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Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

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martedì 9 ottobre 2012

LE COSE RACCONTATE - Visioni estemporanee


Non so. Forse le cose raccontate sono vere, o solo sono raccontate affinchè diventino tanto vere da diventare fantasie temibili, incubi da cui mai lasciarsi prendere. Se delle volte mi fermo a pensare alle peggiori ipotesi, allora esse diventano vere, tangibili, e mi sembra in un breve lasso di tempo d'essere diventata quel pensiero, quella indesiderata cosa. Poi, altre volte, credo davvero di non essere influenzabile e mi sento tanto forte da poter eludere orchi e draghi e spade puntate al mio petto. E non mi credo, non mi presto attenzione, mi derido. In fondo la mente si plasma con il pensiero, e se potessi pensare e plasmarmi nella donna perfetta, sarebbe tutto risolto. Ma non mi curo del presente e del vero significato del male, mi accetto per come sono, nel senso che mi amputo gli arti e la lingua per non credere all'evidenza. Mi distraggo a pensare che sono solo falsità della mente quelle sofferenze e imperfezioni e allora le percuoto, le sfiguro, le seziono come facevano i killer nei libri ottocenteschi, nell'ombra dell'orrore e della paura, intenta a trovare una via di fuga senza essere vista, senza essere presa dai gendarmi che mi braccano in lungo e in largo. Le lacrime siedono sempre a guardare le mie imprese; dietro le ciglia, fra la gola e il respiro, esse palpitano e seguono le mie vicissitudini senza mai staccare l'attenzione, senza mai inveire contro me quando sbaglio ed eccedo nel trasformare le idee. Quando mi alzo e cerco di camminare senza ruscirci mi sento in gabbia, catturata, presa e senza possibilità. L'adattamento mi rende nervosa e incomincio a non saper più eludere efficacemente le verità e le cose raccontate. E' un pò come vivere in libertà vigilata, con paletti intorno a limitare i movimenti e le lacrime, stoiche, a far la guardia. Se osservo qualcuno fare ciò che io stessa vorrei fare, è come un ricordo che affiora, e mi sento come quando potevo correre: senza mai averlo raccontato ad anima viva.


Federica Galetto

sabato 31 luglio 2010

OHRAN PAMUK

Vermeer








SCRIVO PERCHE' di Orhan Pamuk




Scrivo perché ne ho voglia.
Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altri.
Scrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere.

Scrivo perché ce l'ho con voi tutti, contro il mondo.

Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno.

Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola.

Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia.

Scrivo perché amo l'odore della carta e dell'inchiostro.
Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell'arte del romanzo.
Scrivo per abitudine, per passione.

Scrivo perché ho paura di essere dimenticato.
Scrivo perché apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano. Scrivo per star solo.

Scrivo nella speranza di capire perché ce l'ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero.

Scrivo perché mi piace essere letto.

Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato.

Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me.
Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri.

Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante.
Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita.

Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla.

Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni.

Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia.

Scrivo per essere felice.



Ohran Pamuk
http://it.wikipedia.org/wiki/Orhan_Pamuk

domenica 8 novembre 2009

LE TENDE TIRATE ERANO COME PARAVENTI AL GIORNO

Foto dal web - Particolare




Le tende tirate erano come paraventi al giorno. Fuori si inseguivano le raffiche di vento, foglie che volteggiavano e giravano come mulini nella ruggine e nell’acqua a catinelle.
Provava ad immaginare come fosse stare sotto gli schiaffi di quel tempo inclemente o come fosse correre a perdifiato tentando di raggiungere una luce in lontananza, una casa,un portico, una stalla dove rifugiarsi e pregare qualche anima gentile di soffermarsi e offrire una tazza di the caldo.
Aveva pensato di fuggire da quella stanza calda e confortevole ma sentì subito dopo che il vuoto dilagante nella sua mente restava, come un fossile attaccato alla pietra della ragione.
I damaschi e i nastri di raso dell’abito color della salvia evocarono strani movimenti nell’aria, fino a che giunse un sospiro dell’anima. E si addormentò.
Vide le calure estive e le piogge dell’inverno miste a neve, le tentacolari movenze delle luci sui rami e sui tetti, i mostri meccanici rombanti per le strade affollate. Aveva perso la fiducia di ritornare a casa e sognava le migliori prospettive di vita nel posto sbagliato. I forti venti sbattevano le imposte.
Alle otto e trenta ogni minimo balzello della mente aveva annullato i pensieri. La sua seta verde sul seno le lasciava morbidezza e profumo intensi e sotto le gonne e i pizzi lussuosi tentennava una misteriosa lussuria, ora che non aveva mai più potuto neppure immaginare di giacere con un uomo nel parlour.
Ma le tende tirate erano come paraventi al giorno. E non si risvegliava il sonno di chi aveva temuto di essere perduta, di aver terminato le forze anziché averne in abbondanza e vivere tra i solchi tracciati in precedenza. Il verde le si addiceva e un grande scialle violetto cadeva sulle spalle bianche e sulle pieghe voluminose del suo abito verde salvia. Una salvezza, dove non giungevano paraventi a proteggerla.


“Svelta, corri ad accogliere la Signora con un ombrello o si bagnerà tutta!”


Tende tirate. E the bollente da preparare in cucina.
Nelle macchie del corridoio semibuio s’infrangevano i tuoni. Era senza disagio alcuno che si voltava dando le spalle al focolare, intrecciate le dita sul manico tiepido della teiera a porgere vassoi e paste dolci al suo sogno. Ingoiando effluvi s’impadroniva man mano di un destino che si sarebbe rivelato mentre fuori i passeri sfollavano dai rami del giardino. Restavano imperfetti la sua sbigottita linea del viso, i seni ancora immersi in piume di mani importanti ora restie al tocco.
Senza parlare la Signora mosse tremante la mano verso la tazza fumante portandola alla bocca insieme all’impegno che la avvolgeva, di passare il proprio avvenente sorseggio a un desiderio in carne ed ossa vestito di verde salvia. Voleva. E sigillavano gli occhi ogni cosa.


Federica Nightingale ©

giovedì 16 luglio 2009

LE NOTE DENTRO IL FONDO









































....C'erano le tortore appese all'aria del mattino, lungo i bordi i prati sfilavano via veloci. In un certo qual modo mi domandai perchè non riuscivo a smettere di chiacchierare con i pensieri notturni; erano ancora bianchi i suoni del corpo, immersi nel tendersi della luce che s'invaghiva di calura. I presupposti erano così ardenti da farmi pensare che solo un viaggio avrebbe potuto cambiare le cose. Ma i viaggi non erano la mia tazza di the e neppure le cose tanto lontane avevano potere su di me che prediligevo quiete ore ad osservare gli alberi e le parole, senza preoccuparmi di valigie e voli da prendere. C'era un antro delizioso fatto di mattoni e vetrate incorniciate da ferro turchese oltre le strade curve della collina. Restai a guardare.

*

There were some turtledoves hanging on the morning’s air, the meadows passed quickly along the borders. In a certain way I asked myself why I couldn’t quit to chat with the thoughts of darkness; the sounds of the body were still white, immersed in the tension of a falling in love with the heat’s light. Presuppositions were so hot to make me think that only a journey could change that status. But trips were not my cup of tea and nor the far things had power on me who preferred quiet hours spent to observe trees and words, without worrying about suitcases and flights to take. There was a lovely court made of bricks and glasses framed by a turquoise iron behind the curved roads of the hill. I stood staring.



Foto, testo e traduzione di Federica Nightingale ©

mercoledì 15 luglio 2009

ALEXANDRA PETROVA



Dipinto di Jane Corsellis






Persona cara, non conosco la tua lingua.

Una mela cade oltre le nuvole.Aspettiamo la pioggia.

Ormai per l’ennesima notte ci accompagniamo l’un l’altro.

Non ci amiamo fino a morirne, ma fino

al lavaggio delle strade,

fino al sole rivolto di profilo verso il Sud.
C’è sempre più spazio tra queste pareti; ecco che di nuovo

l’ultimo ripiano della libreria oggi si è reso trasparente,

ma il nostro legame è tanto oscuro e infido quanto

l’ortografia dello jat*;

tu hai detto una parola, io non l’ho capita, anche se

probabilmente è quella giusta.
Le tende sono strappate, le porte spalancate, una mano

è trattenuta appena nella stretta – macché…

Anche tu sei farina degli eventi, che di colpo si è sollevata;

una corrente, e nessuno che ci metta una toppa.

*jat: lettera dell’antico alfabeto slavo ecclesiastico

Da “POESIA”(dicembre 2002)


*




Ai non addetti




Andarsene da sé, nel deserto postprandiale di luglio, in giro per una città del sud, calpestando foglie e fiori sfioriti fruscianti, pennacchi marroni caduti, stami e pistilli usati. Il ricordo di un'unione trascorsa, che va in polvere. Molli gondoni accanto alle macchine, in un parcheggio abbandonato.Scivolare via da sé, in giro per le strade notturne dell’urbe, in un’estate appena cominciata e già soffocante, lungo i tunnel creati dai pini, nel verde nero delle nuvole
inchiodate sul cobalto del cielo. Estraniarsi lentamente da sé, come da qualcosa di avvenuto e definito; da sé, dalcentro, trasferendosi al confine.

La città alle quattro di mattina. Un negro impallidito. Dall’oscurità, lungo la brusca virata di un’automobile, sotto la luce abbagliante dei lampioni, gambe nude e muscolose in bilico sui tacchi.Travestiti sorridenti, colti di sorpresa, a piccoli branchi spediscono baci nell’aria.
Quando non ami nessuno, sembra strano che tu possa aver amato qualcuno prima. Non ti ricordi più com’è stato, anche se è successo poco tempo fa. L’amore gira attorno a quello stesso centro con cui ti fondi; dopo, ti ritrovi nel mondo come in una località sconosciuta, in una periferia invasa dall’erba.

Uno di loro giace sulla schiena nella via sorda, cerca invano di aggrapparsi al corpo della macchina, si rialza a fatica dall’asfalto. Sotto la luce dei fari un volto tutto insanguinato, capelli lunghi, seno superbo, tra le gambe glabre e scomposte il membro, color mattone. Un povero centauro, che tenta di compensare l’assenza di una chiarezza centripeta con la sua tragica audacia, che è la parodia di qualunque chiarezza. Dio sa che noi fabbrichiamo noi stessi in
una periferia inaccessibile all’occhio e che solo i lebbrosi e gli spavaldi sanno ammetterlo. Benché il mondo sia andato in frantumi da tempo, benché tutti sappiano tutto da tempo, tuttora in alcune città del sud ti chiedono se hai il fidanzato e se nel corso di qualche festa conversi a lungo con qualcuno che non è lui, cominciano tutti a sentirsi in imbarazzo, lo stesso “fidanzato” torna a casa sconcertato e la gente del posto ti guarda con un malcelato sorriso.

La mia città del sud, dove sono capitata qualche anno fa, possedeva una lunga storia. Già dal nome però appariva lampante la sua incongruenza con se stessa. Che rapporto aveva con quel glorioso passato? Col centro del mondo — concetto elaborato da lei stessa per la prima volta, trasformando l’universo abitato in provincia e irradiandosi in tutte le direzioni ?
Una volta era piena di giardini e di orti e anche adesso, ogni tanto, ricorda la campagna. Solo in tempi assai recenti il sindaco ha vietato di tenervi animali da cortile e uccelli, nonostante, come un tempo, raccogliessero la messe degli alberi da frutto e talvolta, alle quattro del mattino, un forsennato gallo di contrabbando emettesse il suo chicchirichì.
Il popolo che l’abitava tendeva al meticciato. La sua lingua era rozza e oscura. I suoi costumi, in gran parte, selvaggi. Il suo carattere, all’apparenza bonario, si rivelava sospettoso e chiuso.

Conquistarsi la sua fiducia pareva difficile, se non addirittura impossibile, soprattutto se non possedevi quell’arte della raccomandazione, dell’appartenenza e dell’entratura qui virtuosisticamente coltivata. Questo popolo era dotato di funzioni sessuali e digerenti assai sviluppate, soprattutto quest’ultimo aspetto era accompagnato da autentico entusiasmo e aveva un significato pressoché pannazionale.
Il primo invece era condizionato da secoli di cattolica ipocrisia. Qui la vita extrafamiliare era fondata sulla gerarchia sociale, su una lotta segreta condotta attraverso una sottile malevolenza, mai espressa direttamente, a dire il vero.

Sarebbe stato impossibile stupire i Mani con checchessia; anche se all’improvviso il Papa si fosse convertito alla religione musulmana, oppure se due elefanti, l’uno in groppa all’altro, fossero passati in volo sulla città, loro avrebbero sentenziato: già visto. I loro concetti di buon gusto, cattivo gusto, irriconoscenza, infantilismo sociale coincidevano stranamente con i nostri concetti di falsità, insincerità, ruffianeria, tradimento. I Mani sono dei finissimi psicologi, quasi a livello animale, sensuale; perciò i Rani, con la loro impetuosa semplicità, ci cascano e si lasciano abbindolare più facilmente degli altri.

Non esistono caratteri più opposti di quelli dei Rani e dei Mani. Tra loro non ci sono quasi punti di contatto (a parte i luoghi comuni e, lo ammetto, il sistema burocratico complicatissimo). Il significato della famiglia in questa città è inviolabile. Ogni anno, il ventiquattro di dicembre, loro si riuniscono e stanno a tavola fino al mattino, una portata dietro l’altra, ciascuno nella sua sconfinata famiglia, teneri coniugi traditori, nonne, bisnonne e perfino bisnonni, perché, a
differenza dei Rani, i Mani sono vitali e imperituri. In generale, la mia prima impressione fu che, nonostante i principî rivoluzionari del passato, si trattasse di una società inerte e soffocante, intenta a rincorrere la propria coda. Però, per la sua bellezza e irripetibilità, questa città non teme rivali al mondo. E così, perdendomi di vista sempre più, ho finito per amare anche i Mani. Il mio sguardo rettilineo non prendeva in considerazione tortuosità e caverne; eppure proprio in esse, talvolta, nasce la vita. Il loro cinismo ha resecato i cocuzzoli della mia magniloquenza — buona, in fin dei conti, neanche a condire l’insalata.

Il tramonto si stava diffondendo nel cielo e, in effetti, solo la sovrabbondanza d’acqua della mia città natale doveva impedire alle lacrime di scendere. Perché proprio in quel momento vidi come una pioggia improvvisa, facendo straripare
le vasche delle fontane, scorresse dalle vele tese degli ombrelli. Mentre ero impegnata a asciugarmi le guance, arrivò il mio quarantesimo compleanno. Possibile che un giorno avessi potuto dubitare di un simile avvenimento?
Ovviamente, come tutti i bambini, Al si sentiva stabilmente al centro dell’universo. Un centro dove, fra l’altro, udiva più spesso la parola “pigrizia” che il verbo “stabilirsi”, ossia un posto dove tutti sono svogliati, pigri, prigionieri. Il centro che aveva trovato spazio in Al era tuttavia alquanto misterioso: un centro segreto. Pareva che tutti si fossero messi d’accordo appositamente per far finta di niente, per non rivelare dove si trovasse esattamente. La madre era distratta, come estranea; il padre, da una parte, era gonfio di vento (proprio dalla parte delle sue ali ricurve, appena abbozzate...), dall’altra colmo di un pathos edificante che richiedeva, di tanto in tanto, di essere applicato.

La nonna...Beh, meglio lasciar perdere. Ma, visto che ormai ci siamo, è evidente che la nonna era una strega. E sebbene la chiamassero teneramente nonnina (o, meglio, sebbene lei stessa avesse deciso che dovevano chiamarla così), questo nomignolo contribuiva soltanto a smascherare ancor più la sua carne forestiera che, talvolta, luceva di una lontana, palustre azzurrità. Un’azzurrità al neon. Così luceva anche Košej l’Immortale, che appariva in un cerchio roteante in fondo al corridoio, dalla camera dei bambini al gabinetto, di corsa, no, anzi, lentamente, ansimando in
silenzio, con pause che duravano milioni di anni. (La solitudine che Al provava nel corridoio è paragonabile solo al tunnel che le sarebbe toccato percorrere al momento della morte. Ma di questo, forse, parleremo in seguito). Con la nonnina invece era in corso una guerra di nervi ai massimi livelli. Ad esempio: non accettare da lei caramelle, peggio, sputare la carne della minestra (non masticata fino in fondo, perché filamentosa) nel gabinetto, attendere nascosta
sotto il tavolo la sua apparizione e agitare su di lei la falda grigia di una bacchetta, nella quale abitava uno spirito. A questo spirito sovraintendeva la sorella, che spingeva Al a forza nella stanza buia e evocava lo spirito, agitando bruscamente la bacchetta. Ma una volta la bacchetta (dimenticata dalla sorella) come il bastone di Aronne, fu portata fuori dal suo angolo per scacciare, in un sacro soffio, il male dalla nonna, che si era appostata. Bisognava agitare su di
lei la bacchetta animata dallo spirito, spezzare i suoi incantesimi e salvare mamma e papà. Accadde proprio nella sua stanza. Ella si contrasse e cominciò a sibilare, ora avanzando, ora retrocedendo... ma l’accordo era di tacere e di non raccontare di questo a nessuno, altrimenti tutti gli esorcismi sarebbero stati inutili. Guardarla soltanto, immobile, con occhi blu blu blu. Non sono stata io, l’ha fatto un’altra bambina, Olja.

Beh, allora puniremo Olja, dov’è dov’è questa Olja, carognetta — domandarono i miei genitori. Sì, da qualche parte esisteva quest’Olja insolente, con la schiena dritta e le gambe magre di ballerina. Si comportava male, ma riusciva sempre a sottrarsi alle punizioni. Tuttavia, il corso degli eventi instaurava qualche forma di rapporto tra Al e Olja.
Quando Olja giocava i suoi brutti tiri, anche a Al rimordeva la coscienza. Forse Olja esisteva in un mondo al di là dello specchio, dall’altra parte, sul ciglio di una strada che rasentava, sia pur incidentalmente, la sfera di Al, oppure da qualche altra parte ancora. Ma era chiaro che se Olja esisteva, Al non era più soltanto Al, ma era anche Olja, seppur con i difetti causati da una fiacca tensione esistenziale. Il fatto che il centro nel quale si trovava Al a volte potesse rispecchiarsi, cambiava molte cose. Se una parte qualsiasi di Al (sia pure un riflesso) si trovava all’esterno, ne
conseguiva che Al non era più il centro. Le cose non erano uguali a se stesse. Ovviamente, non nello stesso senso di quando lei e la sorellina vestivano il gatto Dymša con gli abiti della bambola Katjuša; con la cuffietta, tutto baffuto, lui s’infuriava, ma poi veniva domato.

Nel caso del gatto Katjuša, tutto sommato era evidente che si trattava di una mascherata; Olja invece rimaneva sempre Olja, come una grandezza costante. Il centro che dà un’occhiata alla periferia cessa di essere centro, viene contaminato dall’ambiente circostante, come un fiore. Tuttavia, senza di lei esso è impensabile. Così, rifluendo l’uno nell’altra, essi si scambiano la loro massa, come una stella gigante con una nana. Nel mondo delle banali opposizioni binarie, volente o nolente, finisci col pensare al centro. Per il nostro piatto modo di pensare, la cosa più semplice ovviamente era immaginare questo centro inesistente come la metà del segmento tra due punti. Ma il segmento è un raggio e il centro il suo semiraggio. La periferia tende al centro, la forza di quest’attrazione la rende così incandescente che il calore l’aiuta a spostarsi verso il centro, inondandolo come lava. La periferia è l’ultimo margine, un precipizio, sabbie mobili.
Solo nel punto più estremo e desolato, sull’orlo dell’abisso, può nascere un nuovo, autentico centro. Nel caso delle città è possibile, ovviamente, una traslazione a latere della posizione geografica, ma nulla più. Mosca, tutto sommato, è la terza Roma, provincia di Bisanzio che, a sua volta, è provincia di Roma, provincia della civiltà etrusca.

Con la nonna invece tutto accadde così. Lei si lamentò che Al avesse agitato la bacchetta su di lei; lei (la nonna) era a malapena riuscita a schivare il colpo! La nipotina aveva alzato la mano sulla sua vecchia nonna — dichiarò la nonninanonnetta. La nipotina terribile si era rivoltata contro la sua nonnarella. Ecco che cosa le insegnavano! I genitori si consultarono brevemente e iniziarono a dare la caccia a Olja. La cercarono. Non troppo a lungo. E, come al solito, non la trovarono da nessuna parte. E poi successe una cosa terribile. La mamma si sdraiò sull’ottomana, il papà prese Al per il braccio e la mise col volto alla parete. Alle spalle di Al qualcosa scricchiolò, poi tintinnò e poi arrivò come una specie di dolore. Ossia, avrebbe dovuto essere dolore, ma Al non lo sentiva. Al, cioè io, ormai, si voltò indietro, verso la mamma che guardava dalla sua loggia la platea della stanza. La mamma contemplava tranquillamente come la cinghia danzantesollevasse folate di vento e come i nastri azzurri da lei legati ancora ieri fluttuassero dalle treccine arruffate.C’era
naturalmente qualcosa di ignominoso in quello stare in piedi col volto rivolto al muro. Il centro che si trovava in Al, cioè in me, come una luce disinnescata, si rattrappì per un istante. Sulla carta da parati crescevano fiorellini gialli e azzurri.

Io entrai in questo campo in fiore e ricordai come una volta mi avessero dato una mela. Stavo seduta su un cassettone di legno rosso in una stanza enorme, loro mi diedero una mela perché non piangessi, perché quando gli adulti gridavano o si picchiavano dopo volevano tranquilizzarmi. Mi vestivano come un orsetto e io avevo sempre caldo, forse per questo adesso ho sempre freddo.
Stavo seduta impellicciata molto in alto o, almeno, così mi pareva allora. La mela era così grande, pesante e sfericamente perfetta che mi si mozzò il fiato. Avevo capito che lo spazio è poroso, che è pieno di porte e di tasche.
Ora, finalmente, la sparizione di alcune cose si spiegava. A volte, una palla, una perlina, una parola rotolava via e non tornava mai più. Adesso, camminando nel campo in fiore, pensai che anche le persone non possono essere perenni.

“Quando muori, io sputerò sulla tua tomba e ci ballerò sopra”, disse una volta la nonnina a mia mamma. Immaginai una nonna nana danzante, che ballava sfrenata sul umido dentro cui mia madre giaceva, senza poter uscire di lì. La mamma diceva che la nonna, in realtà, era sua mamma. Mi dispiaceva che le fosse andata così male. La mia mamma era molto meglio: almeno era bella, non aveva il volto così allungato come NanoNaso e non mi voleva seppellire nella terra e saltarci sopra, perché non ne potessi uscire. Alla sola idea iniziai a soffocare. Presi a inghiottire l’aria. Il campo in fiore cominciò a ondeggiare e io caddi di piatto.

Ogni domenica io e mio padre andiamo a fare una passeggiata. Al in compagnia di un uomo lunghiiiiissimo va a fare una passeggiata. Di solito, passano sotto l’arco con l’enorme orologio. Passare oltre quell’orologio è piuttosto imbarazzante, perché esso sembra sapere (o controllare) qualcosa, e quando Al percorre quel tratto, di solito, china la testa. Poi escono sulla piazza
enorme, al centro della quale si eleva una colonna rosabordeaux. Ovviamente, si tratta della colonna più alta del mondo e, come tutto ciò che è grande, mette i brividi, soprattutto quando s’ingigantisce e s’incurva, mano a mano che tu t’avvicini, cosicché a volte tocca girarsi, per non correre pericoli. Sul suo piedistallo hanno luogo i giochi di Al. Girare intorno alla colonna molte volte in un senso e poi nell’altro, correre intorno alla colonna in un senso e poi nell’altro,
camminare senza calpestare le crepe nell’asfalto, camminare, mettendo il piede ogni due crepe, stare seduta sul piedistallo. Dall’angolo a sud, dall’angolo a nord, dall’angolo a est, dall’angolo a ovest. Dal primo si vede una casa a quattro piani con piccole finestrelle in basso e, dietro di lei, il fiume, la Mojka. Dal secondo un’altra casa grandegrande e un passaggio che non porta da nessuna parte, dal terzo (da dove abitualmente spira il vento) si vede un giardino sconfinato e un palazzo color rossomarrone che chiamano semplicemente d’Inverno, perché là si trova il giardino pubblico invernale dove Al, d’inverno, passeggia di solito con i bambini dell’asilo. E appena un po' più in là scorre la Neva. Dal quarto angolo si vede una casa gialla semicircolare con un doppio arco gigante. Sull’arco ci sono dei cavalli al galoppo, sei folli cavalli; ai lati dei forzuti con delle lance e al centro un omino alato su un cocchio. Se si passa sotto l’arco, la casa sembra vicina. Di solito accanto al palazzo d’Inverno, in autunno e in primavera, ci sono delle impalcature di ferro con le quali costruiscono a lungo una tribuna che arriva all’ultimo piano del palazzo. Sulla piazza marciano in su e in giù soldati e la voce al megafono grida:

“Asssinistra!” “Adddestra!” Poi, dopo un po', sulla tribuna che hanno costruito, coperta di rossa, si arrampicano dei vecchietti e tutta la piazza si riempie di persone che sfilano a passo di marcia (come Al durante le lezioni di ballo all’asilo) e gridano “Urrà”, in risposta alla voce metallica e assordante degli vecchietti asserragliati lassù. La voce grida:
“Viva l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche” e altre cose ancora, che cominciano sempre con “Viva”. I grassi vecchietti agitano la mano dall’alto, la gente trascina in spalla bandiere e manifesti e si gonfia tutta orgogliosa, passando oltre i vecchietti. A parte i ritratti di questi vecchietti, sulla piazza sono esposti dappertutto quelli di un altro tizio ancora. I ritratti di un uomogigante. Quando passi sotto di lui, in spalla a papà, sembra che ti voglia schiacciare con la suola sollevata della scarpa. Di solito sbuca fuori in berretto grigio, con la barba e un nastrino rosso sul petto.
Spesso la gente porta anche lui sui suoi manifesti. Qualcuno mi ha detto che è il mio nonno, sento di essere cattiva, ma non mi piace e quando arriva sulla mia piazza, ho paura di lui.





Alexandra Petrova / trad.Valentina Parisi & Ph.Pogam
(Sud, rivista europea, 4/5 - 2005)


Biografia:


Alexandra Petrova nasce a Leningrado nel 1964. Ha vissuto a lungo in Israele e risiede in Italia dal 1999. Oltre a varie collaborazioni con riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1994 la raccolta poetica “Linia Otriva”(Punto di distacco)e nel 2000 il libro di prose e poesie “Vib na dijitelstvo”(Vedute sull’esistenza). Nel 2003 pubblica l’operetta filosofica “I pastori di Dolly”. La sua ultima raccolta di poesie “Altri fuochi”, è stata pubblicata da Crocetti nel 2005.

domenica 5 luglio 2009

ALESSANDRO ASSIRI

Christine Newsome - Collage ©










Chissà se in questo magari c'ero quasi, incuriosirsi a spanne, procedere per marzo, orientarsi a pomeriggi e braccia verso l'alto, come domande per i mesi ad occhi chiusi, stracolmi di imprecisi per questa o un'altra quiete dove si rimane chiusi con 3 sogni di ritardo tutto quello che si inventa in millimetri di terra resta in fogli di arroganza e noi umidi in qualche modo, angoli acuti di un soggiorno con la pelle ad andar via come vuoti di aggettivi del dirsi troppo corti, ad ogni invece adesso dove manca chi l'ha scritto ma si torna insieme a casa, una gamba dopo l'altra.



*



In ogni addio si parla basso
stanchi di succedere
si assomiglia alla vita
suono in apparenza
apertura di fiato


Alessandro Assiri ©


Biografia:

Prestato alla vita dal 1962. In bilico tra la cultura del nulla e il nulla della cultura. Trasferisce nella parola il segno di un disagio evidenziando le contraddizioni di una generazione che troppi treni ha perduto per un pelo. (da Morgana e le nuvole)
Scrive sul blog http://lettereanessuno.splinder.com/

domenica 28 giugno 2009

ROBERTA LAWSON

Foto di Federica Nightingale ©



SLOW - TRICKLE

The velvet moss – the sound of the enchanted cicadas.

On the floor of the forest, she lies. The afternoon croaking of the tree frogs, the overhead branch canopy. Into the water she slides like a swallow. Out of the water she moves in a slither. The fresh thick grass, the teeth of the flowers gnashing carnivorous. The overgrowth-dash of overgrown cats, paws padding in-out of her vision’s corners. The copulatory nuzzle of snakes against leg-flesh. Lazy late afternoon light, she tries to dart the tongue from her mouth. Her tongue is a snipped thing, stopped from uncoiling. What falls out is only a stilted bird mewling. The free birds cry back but they are full-volume. Her tongue a fork-point back in her gullet. She falls back to the lake side, her tears trickle silent. Water splashes over ancient sunk pebbles –Birdsong.


GOCCIOLIO – LENTO (Traduzione di Federica Nightingale)



Il muschio vellutato - il suono delle cicale incantate.

Lei giace sul pavimento della foresta. Il gracidare pomeridiano delle rane dell’albero, la tenda di ramo in alto. Nell’acqua scivola come una rondine. Fuori dall’acqua si muove strisciando. La fresca erba spessa, il digrignare carnivoro di denti dei fiori. La sovrabbondanza della macchia di sovrabbondanti gatti, zampe a riempire il dentro e il fuori dei suoi angoli visivi. Lo strofinio copulatorio di serpi contro le gambe e la loro carne. Pigra luce del tardo pomeriggio, lei tenta di cacciare fuori la lingua dalla bocca. La sua lingua è una sforbiciata, bloccata dallo srotolarsi. Tutto ciò che accade è solo un artificioso miagolio d’uccello. Gli uccelli liberi piangono di rimando ma sono a pieno volume. La sua lingua un punto biforcuto nella gola. Lei ritorna sul lato del lago, le sue lacrime gocciolano silenziose. L’acqua schizza su un antico canto d’uccello affondato dai ciottoli.





MEDITATIONS


Feeling restive and gentle
I attempt something that is smooth,
Something like washed silk to the touch.
No dead dolls or scarlet flashes lurking in
corners. No obscenity, brutality, words

that twitch like half-waking
nightmares. I light candles
to enhance the quiet. Snow
breathes outside the window
like a thousand

muffled exhalations. Shadows
slow-dance on the walls. This

is all there is.


Pubblicata su http://fullofcrow.com/main.html


RIFLESSIONI
(Traduzione di Federica Nightingale)

Irrequieta e leggera
Tendo a qualcosa di fluente,
qualcosa come seta lavata al tocco.
Non bambole senza vita o lampi scarlatti
in agguato negli angoli.
Non oscenità, brutalità, parole
a contorcersi come incubi nel dormiveglia.
Accendo candele ad intensificare la quiete.
La neve respira fuori alla finestra
come centinaia di esalazioni smorzate.
Ombre danzano lente sui muri.
Questo è tutto ciò che c’è.


Roberta Lawson ©

Biografia:


Roberta Lawson è una giovane scrittrice inglese venticinquenne
che vive a Brighton (GB).
Ha un blog all’indirizzo http://mermaids-singing.blogspot.com/
dove potrete trovare links ad altri suoi lavori.
Potete contattarla all’indirizzo di posta
almost.certainly.a.bad.idea@gmail.com
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