Fare sosta al villaggio
ora che l’amico si trova nell’album dello sguardo,
attendere là il crepuscolo
per meglio credere nel proprio domani.
*
Devant moi la fontaine des hommes assis,
non pas muette
mais pleine de retenue
pour les mots qu’elle prononce,
l’eau n’y murmure plus
mais nous dit sa geste
d’un simple mouvement du vent,
d’une aile de mouette
Dans l’immeuble d’en face,
derrière des rideaux ajourés,
un enfant en bas-âge
pleure.
Le voilage n’étouffe pas tout à fait son cri
mais fait qu’on l’ignore davantage
Les pigeons trottinent éperdument
par peur de l’orage qui s’achève
et les fait se souvenir
Dos au square et aux jeux d’enfants
je lis L’homme indécis d’Hofmannsfhal
la pluie comme seul repère
*
Davanti a me la fontana degli uomini seduti,
non muta
ma piena di riserbo
per le parole che pronuncia,
l’acqua non vi mormora più
ma ci dice il suo gesto
con un semplice movimento del vento,
d’ala di un gabbiano
Nel palazzo di fronte,
dietro le tendine ricamate,
un bimbo piccolo
piange
Il velo non ne smorza affatto il grido
ma contribuisce a far sì che lo si ignori
I piccioni zampettano disperatamente
per paura del temporale che finisce
e fa loro ricordare
Schiena al giardinetto e ai giochi dei bambini
leggo L’uomo indeciso di Hofmannsfhal
la pioggia per unico riparo
*
Parce que tant serrés
sur la chambre du cœur
les mots suffisent à peine à vous dire,
l’on vous devine parfois
dans le creux du silence,
dans l’œil mouillé du dernier venu,
dans sa façon de vous offrir
gîte et couvert
après avoir sorti la nappe blanche
en points d’Assise
rangée, jusqu’alors, dans les combles d’une
armoire
pressée d’ombre et de modestie.
Nous nous savons chez nous
soudain connaissons le goût du tabac tendu
et mettons un nom sur les photos qui dorment
*
Perché tanto strette
sulla stanza del cuore
le parole appena bastano a dirvi,
vi s’indovina talvolta
nell’incavo del silenzio,
nell’occhio umido dell’ultimo venuto,
nel suo modo di offrirvi
asilo e riparo
dopo aver tirato fuori la tovaglia bianca
in punto d’Assisi
riposta, fino ad allora, nel pieno di un
armadio
pressata d’ombra e di modestia.
Noi ci sappiamo a casa
a un tratto conosciamo il gusto del tabacco teso
e mettiamo un nome sulle foto che dormono
*
J’aime ces soleils de novembre,
ceux-là même qui n’ont jamais cru à l’été
par réalisme
mais qui s’obstinent encore
à réchauffer ce fond de bourgogne
qui m’accompagne alors que je vous parle
comme on fait à l’ordinaire
D’en bas me viennent
des bruits de cocottes mêlés aux rires
c’est l’automne,
les dernières éclaircies du corps
Tout se blottit
petits bonheurs du jour,
meubles d’archange
en l’attente d’un soleil blanc,
d’empreintes profondes
escroquées à la nuit
*
Amo questi soli di novembre,
anche quelli che non hanno mai creduto all’estate
per realismo
eppure ancora si ostinano
a riscaldare questo fondo di borgogna
che mi accompagna mentre vi parlo
come si fa di consueto
Dalla strada provengono
versi di galline mescolati alle risa
è l’autunno
le ultime schiarite del corpo
Tutto si rannicchia
piccole gioie del giorno
mobili d’arcangelo
in attesa di un sole bianco,
d’impronte profonde
estorte alla notte
Jean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia. La presente raccolta è parte di una trilogia che comprende Orcus (La Bartavell, 1995) e L’homme de peau (La Dragonne, 2002).
Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…”
martedì 11 gennaio 2011
PAUL CELAN, NELLY SACHS - CORRISPONDENZA

In questo epistolario, l'amicizia e l'intesa intellettuale di Celan con la Sachs, diventano un momento essenziale della loro vita poetica e personale. In esso si racconta l'universo interiore di questi due giganti della letteratura del Novecento, che si raccontano l'un con l'altro e ci rendendo partecipi di alcune splendide pagine di prosa.
Le loro "preghiere in forma di poesia", esprimono, con il linguaggio della modernità, gli stessi dolori e le stesse speranze degli uomini e delle donne della Bibbia.
(dalla quarta di copertina)
Autori: Paul Celan e Nelly Sachs
Titolo: Corrispondenza
Originale: Briefweschel
Traduzione: Anna Ruchat
Editore: Il melangolo, 1993
Paul Celan (Czernovitz 1920, Parigi -suicida- 1970) è considerato uno dei massimi esponenti della lirica novecentesca. È altresì noto per il suo lavoro di traduttore.
In italiano sono tradotte le opere: Poesie (Mondadori 1976), Luce coatta e altre poesie (Mondadori 1983), La verità della poesia. Il meridiano e altre poesie (Einaudi 1993), Scritti rumeni (Campanotto 1994) e il Tiro di Presagi. Poesie inedite 1948-1969 (Einaudi 2001).
Nelly Sachs (Berlino 1891-Stoccolma 1970) scrittrice tedesca di famiglia ebraica, riparò in Svezia a causa delle persecuzioni naziste dove rimase per tutta la vita. L'intesa intellettuale e affettiva con Celan e la sua morte improvvisa la porteranno ad una rapida consunzione in un ospedale psichiatrico, morendo a breve distanza dall'amico e forse proprio a causa della scomparsa di esso.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Le sue opere tradotte in italiano: Poesie (Einaudi 1966) e Racconti di Gerusalemme (Utet 1972) con la collaborazione di S. Yosef Agnon.
"[...] Io credo in un universo invisibile nel quale inscriviamo ciò che abbiamo inconsapevolmente compiuto. Sento l'energia della luce che fa scaturire la musica dalle pietre e soffro per la freccia della nostalgia la cui punta ci colpisce subito a morte e ci spinge al di fuori, la dove l'insicurezza inizia a sciacquare via ogni cosa.
A Dio e la benedizione sia con Lei.
Nelly Sachs
"Cara, sinceramente ammirata, Nelly Sachs!
ieri l'altro , quando è arrivata la Sua lettera avrei voluto prendere il primo treno e venirea Stoccolma per dirle - con quali parole poi, con quali silenzi? - di non creder mai che parole come le Sue possano rimanere inascoltate. La camera del cuore è vero, è rimasta in gran parete sepolta, ma l'eredità della solitudine di cui Lei parla, quella verrà accolta qua e là, nella notte, poiché vi sono le Sue parole. False stelle ci sorvolano - certamente; ma il granello di polvere che la Sua voce impregna di dolore descrive l'orbita infinita.
Suo Paul Celan"
Caro Poeta, caro amico, è infinitamente bello sapere che Lei esiste!
Sua Nelly Sachs
Penso a te, Nelly, sempre, pensiamo sempre a te e a ciò che vive grazie a te! Ricordi ancora quando abbiamo parlato di Dio per la seconda volta, a casa nostra, del tuo Dio, il Dio che ti attende, ricordi che c'era il riflesso dorato sulla tua parete? Sei tu, è la tua vicinanza, che permette di vedere il riflesso, c'è bisogno di te, anche in nome di coloro ai quali tu sei e ti pensi tanto vicina, c'è bisogno della tua presenza qui e tra gli uomini, c'è bisogno di te ancora a lungo, c'è chi cerca il tuo sguardo - ; mandalo, quello sguardo, mandalo ancora all'aperto, consegnagli le tue parole vere, le tue parole liberatrici, affidati a lui, affida a noi, tuoi compagni di vita, della tua vita, questo sguardo, fai in modo che noi, già liberi, diventiamo i più liberi in assoluto, facci stare ritti, con te, nalla luce! [...]
Il tuo Paul che ti è grato,
grato da più profondo del cuore
Stoccolma, 10.3.1958
Bergssundstrand 23
Caro amico Paul Celan, oggi un cordiale saluto da neve e ghiaccio in occasione della presenza qui di Hermann Kasack, poichè il Suo nome è rimbalzato ancora una volta tra noi in un contesto così alto.
Sono sempre felice di saperla presente e di sapere che la Sua opera traccia cerchi via via più ampi intorno a sè. Segue qui per Lei un minuto alle prime luci dell'alba.
Perchè mai questa tristezza?
Questo completo defluire del mondo
Perchè nei tuoi occhi
gocce di luce,
la luce di cui si compone il morire
Leggeri scivoliamo giù per questa ripida roccia dell'orrore
essa ci guarda con le morti pregne di stelle
con queste placente irrigidite nella polvere
nelle quali fluiva il canto degli uccelli
mentre il labbro seppelliva il vino del linguaggio
O raggio che ci hai risvegliato:
come hai potuto prendere tra le tue braccia
che sempre più oscurano ogni patria
il nostro farci-stanchi
come hai potuto poi lasciarci soli nella notte
Adieu
Sua Nelly Sachs
sabato 1 gennaio 2011
IOSIF BRODSKIJ

Photo di Sergej Bermeniev
Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno,
quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato
come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà
(I. Brodskij, Poesie. Adelphi. Trad. G. Buttafava)
Disfano, i giorni, il cencio da Te fatto...
Disfano, i giorni, il cencio da Te fatto:
Si stringe a vista d'occhio, sotto mano.
La verde trama e' presto diventata
Celeste, grigia, e poi marrone, stinta.
E ai bordi e' lisa, come di batista.
Mai i pittori descrivono la fine
Del viale. A quanto pare si ritira,
A lavarlo, il vestito della sposa,
E anche il corpo non si fa piu' bianco.
Sia che secchi il formaggio, o manchi il fiato.
Ossia: l'uccello e' un corvo, di profilo,
Ma in cuore e' un canarino. E' che la volpe,
Quando l'azzanna, semplice, alla gola,
Non sta a badare se e' sangue o tenore.
*
Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.
Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c'è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.
In queste ampiezze signora è l'acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e "via di qui" strilla.
L'orizzonte si rivolta come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate mobili.
E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa - evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: "sei risorto".
(da "Ninnananna da Cape Cod")
*
Io ero solamente ciò
Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.
Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.
Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.
Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.
Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie
così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.
E, gettata così,
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.
*
Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell'ansia!
Come il pesce sulla sabbia, l'uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s'alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.
Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e - oso dirlo - dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettate.
*
Chinati, ti devo sussurrare all'orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c'è mano, e non c'è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d'oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da "Poesie Italiane/Elegie romane")
*
Sono nato...
Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.
*
Farfalla
I
Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr'ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare "vita"
nell'unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.
II
Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?
III
Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d'inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.
IV
Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
- o belle donne e uccelli -
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?
V
Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di',
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?
VI
Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l'idea della cosa
e noi la cosa stessa?
VII
Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l'occhio del cacciatore.
VIII
Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta... ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l'attimo,
ed il minuto, il giorno.
IX
E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.
X
Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un'aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l'avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l'aria d'un tratto
prende una forma.
XI
Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.
XII
Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.
XIII
Ti dirò "Addio"?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell'oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!
XIV
Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.
Biografia http://it.wikipedia.org/wiki/Josif_Aleksandrovi%C4%8D_Brodskij



