Traducendo Einsamkeit

STANZE DEL NORD

SCORRONO LE COSE CONTROVENTO di FEDERICA GALETTO

ODE FROM A NIGHTINGALE - ENGLISH POEMS

A LULLABYE ON MY SHOULDER di Federica Nightingale

EMILY DICKINSON

giovedì 13 gennaio 2011

JEAN-CLAUDE TARDIF













COLLANA LIBELLULE
Poesia francese contemporanea
Jean-Claude Tardif, Della vita lenta
Prefazione e traduzione di Chiara De Luca
Con una nota di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-41-9
pp. 164, € 12,00

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Novembre non si agita, s’incolla alla consuetudine, ostinato e colmo di rappresaglie. Respira i mali del sale, più simile a un presagio che al terrore, più vicino a una nuova leggenda che all’eterno dimenticare. Dorme un indovino nell’autunno di queste pagine, una speranza che custodisce evocazione e modestia. Un’andatura paziente che scopre la vita nel suo incedere. Ci sono regole non scritte che trasformano la nostra esistenza. Che ci permettono di credere alle fiabe. Regole che arrivano da altrove. Dal fumo della pipa, da un treno che solca il bosco, dai piedi di una bimba che gioca a Mondo. Buttiamo il gessetto per terra. Chi andrà fino all’inferno? Chi ne ha preservato il ricordo? Una memoria di nomi impronunciabili emerge dal bordo dei giardini, amori affamati che hanno smarrito il ritorno– diventano lontananze, voli di piccioni. In questo libro di Jean Claude Tardif i confini sono aspri. Semplicità e silenzio come labbra di un’unica bocca, si contendono ogni sillaba, ogni piccolo tremore. Sulle panchine, un sole timido scalda le copertine dei libri. Tra un clacson lontano e le ultime tracce di rugiada, piccoli fuochi sonnecchiano nei riflessi delle finestre, concedendo ai versi il giusto tepore, l’eco di un cielo delicato. Da questi risvegli il reale affiora come uno spettacolo raro. Che va colto tra i fumi dei camini, nel vivere comune del pane sulle tavole. La poesia percorre vie impervie, tracciando un credo che non dà risposte. Si affaccia con rispetto alle soglie del racconto, in un movimento lieve, oltrepassa i rumori senza agonie. Sfugge al tempo, firma le ossa dello smarrimento. Qui nasce una misura senza la quale gli spasmi sarebbero violenti,un metro velato che accarezza il viso con dolcezza, donando al profondo un continuo riaffiorare di parole. Una febbre leggera che cesella storie brevi, alle quali è necessario prestate orecchio, per far si che il cuore ne assapori la natura di miele e lupi. L’anima di Della vita lenta è intrisa di rifugi, di periferie e vagabondi vicini alla danza della sera– d’un pianto che cerca l’angolo più caldo del libro, per perdere la pettinatura in un bacio, per sciogliere il destino delle atrocità, in un testo che si posa sui nostri occhi, attraversandoci, come fossimo salici al vento.

Gianluca Chierici


La difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come collana di parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, come “parole appese”, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta porge l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.


Dalla prefazione di Chiara De Luca




*

La nuit n’est ni plus sereine
ni plus inquiète

qu’au solstice

partagée simplement
entre le désir de mots
qui la contraignent

et les beautés du silence


*


La notte non è più serena
né più inquieta

che al solstizio

semplicemente contesa
tra il desiderio delle parole
che la opprimono

e le bellezze del silenzio



*


Silences où je n’oserai plus ton prénom
jonquille étrange des matins d’hiver
alors que le ciel sera si léger

Te soulever au-dessus de mon visage
sera souvenir de nuage,
histoire de neige

reflets de ces contes que je ne dirai plus
pour mieux les savoir sur tes lèvres
piquetées de chants d’oiseaux

et de la fièvre qui davantage
nous fait adorer nos vieilles jeunesses


*


Silenzi in cui non oserò più il tuo nome
strana giunchiglia dei mattini d’inverno
quando il cielo sarà così leggero

Sollevarti al di sopra del mio viso
sarà ricordo di nuvola,
storia di neve

riflessi dei racconti che non narrerò più
per meglio saperli sulle tue labbra
punteggiate di canti di uccelli

e la febbre che più a lungo
ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze


*


Il est des mots qui donnent à vivre
avec leur goût de thym, de miel ;
de pluies en novembre
quand les femmes ressemblent à leur tristesse
Des mots coupés, frais, sur la table,
pains blancs mangés des yeux
où s’abreuvent des îles
et des poitrines à jeun
tendues, voiles d’adolescente
qui rêve qu’elle ne rêve plus,
s’abandonne à la parole




*


Lui è delle parole che danno da vivere;
con il loro gusto di timo, di miele;
di piogge a novembre
quando le donne somigliano alla loro tristezza
Di parole tagliate, fresche, sulla tavola,
pani bianchi mangiati degli occhi
dove si abbeverano isole
e petti a digiuno
tesi, veli d’adolescente
che sogna di non sognare più,
si abbandona alla parola


*



Léger coup de vent ou chevelure qui se défait —
C’est la bise sur la draille de l’épaule,
par millier des rêves d’animaux qui s’épuisent

une odeur qui se fait plus tendre,
un arôme qui assigne le moindre frisson
du bonheur.
Sur le mur la lumière s’attise
au même instant que le matin
et déjà le regret des pluies,
des ombres dures comme la jeunesse ;
demain viendront les vêtements d’hiver
les armoires plus lourdes de chêne
où s’endorment
et le pain et les morts

ainsi que l’amour que le temps affame


*


Lieve colpo di vento o la pettinatura che si disfa –
È il bacio sulla draglia della spalla,
di migliaia di animali che si sfiancano

un odore che si fa più tenue,
un aroma che fissa il minimo brivido
di gioia.
Sul muro la luce si attizza
nello stesso istante in cui il mattino
è già il rimpianto delle piogge,
delle ombre dure come la gioventù;
domani verranno gli abiti invernali
gli armadi più pesanti di quercia
dove si addormentano
il pane e i morti

così come l’amore che il tempo affama.


*


Près de la grille
le schéma d’un verdier
coupable de trop de fatigue,
d’avoir révéré le vol

les plumes de sa queue
ont la sévérité d’un éventail
de pénitente
qu’on ne pourrait pas refermer
le temps manquant soudain
face à la béance du ventre ;
œil ouvert sur la fuite de
milliers de moucherons,
de petits insectes plus anonymes

connus seulement de la dent du chat


*



Accanto al cancello
la sagoma di un verdello
colpevole di troppa fatica,
di aver venerato il volo

le piume della coda
hanno la severità di un ventaglio
da penitente
che non si potrebbe chiudere
mancando all’improvviso il tempo
di fronte alla beanza del ventre;
occhio aperto sulla fuga di
migliaia di moscerini,
di piccoli insetti più anonimi

noti soltanto al dente del gatto


*



Faire halte au village,
la main de l’ami nous dit les souvenirs ;
la fraîcheur des petits matins sous le saule
alors que la tourterelle à collier
trace ses nouveaux territoires

La nuit a ôté ses fers
et les forges de l’aube
marquent les filles de joies nouvelles —
une jupe de vent léger,
une odeur de vanille qui bouleverse
le chèvrefeuille

un rien nous prie d’être au Monde

le friselis d’un Saint-Amour
comme une première faute à la fontaine
(plus tard nous y verrons notre seule hardiesse)

Faire halte au village
à présent que l’ami siège dans l’album du regard,
y attendre le crépuscule
pour mieux croire en son lendemain


*



Fare sosta al villaggio,
la mano dell’amico ci dice i ricordi;
la freschezza dell’alba sotto il salice
mentre la tortora dal collare
traccia i suoi nuovi territori

La notte ha tolto i suoi ferri
e le fucine dell’alba
marcano le ragazze di gioie nuove–
una gonna di vento lieve,
un odore di vaniglia che scompiglia
il caprifoglio

un niente ci prega d’essere al Mondo

il fruscìo di un Saint-Amour
come una prima volta alla fontana
(più tardi ci vedremo la nostra sola audacia)

Fare sosta al villaggio
ora che l’amico si trova nell’album dello sguardo,
attendere là il crepuscolo
per meglio credere nel proprio domani.


*


Devant moi la fontaine des hommes assis,
non pas muette
mais pleine de retenue
pour les mots qu’elle prononce,
l’eau n’y murmure plus
mais nous dit sa geste
d’un simple mouvement du vent,
d’une aile de mouette

Dans l’immeuble d’en face,
derrière des rideaux ajourés,
un enfant en bas-âge
pleure.
Le voilage n’étouffe pas tout à fait son cri
mais fait qu’on l’ignore davantage

Les pigeons trottinent éperdument
par peur de l’orage qui s’achève
et les fait se souvenir

Dos au square et aux jeux d’enfants
je lis L’homme indécis d’Hofmannsfhal

la pluie comme seul repère


*


Davanti a me la fontana degli uomini seduti,
non muta
ma piena di riserbo
per le parole che pronuncia,
l’acqua non vi mormora più
ma ci dice il suo gesto
con un semplice movimento del vento,
d’ala di un gabbiano

Nel palazzo di fronte,
dietro le tendine ricamate,
un bimbo piccolo
piange
Il velo non ne smorza affatto il grido
ma contribuisce a far sì che lo si ignori

I piccioni zampettano disperatamente
per paura del temporale che finisce
e fa loro ricordare

Schiena al giardinetto e ai giochi dei bambini
leggo L’uomo indeciso di Hofmannsfhal

la pioggia per unico riparo


*


Parce que tant serrés
sur la chambre du cœur
les mots suffisent à peine à vous dire,
l’on vous devine parfois
dans le creux du silence,
dans l’œil mouillé du dernier venu,
dans sa façon de vous offrir
gîte et couvert
après avoir sorti la nappe blanche
en points d’Assise
rangée, jusqu’alors, dans les combles d’une
armoire
pressée d’ombre et de modestie.
Nous nous savons chez nous
soudain connaissons le goût du tabac tendu
et mettons un nom sur les photos qui dorment


*


Perché tanto strette
sulla stanza del cuore
le parole appena bastano a dirvi,
vi s’indovina talvolta
nell’incavo del silenzio,
nell’occhio umido dell’ultimo venuto,
nel suo modo di offrirvi
asilo e riparo
dopo aver tirato fuori la tovaglia bianca
in punto d’Assisi
riposta, fino ad allora, nel pieno di un
armadio
pressata d’ombra e di modestia.
Noi ci sappiamo a casa
a un tratto conosciamo il gusto del tabacco teso
e mettiamo un nome sulle foto che dormono


*


J’aime ces soleils de novembre,
ceux-là même qui n’ont jamais cru à l’été
par réalisme
mais qui s’obstinent encore
à réchauffer ce fond de bourgogne
qui m’accompagne alors que je vous parle
comme on fait à l’ordinaire

D’en bas me viennent
des bruits de cocottes mêlés aux rires
c’est l’automne,
les dernières éclaircies du corps

Tout se blottit
petits bonheurs du jour,
meubles d’archange
en l’attente d’un soleil blanc,
d’empreintes profondes
escroquées à la nuit


*


Amo questi soli di novembre,
anche quelli che non hanno mai creduto all’estate
per realismo
eppure ancora si ostinano
a riscaldare questo fondo di borgogna
che mi accompagna mentre vi parlo
come si fa di consueto

Dalla strada provengono
versi di galline mescolati alle risa
è l’autunno
le ultime schiarite del corpo

Tutto si rannicchia
piccole gioie del giorno
mobili d’arcangelo
in attesa di un sole bianco,
d’impronte profonde
estorte alla notte



Jean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia. La presente raccolta è parte di una trilogia che comprende Orcus (La Bartavell, 1995) e L’homme de peau (La Dragonne, 2002).
Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…”

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