Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 1 marzo 2012

Luigi Diego Eléna



Photo by Rodney Smith






La scrittura di Luigi Diego Eléna sfugge ad ogni schema precostituito o pensato (prima). In realtà, ciò che il Poeta ci comunica nei suoi versi lunghi e privi di punteggiatura è un racconto miniaturizzato del suo vivere gli eventi, a volte un elenco fatto di dettagli, altre volte ancora una istantanea ritoccata dalla sensibilità presa d'assalto, un gesto veloce, una traccia scavata nelle pieghe del suo mosaico. Spesso è l'effetto domino a rendere la sua Poesia così peculiare, oppure gli innumerevoli incastri di Voci che si susseguono e raccontano ognuna la propria canzone. Matrioske letterarie o lucidi sogni ad occhi aperti. In ogni sequenza visiva si intrufola la parola fitta e descrittiva, il volgere all'infinito qualcosa di imperturbabile agli occhi e mutevole ai sensi come se il Poeta tentasse di rincorrere l'imprendibile e volesse farlo in fretta, per non perdere mai, nemmeno per un secondo, il pathos che regala l'attimo unico, insostituibile, perfetto. Una lettura concatenata a significati multipli, non di immediata assimilazione ma certo uno scrivere diretto alla meta, un tentativo mozzafiato di rendere la realtà fruibile senza che venga intaccata da altre distrazioni. Da centellinare con pazienza, senza fretta, questa Poesia restituisce al lettore l'intento dello scrivente in una modalità inversa. Se i versi scritti danno l'impressione di correre, la lettura necessita di pause e riflessioni obbligatorie. Così la corsa diventa fermo, l'affanno si trasforma in quiete, il significato ultimo un dono speciale per chi avrà la premura di soffermarsi per capire la sua fretta.

Federica Galetto




Il cigno d'ebano






Ha gli occhi da gatto del mattino il caffè a luci fredde di un nevo della notte
appena fuori inizio è dal suo paradiso imbacuccata nebbia furto quieto sulla siepe.
Il biancospino lo conosci dal profumo il suo serpente nella cella d’un’ape a vagare
la tunica candida brugmansia in quel biondo fanciulla che vorresti incontrare.
La mezzanotte col mezzogiorno veleno a meta ai primi ardori già  amari a scorrere quasi
il corso d’una tremolante corda amore per amore gli abili inganni ben accolti presto o tardi.
S’agita il turibolo nube su nube deserto fatuo vapora da un ramo al tempo delle gemme
conosce l’oggi per il lumi dei lampioni che si spengono azzurro e oro di ruggine in polvere.
Il cigno d’ebano così sottile e dolce irrompe si dissolve nodo stanco d’errare.
Un’ora io giacevo ma tu sei madre.




§






Gli scogli di muschio





Scelgo sempre gli scogli di muschio a scivolare il fuoco quelli che portano la collina
al mare e da lassù al mantello del sole da sollevare e poi a cascata lasciarmi ariete
ad un doppio futuro per sottrarmi al solito alato ritratto che non sa svoltare.
Una sfera di colore azzurro nuvole e gabbiani bimbi sulla stessa spiaggia a litigare
cieco sordo muto duello le amicizie vive non quelle davanti ad un edicola altare.
Quante sono le foto per ogni testa a fermarsi per salutarti come un pettine tra i nodi
una tazza un cappello una fumata un sogno che potrebbe essere sulle ginocchia salvato.
Sono in una valigia per un bel mondo molto lontano dal sapere vent’anni di nuovo a casa
sulle labbra di mia madre ch’è solo un graffio questo essere grande un addio auto usate.
Frainteso dove credo ma nato lì le mani legate e i tacchi d’alzare senza oltrepassare
quel guscio rotante tanto tempo eppure così poco ingresso bolle nel nervo trave
e molti anni buio segreto stinto dell’orologio sole eco dei coppi di ponente levante.
Bautta e muro immerso nella ciotola d’alghe affilate ai due lati da amante ad amante.




§




Fin troppo il cielo m'illude





Un paradiso in questa nube per i fantasmi in catene e corone come bracciali
corpo e terra elmi se poi ai dubbi si depongono sul muschio onori recisi mazzi di fiori.
Una scena dominata che lascia orme solo di giornata o un urlo o un sospiro
o uno scalpitio distratto di circostanza granello che si inceppa per le gioie
quelle d’inventario che termine mai hanno basta continuare a camminare.
Un enorme drago dalle facili lacrime sotto un baldacchino re incoronato
l’ombrello sotto la sorgente palpebre abbassate le vesti in cenere al cielo
grigio da cerimoniale e i greggi lenti in quella sabbia colonnati ad aspettare.
Nicchi fermi binari su di un tappeto per la sua lingua ad ogni gusto la sua morale
un effimero questa nostra notte di superstizione e quegli ultimi muri già pressappoco.
Fin troppo il cielo m’illude.




Luigi Diego Eléna


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