Photobucket

Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 31 marzo 2011

ANTONELLA TARAVELLA





Antonella Taravella scrive il suo "Sbocciata nelle viscere" con mano veloce,non lascia respiro, pausa, tempo per soffermarsi a pensare. Tutta l'architettura poetica dei suoi versi è costruita con veloce perizia e sensualità debordante, quasi fosse un edificio dalle finestre spalancate da un temporale o il temporale stesso, a penetrare nei corridoi dell'intimità. Intinge le dita nei percorsi ardui e mai scontati, si fa beffa di destini e trafile inevitabili, e reagisce, si scontra, s'azzuffa, beve dalla coppa del nemico e lo invita nel suo letto di fiori e aghi, lo stordisce, lo adula, lo inganna. Lo vince. Fragilità nascoste o discoste. Una corsa a perdifiato nella bocca sensuale della vita e dell'amore.

"Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera" (A. Taravella)

Federica Galetto




Sbocciata nelle viscere


Confisco il respiro al tuo corpo con dita aperte,
creo rime di pelle mentre nuda m'infiammi contromano

e nelle vene sale la rivolta
come a sbocciarmi in fiore fra le labbra
livida scomposta in graffi di parole al cielo
contorto il mio muovermi crea onde
di fogliame e sospiri taciuti
temo la lamiera dei pensieri poco sotto il costato
un velo di cenere s'aggroviglia nei giorni a seguire
mentre le tue dita seguono l'ombra delle mie ossa
mi accadi di notte, fra queste lenzuola divine
all'ombra evasa di noi, nell'attimo fermo
fra le cosce a strusciarsi, timbro d'ingorda fame
e la notte si piega sul collo, nelle parole
nel dorsale frantumato dei nostri odori
colma nelle viscere ti dimentico dagli occhi
fuggendo dall'alchimia dei nostri sensi



fragmenta#4


Son tracimata in parole anarchiche
e quando piove,
fuori il tempo è freddo
come fiocchi di neve assorti









fragmenta#8


C'è il bisogno di andare e di non avere altro da dirsi e partire
come quando le parole dilatate crescevano sui palmi umidi
rami pungevano gli occhi gonfi di sguardi acerbi quando fuori
gocciolavano ombre da sudare fra le lenzuola assorte e fluide
e nell'incurvarsi delle tue labbra sulle mie quando ci esplodiamo.




Reflection [qui nel luogo e nella misura]


Ho pensato che quella goccia fosse una superstite da assolvere
un credo a gocciolare al vento, come un fiore gestito al contrario
essere, nelle ombre, nelle sicurezze note solo alle mani, nella confusione
ed esser certi, d'avere una direzione, parole da seguire a dita tremanti
collocandole nella lacrima, nei versi rovesciati, nella misura disperata
di quanto accade, voluto, da qualche parte e in qualche istante.



La liturgia degli occhi


La liturgia si sversa sugli occhi appena sotto il respiro, ma tu ed io sappiamo che il destino ha reso la vita rovinosa e malata,tutto ha un disegno e il nostro traccia due linee parallele ingovernabili, che non troveranno mai l'incrocio, non qui, non ora, non nel grembo di madre notte che trema di paura. Che ad occhi aperti, le lacrime non servono, nulla crea chiarezza che alla fine, di tregue ne ho piene le tasche, mentre mancano le parole segnate sui fianchi, i ritardi sulle gambe, la viscida inappetenza, perchè di sbranarsi si è bravi tutti è rimanere nel sangue che è un mestiere per pochi eletti. Nel credo d'ogni giorno, mi sussurro che non devo incaricare al prossimo la mia urgenza di vita, ma solo a me e devo discuterne in una riunione di condominio con festino annesso, perchè i festeggiamenti son sempre di rigore dopo, a chiarimenti avvenuti, quando poi tireremo fuori l'amore il fuggi fuggi sarà il peggiore del secolo, regalandomi dopo, le cose peggiori in pacchetti dalle carte aggraziate di rose ammuffite. Io solo mi so bastare, io solo mi so soffocare, io solo so venirmi a capo quando sto bene. Ed è nelle rarità che mi disperdo ed è tutto dannatamente bello, ha un sapore oscuro, quanto basta alla pancia per piegarsi d'amore assorto ed io so di te che m'avviluppi l'incertezza e me la coccoli con la lingua.
Da ora in avanti saremo l'arma, linfa che gocciola perversa sulle nostre ciglia in preghiera.


Fragmenti, versi e discorsi tratti da "Sbocciata nelle viscere", ed.Smasher, ed.2011





Biografia:

Antonella Taravella nasce a Verona il 2 marzo 1977, dove risiede tutt’ora.
Il mio scrivere non media, lo offro totalmente nelle contraddizioni incidendo a fuoco immagini fluide quasi organiche, rivestendo di pelle e carne ogni mia emozione in parole, con intensità, andando a fondo nell’anima e graffiando i nervi scoperti.
Partecipa a molti concorsi ed è presente in parecchie antologie.
Tre le sillogi pubblicate:
-Gravida è la notte (Ed. Lulu 2008)
-Vertigini Scomposte (Edizioni Smasher 2009).
-Sbocciata nelle viscere (Edizioni Smasher, 2011) .

Il suo blog personale:

http://nevertearusapart.worpress.com/

Inizia a scrivere nel 2006 nel blog (htpp//never-tear-us-apart.splinder.com).
È pubblicata in sei antologie:
- Notte Finta scritta a 4 mani con Giovanni Berardinelli, per
l'antologia La Notte (Ed. Giulio Perrone Editore, 2008)
- Screpolati Polsi per l’antologia Il Desiderio (Ed. Giulio Perrone
Editore, 2009)
- Inverso per l'antologia del concorso letterario Pensieri D'inchiostro
(Ed. Giulio Perrone Editore, 2009).
- Dopo il tramonto per l’antologia La malinconia (Ed. Giulio Perrone Editore, 2009)
-Nimue per l’antologia “Rosso_tra erotismo e santità”(Ed.Lietocolle, 2010).
-Girasoli di Fuoco per l’antologia del concorso letterario Il peccato tra le righe (Ed. Casa Editrice&Libraria, 2010).
-Sbocciata nelle viscere per l’antologia Il Corpo (Ed.Giulio Perrone Editore, 2010)
-Zolla per l’antologia “Il segreto delle fragole”.(Ed.LietoColle, 2010)
-L’inverno sta nella lana de tuoi maglioni, amore per l’antologia “E’ solo poesia”.(Ed.GDS Edizioni, 2010)
I concorsi e iniziative a cui partecipa:
- L’attesa, bandito dall'Associazione Culturale “RossoVenexiano”,
2008.
- Volobliquo, indetto dall’omonimo multiblog classificandosi tra i primi
quattro finalisti.
- Donna... sulle tracce di Eva, ed. 2009, indetto dall’Associazione
Culturale “Il Faro” e “Viavai” classificandosi finalista.
- Premio Lorenzo Montano, arrivando alla selezione finale, con opera
inedita inserita nell’antologia della Rivista Letteraria Anterem, 2009.
- Premio Pensieri d'inchiostro, indetto dalla casa editrice Giulio Perrone,
selezionata per l’antologia finale, ed. 2009.
-“Il peccato tra le righe” indetto da Casa Editrice&Libraria-Taranto, ed.2010.
-“Il segreto delle fragole”, diario poetico, indetto dalla casa editrice LietoColle, ed.2010.
-“Verba Agrestia”, indetto dalla casa editrice LietoColle,ed.2010.
-“Premio Laurentum 2010”.
-“La solitudine” indetto dal collettivo Poesiaèrivoluzione, ed.2010.
-“E’ solo poesia” indetto da GDS EDIZIONI, ed.2010.

lunedì 21 marzo 2011

21 MARZO - E' PRIMAVERA



John William Waterhouse





AGRIMONY


Meschina l’agrimonia
Scivolando il baco cade
L’esatto equilibrio si perde
Inghiottito il fogliame.
Retrospettiva dei possenti venti
che marzo soffia
Allungando le fisime possibili
nel cantilenare di tedio.
Rubando al ramo
una bacca d’inchiostro
s’invola una cincia arrabbiata.
Detesto guardare che muoio
Nel ritmo e nel fiato su
strada e polvere,
non amo soffrire distesa
all’impiedi, mentre ieri
mi sembra un palazzo,
accese le luci ai saloni,
che oggi l’agrimony
è inganno,
intreccio il mio sorriso fra sterpi,
serpi,
nei campi,
digiuna.



Federica Galetto

giovedì 17 marzo 2011

150 ANNI D'ITALIA








La poesia "La spigolatrice di Sapri" narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie. Il poeta adotta il punto di vista di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.







LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
di Luigi Mercantini (1857)







Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All'isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s'è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: - dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: - O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: - V'aiuti 'l Signore! -

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid'io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

giovedì 10 marzo 2011

MALGORZATA MAJ




Malgorzata Maj è una giovane illustratrice e fotografa polacca.
Il suo gusto per il Romanticismo dark, l'amore per i Simbolisti del XIX secolo, l'arte della sartoria d'abiti d'epoca, ne fanno un'artista poliedrica e stupefacente. La creatività che la contraddistingue attinge dal passato proiettando modelli di femminilità e bellezza nella contemporaneità, rendendo possibile un connubio di Grazia e Sensibiltà che a mio parere molto hanno a che fare con altre Arti, come la Scrittura e la Poesia. Il suo sito è a questo link:

http://www.sarachmet.blogspot.com/

E vale davvero una visita.
























Blue II




Rinsavire all’addiaccio
Che non è cosa propria
Di me
Medesima










Sublime II



Attaccata al lembo rimpolpato del gambo
e del petalo cremisi
tinto ai più estesi meridiani









Two hearts IV, 2009




Discende l’espansa ripetuta gruccia
del tarlo
come infarinata d’ocra e belletto
sulle gote








Shelter,2009





Perché come a sera si scioglie il vermiglio
A infuocare
Così mi preme rinverdire il vuoto sensibile
e le pose del filare immobile
Che guarda








Red gloves, 2007




Potendo esaudirei le promesse,
come un vento spossato nei cardini,
diluvio reso ruggine dal tempo,
eroso come ferro ai polsi










Si creano medicate rese nel pungolo
d’un roseto
fatto d’ombra e magenta nei raggi solari









Rosebud, 2009




Eppure non sento che colar via l’ambra








The last leaf




La più preziosa onda del margine a taglio
che fa sgorgare rosso il mio sangue








The Quiet One









Enter me, 2009





su te che m’ami distratto






Poesia di Federica Galetto - "Rinsavire di me"

giovedì 3 marzo 2011

DATE A GIRL WHO READS - DAI UN APPUNTAMENTO AD UNA RAGAZZA CHE LEGGE







La lettrice - The reader
Digital Collage di Federica Nightingale




“Date a girl who reads. Date a girl who spends her money on books instead of clothes. She has problems with closet space because she has too many books. Date a girl who has a list of books she wants to read, who has had a library card since she was twelve.



Find a girl who reads. You’ll know that she does because she will always have an unread book in her bag.She’s the one lovingly looking over the shelves in the bookstore, the one who quietly cries out when she finds the book she wants. You see the weird chick sniffing the pages of an old book in a second hand book shop? That’s the reader. They can never resist smelling the pages, especially when they are yellow.



She’s the girl reading while waiting in that coffee shop down the street. If you take a peek at her mug, the non-dairy creamer is floating on top because she’s kind of engrossed already. Lost in a world of the author’s making. Sit down. She might give you a glare, as most girls who read do not like to be interrupted. Ask her if she likes the book.



Buy her another cup of coffee.



Let her know what you really think of Murakami. See if she got through the first chapter of Fellowship. Understand that if she says she understood James Joyce’s Ulysses she’s just saying that to sound intelligent. Ask her if she loves Alice or she would like to be Alice.



It’s easy to date a girl who reads. Give her books for her birthday, for Christmas and for anniversaries. Give her the gift of words, in poetry, in song. Give her Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Let her know that you understand that words are love. Understand that she knows the difference between books and reality but by god, she’s going to try to make her life a little like her favorite book. It will never be your fault if she does.



She has to give it a shot somehow.



Lie to her. If she understands syntax, she will understand your need to lie. Behind words are other things: motivation, value, nuance, dialogue. It will not be the end of the world.



Fail her. Because a girl who reads knows that failure always leads up to the climax. Because girls who understand that all things will come to end. That you can always write a sequel. That you can begin again and again and still be the hero. That life is meant to have a villain or two.



Why be frightened of everything that you are not? Girls who read understand that people, like characters, develop. Except in the Twilightseries.



If you find a girl who reads, keep her close. When you find her up at 2 AM clutching a book to her chest and weeping, make her a cup of tea and hold her. You may lose her for a couple of hours but she will always come back to you. She’ll talk as if the characters in the book are real, because for a while, they always are.



You will propose on a hot air balloon. Or during a rock concert. Or very casually next time she’s sick. Over Skype.



You will smile so hard you will wonder why your heart hasn’t burst and bled out all over your chest yet. You will write the story of your lives, have kids with strange names and even stranger tastes. She will introduce your children to the Cat in the Hat and Aslan, maybe in the same day. You will walk the winters of your old age together and she will recite Keats under her breath while you shake the snow off your boots.



Date a girl who reads because you deserve it. You deserve a girl who can give you the most colorful life imaginable. If you can only give her monotony, and stale hours and half-baked proposals, then you’re better off alone. If you want the world and the worlds beyond it, date a girl who reads.



Or better yet, date a girl who writes.” —





Rosemarie Urquico




Dai un appuntamento ad una ragazza che legge


“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive".


Rosemarie Urquico

Traduzione di Federica Galetto

giovedì 24 febbraio 2011

V.S. GAUDIO - IL NOME DELLA QUADRUPLICE MANDRAGORA











Un poemetto di V.S. Gaudio, un viaggio surreale che spazia in territori infiniti, riferimenti vasti, a volte familiari, altre volte sconosciuti. Un viaggio onirico, un sogno, un pensiero, un filo tirato sulla Storia e sul Tempo, passato, presente, futuro. Una magia di immagini che si rincorrono creando una trama affascinante e fitta in cui perdersi può esser dolce o spaventoso.Un'affabulazione di grande respiro alla ricerca della Quadruplice Mandragora. In calce al testo le Note. Il testo è già apparso su Il Cobold, dove potrete reperire altri scritti di Gaudio.Non bisogna aver fretta, prendetevi il vostro tempo. Per voi V.S. Gaudio, nel suo stile migliore.


Nightingale











§



se la terra è una sfera,dove fuggire

perché finalmente non si debba più guatare

con orrore in una faccia d’uomo?

se fosse davvero una sfera, servendoci ad esempio

della formula H=a. tg alfa calcoleremmo l’altezza

di un monte secondo una misura sempre in difetto,

poiché la base di esso verrebbe a trovarsi sempre

più sotto

e alla sera sebbene l’acqua fosse dolce

pur ottundendo il filo dei denti

e per designare il sole qui si dica “Ugrnja”

grandi stelle baluginano fuligginose





dietro, una folata di vento

davanti, nessuna pista perché ogni

traccia è stata cancellata

tra le più desolate pietraie e i deserti

che varco instancabile con questo mantello fulvo

perché nessuno mi scorga nel mare di sabbia





fin lì io voglio che sia un disco e come tale

infinito fratello di sangue, stelo d’erba, ti amo

il tuo splendore d’acqua si effonde sopra il mio cielo

come una coppa di rugiada, una madre cui io protendo

le mani e ti accarezzo, dolce e greve, e ancora e sempre,

sempre ancora, come la donna che amo

questa coppa del cielo azzurra che spande la sua luce

dorata sul mio volto e non ho difesa e non lotto





il vento che già giunge altero e se ne va tiepido

e la giovane donna nel sole del mattino che volge la schiena

all’osservatore alla pinacoteca di Alessandria

sta la nuvola bassa e mi guarda si fa da presso il ruscello

azzurro e argento, il meriggio se ne va

il crepuscolo se ne va, la sera se ne va

piena di fuochi e canto con voce che da stagni

si fa acqua che balena azzurra

sposa del vento nella notte è la mia sposa

selvaggia, che un tempo rideva con più grazia

e come ruote che guadano torrenti in mezzo

ad acque bianche ricordo le sue natiche

mentre io seguito il mio cammino





l’ultimo segno di riferimento una piccola lastra di pietra

sopra un dorso di roccia piatto, sulla destra

dopo 50000 passi e una breve discussione sullo

scarto di errore, con una variazione di 1,12 stadi

se l’umanità riuscisse quanto prima ad annientarsi

prima che si metta a volare per appiccare più agevolmente

il fuoco dentro le città e lanciare veleno nei pozzi

durante la notte e prima che la scrittura fissi

per segni opere di poesia perenni e inutili e romanzi

di basso conio e libelli per attizzare l’odio tra

prestidigitatori truffaldini e pugilatori, tagliaborse,

ruffiani, ciarlatani e puttane

che nel migliore dei casi si tratta di poveri deficienti,

zerbinotti vanesi e tromboni privi di cervello

e ognuno è soddisfatto di sé, si atteggia a massima dignità

si inchina con cortesia, gonfia grossolanamente le

guance, gesticola, guata allocchito, schiamazza, strilla

hanno un sacco di termini questi coglioni,

esperti della vita che conoscono un numero sufficiente

di furfanterie spicciole, e caratteri in sé conclusi

che hanno finalmente disintegrato qualsiasi ideale,

maniere disinvolte, sfacciate troie e già da un pezzo

mature per la forca e il bordello

per non parlare di chi sono i grandi, politici e

oratori, principi e condottieri, che vanno strozzati

senza indugio, prima che trovino il tempo e l’occasione

di farsi il nome di Napoleone a spese di Joubert

e la notte quando il vento si fa più forte e la sabbia

diventa sempre più fina

i libri, un coltello, un pezzo di pane e l’anfora, appesa alla fune

presso che piena, l’arco e tre frecce per stare fermi nel medesimo

posto foss’anche il quattordicesimo giorno e a occidente

si levi una nuvola di polvere, leggera e dorata o una pesante

coltre di sabbia e veloci sono i loro cammelli cursori





abbiamo fatto una divertente gara di tiro con l’arco

nel pomeriggio con Masbut che conficcò nella sabbia un palo

e pose sulla cima una tazza di legno scuro

anche a 60 passi la centrarono soltanto 2 dei 4 tiratori

tra cui Geena Davis[1], inoltre io per il mio arco elastico

e in perfette condizioni a 100 passi la colpii in pieno

con la prima freccia, a 150 passi troppo lontano

forse, se non ci fosse stato il vento qualche probabilità

restava ancora solo Geena Davis urtò la tazza

con la terza freccia facendola cadere a terra

e alzò una mano nel vento, poi incoccò una freccia

scura dall’affilata punta d’argento, tese l’arco

e saettò il dardo in maniera tale che il nobile metallo

fendette come una folgore la cavità crepata

e afferrò la mia mano e disse parole gentili:

era molto lieta che arcieri di così rara valentia

percorressero il mare di sabbia, mentre i suoi compagni

avevano spostato in silenzio una tenda nera, e lei

mi domandò dentro che cosa facevamo in quel luogo

e piuttosto cosa contenesse l’Anfora d’oro, lo spirito della

quadruplice Mandragora?





e da quella volta passai ogni sera per strade e vicoli

e vidi le luci abbaglianti delle vetrine e le bettole

del vizio e della delinquenza, mille facce, diecimila facce,

centomila in questo posto in cui era sempre

autunno e le donne erano magre, i grassi bottegai

spiavano curiosi tra scaffali bisunti,

fuoco venne, morbo e guerra, e venne il dio della febbre,

con la faccia volpina,

il mazzo di frecce rosse sul petto

Weilaghiri, la città infernale





mentre la nave salpava prendendo il largo con

il vento in favore e sarebbe stata incenerita da una

pioggia di fuoco e per la prima volta avvertii la sete

si fece avanti un giovane marinaio e Jeri Ryan[2]

e prendemmo in gran fretta la via del ritorno

quando a filo dell’orizzonte ecco il sole del deserto

remoto da me, che ero balzato in piedi di scatto

in che punto incontrai Geena Davis e le raccontai delle nuvole d’ebano,

orlate d’argento, i vicoli oscuri della città, la tenda

tutta foderata di un rosso tenue, con ricchi motivi

di pampini, ricamati in oro, il principe che vede la piatta

soffice bolla di fumo sospesa sopra la città, grigia come piuma,

con venature rosse e nere





allora il nemico invase il paese,

10000 barbuti cavalieri irrompono a briglia sciolta con i

mantelli al vento, la luna si levò in volo nel velluto della notte

sospesa a metà della parete rossa di sinistra tenerezza

Geena Davis era andata verso sud-est e io stavo dentro

una pietra azzurra , tanto astrale era la notte,

vedevo ancora le sue vesti orlate dall’aurora

e il suo deretano a fare ombra sul grado 25

del cosmogramma di Ebertin attraverso lo spiazzo luminoso, vuoto

l’alba se ne va,

il meriggio se ne va,

il crepuscolo se ne va,

la sera se ne va, piena di fuochi

camminando tutta la notte

ogni cosa è nettamente brunastra e d’oro

e i neri vicoli incantati

il cammino percorso risulta maggiore

se procedo verso sud è oltremodo evidente dalle

impronte chiaramente riconoscibili

il piede di un uomo che calzava una scarpa stretta

dalla suola a belle squame e quella successiva era

l’impronta di un poderoso artiglio d’uccello

come se fosse Durka Tiskj che passa al Meridiano 117°50’ W[3]

a 10 passi dalla parete rocciosa così l’Agatodemone

tra piede e artiglio allargò le braccia: “ohò” mi fece

danzando sulla trave nella luce dorata di un

crepuscolo che se ne va,

di una sera che se ne va,

di una notte che se ne va,

e come una lucerna di rame

la luna sospesa dietro a me sulle rocce, lì, sull’orlo

del dirupo, un volto di pietra voglio scrivere in

fretta tanto che gridai “quanto dista ancora dal

Meridiano la città di Anaheim?” e il demone rispose

nel vento “Più in là, quanto basta per il mezzopunto

tra il Sole e la Luna, sino ai confini del mondo,

dove non esiste l’uomo” e si sparse maggiormente

sopra la nera balaustra sull’anatema che in un sussurro

azzannò il tempo e tutta l’umana razzaccia maledetta

come se lo strepito di ali di questo passaggio al

Meridiano una torre di sabbia facesse levare e un

cerchio vuoto cancellasse la traccia del tempo

nel meriggio che se ne va l’uccello vola a grande

altezza fino al crepuscolo che se ne va durante

la misurazione dei gradi,l’ultimo punto della Sfera

e dell’anno dove brilla la stessa Venere di Geena Davis

fino alla sera piena di fuochi dove si è ancora in vita

tuffandoci dentro la pietra cava del grembo di una madre

che delimita l’orizzonte, la sua traccia d’ombra in linea retta

con una lieve deviazione verso occidente, sul vasto altopiano

deserto col suo monotono grido nella fissità lunare

in vista della città di Weilaghiri che luminosa e unita si stende

davanti a chi la madre gli è stata rubata una volta

aperta la cancellata d’argento della porta e quando

quasi in punta di piedi per le belle strade larghe

si era inoltrata Durka Tiskj nei cortili vuoti

percorsi dal vento quasi maschera di cristallo

il suo volto è azzurro nella notte del ghiaccio

con gemiti che dalla vetta inaccessibile al margine estremo

sulla crepa successiva del tempo che correva sottile

come un capello di donna verso la sera quando è

il cuore che sbatacchia cavo e allentato e lei è

altissima sulla trave tanto da toccare il cielo,

la parete che pencola sul poeta che indietreggia attonito

tanto che si ritrova di fronte alla casa della sua

fanciullezza, sulle rive dell’Istro ora che vive tra

due errori cardinali, come se il tempo fosse una

superficie e non una linea e di giorno

la mente come un barcaiolo in un fiume

scendesse durante la notte e si aggirasse a suo talento

per tutto il campo del flusso temporale

con la sabbia del deserto durante marce sempre più

lunghe qua giù nel Sud dove abitano genti dal piede

di capra e più in alto ancora, altre, che dormono

per 6 lune e nessun uomo sa quale aspetto abbiano

questi luoghi dove sto già da un’ora seduto qua su





e tutto è in questo dettato

sull’orlo del cratere una scarpa d’argento traforata

quest’immagine che sembra originare un programma

e il programma un testo e il testo una pratica

tanto che il fantasma annuncia il ricordo che prende

all’infinito la realtà aperta dei testi

la Tavola numerica, il Viaggio sotterraneo, il Triste cavaliere,

l’Isola rocciosa, e l’antologia con lo Spirito delle acque, lo Spauracchio,

l’Anfora d’oro, l’Agatodemone e

La quadruplice mandragora




“dovrebbe essere qui”

su questa trave Durka che è inaccessibile talora

addirittura in questa vertigine in cui arrampicandoci

per lo stretto canalone la cui profondità misurava

l’ombra dello gnomone che per essere attraversato

ci vorrà un’ora anche in silenzio come è giusto che sia

nella macchina della lussuria così ben oliata che

solo a tratti zufola qualche gemito al fondo della

pagina in maniera del tutto inattesa un’amplia valle

delicata e maestosa nella calcinante calma meridiana

in cui Durka scopre la bellezza del suo nome naturale

e la rettitudine del suo soprannome

che non so se si può leggere secondo un principio di delicatezza

che come dice Barthes per Sade non è un prodotto di classe o

un attributo di civiltà[4], è una potenza di analisi e di godimento,

una mutuazione inaudita che sovverte il senso stesso del gaudir

se c’è un giallo spento che seppur di seta è pesante coltre

di sabbia nella luminosità della sera che turbina radente

il plenilunio al Meridiano di Weilaghiri





“isola sull’orizzonte, uccello di carne, ti amo

il tuo splendore di muso e caviglia si effonde sopra di me

balza in mezzo al cielo questa linea di rugiada

io protendo le mani e ti accarezzo

un passo molto vicino all’occhio tanto che

dolce e greve la carezza di questa piegatura

che è un sentiero tracciato all’ombra un po’ sopra

il tramonto dove lungo il dorso della mano ad altezza

d’occhio sull’orizzonte c’è la groppa che semplicemente

vibra e dove non ho difesa e non lotto a 16 gradi

dopo che avendo tagliato il sole e la luce si è allontanata

tra polvere e nuvole bianche, il vento che giunge altero

e se ne va tiepido e il ruscello si fa da presso,

azzurro e lucente come se ci fosse tra vento e

natiche all’interno dell’arco solare che senza rumore

balza e mi guarda

il meriggio se ne va,

il crepuscolo se ne va,

la sera è piena di fuochi e spuntano bianche stelle

non c’è scalpitìo, né richiamo o grida in platea

o sulla strada prima di afferrare gambe e braccia,

piedi e culo, muso e dorso fino alla bisettrice

dello gnomone acqua che stagni balena azzurra in

questo golfo in cui tutto si richiude

polvere e sole, lacca di garanza cremisi e bianco

anche se per essere così verticale il buco

ha il colore rosso uccello che va fino in fondo

alla luce che sta venendo mentre io seguito il mio cammino

lanciando richiami alla sposa del vento, la mia

sposa selvaggia che ha la morsa di Grhya[5] quel che va

preso al volo e che chiama, invoca, e che

qui è come se fosse il sole di Ugrnja

questo Heimlich del volo terrestre

che solleva e tira su, nell’ora del cuore freddo del mare

facendosi spaccata al Medio Cielo

all’alba se ne va, al meriggio se ne va,

al crepuscolo se ne va, nella sera piena di fuochi

in questa Stimmung della madre che ha questo vento

troppo largo che accarezza il ventre e sudore e muso

tra aria e acqua tenera di legno discende con strepito d’ali

verticalità assoluta rubata diffrazione del silenzio

e del fondo-pagina che rovescia la robustezza del nome[6]

che è come l’anfora appesa alla fune che sciaguatta presso che piena

e l’Agatodemone che viaggia sotterraneo o vola come fa Durka

e porta una scarpa d’argento traforata, dalla punta ricurva

quando attraversa la città e non è a piedi nudi

che leva il suo grido nella fissità lunare

dei solstizi 10 gradi dopo il plenilunio che a questa latitudine

fanno più di 50000 passi con una variazione di 1,12 stadi”




V.S. Gaudio



Note:

[1] Per l’abilità di Geena Davis, l’attrice protagonista di “Thelma & Louise”, nel tiro con l’arco vedi la nota 1 in: L’assassinio del Poetosofo conferenzierie al Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino, in: Anonimo del Gaud, L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti, © 1999-2002.

[2] Jeri Ryan(22-2-1968, h 5’8”) è l’attrice, tedesca come Schmidt, che interpreta “Seven of Nine” nella serie televisiva “Star Trek-Voyager”.

[3] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim,Il passaggio di Durka Tiskj al Meridiano 117°50’ W, © 2005.

[4] Cfr. Roland Barthes, Sade II, in: R.B., Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi,Torino 1977: Il principio di delicatezza:pag. 157.

[5] Cfr. V.S.Gaudio, La Gru di Anaheim, cit.

[6] Che è questo segno “proprio quello della donna, perché essa vi fa valere il suo essere fondandolo fuori dalla legge, che la contiene sempre, per effetto delle origini, in posizione di significante ovvero di feticcio”. E “bisogna che in questo segno ci sia un noli me tangere ben singolare perché, simile alla torpedine socratica, il suo possesso paralizzi il suo uomo al punto di farlo cadere in ciò che in lui si tradisce senza equivoco come inazione” e occorre che la lettera, del nome, “sia stata dotata della proprietà della nullibiété”: se a lei basta mantenersi immobile alla sua ombra, l’uomo,rapito questo segno, nefasto e maledetto, nella verticalità del significante o del feticcio, materializza l’istanza della morte ?(Cfr. Jacques Lacan,Il seminario su La lettera rubata, trad.it. in : J.L., La cosa freudiana, Einaudi, Torino 1972: pagg.31-40).

giovedì 17 febbraio 2011

MARINA PIZZI





Collage di Federica Nightingale



Nel leggere Marina Pizzi si scende sempre più giù,si sprofonda in un territorio basso e melmoso in cui pare ogni speranza abbia lasciato il posto ad un'orma profonda, laddove solo due dita di terra raccolgono un grido. E' palpabile il senso di morte apparente o realmente accaduta per un attimo o in una estensione ingigantita dell' essere. L'esperienza sensoriale che si attraversa in questi versi racconta il male di vivere delle persone comuni, attratte le une alle altre da un senso di sgomento e perdita di direzione, un vuoto di memoria o una accidentale disgrazia che incombe. Ma poi:

un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no


"dalla mattina alla sera voglio il giglio di poter volare", esprime un unico desiderio di gioia, alto, appagante, completo e perfetto. La sindrome di un rifiuto della vita (marchiata da una "genia del no") e una contemporanea gloria di essa, raffigurano un imponente traguardo raggiunto a tentoni, con fatica senza eguali. E' uno sforzo, una corsa con pesi alle caviglie la poesia della Pizzi. Niente lascia pensare ai gigli delicati in cui sogna un riscatto, eppure, nei tratti di buia malinconia si intravedono i petali bianchi del grande salto verso una luce possibile. Ciò che rende umani i suoi versi, nel rovesciarsi totale dell'animo, nei suoi abissi, sondati con la forza della ricerca di un segno che resti, e sopravviva.


Federica Galetto













un giorno finisce il tragico s’inerpica
nella palude sciatta del mio corpo.
in realtà il tempo è un forsennato addio
una credenza con le formiche e le briciole
di quando c’era la spesa di una vita.
oggi mi appoggio all’eremo del buio
alla marina sirena delle regie del sale
perché la pendola è ferma da un mare d’anni
la noia piena di salute senza resistenze.
si stenta invece verso la fenice d’alba
questo abituro che assassina il futuro
dentro le scosse di singhiozzi e ceppi.
la terra è chiusa da sicari sicuri
nessuna pietà ospita la lena
di captare oasi la merenda infante.
così clemente è l’ora di guardarti
dentro la darsena della luna piena
alambicco di cristallo il tuo respiro.
piango assai quando qualunque impegno
mi precipita nel legno della cassa
appena morta forse. se ieri volli la regia del sasso
oggi il canestro è il desiderio più lungo.




§



adesso vorrei piangere un pochino
sulle assurdità che scrivo per liberare
la panchina che mi aspetta vecchia.
stralunare l’ulivo in una reggia
il cipresso in una lancia di voto
per raggiungere la gerarchia del cielo.
è invece limpido solo il sudario
per le strofe che piangono poema
dentro le giare dell’eclisse.
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta
dalla mattina alla sera voglio il giglio
di poter volare. la cenerentola del bavero
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.




§



cuore di fuga raggio di malessere
questa bravata d’ansia che rincorre
le cicatrici ataviche del giusto.
in palio al gerundio di resistenza
sta la parata d’ascia che vuole uccidere
financo le gestanze del deserto.
attrice di vendetta la cometa
simula dio con la vestale accanto
così per murare l’ossatura
della finestra fiduciosa amante.
in rotta con le genie delle bellezze
si rompe il sangue che fraziona guerra
la zona sempre apolide del senso.
sì ho voglia di pulire il cielo
dalla vaghezza tragica del verbo
nella giunzione con l’altare fatuo.




§


il museo del giorno comune
quando dal fatuo del rimedio
si pinza la foto ad asciugare
a ricordo d’eccezione
svaghi mistici il sollecito dell’abaco.



§



in vaghe acque trascino ciò che avvisto
la nomenclatura delle stelle blasfeme
queste cicale orride ripetenti
con le rovine dense di fanghiglia.
io genero la viltà che mi troneggia
da dietro lo zuccherino del sonnifero
che mi dà la cheta del risparmio di luce.
martirio di conchiglie il brecciolino
quando si gioca a divorare l’antro
con risultati blasfemi financo i miti.
l’arringa della voce è dar di frottole
sotto ponti che non reggono le volte
né le cautele che si dicono bambinaie



Marina Pizzi
da "Soqquadri del pane vieto"


Biografia:

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.
Ha pubblicato i libri di versi: "Il giornale dell'esule" (Crocetti 1986), "Gli angioli patrioti" (ivi 1988), "Acquerugiole" (ivi 1990), "Darsene il respiro" (Fondazione Corrente 1993), "La devozione di stare" (Anterem 1994), "Le arsure" (LietoColle 2004), "L'acciuga della sera i fuochi della tara" (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008), “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010);
***** [raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web:
"La passione della fine", "Intimità delle lontananze", "Dissesti per il tramonto", "Una camera di conforto", "Sconforti di consorte", "Brindisi e cipressi", "Sorprese del pane nero", "L’acciuga della sera i fuochi della tara", "La giostra della lingua il suolo d'algebra", "Staffetta irenica", "Il solicello del basto", "Sotto le ghiande delle querce", "Pecca di espianto", "Arsenici", "Rughe d'inserviente", "Un gerundio di venia", "Ricette del sottopiatto", "Dallo stesso altrove", "Miserere asfalto (afasie dell'attitudine)", "Declini", "Esecuzioni", "Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”, “Il cantiere delle parvenze”; il poemetto "L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba"];
***** le plaquettes "L'impresario reo" (Tam Tam 1985) e "Un cartone per la notte" (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); "Le giostre del delta" (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. *****
[Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio, Michele Marinelli, Emilia De Simoni, Linh Dinh, Laura Modigliani, Bianca Madeccia, Eugenio Rebecchi, Anila Resuli, Luca Rossato, Roberto Bertoni, Maeba Sciutti, Luigi Metropoli, Francesca Matteoni, Salvo Capestro, Fernanda Ferraresso, Flavio Almerighi, Dino Ignani, Gianluca Gigliozzi, Natàlia Castaldi, Stefano Guglielmin].
***** Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia". E' tra i redattori del litblog collettivo "La poesia e lo spirito", collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. *****
Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.
Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia:


http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte
http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi
http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...