Traducendo Einsamkeit
STANZE DEL NORD
SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO
ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS
A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale
EMILY DICKINSON
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venerdì 23 dicembre 2011
Buone Feste
L'Albero di Natale
A sud del golfo di Finlandia
la notte vicino al mare brumoso
l'albero di Natale scintilla tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni e ciminiere di fabbriche
l'albero di Natale
l'albero di Natale canta sulla piazza bianca di neve
canzoni dell'Estonia
lunghissimo scintillante pagliuzzato d'oro
l'albero di Natale
tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla
le ciglia azzurre sono io
che l'ho appesa mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà
con le mie parole
le mie speranze
le mie carezze a tutti gli alberi di Natale
a tutti gli alberi
a tutti i balconi
le finestre
i chiodi
le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.
Nazim Hikmet
Con gli auguri di un sereno e gioioso Natale a voi tutti
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giovedì 17 marzo 2011
150 ANNI D'ITALIA

La poesia "La spigolatrice di Sapri" narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie. Il poeta adotta il punto di vista di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.
LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
di Luigi Mercantini (1857)
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All'isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s'è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e noi non fecer guerra.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: - dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: - O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: - V'aiuti 'l Signore! -
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid'io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
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giovedì 10 marzo 2011
MALGORZATA MAJ

Malgorzata Maj è una giovane illustratrice e fotografa polacca.
Il suo gusto per il Romanticismo dark, l'amore per i Simbolisti del XIX secolo, l'arte della sartoria d'abiti d'epoca, ne fanno un'artista poliedrica e stupefacente. La creatività che la contraddistingue attinge dal passato proiettando modelli di femminilità e bellezza nella contemporaneità, rendendo possibile un connubio di Grazia e Sensibiltà che a mio parere molto hanno a che fare con altre Arti, come la Scrittura e la Poesia. Il suo sito è a questo link:
http://www.sarachmet.blogspot.com/
E vale davvero una visita.

Blue II
Rinsavire all’addiaccio
Che non è cosa propria
Di me
Medesima

Sublime II
Attaccata al lembo rimpolpato del gambo
e del petalo cremisi
tinto ai più estesi meridiani

Two hearts IV, 2009
Discende l’espansa ripetuta gruccia
del tarlo
come infarinata d’ocra e belletto
sulle gote

Shelter,2009
Perché come a sera si scioglie il vermiglio
A infuocare
Così mi preme rinverdire il vuoto sensibile
e le pose del filare immobile
Che guarda

Red gloves, 2007
Potendo esaudirei le promesse,
come un vento spossato nei cardini,
diluvio reso ruggine dal tempo,
eroso come ferro ai polsi

Si creano medicate rese nel pungolo
d’un roseto
fatto d’ombra e magenta nei raggi solari

Rosebud, 2009
Eppure non sento che colar via l’ambra

The last leaf
La più preziosa onda del margine a taglio
che fa sgorgare rosso il mio sangue

The Quiet One

Enter me, 2009
su te che m’ami distratto
Poesia di Federica Galetto - "Rinsavire di me"
giovedì 3 marzo 2011
DATE A GIRL WHO READS - DAI UN APPUNTAMENTO AD UNA RAGAZZA CHE LEGGE

La lettrice - The reader
Digital Collage di Federica Nightingale
“Date a girl who reads. Date a girl who spends her money on books instead of clothes. She has problems with closet space because she has too many books. Date a girl who has a list of books she wants to read, who has had a library card since she was twelve.
Find a girl who reads. You’ll know that she does because she will always have an unread book in her bag.She’s the one lovingly looking over the shelves in the bookstore, the one who quietly cries out when she finds the book she wants. You see the weird chick sniffing the pages of an old book in a second hand book shop? That’s the reader. They can never resist smelling the pages, especially when they are yellow.
She’s the girl reading while waiting in that coffee shop down the street. If you take a peek at her mug, the non-dairy creamer is floating on top because she’s kind of engrossed already. Lost in a world of the author’s making. Sit down. She might give you a glare, as most girls who read do not like to be interrupted. Ask her if she likes the book.
Buy her another cup of coffee.
Let her know what you really think of Murakami. See if she got through the first chapter of Fellowship. Understand that if she says she understood James Joyce’s Ulysses she’s just saying that to sound intelligent. Ask her if she loves Alice or she would like to be Alice.
It’s easy to date a girl who reads. Give her books for her birthday, for Christmas and for anniversaries. Give her the gift of words, in poetry, in song. Give her Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Let her know that you understand that words are love. Understand that she knows the difference between books and reality but by god, she’s going to try to make her life a little like her favorite book. It will never be your fault if she does.
She has to give it a shot somehow.
Lie to her. If she understands syntax, she will understand your need to lie. Behind words are other things: motivation, value, nuance, dialogue. It will not be the end of the world.
Fail her. Because a girl who reads knows that failure always leads up to the climax. Because girls who understand that all things will come to end. That you can always write a sequel. That you can begin again and again and still be the hero. That life is meant to have a villain or two.
Why be frightened of everything that you are not? Girls who read understand that people, like characters, develop. Except in the Twilightseries.
If you find a girl who reads, keep her close. When you find her up at 2 AM clutching a book to her chest and weeping, make her a cup of tea and hold her. You may lose her for a couple of hours but she will always come back to you. She’ll talk as if the characters in the book are real, because for a while, they always are.
You will propose on a hot air balloon. Or during a rock concert. Or very casually next time she’s sick. Over Skype.
You will smile so hard you will wonder why your heart hasn’t burst and bled out all over your chest yet. You will write the story of your lives, have kids with strange names and even stranger tastes. She will introduce your children to the Cat in the Hat and Aslan, maybe in the same day. You will walk the winters of your old age together and she will recite Keats under her breath while you shake the snow off your boots.
Date a girl who reads because you deserve it. You deserve a girl who can give you the most colorful life imaginable. If you can only give her monotony, and stale hours and half-baked proposals, then you’re better off alone. If you want the world and the worlds beyond it, date a girl who reads.
Or better yet, date a girl who writes.” —
Rosemarie Urquico
Dai un appuntamento ad una ragazza che legge
“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.
Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.
Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.
Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.
E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.
Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.
Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.
Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.
Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.
O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive".
Rosemarie Urquico
Traduzione di Federica Galetto
giovedì 24 febbraio 2011
V.S. GAUDIO - IL NOME DELLA QUADRUPLICE MANDRAGORA

Un poemetto di V.S. Gaudio, un viaggio surreale che spazia in territori infiniti, riferimenti vasti, a volte familiari, altre volte sconosciuti. Un viaggio onirico, un sogno, un pensiero, un filo tirato sulla Storia e sul Tempo, passato, presente, futuro. Una magia di immagini che si rincorrono creando una trama affascinante e fitta in cui perdersi può esser dolce o spaventoso.Un'affabulazione di grande respiro alla ricerca della Quadruplice Mandragora. In calce al testo le Note. Il testo è già apparso su Il Cobold, dove potrete reperire altri scritti di Gaudio.Non bisogna aver fretta, prendetevi il vostro tempo. Per voi V.S. Gaudio, nel suo stile migliore.
Nightingale
§
se la terra è una sfera,dove fuggire
perché finalmente non si debba più guatare
con orrore in una faccia d’uomo?
se fosse davvero una sfera, servendoci ad esempio
della formula H=a. tg alfa calcoleremmo l’altezza
di un monte secondo una misura sempre in difetto,
poiché la base di esso verrebbe a trovarsi sempre
più sotto
e alla sera sebbene l’acqua fosse dolce
pur ottundendo il filo dei denti
e per designare il sole qui si dica “Ugrnja”
grandi stelle baluginano fuligginose
dietro, una folata di vento
davanti, nessuna pista perché ogni
traccia è stata cancellata
tra le più desolate pietraie e i deserti
che varco instancabile con questo mantello fulvo
perché nessuno mi scorga nel mare di sabbia
fin lì io voglio che sia un disco e come tale
infinito fratello di sangue, stelo d’erba, ti amo
il tuo splendore d’acqua si effonde sopra il mio cielo
come una coppa di rugiada, una madre cui io protendo
le mani e ti accarezzo, dolce e greve, e ancora e sempre,
sempre ancora, come la donna che amo
questa coppa del cielo azzurra che spande la sua luce
dorata sul mio volto e non ho difesa e non lotto
il vento che già giunge altero e se ne va tiepido
e la giovane donna nel sole del mattino che volge la schiena
all’osservatore alla pinacoteca di Alessandria
sta la nuvola bassa e mi guarda si fa da presso il ruscello
azzurro e argento, il meriggio se ne va
il crepuscolo se ne va, la sera se ne va
piena di fuochi e canto con voce che da stagni
si fa acqua che balena azzurra
sposa del vento nella notte è la mia sposa
selvaggia, che un tempo rideva con più grazia
e come ruote che guadano torrenti in mezzo
ad acque bianche ricordo le sue natiche
mentre io seguito il mio cammino
l’ultimo segno di riferimento una piccola lastra di pietra
sopra un dorso di roccia piatto, sulla destra
dopo 50000 passi e una breve discussione sullo
scarto di errore, con una variazione di 1,12 stadi
se l’umanità riuscisse quanto prima ad annientarsi
prima che si metta a volare per appiccare più agevolmente
il fuoco dentro le città e lanciare veleno nei pozzi
durante la notte e prima che la scrittura fissi
per segni opere di poesia perenni e inutili e romanzi
di basso conio e libelli per attizzare l’odio tra
prestidigitatori truffaldini e pugilatori, tagliaborse,
ruffiani, ciarlatani e puttane
che nel migliore dei casi si tratta di poveri deficienti,
zerbinotti vanesi e tromboni privi di cervello
e ognuno è soddisfatto di sé, si atteggia a massima dignità
si inchina con cortesia, gonfia grossolanamente le
guance, gesticola, guata allocchito, schiamazza, strilla
hanno un sacco di termini questi coglioni,
esperti della vita che conoscono un numero sufficiente
di furfanterie spicciole, e caratteri in sé conclusi
che hanno finalmente disintegrato qualsiasi ideale,
maniere disinvolte, sfacciate troie e già da un pezzo
mature per la forca e il bordello
per non parlare di chi sono i grandi, politici e
oratori, principi e condottieri, che vanno strozzati
senza indugio, prima che trovino il tempo e l’occasione
di farsi il nome di Napoleone a spese di Joubert
e la notte quando il vento si fa più forte e la sabbia
diventa sempre più fina
i libri, un coltello, un pezzo di pane e l’anfora, appesa alla fune
presso che piena, l’arco e tre frecce per stare fermi nel medesimo
posto foss’anche il quattordicesimo giorno e a occidente
si levi una nuvola di polvere, leggera e dorata o una pesante
coltre di sabbia e veloci sono i loro cammelli cursori
abbiamo fatto una divertente gara di tiro con l’arco
nel pomeriggio con Masbut che conficcò nella sabbia un palo
e pose sulla cima una tazza di legno scuro
anche a 60 passi la centrarono soltanto 2 dei 4 tiratori
tra cui Geena Davis[1], inoltre io per il mio arco elastico
e in perfette condizioni a 100 passi la colpii in pieno
con la prima freccia, a 150 passi troppo lontano
forse, se non ci fosse stato il vento qualche probabilità
restava ancora solo Geena Davis urtò la tazza
con la terza freccia facendola cadere a terra
e alzò una mano nel vento, poi incoccò una freccia
scura dall’affilata punta d’argento, tese l’arco
e saettò il dardo in maniera tale che il nobile metallo
fendette come una folgore la cavità crepata
e afferrò la mia mano e disse parole gentili:
era molto lieta che arcieri di così rara valentia
percorressero il mare di sabbia, mentre i suoi compagni
avevano spostato in silenzio una tenda nera, e lei
mi domandò dentro che cosa facevamo in quel luogo
e piuttosto cosa contenesse l’Anfora d’oro, lo spirito della
quadruplice Mandragora?
e da quella volta passai ogni sera per strade e vicoli
e vidi le luci abbaglianti delle vetrine e le bettole
del vizio e della delinquenza, mille facce, diecimila facce,
centomila in questo posto in cui era sempre
autunno e le donne erano magre, i grassi bottegai
spiavano curiosi tra scaffali bisunti,
fuoco venne, morbo e guerra, e venne il dio della febbre,
con la faccia volpina,
il mazzo di frecce rosse sul petto
Weilaghiri, la città infernale
mentre la nave salpava prendendo il largo con
il vento in favore e sarebbe stata incenerita da una
pioggia di fuoco e per la prima volta avvertii la sete
si fece avanti un giovane marinaio e Jeri Ryan[2]
e prendemmo in gran fretta la via del ritorno
quando a filo dell’orizzonte ecco il sole del deserto
remoto da me, che ero balzato in piedi di scatto
in che punto incontrai Geena Davis e le raccontai delle nuvole d’ebano,
orlate d’argento, i vicoli oscuri della città, la tenda
tutta foderata di un rosso tenue, con ricchi motivi
di pampini, ricamati in oro, il principe che vede la piatta
soffice bolla di fumo sospesa sopra la città, grigia come piuma,
con venature rosse e nere
allora il nemico invase il paese,
10000 barbuti cavalieri irrompono a briglia sciolta con i
mantelli al vento, la luna si levò in volo nel velluto della notte
sospesa a metà della parete rossa di sinistra tenerezza
Geena Davis era andata verso sud-est e io stavo dentro
una pietra azzurra , tanto astrale era la notte,
vedevo ancora le sue vesti orlate dall’aurora
e il suo deretano a fare ombra sul grado 25
del cosmogramma di Ebertin attraverso lo spiazzo luminoso, vuoto
l’alba se ne va,
il meriggio se ne va,
il crepuscolo se ne va,
la sera se ne va, piena di fuochi
camminando tutta la notte
ogni cosa è nettamente brunastra e d’oro
e i neri vicoli incantati
il cammino percorso risulta maggiore
se procedo verso sud è oltremodo evidente dalle
impronte chiaramente riconoscibili
il piede di un uomo che calzava una scarpa stretta
dalla suola a belle squame e quella successiva era
l’impronta di un poderoso artiglio d’uccello
come se fosse Durka Tiskj che passa al Meridiano 117°50’ W[3]
a 10 passi dalla parete rocciosa così l’Agatodemone
tra piede e artiglio allargò le braccia: “ohò” mi fece
danzando sulla trave nella luce dorata di un
crepuscolo che se ne va,
di una sera che se ne va,
di una notte che se ne va,
e come una lucerna di rame
la luna sospesa dietro a me sulle rocce, lì, sull’orlo
del dirupo, un volto di pietra voglio scrivere in
fretta tanto che gridai “quanto dista ancora dal
Meridiano la città di Anaheim?” e il demone rispose
nel vento “Più in là, quanto basta per il mezzopunto
tra il Sole e la Luna, sino ai confini del mondo,
dove non esiste l’uomo” e si sparse maggiormente
sopra la nera balaustra sull’anatema che in un sussurro
azzannò il tempo e tutta l’umana razzaccia maledetta
come se lo strepito di ali di questo passaggio al
Meridiano una torre di sabbia facesse levare e un
cerchio vuoto cancellasse la traccia del tempo
nel meriggio che se ne va l’uccello vola a grande
altezza fino al crepuscolo che se ne va durante
la misurazione dei gradi,l’ultimo punto della Sfera
e dell’anno dove brilla la stessa Venere di Geena Davis
fino alla sera piena di fuochi dove si è ancora in vita
tuffandoci dentro la pietra cava del grembo di una madre
che delimita l’orizzonte, la sua traccia d’ombra in linea retta
con una lieve deviazione verso occidente, sul vasto altopiano
deserto col suo monotono grido nella fissità lunare
in vista della città di Weilaghiri che luminosa e unita si stende
davanti a chi la madre gli è stata rubata una volta
aperta la cancellata d’argento della porta e quando
quasi in punta di piedi per le belle strade larghe
si era inoltrata Durka Tiskj nei cortili vuoti
percorsi dal vento quasi maschera di cristallo
il suo volto è azzurro nella notte del ghiaccio
con gemiti che dalla vetta inaccessibile al margine estremo
sulla crepa successiva del tempo che correva sottile
come un capello di donna verso la sera quando è
il cuore che sbatacchia cavo e allentato e lei è
altissima sulla trave tanto da toccare il cielo,
la parete che pencola sul poeta che indietreggia attonito
tanto che si ritrova di fronte alla casa della sua
fanciullezza, sulle rive dell’Istro ora che vive tra
due errori cardinali, come se il tempo fosse una
superficie e non una linea e di giorno
la mente come un barcaiolo in un fiume
scendesse durante la notte e si aggirasse a suo talento
per tutto il campo del flusso temporale
con la sabbia del deserto durante marce sempre più
lunghe qua giù nel Sud dove abitano genti dal piede
di capra e più in alto ancora, altre, che dormono
per 6 lune e nessun uomo sa quale aspetto abbiano
questi luoghi dove sto già da un’ora seduto qua su
e tutto è in questo dettato
sull’orlo del cratere una scarpa d’argento traforata
quest’immagine che sembra originare un programma
e il programma un testo e il testo una pratica
tanto che il fantasma annuncia il ricordo che prende
all’infinito la realtà aperta dei testi
la Tavola numerica, il Viaggio sotterraneo, il Triste cavaliere,
l’Isola rocciosa, e l’antologia con lo Spirito delle acque, lo Spauracchio,
l’Anfora d’oro, l’Agatodemone e
La quadruplice mandragora
“dovrebbe essere qui”
su questa trave Durka che è inaccessibile talora
addirittura in questa vertigine in cui arrampicandoci
per lo stretto canalone la cui profondità misurava
l’ombra dello gnomone che per essere attraversato
ci vorrà un’ora anche in silenzio come è giusto che sia
nella macchina della lussuria così ben oliata che
solo a tratti zufola qualche gemito al fondo della
pagina in maniera del tutto inattesa un’amplia valle
delicata e maestosa nella calcinante calma meridiana
in cui Durka scopre la bellezza del suo nome naturale
e la rettitudine del suo soprannome
che non so se si può leggere secondo un principio di delicatezza
che come dice Barthes per Sade non è un prodotto di classe o
un attributo di civiltà[4], è una potenza di analisi e di godimento,
una mutuazione inaudita che sovverte il senso stesso del gaudir
se c’è un giallo spento che seppur di seta è pesante coltre
di sabbia nella luminosità della sera che turbina radente
il plenilunio al Meridiano di Weilaghiri
“isola sull’orizzonte, uccello di carne, ti amo
il tuo splendore di muso e caviglia si effonde sopra di me
balza in mezzo al cielo questa linea di rugiada
io protendo le mani e ti accarezzo
un passo molto vicino all’occhio tanto che
dolce e greve la carezza di questa piegatura
che è un sentiero tracciato all’ombra un po’ sopra
il tramonto dove lungo il dorso della mano ad altezza
d’occhio sull’orizzonte c’è la groppa che semplicemente
vibra e dove non ho difesa e non lotto a 16 gradi
dopo che avendo tagliato il sole e la luce si è allontanata
tra polvere e nuvole bianche, il vento che giunge altero
e se ne va tiepido e il ruscello si fa da presso,
azzurro e lucente come se ci fosse tra vento e
natiche all’interno dell’arco solare che senza rumore
balza e mi guarda
il meriggio se ne va,
il crepuscolo se ne va,
la sera è piena di fuochi e spuntano bianche stelle
non c’è scalpitìo, né richiamo o grida in platea
o sulla strada prima di afferrare gambe e braccia,
piedi e culo, muso e dorso fino alla bisettrice
dello gnomone acqua che stagni balena azzurra in
questo golfo in cui tutto si richiude
polvere e sole, lacca di garanza cremisi e bianco
anche se per essere così verticale il buco
ha il colore rosso uccello che va fino in fondo
alla luce che sta venendo mentre io seguito il mio cammino
lanciando richiami alla sposa del vento, la mia
sposa selvaggia che ha la morsa di Grhya[5] quel che va
preso al volo e che chiama, invoca, e che
qui è come se fosse il sole di Ugrnja
questo Heimlich del volo terrestre
che solleva e tira su, nell’ora del cuore freddo del mare
facendosi spaccata al Medio Cielo
all’alba se ne va, al meriggio se ne va,
al crepuscolo se ne va, nella sera piena di fuochi
in questa Stimmung della madre che ha questo vento
troppo largo che accarezza il ventre e sudore e muso
tra aria e acqua tenera di legno discende con strepito d’ali
verticalità assoluta rubata diffrazione del silenzio
e del fondo-pagina che rovescia la robustezza del nome[6]
che è come l’anfora appesa alla fune che sciaguatta presso che piena
e l’Agatodemone che viaggia sotterraneo o vola come fa Durka
e porta una scarpa d’argento traforata, dalla punta ricurva
quando attraversa la città e non è a piedi nudi
che leva il suo grido nella fissità lunare
dei solstizi 10 gradi dopo il plenilunio che a questa latitudine
fanno più di 50000 passi con una variazione di 1,12 stadi”
V.S. Gaudio
Note:
[1] Per l’abilità di Geena Davis, l’attrice protagonista di “Thelma & Louise”, nel tiro con l’arco vedi la nota 1 in: L’assassinio del Poetosofo conferenzierie al Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino, in: Anonimo del Gaud, L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti, © 1999-2002.
[2] Jeri Ryan(22-2-1968, h 5’8”) è l’attrice, tedesca come Schmidt, che interpreta “Seven of Nine” nella serie televisiva “Star Trek-Voyager”.
[3] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim,Il passaggio di Durka Tiskj al Meridiano 117°50’ W, © 2005.
[4] Cfr. Roland Barthes, Sade II, in: R.B., Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi,Torino 1977: Il principio di delicatezza:pag. 157.
[5] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim, cit.
[6] Che è questo segno “proprio quello della donna, perché essa vi fa valere il suo essere fondandolo fuori dalla legge, che la contiene sempre, per effetto delle origini, in posizione di significante ovvero di feticcio”. E “bisogna che in questo segno ci sia un noli me tangere ben singolare perché, simile alla torpedine socratica, il suo possesso paralizzi il suo uomo al punto di farlo cadere in ciò che in lui si tradisce senza equivoco come inazione” e occorre che la lettera, del nome, “sia stata dotata della proprietà della nullibiété”: se a lei basta mantenersi immobile alla sua ombra, l’uomo,rapito questo segno, nefasto e maledetto, nella verticalità del significante o del feticcio, materializza l’istanza della morte ?(Cfr. Jacques Lacan,Il seminario su La lettera rubata, trad.it. in : J.L., La cosa freudiana, Einaudi, Torino 1972: pagg.31-40).
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giovedì 17 febbraio 2011
MARINA PIZZI

Collage di Federica Nightingale
Nel leggere Marina Pizzi si scende sempre più giù,si sprofonda in un territorio basso e melmoso in cui pare ogni speranza abbia lasciato il posto ad un'orma profonda, laddove solo due dita di terra raccolgono un grido. E' palpabile il senso di morte apparente o realmente accaduta per un attimo o in una estensione ingigantita dell' essere. L'esperienza sensoriale che si attraversa in questi versi racconta il male di vivere delle persone comuni, attratte le une alle altre da un senso di sgomento e perdita di direzione, un vuoto di memoria o una accidentale disgrazia che incombe. Ma poi:
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no
"dalla mattina alla sera voglio il giglio di poter volare", esprime un unico desiderio di gioia, alto, appagante, completo e perfetto. La sindrome di un rifiuto della vita (marchiata da una "genia del no") e una contemporanea gloria di essa, raffigurano un imponente traguardo raggiunto a tentoni, con fatica senza eguali. E' uno sforzo, una corsa con pesi alle caviglie la poesia della Pizzi. Niente lascia pensare ai gigli delicati in cui sogna un riscatto, eppure, nei tratti di buia malinconia si intravedono i petali bianchi del grande salto verso una luce possibile. Ciò che rende umani i suoi versi, nel rovesciarsi totale dell'animo, nei suoi abissi, sondati con la forza della ricerca di un segno che resti, e sopravviva.
Federica Galetto
un giorno finisce il tragico s’inerpica
nella palude sciatta del mio corpo.
in realtà il tempo è un forsennato addio
una credenza con le formiche e le briciole
di quando c’era la spesa di una vita.
oggi mi appoggio all’eremo del buio
alla marina sirena delle regie del sale
perché la pendola è ferma da un mare d’anni
la noia piena di salute senza resistenze.
si stenta invece verso la fenice d’alba
questo abituro che assassina il futuro
dentro le scosse di singhiozzi e ceppi.
la terra è chiusa da sicari sicuri
nessuna pietà ospita la lena
di captare oasi la merenda infante.
così clemente è l’ora di guardarti
dentro la darsena della luna piena
alambicco di cristallo il tuo respiro.
piango assai quando qualunque impegno
mi precipita nel legno della cassa
appena morta forse. se ieri volli la regia del sasso
oggi il canestro è il desiderio più lungo.
§
adesso vorrei piangere un pochino
sulle assurdità che scrivo per liberare
la panchina che mi aspetta vecchia.
stralunare l’ulivo in una reggia
il cipresso in una lancia di voto
per raggiungere la gerarchia del cielo.
è invece limpido solo il sudario
per le strofe che piangono poema
dentro le giare dell’eclisse.
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.
§
cuore di fuga raggio di malessere
questa bravata d’ansia che rincorre
le cicatrici ataviche del giusto.
in palio al gerundio di resistenza
sta la parata d’ascia che vuole uccidere
financo le gestanze del deserto.
attrice di vendetta la cometa
simula dio con la vestale accanto
così per murare l’ossatura
della finestra fiduciosa amante.
in rotta con le genie delle bellezze
si rompe il sangue che fraziona guerra
la zona sempre apolide del senso.
sì ho voglia di pulire il cielo
dalla vaghezza tragica del verbo
nella giunzione con l’altare fatuo.
§
il museo del giorno comune
quando dal fatuo del rimedio
si pinza la foto ad asciugare
a ricordo d’eccezione
svaghi mistici il sollecito dell’abaco.
§
in vaghe acque trascino ciò che avvisto
la nomenclatura delle stelle blasfeme
queste cicale orride ripetenti
con le rovine dense di fanghiglia.
io genero la viltà che mi troneggia
da dietro lo zuccherino del sonnifero
che mi dà la cheta del risparmio di luce.
martirio di conchiglie il brecciolino
quando si gioca a divorare l’antro
con risultati blasfemi financo i miti.
l’arringa della voce è dar di frottole
sotto ponti che non reggono le volte
né le cautele che si dicono bambinaie
Marina Pizzi
da "Soqquadri del pane vieto"
Biografia:
Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.
Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008), “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010);
***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web:
"La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”, “Il cantiere delle parvenze”; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"];
***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. *****
[Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio, Michele Marinelli, Emilia De Simoni, Linh Dinh, Laura Modigliani, Bianca Madeccia, Eugenio Rebecchi, Anila Resuli, Luca Rossato, Roberto Bertoni, Maeba Sciutti, Luigi Metropoli, Francesca Matteoni, Salvo Capestro, Fernanda Ferraresso, Flavio Almerighi, Dino Ignani, Gianluca Gigliozzi, Natàlia Castaldi, Stefano Guglielmin].
***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del litblog collettivo "La poesia e lo spirito", collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. *****
Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.
Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia:
http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte
http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi
http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero
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giovedì 10 febbraio 2011
FIORELLA D'ERRICO

Katia Chausheva
*
Se non dormi, scrivi.
O prega: il corpo si piega nello stesso modo.
Ti alzi, lasci il letto - riprendi i nodi che trascini
normalmente al ventre.
Hai paura. Anche stanotte.
*
Mi riconosco un fondo
dopo aver navigato lungo acque di calma
e di tempeste, ora che disegno a terra
l'ombra di quattro fuochi.
Ogni decade un anello di fiamma
- la mia indole, la mia solitudine poi
il vento a spegnere
quindi un termine scuro
dentro il sogno.
Avere troppi anni
per capire che nulla si chiede
che nessun viso nascerà dal ventre
freddo di qualsiasi notte tu preghi.
S'alza uno strano silenzio, uno sciacquìo
intorno al saluto di chi parte
e chi il buio inghiotte.
*
Sono colpi forti di caduta
come fa il vento: un addio che non è stato detto
sulle labbra si è spento prima d'esser nato.
La solitudine è sotto, in agguato, non dispensa cicatrici ai tagli
e nulla sa sul potere delle carezze. Scivolano
come ombre screpolate alle pareti.
Ascolto sola i fruscii delle presenze andate. La tua mi resta
scolpita al ventre echeggia nelle vaste sere
dove mi aggiro con le poche scritture del mio strano sonno.
*
Il muro oltre la porta - la porta in sè
(persino il modo in cui saluto
quando entro, e il buio risponde al saluto) tutto è cambiato.
E' tanto o poco ciò che basta all'amore
per auscultarci il ventre, lasciare impronte sui cuscini?
Se pure non ci fossi mai stato, io ti ho:
nella forma del fianco.
*
C'erano labbra su quelle scale,
gli angoli avevano il volto di chi va via
o torna.
Non è mia l'ombra
che inghiotte pareti impastate con le voci
delle nostre carni.
Guarda: scava l'incavo
e mi culla pensare a te come il buio
nella caverna accesa.
Amore
il ventre mi chiudi a ricordo del tuo odore.
*
Forse sono state foglie rosse d'autunno i sogni.
Nascevano piano - dalla schiena ai piedi cadevano poi
senza un fiato, e la mano gentile a conservarne il tratto
due piccoli gambi in un cilindro d'acqua
prima che si perda
Questa mia incostante speranza
riaffiora come il verde del ramo strappato al ventre
per amore, sempre.
Fiorella D'Errico
Biografia:
Fiorella D'Errico vive e lavora a Roma. Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta "Lettere dal ventre", inedita. Suoi testi
appaiono su alcuni blog letterari: La stanza di Nightingale, Via delle Belle Donne, Blanc de ta nuque, Rosso Venexiano,
Versinvena.
Il blog personale di Fiorella è all'indirizzo http://fiorelladerrico.wordpress.com
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venerdì 4 febbraio 2011
ELSE LASKER SCHUELER
http://www.poesia.it/servizi/LASKER_SCHULER.pdf
L’ultima stella
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria,
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
Der letzte Stern
Mein silbernes Blicken rieselt durch die Leere,
Nie ahnte ich, daß das Leben hohl sei.
Auf meinem leichtesten Strahl
Gleite ich wie über Gewebe von Luft
Die Zeit rundauf, kugelab,
Unermüdlicher tanzte nie der Tanz.
Schlangenkühl schnellt der Atem der Winde,
Säulen aus blassen Ringen sich auf
Und zerfallen wieder.
Was soll das klanglose Luftgelüste,
Dieses Schwanken unter mir,
Wenn ich über die Lende der Zeit mich drehe.
Eine sanfte Farbe ist mein Bewegen
Und doch küßte nie das frische Auftagen,
Nicht das jubelnde Blühen eines Morgen mich.
Es naht der siebente Tag –
Und noch ist das Ende nicht erschaffen.
Tropfen an Tropfen erlöschen
Und reiben sich wieder,
In den Tiefen taumeln die Wasser
Und drängen hin und stürzen erdenab.
Wilde, schimmernde Rauscharme
Schäumen auf und verlieren sich,
Und wie alles drängt und sich engt
Ins letzte Bewegen.
Kürzer atmet die Zeit
Im Schoß der Zeitlosen.
Hohle Lüfte schleichen
Und erreichen das Ende nicht,
Und ein Punkt wird mein Tanz
In der Blindnis.

O Dio
Dovunque solo più breve sonno
Nell’uomo, nel verde, nel calice del convolvolo.
Ognuno fa ritorno nel suo morto cuore.
– Vorrei che il mondo fosse ancora un bambino –
E a me sapesse raccontare dal primo respiro.
Prima era una grande devozione per il cielo,
Le stelle si mettevano a leggere la Bibbia.
Potessi una volta prendere la mano di Dio
O vedere la luna al suo dito.
O Dio, Dio, come ti sono lontana io!
O Gott
Überall nur kurzer Schlaf
Im Mensch, im Grün, im Kelch der Winde.
Jeder kehrt in sein totes Herz heim.
– Ich wollt die Welt wär noch ein Kind –
Und wüßte mir vom ersten Atem zu erzählen.
Früher war eine große Frömmigkeit am Himmel,
Gaben sich die Sterne die Bibel zu lesen.
Könnte ich einmal Gottes Hand fassen
Oder den Mond an seinem Finger sehn.
O Gott, o Gott, wie weit bin ich von dir!
Sono triste
I tuoi baci fanno buio, sulla mia bocca.
Io non ti sono più cara.
E come giungesti –!
Azzurro di paradiso;
Alla tua più dolce fonte
Il mio cuore faceva il giocoliere.
Ora lo voglio truccare
Come le puttane il rosa
Appassito dei fianchi di rosso.
I nostri occhi sono socchiusi,
Come un cielo morente –
La luna è invecchiata.
La notte non si sveglia più.
Tu non ti ricordi di me.
Dove me ne andrò con questo cuore?
Ich bin traurig
Deine Küsse dunkeln, auf meinem Mund.
Du hast mich nicht mehr lieb.
Und wie du kamst –!
Blau vor Paradies;
Um deinen süßesten Brunnen
Gaukelte mein Herz.
Nun will ich es schminken,
Wie die Freudenmädchen
Die welke Rose ihrer Lende röten.
Unsere Augen sind halb geschlossen,
Wie sterbende Himmel –
Alt ist der Mond geworden.
Die Nacht wird nicht mehr wach.
Du erinnerst dich meiner kaum.
Wo soll ich mit meinem Herzen hin?

Il mio popolo
La roccia è fradicia
Da cui sgorgo
E i miei inni innalzo a Dio…
All’improvviso cado a precipizio dal corso
E fluisco in me
Lontano, sola sopra lamentosa pietra
Verso il mare.
Mi sono scorsa
Dal mosto-fermentato
Del mio sangue.
E ancora, ancora l’eco
In me,
Quando orribile verso oriente
La roccia d’ossa fradice,
Il mio popolo,
Grida a Dio.
Mein Volk
Der Fels wird morsch,
Dem ich entspringe
Und meine Gotteslieder singe…
Jäh stürz ich vom Weg
Und riesele ganz in mir
Fernab, allein über Klagegestein
Dem Meer zu.
Hab mich so abgeströmt
Von meines Blutes
Mostvergorenheit.
Und immer, immer noch der Widerhall
In mir,
Wenn schauerlich gen Ost
Das morsche Felsgebein,
Mein Volk,
Zu Gott schreit.
Il mio piano azzurro
A casa ho un piano azzurro,
Ma note non conosco.
Sta all’ombra della porta della cantina
Da quando il mondo è perduto.
Lo suonano quattro mani di stelle
– La Donnaluna cantava nella barca –
Ora danzano i ratti nel cigolio.
Rotta è la tastiera…
Io piango l’azzurra morta.
Ah, caro angelo, aprimi
– Il pane amaro ho mangiato –
Nonostante il divieto
A me viva la porta del cielo.
Mein blaues Klavier
Ich habe zu Hause ein blaues Klavier
Und kenne doch keine Note.
Es steht im Dunkel der Kellertür,
Seitdem die Welt verrohte.
Es spielen Sternenhände vier
– Die Mondfrau sang im Boote –
Nun tanzen die Ratten im Geklirr.
Zerbrochen ist die Klaviatür
Ich beweine die blaue Tote.
Ach liebe Engel öffnet mir
– Ich aß vom bitteren Brote –
Mir lebend schon die Himmelstür –
Auch wider dem Verbote.
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venerdì 28 gennaio 2011
giovedì 27 gennaio 2011
GABRIELE PATANE'

John Everett Millais
Qualche giorno fa, ho ricevuto una e- mail, una di quelle e-mails che non ti aspetti di ricevere ma che, intimamente, vorresti invece ricevere più spesso. Scrive un'insegnante siciliana, Rosa Grillo, di Acireale, Catania. Mi presenta un giovane poeta diciottenne, autistico, innamorato della Poesia. Le parole in questi casi servono davvero a poco. E' stato un dono per me questa missiva, giunta come un raggio di sole inaspettato e tiepido. Ringrazio Rosa per avermi scritto, per avermi dato la possibilità di conoscere Gabriele e i suoi versi. Certamente, in seguito, chiederò a Gabriele di inviarmi altri suoi testi perchè credo davvero siano diamanti di gioia e di amore poetico, oltre che umano. Profondamente umano. E cosa è mai la Poesia se non un canto dell'umana condizione, in ogni sua forma e intensità? Quanto valore hanno questi versi scritti con sapiente mano e profonda interiorità, se non un valore immenso e inestimabile? Bravo Gabriele, e brava Rosa, per tutto ciò che fai nella scuola e nel privato affinchè giovani come Gabriele possano imparare ad amare e gioire della forza della Poesia.
Federica Galetto
§
Scrive Rosa Grillo:
"Oggi vorrei farle conoscere due poesie di un mio giovanissimo amico, Gabriele, di 18anni, autistico e poeta, innamorato della poesia che gli dà la possibilità di comunicare, attraverso i tasti del computer, una ricchezza emotiva e culturale serrata dai vincoli del suo stato tra le sbarre del silenzio.
Io amo da sempre la poesia, scrivo poesie, ma finora come mio territorio segreto. Tengo a dire, però, che nei miei lunghi anni di lavoro con gli studenti (ho insegnato Italiano e latino nei licei) non è mai mancato l'approfondimento e il laboratorio sulla poesia, soprattutto contemporanea; ne tengo tuttora uno, approfittando dello spazio offertomi da una Università popolare, per adulti e studenti insieme.
Ti invio brani delle due lettere di Gabriele, per dirti lo stupore mio davanti al suo modo di intendere la poesia. La presentazione a cui si riferisce nella prima è una sintesi in Ppt della vita e della poesia di Giorgio Caproni da me elaborata.
Gabriele, come vedi ha una grande sensibilità e una formazione letteraria di buon livello. Ama molto Leopardi, ma come vedi, è in grado di usare sapientemente il dialetto siciliano per esprimere la propria interiorità. Non credo occorra tradurre in italiano.
Nella prima lettera allude alla presentazione in Ppt di Giorgio Caproni, con molti testi dell'autore, da me elaborata alcuni mesi fa, che gli avevo inviato per rendergli più semplice l'accostamento al poeta.
Per quanto ci riguarda, continuo a ritenermi fortunata per avere scoperto il tuo Blog. Il mio, segnalato in basso, è molto elementare, ma cerca di dichiarare attraverso la letteratura e altro il mio modo di intendere l'impegno, la lotta per "altri doveri" di cui parla Vittorini in Conversazione in Sicilia".
Cari saluti,Rosa Grillo"
§
19/01/11
Validissima Professoressa
forte la ringrazio per la coinvolgente nuova decisa bellissima presentazione inviata.
Le presento due mie poesie gioia della mia muta esistenza.
Potremmo cambiare le nostre vite con l'espressione potente della interiorità e dell'umanità che la poesia riesce a trasmettere.
La ringrazio ancora volendo grandemente portarle il mio abbraccio.
Gabriele Patanè
24 /01 /11
Molto nobile è la poesia,
lettura piacevole per me è stata la sua poesia dell'età fresca e potente dell'adolescenza.
Gioia e dolore, dono espressivo dei poeti, continuano a vivere grazie solo alle parole volute e conosciute dai poeti. L'abbraccio con affetto
Gabriele Patanè
*
Alla luna
Bolle d’oro sull’odoroso mare
porgi l’anima al pieno sole
luna indicami poi il destino
ogni prova ogni dono dolce e lontano
domina piena le povere piccole dimenticate vite
Silente domani
lenta e lontana risplenderai
*
Ognunu pensa
Ognunu pensa paroli e canzuni
luntani nidi e prufumati rosi
ognunu sogna risati e biddizzi
poi è purtatu da lu ventu forti
versu li porti e terri senza suli
unni li passi sunu sulitari
unni la duci e preziusa primavera
nun po' danzari la sò ridenti ura.
GABRIELE PATANE'
Il blog di Rosa Grillo
http://www.segnisulmuro.blogspot.com/
mercoledì 26 gennaio 2011
EMILY DICKINSON
Seeing New Englandly (opening) from Ernest Urvater on Vimeo.
The poet Emily Dickinson lived all her life (1830 – 1886) in the small New England town of Amherst, Massachusetts. Yet from the large windows of her bedroom in the family Homestead, she observed a world as vast as her imagination, creating almost 1,800 poems, many of them now considered among the greatest in the English language. “I see New Englandly,” she wrote, alert to the drama of the weather, the spectacles of the northern sky, the lives and deaths of the people around her, the natural world she shared with plants and creatures, and also events far beyond the horizon of her native town.
Produced and edited by Ernest Urvater under the auspices of the Emily Dickinson Museum
Emily Dickinson visse tutta la sua vita (1830-1886) nella piccola cittadina di Amherst, Massachusetts. Dalla grande finestra della sua camera da letto, nella casa di famiglia a Homestead, osservava un mondo vasto quanto la sua immaginazione, creando almeno 1800 poesie, molte delle quali sono oggi considerate fra le più grandi scritte in lingua inglese. In "I see New Englandly", scrisse della drammaticità del tempo atmosferico, degli spettacoli dei cieli nordici, delle vite e delle morti delle persone che la circondavano, del mondo naturale che condivideva con piante e creature, e anche di eventi molto ben lontani dall'orizzonte della sua città natìa.
Prodotto e redatto da Ernest Urvater con il benestare dell' Emily Dickinson Museum
Testo e Lettura della poetessa Susan Snively
giovedì 20 gennaio 2011
Poesia in traduzione
- Ho visto passare i corvi -
Ho visto passare i corvi
sulla mia casa,
in un canto roco sui tetti
E ho visto piangere una tortora
perduta nella corsa,
le lepri rosicchiare
il legno del nocciolo
Per fame arrotano i denti ai fusti
E ancora si tendono le orecchie a questo
Andare,
così impervio da render piatte le ore
nella polvere
scrigno di ombre
restie ai fuochi lontani di risate
Ho visto imbianchire le ortensie,
fiaccarsi di gelo impassibile
Come quando si legavano minuti nodi
d’affezione alle caviglie, trascinandole
I deserti resi d’onice, in piedi guardano
Senza muoversi
Distese e distese di fiori coperti da drappi
Incalcolabili letarghi nel vuoto
o solo meste sporgenze di rombi di tuono
I temporali, abbattuti sui cirri
spiegano ali incresciose
e sebbene s’accorgano di me divagano
contemplando i frutti assiderati del buon Dio
chè il silenzio non si piega e non dorme,
come rabbia liquefatta sul dorso d’un tendine
infiammato o stirato dal vento
Meritavo le nespole e i fichi maturi
Oppure mele cotogne fra brevi salti di fosso
Alleggerite sacche d’orzo, lenticchie e sale
gonfiate di gocce passanti
Lingue diverse per un’ampia comprensione
del mondo
E’ la giovinezza che se ne va
e il Tempo che batte sull’incudine,
ma riempita è l’aria di parole e significati
[O, never say that I was false of heart]
Nel dubbio s’avvolge una sola sillaba
Ma colmo è l’universo di pensiero
che tengo stretto al petto, invaghita
I lacci stretti sostengono senza fare male
A volte, soltanto
Federica Galetto dalla raccolta "Traducendo Einsamkeit"
- I saw the crows passing over - (English translation)
I saw the crows passing over
my house
in a hoarse singing on the roofs
And I saw a dove crying,
lost in the race,
hares chewing the hazel wood
sharpening their teeth so as not to starve
And yet we tend our ears to this
Going,
so steep as to make the hours flat
in the dust
box of shadows
reluctant toward remote fires of laughter
I saw hydrangeas bleaching,
sapped of impassive cold
As when you tied small knots
of affection at the ankles, dragging them
Deserts are made of onyx, they watch standing
Without moving
Blankets and blankets of flowers covered with drapes
Incalculable lethargies in the emptiness
or just sad projections of thunder claps
The storms crashed on cirrus
opened regrettable wings
and although they noticed me they wandered
contemplating the frozen fruits of the good God
for silence does not bend and does not sleep,
like anger melted on the back of an inflamed tendon
or stretched by the wind
I deserved medlars and ripe figs
or quinces among short ditch jumps
Lightened bags of barley, lentils and salt
inflated of passing drops
Different languages for a vast understanding
of the world
It 's youth that is going away
and time that beats on the anvil,
but the air is filled with words and meanings
[O, never say That I was false of heart]
A single syllable is wrapped in doubt
But the universe is full of thought
I keep it close to my breast, in love
The tight ties don’t hurt
Only sometimes
Federica Galetto (from the collection "Translating Einsamkeit")
SALVATORE SBLANDO

Torinese come me, o perlomeno d'adozione, Salvatore Sblando mi ha regalato momenti di gioia nel percorrere con i ricordi le strade della mia città. La sua poetica guarda con occhio lucido le cose e le persone,estrapolandone luce e ombre che vivono sotto il derma del quotidiano. Semplicemente.
"Perché siamo testardi come il verde degli alberi
sui rettilinei della mia città e belli
come la scoperta di una canzone al primo ascolto"
§
DUE GRANELLI NELLA CLESSIDRA
Si fa due granelli di clessidra
questa sera il nostro tempo.
Nel riflesso della polvere
sui vetri t'avvicini.
Oltrepassi incroci d'ansia
calpestando le crepe del tuo cuore
ed il pavè di Via Nizza
Di cosa parlare, l'argomento
è a piacere.
Forse dei portici o dell'Ilaria
e le sue palpebre chiuse
Non è ora per l'abbraccio
la notte incede a San Salvario.
Rincorri l'autobus trentacinque
delle ventidue e trentatre.
Si perde così la tua ombra
fra i rettangoli del Lingotto
Nel riflesso della polvere
sui vetri t'allontani
E dal mio zaino ritrovo
le Ceneri di Pasolini
ESMERALDA E IL SUO MARE
Ti chiamerò Esmeralda
dove si fa calma quest'assenza
perché sarai figlia
e poi madre del silenzio
Ti chiamerò, col nome
che si legge ad ogni fiato
indefinibile alla notte
Ti chiamerò ancora
senza sbagliare la pronuncia
ma sarà muto il suono del vento
giù dalla scogliera
Ti chiamerò così
come il mare le sue acque
e sarai onda capace d'arrivare
lì dove c'è l'incomprensibile
SENZA METAFORE
Hai chiesto come stai; ho risposto, felicemente indifeso.
E non importa se dovrò attendere il minuto che occorre
per respirare questo tuo continuo venirmi incontro.
Perché siamo testardi come il verde degli alberi
sui rettilinei della mia città e belli
come la scoperta di una canzone al primo ascolto
Mentre il letto non fa riposo e le lane sulla punta
dei nostri nasi scaldano ogni cosa prossima allo sguardo
noi rimaniamo fitti senza trovar metafore nel passare
su tutto quello che spontaneamente ci appartiene
Ed allontaniamo muri che non fanno case
giorni che non compiono anni
Salvatore Sblando - da "Due granelli nella clessidra" - Lietocolle 2009
Biografia:
Salvatore Sblando è nato nel 1970 a Torino, dove attualmente risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Con testi poetici inediti è risultato finalista in concorsi nazionali ed internazionali - tra i più recenti "Verba Agrestia 2009" - e sue liriche sono pubblicate in antologie. Partecipa attivamente a readings e manifestazioni poetiche.
Nel 2009 pubblica la sua prima raccolta poetica dal titolo: "Due granelli nella clessidra", Ed. LietoColle.
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sabato 15 gennaio 2011
LA VITA IN PROSA - CONCORSO DI INEDITI IN PROSA

LA VITA IN PROSA
Concorso Nazionale di Narrativa
Seconda edizione, 2011
- scadenza 31 marzo 2011 -
NORME DI PARTECIPAZIONE
Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa).
Periodicamente alcuni dei testi migliori pervenuti potranno inoltre essere inseriti, indipendemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, www.ivanomugnaini.splinder.com. Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo. Sono stati pubblicati, tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Biagio Cepollaro, Maura Del Serra, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Anna Maria Ferramosca, Mauro Ferrari, Luigi Fontanella, Alessandra Paganardi, Alessandro Polcri, Maria Pia Quintavalla, Massimo Scrignoli, Valeria Serofilli, Antonio Spagnuolo, Paolo Valesio, Viola Amarelli, e molti altri. Per una visione completa degli autori pubblicati, tutti degni di una menzione che per ragioni di spazio non è possibile proporre qui, si consiglia di visionare direttamente il sito www.ivanomugnaini.splinder.com.
La Giuria del Concorso è composta da IVANO MUGNAINI (scrittore, direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), MAURO FERRARI (poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), VALERIA SEROFILLI (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), ADRIAN BRAVI (scrittore), ALESSANDRA PAGANARDI (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), ROBERTA LEPRI (scrittrice) e DANIELA RAIMONDI (poeta e scrittrice), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporrà infine a puntoacapo Editrice una rosa di Finalisti, tra cui tre Vincitori.
I lavori Vincitori saranno pubblicati da puntoacapo Editrice, www.puntoacapo-editrice.com. Al volume contenente i loro racconti sarà dato ampio rilievo e godrà di una valida promozione grazie alla mailing-list dell’Editrice e a tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.
Agli Autori che hanno inviato al Concorso La Vita in Prosa testi ritenuti interessanti potrà essere proposta la presentazione critica dei lavori con cui hanno partecipato, o di altri, anche già editi, presso lo storico Caffè letterario dell’Ussero di Pisa, o presso la Villa di Corliano, a San Giuliano Terme (PI), nell’ambito degli eventi letterari promossi dall’Associazione “Ussero Cultura”, appuntamenti che hanno visto avvicendarsi nei mesi scorsi alcune delle voci più significative della prosa e della poesia contemporanea. Al di là dell’esito finale del Concorso, inoltre, la Giuria si riserva di segnalare a puntoacapo Editrice un numero limitato di lavori ritenuti meritevoli. Agli Autori di questi lavori potrà inoltre essere proposto l’inserimento nel primo volume di “DEDALUS: Quaderno di Narrativa Contemporanea”, vero e proprio “Annuario” della narrativa italiana.
MODALITA’ DI INVIO:
Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo 2011. I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra le due e le dieci cartelle per ciascun testo, tramite file in formato Word allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivmugnaini@libero.it , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa”.
I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file. Dovrà essere anche allegata una dichiarazione secondo cui: “I testi sono inediti e di creazione personale dell’Autore, che autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.
È gradito l’invio di un contributo spese in misura libera da inviarsi preferibilmente tramite assegno non trasferibile da accludere al plico con i testi e le dichiarazioni, intestato a: Ivano Mugnaini, oppure con vaglia postale indirizzato a Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia – 55040 Corsanico (LU), indicando come causale: “Concorso La Vita in Prosa”. E’ possibile anche l’invio tramite contante con lettera (preferibilmente assicurata, o raccomandata) indirizzata al medesimo indirizzo riportato qui sopra.
La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Il corretto ricevimento del messaggio e dei file, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.
Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di Puntoacapo Editrice.
Per eventuali richieste di maggiori informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: ivmugnaini@libero.it.
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martedì 11 gennaio 2011
PAUL CELAN, NELLY SACHS - CORRISPONDENZA

In questo epistolario, l'amicizia e l'intesa intellettuale di Celan con la Sachs, diventano un momento essenziale della loro vita poetica e personale. In esso si racconta l'universo interiore di questi due giganti della letteratura del Novecento, che si raccontano l'un con l'altro e ci rendendo partecipi di alcune splendide pagine di prosa.
Le loro "preghiere in forma di poesia", esprimono, con il linguaggio della modernità, gli stessi dolori e le stesse speranze degli uomini e delle donne della Bibbia.
(dalla quarta di copertina)
Autori: Paul Celan e Nelly Sachs
Titolo: Corrispondenza
Originale: Briefweschel
Traduzione: Anna Ruchat
Editore: Il melangolo, 1993
Paul Celan (Czernovitz 1920, Parigi -suicida- 1970) è considerato uno dei massimi esponenti della lirica novecentesca. È altresì noto per il suo lavoro di traduttore.
In italiano sono tradotte le opere: Poesie (Mondadori 1976), Luce coatta e altre poesie (Mondadori 1983), La verità della poesia. Il meridiano e altre poesie (Einaudi 1993), Scritti rumeni (Campanotto 1994) e il Tiro di Presagi. Poesie inedite 1948-1969 (Einaudi 2001).
Nelly Sachs (Berlino 1891-Stoccolma 1970) scrittrice tedesca di famiglia ebraica, riparò in Svezia a causa delle persecuzioni naziste dove rimase per tutta la vita. L'intesa intellettuale e affettiva con Celan e la sua morte improvvisa la porteranno ad una rapida consunzione in un ospedale psichiatrico, morendo a breve distanza dall'amico e forse proprio a causa della scomparsa di esso.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1966. Le sue opere tradotte in italiano: Poesie (Einaudi 1966) e Racconti di Gerusalemme (Utet 1972) con la collaborazione di S. Yosef Agnon.
"[...] Io credo in un universo invisibile nel quale inscriviamo ciò che abbiamo inconsapevolmente compiuto. Sento l'energia della luce che fa scaturire la musica dalle pietre e soffro per la freccia della nostalgia la cui punta ci colpisce subito a morte e ci spinge al di fuori, la dove l'insicurezza inizia a sciacquare via ogni cosa.
A Dio e la benedizione sia con Lei.
Nelly Sachs
"Cara, sinceramente ammirata, Nelly Sachs!
ieri l'altro , quando è arrivata la Sua lettera avrei voluto prendere il primo treno e venirea Stoccolma per dirle - con quali parole poi, con quali silenzi? - di non creder mai che parole come le Sue possano rimanere inascoltate. La camera del cuore è vero, è rimasta in gran parete sepolta, ma l'eredità della solitudine di cui Lei parla, quella verrà accolta qua e là, nella notte, poiché vi sono le Sue parole. False stelle ci sorvolano - certamente; ma il granello di polvere che la Sua voce impregna di dolore descrive l'orbita infinita.
Suo Paul Celan"
Caro Poeta, caro amico, è infinitamente bello sapere che Lei esiste!
Sua Nelly Sachs
Penso a te, Nelly, sempre, pensiamo sempre a te e a ciò che vive grazie a te! Ricordi ancora quando abbiamo parlato di Dio per la seconda volta, a casa nostra, del tuo Dio, il Dio che ti attende, ricordi che c'era il riflesso dorato sulla tua parete? Sei tu, è la tua vicinanza, che permette di vedere il riflesso, c'è bisogno di te, anche in nome di coloro ai quali tu sei e ti pensi tanto vicina, c'è bisogno della tua presenza qui e tra gli uomini, c'è bisogno di te ancora a lungo, c'è chi cerca il tuo sguardo - ; mandalo, quello sguardo, mandalo ancora all'aperto, consegnagli le tue parole vere, le tue parole liberatrici, affidati a lui, affida a noi, tuoi compagni di vita, della tua vita, questo sguardo, fai in modo che noi, già liberi, diventiamo i più liberi in assoluto, facci stare ritti, con te, nalla luce! [...]
Il tuo Paul che ti è grato,
grato da più profondo del cuore
Stoccolma, 10.3.1958
Bergssundstrand 23
Caro amico Paul Celan, oggi un cordiale saluto da neve e ghiaccio in occasione della presenza qui di Hermann Kasack, poichè il Suo nome è rimbalzato ancora una volta tra noi in un contesto così alto.
Sono sempre felice di saperla presente e di sapere che la Sua opera traccia cerchi via via più ampi intorno a sè. Segue qui per Lei un minuto alle prime luci dell'alba.
Perchè mai questa tristezza?
Questo completo defluire del mondo
Perchè nei tuoi occhi
gocce di luce,
la luce di cui si compone il morire
Leggeri scivoliamo giù per questa ripida roccia dell'orrore
essa ci guarda con le morti pregne di stelle
con queste placente irrigidite nella polvere
nelle quali fluiva il canto degli uccelli
mentre il labbro seppelliva il vino del linguaggio
O raggio che ci hai risvegliato:
come hai potuto prendere tra le tue braccia
che sempre più oscurano ogni patria
il nostro farci-stanchi
come hai potuto poi lasciarci soli nella notte
Adieu
Sua Nelly Sachs
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domenica 9 gennaio 2011
ANTONIA POZZI
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sabato 8 gennaio 2011
The Poetry of Cooking: Maya Angelou, 'Great Food, All Day Long' | Food & Drink | Express Night Out

Maya Angelou ci accompagna in un percorso che partendo dalla cucina si snoda attraverso l'arte del sentire e del vivere l'esperienza della vita, adottando mezzi alternativi per creare e trovare se stessi. L'arte culinaria in un interessante parallelo con la Poesia. In inglese, l'intervista all'autrice a questo link:
The Poetry of Cooking: Maya Angelou, 'Great Food, All Day Long' | Food & Drink | Express Night Out
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martedì 4 gennaio 2011
CAMEO

Photo di Claudia Drossert
Ero come quel fiore nella galaverna,
come quel petalo trapassato di brina
nell’apnea d’un sospeso intendimento
fra il getto del vento a scuotere
e l’impasse d’un sottile filo di ghiaccio
a trattenermi
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sabato 1 gennaio 2011
IOSIF BRODSKIJ

Photo di Sergej Bermeniev
Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno,
quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato
come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà
(I. Brodskij, Poesie. Adelphi. Trad. G. Buttafava)
Disfano, i giorni, il cencio da Te fatto...
Disfano, i giorni, il cencio da Te fatto:
Si stringe a vista d'occhio, sotto mano.
La verde trama e' presto diventata
Celeste, grigia, e poi marrone, stinta.
E ai bordi e' lisa, come di batista.
Mai i pittori descrivono la fine
Del viale. A quanto pare si ritira,
A lavarlo, il vestito della sposa,
E anche il corpo non si fa piu' bianco.
Sia che secchi il formaggio, o manchi il fiato.
Ossia: l'uccello e' un corvo, di profilo,
Ma in cuore e' un canarino. E' che la volpe,
Quando l'azzanna, semplice, alla gola,
Non sta a badare se e' sangue o tenore.
*
Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.
Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c'è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.
In queste ampiezze signora è l'acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e "via di qui" strilla.
L'orizzonte si rivolta come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate mobili.
E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa - evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: "sei risorto".
(da "Ninnananna da Cape Cod")
*
Io ero solamente ciò
Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.
Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.
Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.
Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.
Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie
così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.
E, gettata così,
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.
*
Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell'ansia!
Come il pesce sulla sabbia, l'uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s'alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.
Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e - oso dirlo - dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettate.
*
Chinati, ti devo sussurrare all'orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c'è mano, e non c'è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d'oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da "Poesie Italiane/Elegie romane")
*
Sono nato...
Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.
*
Farfalla
I
Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr'ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare "vita"
nell'unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.
II
Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?
III
Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d'inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.
IV
Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
- o belle donne e uccelli -
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?
V
Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di',
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?
VI
Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l'idea della cosa
e noi la cosa stessa?
VII
Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l'occhio del cacciatore.
VIII
Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta... ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l'attimo,
ed il minuto, il giorno.
IX
E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.
X
Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un'aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l'avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l'aria d'un tratto
prende una forma.
XI
Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.
XII
Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.
XIII
Ti dirò "Addio"?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell'oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!
XIV
Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.
Biografia http://it.wikipedia.org/wiki/Josif_Aleksandrovi%C4%8D_Brodskij
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